Visualizzazione post con etichetta Misteri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Misteri. Mostra tutti i post

sabato 22 ottobre 2016

PILLOLE DI...POE - Sei tu il colpevole


"Sei tu il colpevole" è un racconto educativo. Insegna a non fidarsi di chi sembra ricoperto di miele e a utilizzare cadaveri in maniera creativa per estorcere confessioni. 
Non adatto prima di pranzo.

Per parlarne su Twitter: ‪#‎Poe‬ ‪#‎ThouArtTheMan‬ ‪#‎StaseraLeggiamo  @AylynnVale

giovedì 15 settembre 2016

L'incubo di Hill House

L’INCUBO DI HILL HOUSE
(La Casa degli Invasati – The Haunting)


TRAMA

Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice, e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l'esperimento paranormale in cui l'ha coinvolta l'inquietante professor Montague. È la Casa - con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole - a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.



RECENSIONE

Nel romanzo di Shirley Jackson coesistono due gorghi oscuri: uno è la volontà macabra di Hill House, l’altro è la psiche di Eleanor. Il lettore vede attraverso i suoi occhi un mondo distorto da sogni a occhi aperti, fantasie che la donna usa per rendere più interessante la propria vita agli occhi degli altri. Ma anche ai propri.

Piccole bugie, potenzialmente innocenti, si inanellano a formare una catena che parla di psicopatia. Forse è stato il succedersi dei giorni come infermiera della madre malata a spingerla verso certi voli della fantasia, o forse Eleanor non è in grado di maturare dallo stato di adolescente in costante ricerca di attenzione.

Anche gli altri protagonisti vengono presentati attraverso le impressioni, le delusioni e i rancori di Eleanor e queste rende molto difficile intuirne il vero volto, al di là del filtro scelto per noi. Di volta in volta, Theo può essere l’adorabile amica con atteggiamenti saffici o la capricciosa rivale, Luke un giovane affascinante o un egoista stupido e vigliacco.

La prosa, ambigua dal principio alla fine, ci lascia in completa libertà di riflettere e farci un’idea personale, di trovare da soli una chiave di lettura. 

Eleanor entra in completa risonanza con la casa. Si riconoscono come simili, parti della stessa vanità accentratrice (non a caso, la villa è costruita secondo un complicato schema concentrico). I fenomeni paranormali di Hill House somigliano in maniera inquietante alle manifestazioni poltergeist di solito associate alla presenza di adolescenti…e qui, volendo, c’è un collegamento al sospetto che Eleanor in fondo non sia mai maturata in un individuo adulto.

Hill House sceglie i suoi per l’eternità, rifiuta chiunque altro. Una storia in cui l’orrore non è affidato tanto alle apparizioni fantasmagoriche quanto alla casa stessa, alle sue forme inesatte e ansiogene, ai suoi dintorni minacciosi e al senso di disorientamento e solitudine che trasmette.

Un romanzo geniale, che per la sua modernità non sembra affatto avere l’età che si porta addosso.

giovedì 4 agosto 2016

PILLOLE DI...POE - Il Gatto Nero

Anche i racconti meritano una recensione. Anzi, stimolare alla lettura della forma-racconto è uno dei motivi per cui giro per le scuole con i libri sottobraccio. In pochissime pagine dev'essere contenuto tutto il necessario: niente di più, niente di meno. Un buon racconto ci può cambiare la giornata.
Ecco a voi, quindi, una nuova rubrica: le Pillole. Poche parole per incuriosirvi e spingervi - spero - a leggere il racconto in questione. Aggiungo gli hashtag per discuterne su Twitter, se lo desiderate. Il mio "nome" sul social è @AylynnVale.

Ma bando alle ciance! Iniziamo con una perla di Edgar Allan Poe.


IL GATTO NERO (The Black Cat)

‪#‎Poe‬ ‪#‎TheBlackCat‬ #StaseraLeggiamo 

Un racconto dannatamente moderno. Crudele, sadico, a metterlo su schermo partirebbero proteste degli animalisti come se piovesse. Ma il Gatto sa tornare e il suo grido ghiaccia il sangue.

venerdì 28 novembre 2014

Il passo della Dea

Federico possiede una capacità intuitiva fuori dal comune. Proprio per questo, Gianni - suo migliore amico e investigatore di polizia – ha l’abitudine di coinvolgerlo nei casi più intricati. L’ultimo omicidio è fonte di dolore per Federico: la vittima, infatti, è una giovanissima e promettente ballerina del Teatro alla Scala, uccisa brutalmente nel proprio appartamento. Oltre al mistero sulle modalità dell’omicidio, anche i ricordi prendono ad assillare l’uomo, il quale non può fare a meno di legare la tragedia all’incidente che anni prima gli ha portato via la sorella, a sua volta promessa del balletto classico.
Le indagini portano presto i due amici a rendersi conto che dietro alla morte della ballerina si nasconde molto più di quanto credessero. Gli omicidi non si fermano, flagellando il corpo di ballo che sta preparando lo spettacolo che precederà la chiusura per restauri dello storico Teatro. Una Milano quotidiana e familiare diventa sede di forze oscure provenienti da oltreoceano, i cui scopi vanno ben oltre l’omicidio fine a se stesso. Federico e Gianni, pur con il supporto della medium Maria e del non comune gatto Ninja, si troveranno loro malgrado invischiati in una vera e propria battaglia tra forze cosmiche.
La danza classica, un mondo elitario di regole ferree, fisici perfetti e sacrifici che si traducono in spettacoli di alta classe racchiusi entro lo spazio delimitato del palco di un teatro, assume in questo romanzo una valenza antica e trascendente. Esercizio e tecnica si donano completamente a un ritorno all’origine, alla valenza sciamanica dell’abbandono del corpo alla musica, la quale altro non è che la traduzione in suono di vibrazioni e messaggi dal mondo delle energie.
Non stupisce, quindi, che la salvezza dell’Universo, il compimento di un ciclo cosmico che va rinnovato continuamente da anime “evolute” spiritualmente – una sorta di “giorno di Brahama” che si chiude per poter rinascere – poggi sulle spalle di chi, con l’abbandono del corpo e la costruzione di un’armonia crea un ponte tra il mondo materiale e le forze creatrici, contenendo il Caos. Più ancora che il Male in senso lato, in effetti, la presenza oscura che è giunta a Milano fin dalle antiche foreste dell’America centrale e da una civiltà dominata dalla violenta lotta pro o contro forze sanguinarie, rappresenta la Distruzione del mondo come lo conosciamo, quindi il potere disgregante che va a contrapporsi al risultato del Verbo del Demiurgo.
La Luce, incarnata in giovani donne con un segno corporeo caratteristico che aiuta a riconoscerle come prescelte, dovrà manifestarsi di nuovo per contrastare una Tenebra incipiente, latrice delle forze anticreative dell’Universo. Il legame con le antiche leggende Maya, all’epoca della prima pubblicazione (avvenuta nel 2005 per Passigli Editore) si poteva spiegare con il crescente interesse riguardo alle profezie sul termine di un’era, diventate poi di dominio pubblico e sicuramente stimolanti per la fantasia di uno scrittore ed oggi godibili nuovamente senza snobismi, essendoci disintossicati dalla Maya-mania di qualche anno fa.
Un posto di potere rilevante all’interno della storia è riservato al Gatto. Il felino, con le sue capacità fisiche e istintuali al limite del soprannaturale, con la sua intelligenza e indipendenza, si presta ad incarnare il ruolo di guardiano di forze magiche che l’Uomo, con i suoi sensi appannati, percepisce appena. Per questo motivo, Ninja fin dall’inizio si affranca dallo stereotipo dell’animale da compagnia e si presenta come un compagno e una guida con un proprio intelletto e degli scopi precisi. Pur rimanendo fedele alla sua natura felina, dimostra un’intelligenza del tutto pari, se non superiore, a quella umana. La sua metamorfosi al momento del rito, più possente, ne è la dimostrazione e svela una sua forma spirituale più vicina al vero.
Un encomio particolare, inoltre, all’ambientazione milanese, che la Garavelli riesce a rendere viva e vibrante, assolutamente familiare per chiunque abbia frequentato la città di Milano e perciò sincera verso i lettori che non vi hanno mai messo piede. L’autrice rimanda l’immagine di una città complessa, a volte in balia del proprio ménage frenetico ma capace di conservare una sua eleganza, luoghi di cultura e tradizione affiancati ai più moderni ritrovi di divertimento (e perdizione). Una città attraversata da forze in contrasto, forse ingigantite proprio da quelle acque onnipresenti che la attraversano, in superficie nella sua rete di Navigli e nei fiumi che la lambiscono, ma soprattutto nelle falde sotterranee che giacciono sotto il grigio ordinato degli edifici, immensa energia in nuce che può essere salvezza o distruzione.
Un romanzo appassionante che consiglio di leggere, vista la sua ripubblicazione in e-book per la casa editrice Emma Books.

giovedì 20 marzo 2014

L'ostinato silenzio delle stelle


“L’ostinato silenzio delle stelle” è una raccolta di racconti di respiro fantastico/fantascientifico che ha le sue radici nella partecipazione dell’autore al concorso nazionale RiLL, in cui si è distinto più volte. Per dare maggiore lustro a un talento che, secondo questa associazione, va tenuto nella debita considerazione, gli è stata data l’opportunità di pubblicare una piccola antologia di racconti, alcuni mai passati sotto gli occhi della giuria del concorso.
Malerba costruisce i suoi racconti ambientandoli in spazi prettamente fantascientifici come in contesti quotidiani o – addirittura – storici, facendo sì che il fantastico si insinui nella realtà cui siamo abituati e arrivi a sconvolgerla.
Molto efficaci alcune intuizioni. La prosa, in generale, è buona. L’autore non si perde in descrizioni pedisseque, né in parentesi aggiuntive su personaggi che vanno compresi semplicemente tramite la lettura. Non spreca parole, va all’osso dell’immagine o del concetto su cui fonda i suoi racconti. Purtroppo, si nota in più di un’occasione un uso improprio di alcuni termini unito a piccoli arcaismi leziosi nella costruzione di alcune frasi, dettagli che avrebbero dovuto essere rivisti prima della messa in stampa. Quando Malerba è “sul pezzo”, infatti, queste stonature spariscono, facendo capire che l’autore possiede ancora un buon margine di miglioramento.
L’uso delle proprie passioni come materiale su cui fondare i racconti è massiccio, non sempre condivisibile. La passione per il Giappone, per esempio, traspare in diverse occasioni ma spesso si manifesta con un fiorire di termini in lingua nipponica che possono solleticare un lettore a sua volta appassionato, ma confondere e annoiare chi non se ne intende. Un eccessivo, anche se innocente, sfoggio di erudizione all’interno di un’opera di narrativa non è mai una scelta felice.
Si passa da monologhi interiori a storie più convenzionali, in una ricerca di forme narrative che non si pone dei limiti. Alcune idee sono innovative, quasi sorprendenti. Altre danno l’idea di non essere state sviluppate a sufficienza e al termine della lettura lasciano l’impressione di qualcosa non perfettamente compiuto.
In generale, il gradimento risulta ondivago, ma non per questo negativo. Le storie di Massimiliano Malerba meritano la pubblicazione; hanno solo bisogno di un ulteriore lavoro di cesello.
La raccolta si apre con “All’alba”, una storia ambientata in un episodio chiave della storia giapponese e incentrata su un duello, un passaggio all’età adulta. Il guerriero scelto per tale duello, però, si rivelerà essere più che umano. La passione già citata per il Giappone si manifesta di nuovo, più avanti, con il racconto di pura fantascienza che dà il titolo alla raccolta: “L’ostinato silenzio delle stelle”. L’autore prova ad immaginare come e quanto i sogni di un uomo sotto sonno indotto, impegnato in una missione spaziale, possano sostituirsi alla sua vera vita e alle sue vere emozioni.
Un rapporto vagamente malsano con l’autorità emerge in due racconti, molto diversi fra loro. In “Il funzionario”, un uomo si confronta con colui che dovrà farlo morire, come previsto dalla legge. In “Il colloquio di lavoro”, invece, Malerba giostra con straordinaria bravura un colloquio come fosse un duello, in cui le parole e le forme retoriche sono le armi che spilleranno sangue.
“L’ombra” , “Nella notte assetata” e il racconto di chiusura “Corrispondenze” si fondano sui paradossi temporali, evidentemente un tema molto caro all’autore. “Le stelle d’inverno” parla del periodico ritrovamento di creature aliene, mentre “L’uomo lunare” è una spiritosa indagine giornalistica su un uomo che crede e ha fatto credere di aver posato piede sulla Luna.
Chiude la raccolta una breve intervista all’autore, per inquadrarne meglio i gusti e la personalità.

mercoledì 5 febbraio 2014

Le terzine perdute di Dante

L’eccezionale scoperta di Riccardo Donati promette di essere anche la sua condanna. Conducendo nuovi studi su una copia del Roman de la Rose, il giovane insegnante scopre alcune righe autografe del grande Dante Alighieri. Il passo successivo è un impulso a cui non si può sottrarre: trafugare il manoscritto dalla biblioteca per poterlo studiare con maggiore calma e capire se il suo futuro sta per essere illuminato dalla luce radiosa di una scoperta fondamentale.
Purtroppo, questo atto dà il via al crollo della vita di Riccardo, che si vede dapprima seguito, quindi in pericolo di vita. Uomini sconosciuti gli stanno alle calcagna, probabilmente a causa delle terzine del sommo poeta. Sarà una donna, Agostina, a salvargli la vita e aiutarlo nella fuga, grazie a una rete di amiche molto speciali pronte a nasconderlo. L’importanza delle terzine, però, supera ogni previsione: si tratta nientemeno che di una profezia, vergata da Dante stesso, che ammonisce contro un’imminente catastrofe.
Questa, in breve, la trama di “Le terzine perdute di Dante”, scritto da Bianca Garavelli e pubblicato da Baldini&Castoldi. Il romanzo si articola in un alternarsi tra le vicende di Riccardo Donati al giorno d’oggi e la Parigi che ospita Dante durante il suo esilio da Firenze, quando viene in contatto con filosofie passabili d’eresia e prende il via la stesura dei messaggi più profondamente spirituali della sua Commedia.
Contrariamente a romanzi come il “Codice Da Vinci” di Brown, scanditi in un’alternanza da feuilleton che dopo un po’ perde di mordente, gli spostamenti dal presente al passato non si danno il cambio di capitolo in capitolo – se non nelle primissime fasi – ma seguono con più armonia il dipanarsi delle vicende narrate, legando le vicende di Riccardo a quelle dantesche.
L’autrice si muove con disinvoltura e palese amore all’interno del mondo di Dante Alighieri, immergendo il lettore in una Parigi antica e stimolante, fatta di dibattiti intellettuali, inquisizioni e scontri all’arma bianca. Il poeta si palesa come uomo toccato dal dono della visione e per questo ambito da ogni “fazione” del pensiero spirituale. Saranno le donne della sua vita, Beatrice e Marguerite Porete, a condurre Dante verso la missione cui è predestinato.
Il protagonista odierno, invece, è il prototipo dell’intellettuale, il topo di biblioteca a suo agio solo in mezzo ai libri, che si trova gettato nei peggiori guai della sua vita. Pavido, debole, fondato sul raziocinio ma labile di sentimento, Riccardo non è esattamente l’uomo ideale.
Non stupisce, quindi, che la sua guardia del corpo in questa storia dai ruoli invertiti sia proprio una donna. Sportiva, decisa, mascolina quando serve ma dotata di un fascino degno del suo sesso (che il protagonista faticherà parecchio a percepire), Agostina è l’angelo custode di Riccardo e lo tirerà costantemente fuori dai guai. Si scoprirà poi che l’amica di sempre altri non è che un membro della confraternita al femminile (i cui nomi iniziano tutti per A) che da sempre protegge il messaggio dantesco e combatte perché la terribile profezia non si avveri. La Ragione priva di sentimento, la corsa alla conoscenza a qualunque costo, diventa il nemico da combattere per evitare la distruzione.
La donna è figura centrale in questo romanzo, incarnazione angelica che conduce al divino e sprone in grado di consentire l’espressione di quanto di meglio si cela nell’animo e nella mente dell’uomo. Sia la congrega di donne che si stringe attorno a Riccardo per difendere lui e la sua incredibile scoperta, sia le due fanciulle che segnano la vita di Dante, consentono ai protagonisti di sbocciare, di trovare la loro via nel mondo.
La prosa attenta e concreta della Garavelli perde un po’ di tono in alcuni momenti di dialogo, più che altro nelle parentesi di Riccardo Donati. Di quando in quando, la parlata si fa un po’ artificiosa, poco spontanea. Inoltre, capita che Riccardo commetta imprudenze troppo palesi, con l’evidente intento di condurlo a determinati eventi della trama, cosa che avrebbe dovuto essere condotta con mezzi più sottili.
Un modo non banale di approcciare il mistero storico, condotto da una scrittrice che possiede una vasta cultura letteraria utilizzata senza autocelebrazione. Una scrittura alla portata di tutti, che apre le porte alle meraviglie celate nell’opera dantesca ai lettori di qualsiasi livello culturale.

lunedì 27 gennaio 2014

Compartimento 11


La scrittura di Francesco Amato è più nera della copertina scelta dall’editore. Più torbida, fonda, brulicante di Male. E’ relativamente facile narrare l’orrore. Molto meno lo è renderlo plausibile, lasciare che vi si immerga la vita di tutti i giorni. Durante la nostra esistenza incontriamo ripetutamente situazioni e persone che vivono al limite di questo mondo di tenebra. Spesso superano addirittura il confine, eppure non ci soffermiamo, lasciamo che l’esperienza scivoli via senza toccare davvero i nostri sensi se non nel subconscio, dove crediamo di essere in grado di nascondere la polvere sotto al tappeto.
Eppure, se ci fermiamo a pensare, quanti episodi di quotidiana malvagità ci sfilano davanti agli occhi? Il pregio della narrazione letteraria è quello di costringerci a soffermarci anche su ciò che non desideriamo vedere, sui volti nascosti e sui pensieri reconditi che portano al caos, alla follia, alla morte. Amato ci getta in una pozza di sangue e pazzia e ci lascia immersi fino al collo per tutta la durata di “Compartimento 11” (Tullio Pironti Editore).
Con una encomiabile maestria, l’autore tratta argomenti difficili che presuppongono una riflessione preparatoria di elevata profondità. Il piccolo Daniele vive in un paese campano ancora impregnato dei riti e dei precetti del cattolicesimo, in una famiglia in cui la devozione profonda della madre si scontra con la possessione diabolica della nonna, una folle che cita a memoria passi biblici e che è stata protagonista di un impressionante esorcismo.
La morte della madre e un’esperienza umiliante gli faranno valicare il confine della follia e lo renderanno certo di essere destinato a compiere dei rituali di sangue per mondare (e mondarsi) dal peccato.
Non è dato sapere se le visioni del bambino, le voci che sente e la trasfigurazione degli eventi quotidiani dipendano da un reale contatto con piani “altri” oppure se si tratta di un manifestarsi della tara ereditata geneticamente dalla nonna impazzita. Fatto sta che il piccolo crea attorno a sé un mondo parallelo che lo allontana sempre più dalla realtà e che lo spinge ad addentrarsi in una tenebra fitta, continuamente nutrita dalle azioni orribili perpetrate dagli adulti che lo circondano (il lubrico Padre Boris, la madre gettatasi sulle rotaie, la folle legata al letto dal proprio marito perché non faccia del male a se stessa e agli altri).
Il valore del sangue quale veicolo del ciclo vita/morte e la sacralità del rito del sacrificio si radicano in Daniele in un’estasi religiosa, diversa dal godimento meramente sessuale del macellaio che lo introduce al piacere dell’uccidere ma ugualmente esaltata e pericolosa. Il momento del trapasso della vittima diventa omaggio a Dio e portale verso stati di trascendenza che possano dare un senso a un vivere già condannato, corrotto.
La narrazione si sposta avanti e indietro nel tempo, in un fluire sconnesso di ricordi. Ciononostante, la prosa pulita di Amato non cede alla confusione. L’intreccio è perfettamente impostato, senza momenti di incertezza o incongruenza.
Per tutto il romanzo rimane senza risposta certa l’identità dei compagni di ventura di Daniele, quella Compagnia Dannata – la Banda degli Angeli – che lui costituisce in orfanotrofio accanto a Isabel, Emma e Altro, altrimenti detto Il Copista. Un gruppo dedito a sacre missioni di sangue, ognuno dotato di una personalità ben definita e di un ruolo preciso. Persone reali? Fantasmi di una mente malata? Oppure molteplici facce di un’anima in pezzi?
Sarà il commissario Elio Tortora a dover dare una risposta a questi quesiti, più un attonito spettatore di un dramma troppo grande che un vero antagonista, sullo sfondo di una tratta ferroviaria che è diventata ormai parte delle vicende sanguinose del protagonista.
Un romanzo viscerale, che chiede di essere letto senza interruzioni. Una lettura sofferta, intelligente e spietata.

martedì 7 gennaio 2014

L'isola dei monaci senza nome


Un nuovo autore italiano si sta facendo un nome scrivendo romanzi di ambientazione storica la cui trama gira attorno a misteri, indagini e segreti da custodire. Sto parlando di Marcello Simoni, uno scrittore che le recensioni amano oppure odiano. Il modo migliore di valutare quale campana dice il vero è leggendo una delle sue opere.
“L’isola dei monaci senza nome” è edito con Newton Compton. Narra le vicende del giovane Cristiano d’Hercole, figlio di una donna cristiana e di un pirata musulmano, che passa per essere custode di un segreto in grado di mettere in crisi la cristianità. Il giovane ignaro sarà edotto dal padre Sinan solo al momento della morte di quest’ultimo, durante un’incursione volta a rapirlo. Egli abbandona il nome cristiano, torna alla vecchia religione e si imbarca alla ricerca del segreto paterno, animato più da vendetta che altro, legato volente o nolente a grandi nomi storici e alle tensioni fra Occidente e Oriente.
Chi sarà il primo ad arrivare al grande segreto, al Rex Deus? Riuscirà il giovane Sinan ad avere la sua vendetta e l’amore della bella Isabel de Vega, della quale è invaghito?
Purtroppo, quando un genere invade il mercato, decidere di scrivere un romanzo che appartenga a quella famiglia diventa rischioso. In primo luogo, avviene un’inflazione dei temi portanti che già di suo può condurre a noia il lettore assiduo. In secondo luogo, la prevedibile comparazione con altri romanzi dello stesso genere chiede un livello qualitativo medio-alto per poter soddisfare gli appassionati.
Simoni non raggiunge questo risultato. La sua proprietà di linguaggio non basta a mascherare la scarsa profondità dei personaggi e la pretestuosità della trama, che diventa un coacervo di rimandi ai temi più inflazionati del mistero storico: i Templari, il Sator, le sette segrete, i catari…
Tutto ruota attorno a questo “segreto”. Veniamo catapultati nelle sue spire fin dal principio, senza introduzione, senza possibilità di trovare più aree di interesse nella nostra lettura. Tutto e tutti si muovono in funzione del segreto che distruggerà dalle fondamenta la religione cristiana. La cosa riesce a farsi un tantino snervante già dopo cinquanta pagine, perché i continui rimandi con frasi a effetto lasciano comunque il lettore all’oscuro in un continuo stuzzicare senza offrirsi, come una carota che continui a oscillare davanti al nostro naso: tentiamo di morderla finché non cominciamo a perdere interesse.
La prosa di Simoni è stilisticamente molto buona, chiara e precisa. E’ la sua capacità narrativa che presenta delle pecche. I suoi personaggi sono molto bidimensionali. Ci vengono presentati sotto una certa ottica, mossi da determinate intenzioni e guidati da sentimenti ben precisi, e tali rimangono per tutta la durata del romanzo. Non ci sono parentesi che possano creare un’affezione verso coloro di cui si seguono le avventure e manca totalmente una crescita psicologica che conferisca loro maggiore spessore. Il giovane Cristiano/Sinan passa in poche pagine da insicuro figlio adottivo del Signore di Piombino a spietato corsaro vendicativo, uso a ogni arma, alla navigazione e all’arte dell’intrigo come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita.
Inoltre l’erudizione storica dell’autore si manifesta nel modo peggiore, vale a dire con una sequela ininterrotta di termini specifici inerenti l’arte della navigazione, l’abbigliamento, le armi e le istituzioni religiose e di governo che possono risultare ostiche al lettore medio e non danno nulla di più alla storia in sé, conferendole anzi una certa aria da saggio storico non particolarmente piacevole. Non vi sono descrizioni chilometriche, questo no, ma il tono complessivo dà l’idea di rivolgersi a un pubblico con un elevato livello di istruzione umanistica, contrariamente al tema e alla promozione della casa editrice, pensata invece per la massa.
Un romanzo d’avventura non particolarmente riuscito.

giovedì 26 dicembre 2013

L'oscurità degli angeli

Bianca Garavelli, stimata esperta dell’opera di Dante Alighieri, è anche scrittrice di romanzi e racconti. La sua passione per la letteratura non le concede di essere semplice spettatrice e critica della produzione altrui, ma la spinge a cimentarsi nella narrazione, offrendo al lettore un sorprendente spaccato su un universo immaginifico multiforme, a volte anche selvaggio e brutale, figlio di molteplici influenze e di una sensibilità particolare.
La prima cosa che salta agli occhi è il debole della Garavelli per il fantastico, per la deviazione dalla norma. Con un gusto forse più maschile che femminile, l’autrice immerge i suoi personaggi in realtà che convivono con il mistero – quando va bene – se non con il puro orrore, il paranormale. Nelle sue opere, il confine tra la realtà materiale e piani d’esistenza più elusivi, incorporei, di rado manca. Il contatto a volte è delicato, pieno di una speranza quasi fanciullesca, innocente come il prodotto della fantasia di un bambino. La commistione provoca gioia, la capacità di guardare al futuro sotto una nuova luce.
Più spesso, l’inserirsi di questo mondo “altro” è violento e porta sofferenza, esperienze traumatiche, a volte anche la morte. Le forze che si aggirano ai limiti della nostra capacità di percezione possono essere troppo dirompenti e selvagge per essere controllate e spingono alla follia.
Se questa è la parte “maschile” della prosa di Bianca Garavelli, elementi di Terra e di Fuoco che si manifestano nella sua scrittura, non meno evidente e dotata di una sua peculiarità è la sua parte “femminile”, come a voler chiudere il cerchio degli Elementi.
Pur nei temi a volte forti, l’autrice conserva una dolcezza di donna che trova espressione nel trattare dei rapporti interpersonali, in temi più vicini al mondo dei bambini. Il suo approccio alle esperienze infantili, ai sentimenti di lutto o di malinconia da rielaborare (come in “Le rose di dicembre” o “La bambina che amava i rondoni”), viene messo in atto con rispetto e profondità di sentimenti, una partecipazione emozionale che commuove senza scadere nel melenso, perché sincero e non ricercato ad arte. Si evince, poi, una sorta di timidezza della Garavelli quando si parla dei rapporti uomo/donna, come se l’autrice trovasse in questo difficoltà di espressione non presenti in altri casi. Si avverte un leggero ritrarsi, come un non volersi scoprire. In questi momenti, evidenti soprattutto nel lungo racconto “L’amico di Arianna”, la prosa diventa più ermetica, meno spontanea, come se l’amore fosse qualcosa di troppo elusivo e complesso per essere adeguatamente espresso a parole.
La raccolta di racconti che vi vado a presentare, “L’oscurità degli angeli” edito da Giuliano Ladolfi Editore”, si muove lungo il fil rouge del mistero che si insinua nella vita di tutti i giorni.
“L’amico di Arianna” è una storia d’amore tormentata, un viaggio nella follia che si spinge al di là del possibile, creando un ponte straordinario tra essere umano e animale. Tutto ruota attorno alla figura del lupo e ai suoi istinti di feroce cacciatore, che trovano una risonanza nell’anima di una ragazza appena affacciatasi alle gioie della vita. “Qui tollis peccata mundi” è un racconto più breve, decisamente arcano, che ruota attorno a un’altra figura animale: il gatto. Una piccola storia disturbante, sfaccettata.
“Le rose di Dicembre” narra di un miracolo natalizio per un bambino che ha in cuore un desiderio impossibile. “Amnesia” è una bravissima parentesi di tempo dilatato, distorto, privo di connotazione. Un momento di totale scomparsa di ogni ricordo, che si scioglie in dolore al tornare della memoria. “L’olivo della strega” riunisce elementi magici con il tema del ritorno alle proprie radici, alle tradizioni di famiglia. La ricerca del sé del passato, dei momenti in cui ancora il futuro non aveva preso una precisa direzione, accomuna i successivi due racconti: “Treni”, la visione di un bivio fondamentale; “Gli anni”, la ricerca di un ricordo, lacerati tra la paura e la speranza di trovare tutto come un tempo.
Chiudono la raccolta “La bambina che amava i rondoni”, una vera e propria fiaba sul finire dell’estate, ambientata nella sua Vigevano, e “E sua nazion sarà tra feltro e feltro”, omaggio a Dante e alla sua Commedia.

lunedì 14 ottobre 2013

Joyland

Il primo, vero amore ha in sé un potere straordinario. Può riempirci di una gioia incontenibile, di sogni meravigliosi. E’ in grado di dare la forza di sopportare molti sacrifici pur di ottenere la felicità con la persona amata, ogni ostacolo può essere superato con la semplice tenacia. Allo stesso tempo, il primo amore può trasformarsi nel nostro peggior nemico. Se questo sentimento puro e potente viene improvvisamente svilito e il suo filo rosso viene tranciato dall’altra metà, ci si ritrova sperduti, feriti a morte, in balia di pensieri autodistruttivi.
Certe emozioni sono in grado di scuotere profondamente un adulto, figuriamoci un ragazzo alla sua prima, vera esperienza amorosa. Devin ha messo tutto se stesso in questo amore, solo per vedersi lasciare quasi con indifferenza. Ora, svuotato e sconvolto, privato di tutti i suoi progetti per il futuro, il ragazzo ha un gran bisogno di ritrovare la voglia di vivere e di sanare le proprie ferite. Cosa può esserci di meglio che andare a lavorare in un parco di divertimenti, dove il prodotto più venduto è proprio la felicità?
King ha una passione per i luna park. A parte la maschera di clown di It, incubo tra i più vividi creati dall’autore americano, ricordiamo emblematica anche la piccola giostra che fa da sfondo nel prologo de “Il talismano” o l’appuntamento del protagonista di “La zona morta” con la fidanzata, appena prima dell’incidente che cambierà la sua esistenza. Il parco di divertimenti è un luogo liminare, dove l’allegria e il gioco vivono in una dimensione a metà tra il sentimento spontaneo e il business. Chi vi lavora è al servizio della gente e al contempo si approfitta della credulità e delle mani bucate del visitatore.
Fidarsi o non fidarsi del magico mondo colorato che promette tanto divertimento? Questo ambiguo sentimento, già evidenziato da scrittori come Ray Bradbury (non a caso, a sua volta legato ai temi dell’infanzia e all’ambivalenza del mercato legato al divertimento e al gioco), conferisce all’ambientazione di questo romanzo un’aria decadente e di incerto equilibrio che ben si adatta con lo stato d’animo del giovane protagonista.
Devin viene a conoscere entrambi i volti di un luna park: sia la sua versione estiva, piena di gente, musica e di frenetico lavoro allo scopo di divertire, sia il volto invernale, fatto di silenzio spettrale, duro lavoro di manutenzione e attesa. Questo coincide con i due aspetti del suo sentimento, a ben guardare. Dapprima tutto sembra luminoso e gaio, benché pervaso da una sottile sensazione di forzatura; quando la maschera gioiosa cade, rimangono solo solitudine e desolazione.
Per quanto sia fondamentalmente una storia basata sull’amore adolescenziale e sulla crescita, King non si fa mancare quella nota paranormale che l’ha caratterizzato durante la sua produzione letteraria. Nel caso di Joyland, esso si manifesta nel mondo tangibile tramite tre canali.
Il primo è una chiromante di dubbia capacità, lavorante a Joyland, che però sarà in grado di mettere in guarda Devin da alcuni incontri e situazioni che condizioneranno il suo futuro. Il secondo è incarnato in un bambino, malato, residente con la giovane madre in una casa sulla spiaggia, lungo la via per Joyland. Il bambino è molto più adulto della sua età, consapevole della propria morte imminente e dotato della capacità di vedere nei pensieri altrui e di scorgere ciò che esiste su livelli diversi da quello terreno. Il suo coraggio e la sua amicizia saranno fondamentali per Devin.
Il terzo canale è quello che ha fatto sperare ai più che il racconto vertesse sull’horror: a Joyland c’è un fantasma. Non si tratta di una leggenda, c’è davvero! Una giovane donna, uccisa da un misterioso killer all’interno del Trenino dei Fantasmi, ancora intrappolata dopo la morte all’interno della giostra.
Queste incursioni nel paranormale, però, sono molto delicate, quasi un corollario alla storia di Devin. King dà molta più importanza ai suoi sentimenti, al legame con Joyland, con il bambino e alla presa di coscienza che è necessario andare avanti anche quando si crede di non avere più voglia di vivere. Un finale forse un po’ affrettato porta a svelare anche l’oscuro mistero che si cela dietro al parco di divertimenti che per un anno gli ha fatto da casa.
Un King ispirato, anche se il binario non è quello dell’horror. Un bel romanzo, dolce e avvolgente come un abbraccio.

lunedì 12 agosto 2013

Manoscritti segreti

Coloro che si interessano di misteri ed esoterismo, saranno sicuramente tentati dal saggio che vi vado a presentare oggi. Si tratta di “Manoscritti segreti” di Paolo Cortesi, edito da Newton Compton. L’autore si propone di presentare alcuni tra i testi dall’origine più controversa che la Storia umana ricordi, comparando le teorie sorte intorno alla loro nascita e al loro significato per poi fornire una propria opinione in merito.
La prefazione si sofferma sui libri che per antonomasia hanno fama di essere degli enigmi discernibili solo agli iniziati: i testi alchemici. In essi, infatti, niente è ciò che sembra. Ogni concetto assume un doppio significato da interpretare.
Il primo capitolo porta in luce le numerose scoperte di nozioni troppo avanzate negli antichi testi, squarci di invenzioni o concetti scientifici che noi associamo all’epoca moderna ma che con tutta evidenza sono stati riscoperti dopo secoli di oblio. Il secondo ci porta a Qumran e alla scoperta delle pergamene che hanno fatto tremare dalle fondamenta parecchi teologi. L’autore fornisce una breve storia dei ritrovamenti e delle analisi operate sui testi e pone l’accento su comportamenti sospetti dei professori coinvolti nell’indagine.
Per non dimenticare l’Egitto e i suoi enigmi, Cortesi ci parla del papiro Tulli, che gli ufologi hanno eletto a prova della presenza di ufo ed extraterrestri ma di cui manca l’originale e che potrebbe benissimo avere spiegazioni più comuni e quotidiane. Segue una piccola digressione storica e un’analisi del Sator, l’enigmatico schema di lettere dal significato ancora oscuro.
Si passa poi a un romanzo che risale alla fine del XV secolo e che rappresenta un mistero non solo per quanto concerne l’identità dell’autore (le ipotesi si sprecano), ma anche per le allusioni a rituali estranei alla religione cattolica e all’amore carnale come scelta del protagonista (tema pericoloso in un simile periodo storico). L’Hypnerotomachia Poliphili, che racconta la storia di Polifilo alla ricerca della sua Polia, fu edito dal grande Aldo Manuzio. Cortesi sposa la tesi secondo cui esso celi tracce degli antichi culti isiaci.
Un testo altrettanto antico ma ancora più misterioso è il manoscritto Voynich, un trattato recuperato in una biblioteca gesuita, ricco di disegni grossolani ma affascinanti e interamente scritto con caratteri incomprensibili, in una lingua sconosciuta. In molti si sono impegnati a trovare un codice di decifrazione, ma al momento si propende per pensare che esso sia un falso d’epoca, creato per spillare soldi all’imperatore alchimista di Praga.
Cortesi si occupa poi delle profezie di Nostradamus, mettendo in luce non solo quanto poco conoscesse quest’ultimo di astrologia, ma anche che le sue visioni si adattavano – guardacaso – solo alle porzioni di mondo e ai sistemi sociali a lui conosciuti. Per concludere si parla delle stranezze racchiuse nell’identità del grande William Shakespeare e delle intuizioni futuristiche di Tiplaigne de la Roche, che paiono anticipare di circa un secolo invenzioni quali la fotografia e la televisione.
Il principale difetto dell’opera, che di per sé ha il pregio di trattare argomenti di nicchia con un linguaggio colloquiale alla portata di qualunque lettore-tipo, è l’eccessiva enfasi data a talune affermazioni o a domande poste con il preciso scopo di sottolineare le perplessità dell’autore. Mi spiego: quando Cortesi è convinto di essere in presenza di dati “eclatanti” oppure vuole sottolineare i difetti di una teoria, utilizza in modo selvaggio il corsivo, come un oratore che avesse il vizio di sporgersi verso il pubblico nei momenti topici del discorso per accattivarsi partecipazione e consenso.
Le teorie di Cortesi sono, per l’appunto, teorie. Come tali andrebbero presentate. Invece, spunta fin troppo spesso questo tono da imbonitore che, lungi dal convincere della bontà di certe affermazioni, fa solo venire voglia di ottenere maggiori informazioni oggettive grazie a cui poter giudicare le singole teorie in maniera più obiettiva.
Se si tralascia questo particolare, comunque, una lettura godibile e ricca di spunti di riflessione. I misteri ci sono, questo è innegabile.

venerdì 28 giugno 2013

Carnacki - L'indagatore dell'occulto

Quest’oggi vi parlo di un personaggio straordinario uscito dalla penna di un grande scrittore del fantastico e dell’orrore. Sto parlando di Carnacki, l’indagatore dell’occulto, creatura di William H. Hodgson, autore inglese che ha iniziato a pubblicare le sue avventure nel 1910. Lo scrittore, penna eccezionale nel creare racconti da brivido spesso ambientati in mare (Hodgson aveva fatto vita marinara, riportando poi la propria esperienza nella narrativa), si spinse nel territorio insidioso delle infestazioni fantasmagoriche e della figura allora innovativa dell’ “acchiappafantasmi”, creando un personaggio che potesse unire scienza e fede, razionalismo e occulto, in una sintesi del tutto coerente e quantomai attuale.
Carnacki, infatti, è un uomo di cultura che utilizza le tecnologie a sua disposizione e tutta la propria sapienza per svolgere indagini su fenomeni misteriosi vicini e lontani, di cui poi ama parlare con quattro amici, i suoi ascoltatori di fiducia.
Ogni racconto si apre e si chiude con una sorta di rituale. Gli amici vengono invitati a cena e il lettore ne può seguire l’arrivo attraverso il punto di vista di Dodgson, la nostra finestra aperta sul mondo di Carnacki. Dopo una cena alquanto silenziosa, tutti si mettono comodi ad ascoltare l’ultima indagine di Carnacki, il quale si cala in un monologo che concede domande solo sul finire. Quando poi la sua voglia di discutere finisce, egli congeda senza tante storie gli amici, che si inoltrano nelle notturne strade londinesi per tornare a casa, in attesa di essere nuovamente convocati.
Più che amici, questi quattro costituiscono un vero e proprio pubblico per Carnacki, che pare condividere con loro le proprie esperienze più per un desiderio di tirare le fila dell’ultima indagine ed essere stimolato dai loro quesiti che per un vero desiderio di mettere a parte delle sue vicissitudini gli amici di sempre.
Peraltro, costoro non se ne hanno a male; questo bizzarro iter ha il suo fascino e nessuno si sottrae mai né alla chiamata né al racconto che ne segue. D’altronde, Carnacki ha sempre di che stupire il suo pubblico.
I racconti della raccolta, edita in Italia da Manni Editore, spaziano dai casi di infestazione agli oggetti maledetti, al contatto con pericolose entità dell’Altrove. Carnacki approccia ogni indagine con spirito critico e mente aperta, pronto a credere alla presenza di entità spirituali solo dopo aver svolto sopralluoghi accurati ed esperimenti per eliminare dal novero delle ipotesi tutte le cause naturali o prodotte dall’uomo a spiegazione del fenomeno.
Per fare ciò, l’investigatore si avvale soprattutto di una macchina fotografica e di strumentazioni che utilizzano campi elettrici e lo spettro completo della luce, anticipando in questo modo molte teorie che solo negli ultimi anni stanno trovando quella solidità scientifica che l’autore pare invece sostenere già un secolo fa. A scanso di equivoci, non fa mai mancare nel suo equipaggiamento una pistola, nel caso ci si trovasse di fronte a cose più “terrene” rispetto ai presunti fantasmi.
Carnacki cita molto spesso altri casi già risolti (ci rimarrà la curiosità, oltre alla certezza di molte idee rimaste nella mente dell’autore senza trovare sbocco sulla carta) e misteriosi trattati esoterici di cui disserta numerose volte, spesso senza spiegare davvero di cosa si tratti, dando per scontato che i suoi ascoltatori –gli amici nel suo salotto, in fin dei conti- conoscano la materia quanto lui.
La narrazione, pur perdendosi di quando in quando in parentesi teoriche di questo tipo, è ben congegnata, fatta di immagini vivide, parentesi di ansia crescente, paure molto efficaci perché specchio di quelle di ciascuno di noi. E’ l’orrore nel quotidiano, che può terminare in un nulla di fatto come nella materializzazione di esseri che vanno al di là della capacità di comprensione dell’essere umano. Si parla della leggenda di un vendicativo cavallo fantasma, di una casa dove il sangue che goccia è preludio a efferati omicidi, di un anello che diventa portale di forze maligne. Si passa dalla truffa bella e buona congegnata da delinquenti senza tanti scrupoli alla manifestazione del Male nella forma di un verro mostruoso, incarnazione di un orrore indicibile.
Una raccolta che è una piccola gemma nel campo della letteratura horror e parapsicologica, da uno scrittore che non delude mai.

venerdì 31 maggio 2013

La Bibbia del Diavolo

La sete di conoscenza è uno dei tratti distintivi della mente umana. Per ottenere la Conoscenza e il potere che ne deriva, gli uomini hanno sorpassato i propri limiti, hanno scatenato guerre e messo in discussione religioni. Adamo ed Eva, nella tradizione veterotestamentaria, sono stati cacciati dal Paradiso Terrestre per aver assaggiato indebitamente dall’Albero della Conoscenza.
Esiste (nella realtà, non solo nella finzione letteraria) un testo misterioso e affascinante chiamato Codex Gigas. Esso è un manoscritto illustrato di immani dimensioni, redatto nelle vicinanze di Praga da un monaco penitente (probabilmente attraverso venti e più anni di lavoro), entrato nella multiforme collezione dell’imperatore alchimista di Praga, Rodolfo II d’Asburgo, e passato successivamente nella mani degli svedesi durante la Guerra dei Trent’Anni.
Il testo si poneva l’ambizioso, quasi eretico proposito di racchiudere in un singolo testo l’intero scibile della conoscenza umana ed è famoso per una peculiare illustrazione del demonio, accompagnata da alcune pagine scurite in maniera misteriosa, cosa che ha dato origine al nomignolo “Bibbia del Diavolo”.
E’ da questa curiosità storico-artistica e dal desiderio di narrare un periodo ben definito dell’Impero Asburgico che nasce “La Bibbia del Diavolo” di Richard Dübell, edito in Italia da Piemme, a metà tra il romanzo storico e il mistery esoterico. L’autore confessa che, in origine, il suo scopo era narrare del controverso sovrano che fece di Praga la capitale della magia, dell’alchimia e dell’astrologia, passando alla Storia come un collezionista maniacale (celeberrima la sua Wunderkammer, le cui meraviglie sono ormai sparse un po’ in tutta Europa) e un pessimo governante. Si è trovato, alla fine, a contare maggiormente sui personaggi nati dalla sua fantasia, i quali però si muovono in un mondo realmente esistito, a fianco di personaggi di indubbia valenza storica, politica e religiosa.
La Bibbia del Diavolo, scritta da un monaco penitente che ha stipulato un patto col demonio, è un terribile concentrato di conoscenza volta al Male. Esiste un Ordine di monaci il cui compito è custodirla e nasconderla a chiunque, anche in seno alla Chiesa stessa. I giovani Agnes, Cyprian e Andrej, ognuno per propri motivi, vengono coinvolti nella lotta sanguinosa per il possesso di questo codice, trovandosi infine a combattere insieme per la propria vita e affinché esso non cada nelle mani delle anime traviate che lo stanno cercando per utilizzarne l’infinito potere.
La prosa di Richard Dübell è estremamente piacevole, immediata, senza né fronzoli né tentativi di educare il lettore offrendogli dettagli storici a mucchi, bensì inserendo una panoramica della situazione sociale e territoriale legata al progredire della trama, che rimane centrale e mai messa da parte a favore di lunghe descrizioni. Questo porta a conoscere l’Impero e il clima della Controriforma in modo progressivo, mai invadente, come se si narrasse di un qualunque mondo fantastico da scoprire poco a poco e non di un periodo storico da insegnare come se si fosse a scuola.
I dialoghi sono molto spontanei, vivaci, decisamente moderni, senza alcun tentativo di renderli più ricercati o arzigogolati nell’illusione di offrire in tal modo la sensazione di trovarsi in un passato lontano. Questo permette un’affezione immediata ai personaggi, senza alcuna barriera dovuta alla lontananza temporale e culturale.
Una particolarità di Dübell è nel suo suggerire più volte gli avvenimenti, invece di raccontarci ogni singolo istante. Spesso la vicenda si dipana per episodi, con parentesi di silenzio su ciò che è accaduto nel frattempo; di questi avvenimenti non narrati si ha notizia tramite accenni successivi. Questo modo di raccontare può non essere gradito a chi è abituato a seguire una narrazione lineare e dettagliata, ma possiede un suo fascino (pare di seguire un testo teatrale, che ovviamente pone l’attenzione solo sui fatti salienti della vicenda, o i frammenti di un sogno). Anche l’ormai abusato tema delle oscure trame di alcuni rami della Chiesa Cattolica non risulta troppo fastidioso né eccessivamente stereotipato.
Un bel connubio di Storia e Mistero, una boccata d’ossigeno tra i tanti romanzi dello stesso genere che hanno fatto “flop”.

venerdì 24 maggio 2013

Il mistero dell'ermellino

Oggi vi parlo del romanzo di una mia concittadina, Giuse Iannello, una storia che unisce il mistero storico a quello – forse più prosaico, ma sempre attuale – del funzionamento del cuore femminile. “Il mistero dell’Ermellino”, edito da Albatros, narra la storia di Marisa, una donna arrivata alla soglia dei cinquant’anni e invitata ad una cena di coscritti, organizzata all’interno della Cavallerizza del castello di Vigevano. Qui, tra volti noti che non vedeva da tempo, slideshow di vecchie fotografie e pettegolezzi altrui, il suo passato la riassale, portandola agli eventi che hanno segnato la sua giovinezza e, a conti fatti, tutta la sua vita.
Marisa ricorda il primo, vero amore per Marco, un giovane musicista da cui viene lasciata in favore di un’altra donna, una relazione in cui lei aveva posto tutte le sue speranze e che l’ha marchiata per sempre con un senso indefinito di insoddisfazione. Anche la sua passione per la scrittura viene incanalata solo in parte nella direzione desiderata, quando accetta di lavorare per il signor Bardogli, appassionato di Storia, nell’antico edificio conventuale in Corso Milano.
Proprio in quel luogo, la sua vita cambia…o, quantomeno, si trova a un punto di svolta. E’ lì che conosce Mauro, un uomo che farà di tutto per trovare un posto nel cuore di lei. E’ lì che comincia a farsi domande su se stessa, su coloro che la circondano e sui limiti che lei stessa si pone nel rapportarsi agli altri. Proprio nel convento, infine, verranno ritrovate alcune pergamene risalenti al Rinascimento, vergate da un frate domenicano che narra della propria missione volta a recuperare il corpo del defunto Ludovico il Moro, la cui sepoltura rimane ancora oggi sconosciuta. Questo ritrovamento la coinvolgerà in un’indagine densa di mistero, che chiederà una scelta a suo modo coraggiosa.
Grazie a questo percorso della memoria, la Marisa del presente riesce finalmente a giungere alla risposta che tanto ha cercato. Ma non sarà troppo tardi?
La prosa di Giuse Iannello è fresca, molto scorrevole, caratterizzata dalla capacità di descrivere in maniera “pittorica”, consentendo cioè al lettore di visualizzare con vivida nitidezza quanto descritto senza trovarsi oberati di dettagli. La storia si dipana attraverso le portate di una cena; ogni episodio, quindi, è preceduto dall’arrivo di una pietanza, descritta in modo tale da esaltarne sia l’aspetto estetico che quello papillare, palesando l’intenzione di sottolineare l’importanza del cibo a livello sia sensoriale che sociale, come momento di aggregazione. Grazie a entrambe le sollecitazioni, infatti, Marisa affonda nei propri ricordi e ne pesca le risposte giuste.
Il romanzo è molto sensoriale, con un’insistenza non spiacevole su sapori, suoni, odori e colori. D’altra parte, l’autrice si dedica anche alla produzione artistica, e questo probabilmente ha contagiato il suo stile letterario.
La pecca sta nei dialoghi, che di quando in quando tendono a diventare forzati, didascalici. La necessità di fornire molti dettagli storici al lettore ha generato frasi eccessivamente prolisse e formali, con un uso del linguaggio adatto più al testo scritto che alla conversazione.
L’ambientazione, come già detto, è Vigevano, città un tempo di fervente attività e ora chiusa nella propria sonnolenza, caratterizzata però da un passato storico rilevante. Essa è stata dimora di pregio dei Visconti e degli Sforza, che vi hanno tenuto corte in quello che è ancora oggi uno dei più grandi castelli d’Europa. Giuse Iannello fa omaggio alla propria città e al suo coinvolgimento nei grandi fatti della storia, parlando di situazioni e luoghi cari a ogni vigevanese; crea un’atmosfera di “casa” che ammorbidisce il romanzo e gli dona un che di caldo, di accogliente, anche per chi non conosce i luoghi della narrazione.
Altro tema portante è la valenza del ricordo, che si trasforma facilmente in trappola se vi rimaniamo morbosamente attaccati. Il passare del tempo distorce le cose e porta all’idealizzazione di ciò che si è perso, impedendoci di vivere un’esistenza completa. Marisa dovrà fare i conti proprio con questo fossilizzarsi dell’anima e trovare il coraggio di guardare avanti, portando con sé le proprie esperienze senza rimanere a fissarle, impietriti e nostalgici, per il resto della vita.
Una gradevole variazione sul tema del mistero storico. Rimaniamo in attesa di una seconda opera.

sabato 18 maggio 2013

Il fantasma di Canterville

Oscar Wilde è un autore che difficilmente può risultare ignoto, anche a chi non legge o non frequenta il teatro. La sua fama, il suo passato di dandy e fine esteta con il dono di giocare con le parole, ha superato i secoli e le barriere fra chi fruisce dell’arte (qualunque essa sia) e chi no. Il suo nome, nonostante l’infamia della galera che la Gran Bretagna gli riservò, è giunto fino a noi avvolto da quell’aura di frizzante irriverenza che ne fa un personaggio intramontabile.
Parlando di letteratura, di Wilde sono molto conosciute le sue commedie teatrali (“L’importanza di chiamarsi Ernesto”, o Onesto in talune traduzioni) create grazie ad arguti dialoghi e personaggi nati per schernire il bel mondo nel quale lo stesso Wilde era tanto ben inserito, oppure il suo unico romanzo, quel capolavoro de “Il ritratto di Dorian Gray”, incentrato sulla figura di un giovane bellissimo che si tuffa nella depravazione dello spirito, certo di uscirne indenne grazie all’incantesimo che lo lega al proprio ritratto.
L’autore irlandese, però, fu anche poeta e narratore di fiabe, nonché scrittore di racconti, forse influenzato dalla produzione letteraria della madre, convinta sostenitrice del recupero delle tradizioni mitologiche e favolistiche d’Irlanda. La raccolta pubblicata in questa edizione di Giunti contiene quattro storie brevi. In Italia, essa prende il nome da “Il fantasma di Canterville”, forse una delle più conosciute storie di spettri del nostro secolo, mentre in patria porta il titolo del primo racconto della raccolta.
Si comincia con “Il delitto di Lord Arthur Savile”, pungente satira sul deviato senso di responsabilità dei giovanotti di buona società nella Londra del tempo. Arthur sta per sposare Sybil e vive senza tanti pensieri, baciato dalla fortuna. Tutto cambia quando, a un ricevimento, il cartomante della padrona di casa gli legge il futuro sulle linee della mano. Arthur, infatti, è destinato a commettere un omicidio. Disperato, il giovane prende una ferrea risoluzione: se al destino non si può sfuggire, meglio sbarazzarsi subito di questa seccatura e solo dopo, una volta liberatosi di questa Spada di Damocle, sposare la sua dolce promessa. Iniziano così assurdi e goffi tentativi per uccidere conoscenti e parenti vari, nel vano tentativo di affrettare il destino e coronare il proprio sogno d’amore.
Wilde ci lascia a bocca aperta per l’innocente fervore del giovane Arthur, del tutto estraneo ai sensi di colpa per l’omicidio e preoccupato solo all’idea di creare futuri fastidi alla fidanzata. Coronare il suo sogno d’amore con l’omicidio sembra un dovere da compiere – paradossalmente – per dimostrare di essere un uomo d’onore e di parola. L’ipotesi di sforzarsi di cambiare il destino non sfiora nemmeno la mente di Arthur, in un paradosso divertente e sconcertante allo stesso tempo.
Segue “La Sfinge senza segreti”, una storia d’amore basata su un mistero senza soluzione. L’incontro casuale di due vecchi amici sarà l’occasione per il racconto di un amore sfortunato verso una giovane donna dalle abitudini misteriose, che prima irretiscono e poi frustrano l’amante, fino ad una tragica conclusione.
Il terzo racconto è la colonna portante della raccolta, vale a dire “Il fantasma di Canterville”, satira bruciante sulla differenza di modi e pensiero tra americani e inglesi, dileggio irriverente delle storie di fantasmi tanto in voga all’epoca e al contempo profondo, commovente momento di riflessione sulla morte e su ciò che si cela oltre il momento tanto temuto da ogni essere umano. La storia narra della famiglia americana Otis che si trasferisce nel castello inglese dei Canterville, ove da secoli spadroneggia il fantasma di Sir Simon, un antenato macchiatosi dell’omicidio della moglie. Gli Otis, però, sono scettici fin nel midollo e mettono in totale crisi lo spettro, con tutto il suo repertorio di apparizioni spaventose. Sarà la giovane figlia degli Otis, Virginia, ad avvicinare il fantasma e a intuire il suo dramma, offrendogli il proprio aiuto.
Chiude la raccolta “Un milionario modello”, la storia di un povero giovane con aspirazioni di matrimonio che, impietosito dal mendicante cencioso trovato a far da modello all’amico pittore, si priva delle poche monete che possiede. Scoprirà di aver fatto la carità a qualcuno che può cambiargli la vita.
Quattro chicche, imperdibili per gli estimatori di Wilde e ottime per chi vuole avvicinarlo per la prima volta.

martedì 30 aprile 2013

Quattrocento

Mostrando lo stesso oggetto, la stessa opera d’arte, lo stesso edificio a due persone diverse, spesso se ne otterrà un giudizio differente, quando non del tutto divergente. Non mi era mai capitato, però, di trovarmi di fronte a una valutazione antitetica -rispetto alla mia percezione di tutta una vita - nel rapportarmi a un’intera città.
“Quattrocento” di Susana Fortes, edito da TEA, è ambientato a Firenze, una città che per me è sempre stata fonte di speranza nel futuro, ispirazione artistica, infinite possibilità. La Fortes, invece, dipinge Firenze come il nero calderone di ogni bruttura, le vie gorgoglianti sangue di secoli, la tenebra nascosta nell’animo umano. Firenze diventa la dimora dell’orrore, esemplificato nei suoi tragici fatti storici e protrattosi fino ad oggi, come un codice genetico indelebile che maledice l’intera città e i suoi abitanti.
Ana Sotomayor è una studentessa spagnola, alloggiata nel capoluogo toscano, che sta preparando una tesi sul pittore Pierpaolo Masoni, attivo nella bottega del Verrocchio. Visto il suo coinvolgimento con l’episodio della Congiura dei Pazzi, il famoso attentato ai fratelli Lorenzo e Giuliano de’ Medici, la ragazza studia i quaderni lasciati dal pittore affiancandovi ricerche sul tragico evento storico e interessandosi sempre più alla vicenda. Nell’indagine la supporta il professor Rossi, amico di suo padre, uomo schivo e tanto più anziano di lei che diventa una presenza fondamentale nel suo cuore.
Le ricerche di Ana, però, toccano da vicino misteri che devono restare inviolati, mettendo lei e il professore in pericolo di vita. Il tragico passato non ha ancora cessato di influenzare il presente e ci sono verità che la Chiesa non vuole vengano rivelate.
Questa è la trama che si allaccia ai giorni fatidici dell’attacco ai Medici, narrati attraverso gli occhi di Masoni e del giovane Luca, il suo apprendista, in un continuo alternarsi di passato e presente, di una Firenze antica che è arrivata fino a noi con ammodernamenti che non ne hanno modificato la sostanza. Un mistero in cui arte, fede e politica si mescolano al sangue.
Lo stile narrativo della Fortes è piuttosto particolare, una prosa che suggerisce più che raccontare, a tratti poetica, nonostante si soffermi volentieri sul particolare morboso. Il romanzo inizia subito pregno di mistero. Ana è già al lavoro, le sue perplessità sulle memorie di Masoni e sulla congiura sono ben presenti fin dalle prime pagine. Questo toglie qualcosa al romanzo, in quanto il livello di tensione parte già alto e rimane sullo stesso piano praticamente per tutto il tempo della lettura, uniformando troppo la soglia d’attenzione.
Inoltre il giallo è strutturato in maniera tale da lasciare un vago senso di confusione, la sensazione di essersi persi qualche passaggio o di non aver ben compreso gli indizi. In realtà, ciò non è colpa del lettore, quanto della scrittrice. Nella sua foga di creare un alone di mistero, la Fortes inserisce personaggi, indizi e situazioni che quasi sempre brillano per un istante e poi si perdono come meteore, lasciando poco o niente di utile per dipanare la matassa. C’è troppa carne al fuoco, troppe situazioni non risolte. Anche il vizio di infilare qua e là frasi di anticipazione sui fatti futuri (“…se ne sarebbe pentita in seguito…”, “…avrebbe capito troppo tardi…” e simili) dopo un po’ stanca.
A questi difetti si aggiunge un gusto per il macabro, lo splatter fine a se stesso che non trova particolare giustificazione pur nella descrizione del crudo omicidio di Giuliano e nella battaglia che ne seguì. Si avverte un gusto per il sangue, per il torbido, che stona troppo con l’immagine comune di Firenze. Invece di aprirci una finestra sui segreti tenebrosi della città, stuzzicando quindi il nostro interesse, la Fortes vuole costringerci a fare il bagno in pozzanghere di sangue e fango.
Pur con la compagnia di bello stile e proprietà di linguaggio, quindi, si rimane per quasi quattrocento pagine legati a una storia a cui sembra sempre mancare qualcosa, un evento risolutivo, uno scopo vero e proprio. Per quanto mi concerne, un romanzo senza cime né abissi, che rincorre senza particolare costrutto la fame di mistero legato alla Storia che tanto attira il mercato editoriale in questo momento.
Da leggere quando proprio non avete altro sottomano.

mercoledì 17 aprile 2013

L'ultimo giorno

Cosa si cela oltre il baratro della morte? Davvero la nostra esistenza si riduce ai giorni che vengono concessi da vivere qui, sulla Terra, per poi cessare definitivamente e tornare al nulla nel momento del trapasso? Eppure, innumerevoli testimonianze, in ogni cultura, ci raccontano di esperienze straordinarie vissute da chi è stato ad un passo dalla morte. La sensazione di fluttuare fuori dal proprio corpo, in grado perciò di vedere tutto quanto accade intorno. L’ingresso in un lungo tunnel buio, oltre il quale brilla una luce più forte di qualunque altra. Immergersi quindi nella luce e ritrovarsi a camminare sotto un limpido cielo azzurro, verso il suono gioioso di acqua corrente oltre la quale attende una persona cara, come se ci stesse aspettando da tempo.
Su questa visione tanto diffusa quanto straordinaria, che forse cela ciò che ci attende al momento del trapasso, si fonda e si costruisce il romanzo di Glenn Cooper, autore della trilogia della Biblioteca dei Morti, edito da Nord.
Amante dei misteri, anche stavolta Cooper sceglie un tema strettamente legato alla morte e al destino dell’anima, costruendovi sopra un’indagine dell’FBI che lega i fatti soprannaturali ad altri molto più terreni.
Cyrus è un agente FBI dalla vasta cultura letteraria, la cui vita è straziata dal tumore al cervello della figlia, Tara, una bambina che è ormai allo stadio terminale. Alex è un brillante scienziato, specializzato nello studio del cervello umano, il quale porta avanti rischiosi esperimenti volti a scovare e utilizzare la sostanza che si attiva nel cervello al momento della morte fisica e che, forse, mette in contatto con l’esperienza del viaggio nell’Aldilà.
Alex, infatti, ha vissuto in prima persona l’esperienza da bambino, in un incidente stradale in cui ha perso entrambi i genitori, e da allora non pensa ad altro che a trovare il modo di ricongiungersi con loro. Per fare ciò, si spinge pian piano all’omicidio, diventando quindi l’indagato numero uno per Cyrus anche in mancanza di prove.
Alex riesce nel suo intento, sintetizza una sostanza capace di offrire l’esperienza di pre-morte e questa si diffonde come una droga micidiale, sotto il nome di “bliss”. Il suo impatto sulla società è tremendo: la gente perde la voglia di vivere, i suicidi aumentano vertiginosamente e Alex, in un delirio di onnipotenza, diventa profeta di una setta che predica l’abbandono della vita terrena. Cyrus, insieme a una psicoterapeuta specializzata nel trattamento dei casi terminali, dovrà riuscire a fermare il suo delirio di onnipotenza prima che avvenga una strage.
Come gli è abituale, Glenn Cooper sceglie di imbastire la sua trama su un argomento controverso e di fortissimo impatto emozionale. E’ capitato a tutti di chiedersi cosa si cela oltre la morte. Cosa accadrebbe, però, se avessimo la certezza di un aldilà, di un luogo migliore in cui ricongiungerci con i nostri cari ed essere ammessi alla presenza di Dio? Non perderemmo interesse per una vita in fin dei conti difficile, costellata di perdite e disgrazie?
Il messaggio che dovrebbe filtrare è che, probabilmente, se non possediamo risposte certe è proprio perché la vita terrena ha uno scopo; deve essere, perciò, vissuta fino in fondo, cosa che non accadrebbe se fossimo costantemente tormentati dal desiderio di raggiungere un luogo migliore.
Purtroppo Cooper, come ormai pare sia sua prerogativa, parte da presupposti eccellenti per confezionare un romanzo a conti fatti semplicistico. I suoi personaggi sono piuttosto bidimensionali, poco profondi per quanto ben ritagliati per ricoprire i ruoli prescelti. Il tema - che aprirebbe innumerevoli possibilità di sviluppo sul spiano spirituale, sociale e scientifico – viene a conti fatti lasciato un po’ allo sbaraglio, trattato in modo superficiale nonostante la presenza di dettagli scientifici, senza contare l’approccio fondamentalmente cristiano/cattolico alle visioni dell’aldilà, cosa non precisa se si riferisce alle esperienze di pre-morte conosciute.
Cooper scrive bene e ha ottime idee. Purtroppo sembra aver preso per vizio un certo atteggiamento “di comodo”. Si avverte la sensazione che l’autore non si sia impegnato più di tanto, adagiandosi sulla buona idea iniziale per poi darle una direzione piuttosto scontata e corredandola di un finale deludente e pressapochista. Un vero peccato, in quanto ritengo che Cooper potrebbe essere capace di cose migliori.
Un romanzo senza grandi pretese, per chi ama questo genere di argomenti o vuole trascorrere qualche ora piacevole immerso nella lettura.

mercoledì 27 febbraio 2013

La tomba (e altri racconti dell'Incubo)

Se c’è un autore del fantastico su cui è probabile far nascere una discussione tra appassionati e detrattori, questi è senza dubbio Howard Phillips Lovecraft, scrittore americano vissuto a cavallo tra la fine del diciannovesimo secolo e i burrascosi decenni iniziali del ventesimo (1890-1937).
Gran parte delle caratteristiche che lo rendono inconfondibile e unico sono le stesse che vengono citate per criticarlo. Per prima cosa, Lovecraft non è facilmente catalogabile in una “casella” editoriale. Se ciò non era molto importante per coloro che vennero prima di lui, nel ventesimo secolo questa abitudine si andava radicando e ha causato fraintendimenti sull’opera di molti autori. Ricordiamo, ad esempio, Ray Bradbury: incasellato come autore di fantascienza, fu in realtà un poliedrico esploratore di ogni genere di sogno e incubo.
Lovecraft spaziava a sua volta in ogni campo della fantasia, mettendo in parola ciò che la sua mente creava senza curarsi che si trattasse di horror, mistery, fantascienza, mito…Scriveva spesso per altri, rimaneggiando storie che poi nemmeno firmava, lasciandone i diritti a chi aveva avuto l’idea ma non la capacità di renderla interessante. I suoi racconti sono molto vari, pur con talune caratteristiche che li uniscono come perle di una singola, lunghissima collana, e costituiscono la sua cifra stilistica.
L’infanzia dell’autore influì moltissimo sulle tematiche che affrontò da adulto. Il giovane Lovecraft, privato del padre rinchiuso in un manicomio, crebbe in un ambiente familiare opprimente, psicologicamente plagiato dalla madre, circondato solo da nonni e zii. I suoi migliori amici furono i libri, che lo portarono ad appassionarsi alla cultura classica e poi alla scienza, entrambi argomenti di primaria importanza nella sua produzione letteraria.
Lovecraft imparò ad imitare il linguaggio antiquato dei libri che leggeva e la caratteristica gli rimase impressa. I suoi scritti, infatti, sono composti con uno stile a volte verboso, prolisso, che ai contemporanei non piaceva e che anche oggi induce il lettore a pensare di trovarsi di fronte un racconto più antico del ventesimo secolo. I termini utilizzati (ovviamente in lingua inglese, la traduzione ci fa perdere la possibilità di accorgerci di questa particolarità) venivano spesso ricercati tra quelli derivati dal latino piuttosto che dal patrimonio anglosassone.
Lovecraft creò veri e propri pantheon di mostruose divinità, dimoranti in piani dimensionali solo a un passo di distanza dalla quotidianità, pronti a farci sprofondare nell’orrore. I suoi protagonisti quasi sempre non sono in grado di comunicarci chiaramente le mostruosità a cui assistono o di cui sono fatti oggetto; l’autore si rifugia spesso nell’escamotage dello svenimento del protagonista proprio sul più bello oppure sulla fuga disperata che annichilisce i sensi finché non si è in salvo. C’è una volontà precisa di scansare la descrizione grafica della paura per rifugiarsi nel caos emozionale, nel terrore puro.
Lovecraft scrisse un numero non indifferente di racconti, che la Newton Compton ha raccolto in tre volumi, cercando di separare le storie in filoni fondamentali.
Quello che vi vado a presentare è “La Tomba”, che raccoglie i cosiddetti “racconti dell’incubo”. Ogni racconto è accompagnato da una nota iniziale che fornisce aneddoti sulla sua stesura oppure appunti dello stesso autore al riguardo, iniziativa interessante per comprendere meglio il modo di lavorare di Lovecraft.
Fin dalla prima pagina, si viene trascinati in visioni a volte distorte e confuse, ma sempre capaci di toccare la corda dell’orrore che si nasconde dentro di noi. Senza descrivere l’apparenza visiva del terrore, Lovecraft fa leva su ciò che non viene detto, sull’immaginazione, che sa essere molto più micidiale di un mostro tangibile e circoscritto dalla percezione sensoriale comune.
Le ambientazioni cambiano molto da un racconto all’altro. Si passa dai laboratori delle accademie mediche, infettate da esperimenti malati, alle miniere del West sotto cui si celano antichissimi orrori; dalle modernissime città, trappole nei cui meandri il Male si insedia ancora più comodamente del solito, a psicologie malate che conducono ad amare la Morte di una passione morbosa.
Il mondo si distorce, si sfalda ai bordi e lascia che i vapori di luoghi “al di là” penetrino e ci diano una visione delle miriadi di possibilità che si celano oltre il visibile, tutte desiderose di attentare alle nostre vite…e probabilmente non solo a quelle.
Gustatevi queste pillole di oscurità e, se incontrano il vostro gusto, affrettatevi a comprare anche gli altri due volumi!

mercoledì 10 ottobre 2012

La incantatrice

Colin e Bea sono gemelli, due bambini molto diversi tra loro nati nella Svizzera calvinista del diciottesimo secolo. Colin è un giovane timido, accondiscendente e tranquillo, con una passione per gli automi e la scienza ereditata dal padre e un difetto al piede che lo costringe a zoppicare. Bea, invece, è una creatura passionale e definitiva, primordiale, che ha ereditato il potere materno di vedere il futuro e di leggere nelle anime altrui, vicina com’è al mondo dello spirito.
La madre dei bimbi, infatti, è una discendente delle antiche sacerdotesse della religione celtica e ancora adesso ne porta avanti le tradizioni, pur se di nascosto. Purtroppo, il fanatismo religioso la trasforma nell’obiettivo dell’odio. Accusata di stregoneria, viene bruciata viva nella sua casa insieme al marito. Si salvano solo i gemelli e il loro fratellastro, Valentin.
Questo fatto traumatico sconvolge la vita dei bambini, che dovranno imparare a cavarsela da soli in un mondo che, se è pieno di meraviglie, è anche maledettamente costellato di pericoli. Comincia così il loro difficile viaggio verso l’età adulta, un viaggio dell’anima tanto quanto del corpo. Colin e Bea lasciano presto la Svizzera per recarsi addirittura in Cina, ove l’arte degli automi occidentali è particolarmente amata, e quindi nel regno dei Thai.
I gemelli, separati sempre più dalla loro diversa visione della vita e da una passione inespressa e proibita, dovranno imparare a convivere con culture e religioni differenti, imparando da esse quanto più possibile e allargando sempre più mente e orizzonti, cercando il loro destino in mezzo ai grandi fatti della Storia.
La prosa di Han Suyin è fresca, delicata, al contempo intrisa di una passione profonda, radicata e indomabile. L’autrice riesce a intrecciare fra loro con abilità tematiche complesse e all’apparenza senza alcun collegamento l’una con l’altra, a dare sfoggio di cultura senza che questa diventi un peso per il lettore, trasformando quelle che a ben vedere sono lezioni di storia in brevi parentesi di comprensione mutuate attraverso gli occhi dei protagonisti, sempre assetati di nuove conoscenze.
La mancanza di forzature nel romanzo è encomiabile, perché è evidente che “La incantatrice” è stato scritto partendo da uno schema iniziale ben preciso. Dovendo affrontare tante tematiche complesse, l’autrice deve aver passato parecchio tempo a farsi una cultura in merito e questo avrebbe potuto rendere meccanico il lavoro finale. Sarebbe stato fin troppo facile grippare in qualche passaggio, far storcere il naso al lettore nel sentore di qualcosa di mancante, di un ingranaggio non perfetto.
Come Colin con le sue macchine, invece, Han Suyin fa il suo piccolo miracolo e confeziona una storia coerente e avventurosa, piena di cultura e al contempo appassionante.
Ogni cosa viene descritta con minuziosa cura ma senza sbrodolare. Le meraviglie esotiche, l’apparente calma dei cantoni svizzeri, gli usi e i costumi dei popoli ci vengono mostrati attraverso gli occhi dei gemelli con tale maestria che il romanzo sembra un susseguirsi di immagini vivide, sfavillanti di colori e di vita, tangibili.
Si passa dalla pulita e ordinata Svizzera, con le sue montagne, i laghi cristallini e le dimore nobiliari, all’avventura sugli oceani al fianco del principe musulmano Abdul Reza. Gli anni in Cina vengono descritti con dovizia storica e una prosa sognante, onirica, spezzata bruscamente dalla scia di sangue che segue all’improvviso scontento dell’Imperatore e che costringe i gemelli alla fuga nel grandioso e decadente impero Thai, una profusione di colori e vita che sta per spirare nel fuoco della guerra.
Opposti, i due gemelli si combattono e si cercano, desiderosi di tornare un tutt’uno ben sapendo che questo è proibito, impossibile. Il loro legame indurrebbe a credere che prima o poi entrambi capiscano che la loro forza raddoppierebbe nell’accogliere la visione del mondo dell’altro e unirla alla propria, ma questa fusione non regge, si scompone e ognuno si perde nel proprio cosmo, nella propria visione dell’esistenza, per riunirsi solo quando il caos distrugge il sogno di entrambi.
Nelle sembianze di Colin e Bea si consuma la lotta tra il passato magico, spiritico e il futuro meccanicistico e fisico. Ci accostiamo a due modi di vedere e assaporare il mondo, due strade differenti che non necessariamente devono vivere l’una contro l’altra ma che, tristemente, finiscono per essere entrambe sconfitte, dalla follia o dalla rassegnazione.

lunedì 16 aprile 2012

I manoscritti del Mar Morto

Sui manoscritti ritrovati all’interno delle grotte di Qumran, sul Mar Morto, sono girate per anni leggende e teorie di complotto su cui è fiorita una ricca letteratura, nonché documentari televisivi. Il tema è delicato, a dir poco: parliamo di testi risalenti al periodo che ha visto nascere e radicarsi il Cristianesimo.
La Chiesa, alle sue origini, ha operato una scelta sui testi da classificarsi ortodossi e su quelli, invece, da considerare apocrifi o pseudoepigrafi, e quindi meno attendibili. Gran parte di essi sono andati perduti o sono stati dimenticati. Il clima di scarsa flessibilità ha sempre spinto l’opinione pubblica a pensare che il Vaticano conservi una mole di segreti incredibile e che, nel caso dei manoscritti di Qumran, esso abbia messo lo zampino per evitare che venissero divulgate informazioni che potessero minare alla base l’unicità della fede cristiana.
Da quando i manoscritti sono stati ufficialmente tradotti e pubblicati, però, si è scoperto che le informazioni in essi contenute non sono così drammatiche da necessitare una secretazione. Non per questo le tesi della cospirazione si sono sgonfiate: non accade quasi mai, nemmeno quando risulta palese la loro infondatezza.
Con “I Manoscritti del Mar Morto”, edito con Newton Compton, Stephen Hodge ha lo scopo di offrire al lettore medio una spiegazione esauriente di cosa siano questi testi, dove e come sono stati trovati e quale reale importanza rivestono per il mondo culturale e teologico.
Il saggio si districa con piacevole fluidità e compiutezza attraverso tutte le facce dell’intricata vicenda del ritrovamento e dell’analisi dei manoscritti.
La storia del ritrovamento dei testi è di indubbio fascino e coinvolge interessi personali, politici e religiosi. Rivela, soprattutto, come la presunta segretezza del contenuto dei manoscritti di Qumran sia nata a causa dell’inadeguatezza del personale occupato nel lavoro di analisi e nell’affermato nepotismo dell’ambiente accademico. La gelosia sul proprio lavoro di ricerca ha impedito per anni a chiunque di accedere al materiale, così che le dicerie si sono sparse a macchia d’olio.
Si passa quindi a un veloce ripasso della situazione sociale e politica di Israele e della Giudea negli anni precedenti la nascita del movimento cristiano. Queste informazioni sono di enorme importanza per comprendere, più avanti, i contenuti dei manoscritti settari ritrovati a Qumran.
Oltre a trascrizioni più o meno modificate della Torah, ai Salmi e alcuni altri libri profetici già conosciuti, esiste infatti un ampio corpus di documenti afferenti a una non precisata Comunità, che ne detta le regole e parla attraverso giri di parole e pseudonimi di avvenimenti e persone ad essa collegati.
Gli studiosi si sono lambiccati il cervello per scoprire l’identità storica di questa comunità. Per molto tempo, la teoria più diffusa si è concentrata sugli esseni, una comunità ascetica di uomini celibi e pacifici di cui si parla nelle cronache dell’epoca. Oggi questa possibilità viene messa in discussione, facendo notare come molti dettagli nei testi e nei siti archeologici della zona di Qumran non si adattino alla presenza di una comunità con tali caratteristiche.
Scoprire le tensioni e i cambiamenti che stavano avvenendo all’interno della comunità ebraica, sotto i Seleucidi prima e sotto i Romani poi, aiuta a capire come si sia arrivati agli insegnamenti di Yeshua (Gesù) e come questi non fossero frutto di una rivoluzione improvvisa, ma di una evoluzione in atto del pensiero religioso.
L’autore prende in esame le possibilità di interpretazione, descrivendo nel dettaglio i pro e i contro di tutte le teorie, ivi comprese quelle più ardite e campate per aria, per far comprendere al lettore come lo studio di questi manoscritti sia ancora controverso e in pieno svolgimento.
La lettura di questo saggio è consigliata a tutti coloro che sono interessati ad uno dei misteri storico-archeologici più dibattuti degli ultimi anni, ma anche a chi intende comprendere più a fondo il contesto culturale e religioso che ha visto nascere e svilupparsi il Cristianesimo alle sue origini.