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martedì 10 luglio 2012

Se il sole muore

Non è un reportage giornalistico, anche se chi lo scrive è una giornalista in missione speciale presso – nientemeno – la NASA. Troppo umano, troppo personale. Allora un diario? In parte. Sicuramente vi è segnato tutto quanto l’autrice ha fatto, pensato, indagato; tutte le persone che ha conosciuto, le conversazioni, le discussioni, perfino le litigate che hanno costellato il suo lungo viaggio in più riprese. Una cronaca di viaggio, quindi? Un viaggio dello spirito, più ancora che fisico. Un viaggio verso il futuro possibile, verso un mondo che sembra non avere più bisogno del passato, un mondo duro e tecnologico che nella sua apparente freddezza nasconde le scintille di un sogno vecchio come l’umanità: superare se stessi, sfidare Dio.
“Se il Sole muore” di Oriana Fallaci è tutto questo e molto più, ma a conti fatti può essere definito una lunga, dettagliata e toccante lettera a suo padre, acceso nemico dell’avventura spaziale che non riesce a capire l’interesse della figlia per quei dannati aggeggi che profanano lo Spazio e per quegli uomini che non sanno comprendere quanto sia bello e giusto rimanere sul Pianeta Terra.
La Fallaci prese tanto sul serio questa diatriba con il padre da partire per gli Stati Uniti ed entrare a stretto contatto con tutto ciò che concerneva la nuova avventura spaziale. Siamo nei primi anni ‘60, l’uomo si prepara ad andare sulla Luna, la tecnologia si evolve a ritmi frenetici, quasi spaventosi. La società americana si è completamente piegata alla nuova era spaziale: niente è più interessante o utile se non correlato alla corsa allo spazio.
L’autrice si trovò catapultata in un mondo in cui i bambini parlavano di propellenti per razzi con la competenza di adulti, lavorare per la NASA era come far parte di una setta religiosa e ogni traccia di bellezza naturale veniva cancellata per far spazio al nuovo, all’artificiale, a ciò che era veloce e comodo. Un trauma, per una donna cresciuta tra le colline del Chianti, che la farà tendere per qualche tempo verso le convinzioni paterne.
Poi, però, la Fallaci fu messa a contatto con quelli che pensava eroi: gli astronauti. E qui inizia la vera e propria comprensione del sogno dello spazio: dal dialogo e dalla vicinanza con persone alla fin fine normali, a volte anche troppo, ma che per questo sapranno essere ancora più preziose, coraggiose, speciali.
Con il suo solito stile ironico, pronta a prendersi gioco di tutto (perché in primo luogo prende in giro se stessa) come a commuoversi e commuoverci con i suoi sogni e il suo senso del bello, del prezioso da riscoprire nell’uomo, la Fallaci compone una sinfonia di accompagnamento verso la Luna, il Futuro, ciò che diverremo (o che si desiderava diventare…purtroppo non stiamo mai al passo con i nostri sogni).
Questa stupenda lettera al padre è scritta in un italiano inframmezzato da pungenti tocchi di toscano, utilizzato senza remore anche nel riportare parole di gente anglofona che con l’Italia non ha nulla a che fare. E’ il carattere che vi si adatta, il carattere baldanzoso e un po’ incosciente di quegli States che ci arrivano tramite la penna della Fallaci, quel Paese che voleva schizzare nel futuro sui razzi figli delle armi che avevano flagellato l’Europa sotto il nazismo. Un orrore trasformato in sogno, trasformato a sua volta in delirio che non può che avverarsi traumaticamente o sfumare in qualcosa di più calmo e razionale.
Sono le persone, vere e senza filtri, che rendono speciale questo testo che sembra una storia di fantasia ma non lo è: Ray Bradbury, lo scrittore che riusciva a guardare al futuro amando perfino la paura che esercitava su di lui; Donald Slayton, costretto da un minuscolo difetto cardiaco a rinunciare alla Luna e accontentarsi con coraggio di un lavoro dietro alla scrivania; Theodore Freeman, un poeta nella tuta d’astronauta, che morì in un incidente aereo senza aver mai potuto volare nello Spazio; Charles Conrad, detto Pete, sempre pronto a scherzare su tutto e a sollevare il morale a chi gli stava attorno; e Oriana stessa, una donna straordinaria capace di calarsi in questo ambiente per lei straniero fino a diventarne parte e comprenderlo, offrendocene poi un ritratto nitido come una fotografia a colori.
Un libro speciale, splendido, forse uno dei migliori che io abbia mai letto.

mercoledì 26 ottobre 2011

Cronache marziane

Se dico RAY BRADBURY, due titoli saltano subito alla mente: “Fahrenheit 451” e “Cronache marziane”. Questo scrittore statunitense, grande esploratore del fantastico, per molto tempo è stato a torto relegato nei ristretti confini dello scrittore di fantascienza. Niente di più errato. Non che Bradbury non abbia parlato di viaggi spaziali, alieni e pianeti da colonizzare…tutt’altro!
La differenza sta nel fatto che uno scrittore di fantascienza si divertirà a riempirci la testa di dettagli tecnici, nozioni scientifiche, curiosità antropologiche, biologiche e chimiche che diano credibilità a quanto narrato. Bradbury non è uno scrittore di questo tipo. C’è il razzo, ci sono gli astronauti, ci sono gli alieni: tanto basta. L’importante, per quest’uomo, è la storia in sé. E’ la fiaba che si nasconde dietro ogni cambiamento, ogni nuova scoperta.
Gran parte degli affezionati lettori di fantascienza (come di tutti gli altri “generi puri”) tende a essere molto fiscale nel catalogare cosa rientra nella categoria e cosa no. “Cronache marziane” è un capolavoro di fantasia e poesia, più che di fantascienza. La mancanza di sostrato scientifico nella prosa di Bradbury dimostra che creare futuri plausibili non era il suo scopo. Allo stesso tempo, la sua lucida analisi dell’atteggiamento colonialistico umano – soprattutto statunitense, in questo caso- non si discosta affatto dalla realtà, anzi la mette in luce con sconcertante preveggenza (ricordiamo che “Cronache marziane” ha visto la luce negli anni ’50).
Il romanzo, in verità una raccolta di racconti legati tra loro come perle di una collana, apre brevi e vivide finestre su sogni e incubi di sconcertante bellezza, cercando di stimolare nel lettore uno spunto alla riflessione, all’introspezione di sé e dei difetti congeniti dell’Uomo. Una storia di distruzione e disperazione, ma anche di fede.
“Cronache marziane” narra le vicissitudini del pianeta Marte dal 1999 al 2026, secondo il conteggio degli anni sulla Terra. Il quarto pianeta del Sistema Solare non è un globo rosso e morto, in attesa di nuovi colonizzatori, ma un mondo abitato, ricco di una sua civiltà peculiare.
Questa civiltà, più stratificata e antica di quanto facciano pensare i primi racconti, viene dapprima solo vagamente sfiorata dai primi pionieri dello Spazio mandati in avanscoperta (quasi tutti i visitatori terrestri vanno incontro, in un modo o nell’altro, a una brutta fine), ma a conti fatti non riesce a sfuggire alla totale devastazione che l’Uomo porta con sé. Nel caso specifico, è una normalissima malattia terrestre a falcidiare la popolazione marziana.
Comincia così la colonizzazione di un pianeta morto, su cui si aggirano ancora i fantasmi di un’epoca che fu. Marte accoglie l’Uomo senza pensarne né bene né male, mentre sulla Terra la gente alza con speranza gli occhi al cielo nel tentativo di allontanarsi da una società sempre più contaminata dalla violenza (rappresentata dall’incubo dell’atomica, in quei vertiginosi anni di tensione seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, e dal razzismo imperante).
Nella lotta continua tra il Materialismo e il Sogno, si consuma l’epopea marziana, con un finale dolceamaro.
La scrittura di Bradbury non è per tutti i palati. La sua prosa è sognante, immaginifica, a tratti ridondante e barocca come un testo di Oscar Wilde. La definizione che meglio si adatta alla scrittura di Bradbury è “pittorica”. Divagando spesso dalla linea continua della trama, lo scrittore usa la parola per dipingere nell’immaginazione del lettore quadri surreali come un’opera di Dalì, estranianti come un Tanguy, delicati come un Lee. Chi è abituato alla prosa diretta e spesso scarna degli ultimi vent’anni, potrebbe trovare la lettura di “Cronache marziane” ridondante, complicata, ma è una semplice questione di abitudine. Chi ha già sviluppato un forte legame con le arti visive, invece, non potrà far altro che amarlo fin da subito. E’ il romanzo su cui ogni illustratore vorrebbe avere l’onore di poter lavorare.
Leggetelo con calma, assaporando ogni racconto come fossero assaggi della cucina di un grande chef. Non ve ne pentirete.