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Iniziamo il viaggio con "Il mago di Oz", intramontabile classico della fiaba:
IL MAGO DI OZ - Cap.1 Il ciclone
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lunedì 1 giugno 2015
lunedì 2 dicembre 2013
Grammatica della fantasia
Scrivere favole e filastrocche per bambini non è un lavoro semplice. Si tende a dimenticare che i bambini sono il pubblico in assoluto più esigente, che non si può accontentare con un prodotto poco efficace o nato da un impulso meccanico e svogliato. Uno dei grandi della letteratura per l’infanzia del nostro Paese è senza dubbio Gianni Rodari, maestro di scuola e scrittore che negli anni ’70 ha raccolto le sue esperienze e le sue riflessioni sull’argomento nel piccolo saggio “Grammatica della fantasia” (Edizioni Einaudi), sottotitolo “Introduzione all’arte di inventare storie”.Rodari, in queste pagine, spazia attraverso diversi argomenti, non tutti strettamente collegati alla scrittura. Da una parte cerca di analizzare i meccanismi di creazione della fiaba, sia dal punto di vista strutturale (citando filologi di grande levatura come Vladimir Propp) che attraverso giochi di associazione e concatenazione di parole. Dall’altra prende in analisi le metodologie di interazione tra l’adulto e il bambino, sia nella figura del genitore che dal punto di vista dell’educatore. Essendo maestro, Rodari lascia ampio spazio alle sue proposte di modifica della routine scolastica.
Offre spunti per numerosi giochi con le parole che possono aiutare il bambino a crearsi una fiaba da sé oppure in gruppo, in classe. Svela qualche utile meccanismo per creare associazioni di parole in rima, in modo da comporre filastrocche, e spiega la magia degli indovinelli, come questi stimolino la capacità logica e l’inventiva del bambino e come formularne di nuovi.
Molto interessanti sono i meccanismi di partenza che danno origine alla fiaba. Si parte dal binomio fantastico di parole apparentemente non collegate tra loro, che messe a confronto possono dare origine a situazioni o personaggi originali. Viene poi consigliata la tecnica dell’estraniamento, che permette la rivalutazione di un oggetto o una situazione con un’ottica completamente nuova (Rodari fa l’esempio delle fiabe di Andersen, spesso incentrate su oggetti di uso comune resi senzienti). Un altro stratagemma sta nel sovra o sotto dimensionare cose e persone.
Un ulteriore sistema di creare storie per bambini può essere quello di “sbagliare” consapevolmente le favole già esistenti oppure creare dei seguiti o dei cross-over. La frase “cosa succederebbe se…” può aprire porte su migliaia di mondi nuovi.
Rodari consiglia anche di utilizzare le cose di casa in modo creativo e diverso, facendole diventare protagoniste o strumenti di avventure da costruire insieme ai propri figli. Si parla inoltre del delicato tema del tabù. Le “parole degli adulti”, le funzioni corporali, le situazioni imbarazzanti, sono evitate dal bambino a causa dell’educazione ricevuta e diventano terreni minati che possono creare disagio. Rodari invita a lasciare che i bambini esplorino i territori proibiti, mettendoli appunto in favola, in maniera da superare gli imbarazzi e le reticenze e dare a queste “zone oscure” un nuovo significato, estrapolandole da un contesto totalmente negativo.
Lasciano un po’ d’amaro in bocca alcune di queste considerazioni, sebbene debbano essere lette e valutate nell’ottica del periodo storico in cui Rodari è vissuto e nella visione liberale e sperimentale degli anni ’70. Lo scrittore politicizza in maniera decisa le sue idee, dichiarandosi apertamente di sinistra in più di un’occasione. Inoltre, propugna una libertà del bambino contro ogni regola preconcetta, incentiva l’uso di tutti gli oggetti di casa (compresi quelli fragili, fa niente se si rompono), delle parolacce in libertà (per potersene appropriare e quindi disfarsene una volta superato l’effetto tabù) e un superamento di interrogazioni, pagelle, valutazioni a scuola, sognando una libera forma d’apprendimento creativo.
Al lettore di oggi, che ha sotto gli occhi le nuove generazioni cresciute proprio con eccessiva libertà e pochissimo rispetto, questo genere di utopie possono far storcere un po’ il naso. La libertà senza spirito critico porta solo al caos.
Nonostante queste divergenze di vedute, un libro consigliatissimo a chi lavora con l’infanzia, ma anche al genitore creativo che desidera ravvivare in casa i momenti della fiaba e del gioco.
sabato 18 maggio 2013
Il fantasma di Canterville
Oscar Wilde è un autore che difficilmente può risultare ignoto, anche a chi non legge o non frequenta il teatro. La sua fama, il suo passato di dandy e fine esteta con il dono di giocare con le parole, ha superato i secoli e le barriere fra chi fruisce dell’arte (qualunque essa sia) e chi no. Il suo nome, nonostante l’infamia della galera che la Gran Bretagna gli riservò, è giunto fino a noi avvolto da quell’aura di frizzante irriverenza che ne fa un personaggio intramontabile.Parlando di letteratura, di Wilde sono molto conosciute le sue commedie teatrali (“L’importanza di chiamarsi Ernesto”, o Onesto in talune traduzioni) create grazie ad arguti dialoghi e personaggi nati per schernire il bel mondo nel quale lo stesso Wilde era tanto ben inserito, oppure il suo unico romanzo, quel capolavoro de “Il ritratto di Dorian Gray”, incentrato sulla figura di un giovane bellissimo che si tuffa nella depravazione dello spirito, certo di uscirne indenne grazie all’incantesimo che lo lega al proprio ritratto.
L’autore irlandese, però, fu anche poeta e narratore di fiabe, nonché scrittore di racconti, forse influenzato dalla produzione letteraria della madre, convinta sostenitrice del recupero delle tradizioni mitologiche e favolistiche d’Irlanda. La raccolta pubblicata in questa edizione di Giunti contiene quattro storie brevi. In Italia, essa prende il nome da “Il fantasma di Canterville”, forse una delle più conosciute storie di spettri del nostro secolo, mentre in patria porta il titolo del primo racconto della raccolta.
Si comincia con “Il delitto di Lord Arthur Savile”, pungente satira sul deviato senso di responsabilità dei giovanotti di buona società nella Londra del tempo. Arthur sta per sposare Sybil e vive senza tanti pensieri, baciato dalla fortuna. Tutto cambia quando, a un ricevimento, il cartomante della padrona di casa gli legge il futuro sulle linee della mano. Arthur, infatti, è destinato a commettere un omicidio. Disperato, il giovane prende una ferrea risoluzione: se al destino non si può sfuggire, meglio sbarazzarsi subito di questa seccatura e solo dopo, una volta liberatosi di questa Spada di Damocle, sposare la sua dolce promessa. Iniziano così assurdi e goffi tentativi per uccidere conoscenti e parenti vari, nel vano tentativo di affrettare il destino e coronare il proprio sogno d’amore.
Wilde ci lascia a bocca aperta per l’innocente fervore del giovane Arthur, del tutto estraneo ai sensi di colpa per l’omicidio e preoccupato solo all’idea di creare futuri fastidi alla fidanzata. Coronare il suo sogno d’amore con l’omicidio sembra un dovere da compiere – paradossalmente – per dimostrare di essere un uomo d’onore e di parola. L’ipotesi di sforzarsi di cambiare il destino non sfiora nemmeno la mente di Arthur, in un paradosso divertente e sconcertante allo stesso tempo.
Segue “La Sfinge senza segreti”, una storia d’amore basata su un mistero senza soluzione. L’incontro casuale di due vecchi amici sarà l’occasione per il racconto di un amore sfortunato verso una giovane donna dalle abitudini misteriose, che prima irretiscono e poi frustrano l’amante, fino ad una tragica conclusione.
Il terzo racconto è la colonna portante della raccolta, vale a dire “Il fantasma di Canterville”, satira bruciante sulla differenza di modi e pensiero tra americani e inglesi, dileggio irriverente delle storie di fantasmi tanto in voga all’epoca e al contempo profondo, commovente momento di riflessione sulla morte e su ciò che si cela oltre il momento tanto temuto da ogni essere umano. La storia narra della famiglia americana Otis che si trasferisce nel castello inglese dei Canterville, ove da secoli spadroneggia il fantasma di Sir Simon, un antenato macchiatosi dell’omicidio della moglie. Gli Otis, però, sono scettici fin nel midollo e mettono in totale crisi lo spettro, con tutto il suo repertorio di apparizioni spaventose. Sarà la giovane figlia degli Otis, Virginia, ad avvicinare il fantasma e a intuire il suo dramma, offrendogli il proprio aiuto.
Chiude la raccolta “Un milionario modello”, la storia di un povero giovane con aspirazioni di matrimonio che, impietosito dal mendicante cencioso trovato a far da modello all’amico pittore, si priva delle poche monete che possiede. Scoprirà di aver fatto la carità a qualcuno che può cambiargli la vita.
Quattro chicche, imperdibili per gli estimatori di Wilde e ottime per chi vuole avvicinarlo per la prima volta.
mercoledì 24 aprile 2013
Narnia
E’ una prerogativa del gioco dei bambini quello di scoprire mondi dietro ogni cosa che a noi pare scontata, quotidiana. Osservandoli nel pieno delle loro attività, la nostra parte adulta scuote il capo con condiscendenza; quella bambina, ricorda e rimpiange la potenza della fantasia, capace per intere ore di modificare la struttura stessa della realtà.C.S.Lewis, con la saga di “Narnia”, ci restituisce proprio la potenza immaginativa del bambino, creando romanzi che possono essere letti dai più piccoli come da quegli adulti che hanno conservato in sé il senso del gioco e del meraviglioso. Di recente, la saga è tornata alla ribalta grazie alle produzioni cinematografiche della Disney. Esse, pur avendo il merito di aver portato alla lettura dei romanzi le nuove generazioni, hanno parzialmente snaturato le atmosfere di Narnia, trasformando la fiaba e il suo messaggio in qualcosa che somigliasse di più al fantasy eroico, maggiormente in voga al momento e sicuramente più spettacolare a livello visivo.
Le storie di Lewis, infatti, benché annoverino battaglie, storie di cappa e spada, scontri con mostri e streghe, non si basano su questi contenuti con intenti epici simili, per intenderci, alle atmosfere del Signore degli Anelli (il cui autore, Tolkien, fu contemporaneo e amico personale di Lewis), bensì come metafora del diventare adulti, delle responsabilità, della presa di coscienza del proprio ruolo e del coraggio in ognuno di noi, oltre che della lotta continua contro le paure e i cattivi sentimenti.
Tanti anni fa, quando ero ancora bambina, la Mondadori aveva pubblicato nella collana per i più piccoli il primo titolo: “Il Leone, la Strega e l’armadio”. La storia narra di quattro fratelli – Peter, Susan, Edmund e Lucy- separati dai genitori a causa della guerra (siamo nell’Inghilterra della Seconda Guerra Mondiale) e ospiti di un lontano parente. Nella nuova casa, la piccola Lucy scopre un armadio magico che mette in comunicazione con il mondo di Narnia, terra abitata da esseri fatati e animali parlanti, in cui vige sempre l’inverno a causa della maledizione della Strega Bianca. Una leggenda dice che l’estate tornerà quando quattro figli di Adamo ed Eva siederanno sul trono di Cair Paravel, benedetti da Aslan, il Leone che governa su tutto dal suo regno d’oltremare. Lucy e i fratelli vengono così coinvolti nella guerra per il potere di Narnia. A loro è affidato il compito di riportare la vita e la libertà al mondo magico, seguendo il magnifico Aslan, il quale incarna nella sua forma di leone qualcosa di più antico, profondo e luminoso.
Esiste un prologo, scritto più avanti nel tempo e intitolato “Il nipote del mago”, che racconta come Narnia è stata creata e in che modo gli Uomini e la Strega Bianca vi sono giunti.
Dopo il primo romanzo, nucleo della saga intera e bastante a se stesso, Lewis scrive un racconto legato solo parzialmente alle vicende del primo romanzo, intitolato “Il cavallo e il ragazzo”. Esso tratta della fuga di un giovane schiavo e di una ragazzina nobile in compagnia di due cavalli parlanti di Narnia. Tutti loro vogliono lasciare Calormen, un regno simile agli antichi sultanati arabi, per raggiungere la favoleggiata terra magica. Finiranno per fare del loro meglio per salvare un intero regno che sta per essere invaso.
Segue “Il principe Caspian”, in cui i nostri protagonisti ufficiali tornano a Narnia per aiutare il giovane Caspian contro lo zio malvagio, favorendo il suo insediamento sul trono e il ritorno della pace nel regno. La storia, più fantasy delle altre, è caratterizzata dalla dolceamara certezza che Peter e Susan stanno diventando adulti e che le loro avventure nel regno magico stanno finendo. Si passa poi a “Il viaggio del veliero”, in cui Edmund e Lucy tornano a Narnia insieme al recalcitrante cugino Eustachio e seguono Caspian in un viaggio attraverso i mari, verso il regno di Aslan. Si tratta di un vero e proprio percorso iniziatico dello spirito, portato avanti per metafore pensate per un’erudizione elevata. Per un bambino, si tratta solo di un magico viaggio verso la Luce.
“La sedia d’argento” è un’estemporanea avventura di Eustachio, tornato a Narnia per aiutare un figlio di Caspian insieme alla compagna di scuola Jill. La coppia di protagonisti non ha l’appeal di quelli originari, perciò la fiaba è da pensare come testo a sé, basato più sulla sequenza degli eventi straordinari che sull’effetto nostalgia del filone principale.
Si termina, infine, con un finale di per sé drammatico in “L’ultima battaglia”, in cui il regno di Narnia va incontro al suo destino e tutti – anche i più adulti- tornano al cospetto di Aslan, la cui natura finalmente si palesa, rivelando il profondo messaggio spirituale che l’autore ha intessuto fin dal primo romanzo.
Ogni lettura dei romanzi mette in luce nuovi aspetti della scrittura di Lewis. Saltano subito all’occhio l’amore per la fantasia e per i bambini. Segue il messaggio spirituale, fondamentalmente cristiano e basato sulla contrapposizione tra Luce e Tenebre, nella costante ricerca del Bene, del perdono e del sacrificio. Si nota poi la contrapposizione tra Occidente e Medio-Oriente, incarnati dagli Uomini di Narnia e Arken da una parte, e dai Calormeniani dall’altra, in un’atmosfera che ricorda sempre di più il periodo delle Crociate.
Una saga con molteplici piani di lettura, una favola straordinaria e profonda. Buon viaggio!
domenica 28 ottobre 2012
La pietra del Vecchio Pescatore
L’autrice irlandese Pat O’Shea ha impiegato dieci anni a stendere la versione definitiva del suo romanzo “La Pietra del Vecchio Pescatore”, pubblicata in Italia dalla TEA. Dieci anni trascorsi non solo a dare forma e sostanza alla storia che aveva intenzione di scrivere, ma anche ad immergersi profondamente nelle tradizioni della sua terra natia, nelle sue leggende e nel suo eroico passato, ricco di nomi, fatti, magie.
La O’Shea ha strutturato il romanzo non tanto come un fantasy quanto come una fiaba, un percorso iniziatico di due giovani protagonisti attraverso una serie di eventi e prove che metteranno a dura prova il loro coraggio e la loro innocente volontà di fare del bene, immergendoli al contempo in un passato di cui sono a conoscenza solo vagamente, attraverso gli accenni alle gloriose origini dell’Irlanda ascoltati a scuola o in famiglia.
Il linguaggio utilizzato, perciò, risulta semplice, a volte quasi ingenuo, infantile. La cosa si sposa alla perfezione con l’atmosfera incantata. La gente comune parla spesso un gergo sgrammaticato, inframmezzato da termini dialettali e abbreviazioni colloquiali, mentre i personaggi di maggiore autorità si riconoscono dalla parlata precisa, corretta, a volte perfino aulica.
La stessa autrice si sposta spesso dalla tradizione irlandese antica a quella mediata dal cattolicesimo insulare, cosa che spesso relega in forma di “fata” o “strega” personaggi che alle origini possedevano tutt’altra valenza, spesso drammatica o spiritualmente molto profonda. La cosa potrebbe far arricciare il naso a chi si interessa della cultura celtica, ma occorre ricordare che si tratta di una fiaba, non di un testo antropologico o di analisi mitologica.
La traduzione non è sempre felicissima. Sono state fatte scelte dialettiche piuttosto opinabili, che di quando in quando fanno scivolare la colloquialità quotidiana verso un accento becero, più che ingenuo e popolare, ma queste sono finezze che possono passare inosservate al lettore medio.
Il testo, inoltre, di quando in quando è arricchito da piccole illustrazioni che aggiungono un tocco di ulteriore fanciullezza e levità al racconto.
Ecco, in breve, la trama.
Pidge, un tranquillo ragazzino, viene in possesso di un antico libro che contiene un foglio misterioso, su cui è disegnato un serpente. Esso è Olc Glas, un antico essere venefico che era stato sigillato nientemeno che da S.Patrizio. Ora il sigillo è rotto e due strambe donne, motocicliste senza criterio seguite da un codazzo di segugi, vogliono impossessarsene.
Il giovane Pidge viene guidato nelle sue azioni da una voce misteriosa e benigna, appartenente all’antico dio Dagda, e da alcuni bizzarri personaggi. Insieme alla sorellina Brigit, una piccola sfrontata e coraggiosa, egli riesce a consegnare Olc Glas alla custodia della Grande Anaconda.
Il pericolo, però, è tutt’altro che scongiurato. Le donne, infatti, si riuniscono alla loro terza sorella e mostrano la loro vera natura: esse sono Macha, Bodhb e la Morrigan, la triade divina che governava la morte, il sangue sparso in battaglia, la distruzione. Questa donna, una e trina, è il tremendo nemico contro cui i bambini si trovano impegnati.
La loro purezza e bontà li porterà a partire per un viaggio magico in un’Irlanda parallela, nel Tir-na-Nog, alla ricerca di un mitico sasso su cui riposa una goccia del sangue della Morrigan, unica arma contro di lei. Aiutati da antiche divinità, eroi sotto mentite spoglie, animali parlanti, omini segnavento e teste che spuntano dal terreno, Pidge e Brigit dovranno dare fondo al loro coraggio per salvare il mondo e i loro cari da un’era di terrore.
La lettura è dolce come un pasticcino, godibile da un bambino come da un adulto, visto che contiene – come nella migliore tradizione delle fiabe – più di un livello di comprensione. La prosa è ricca di immagini vivide, che sembrano luminosi dipinti di luoghi, genti, creature.
La porta sull’Irlanda creata dalla O’Shea è spalancata e il lettore può entrarvi e immergervisi per tutto il tempo necessario ad arrivare all’amata e odiata parola “fine”.
La O’Shea ha strutturato il romanzo non tanto come un fantasy quanto come una fiaba, un percorso iniziatico di due giovani protagonisti attraverso una serie di eventi e prove che metteranno a dura prova il loro coraggio e la loro innocente volontà di fare del bene, immergendoli al contempo in un passato di cui sono a conoscenza solo vagamente, attraverso gli accenni alle gloriose origini dell’Irlanda ascoltati a scuola o in famiglia.
Il linguaggio utilizzato, perciò, risulta semplice, a volte quasi ingenuo, infantile. La cosa si sposa alla perfezione con l’atmosfera incantata. La gente comune parla spesso un gergo sgrammaticato, inframmezzato da termini dialettali e abbreviazioni colloquiali, mentre i personaggi di maggiore autorità si riconoscono dalla parlata precisa, corretta, a volte perfino aulica.
La stessa autrice si sposta spesso dalla tradizione irlandese antica a quella mediata dal cattolicesimo insulare, cosa che spesso relega in forma di “fata” o “strega” personaggi che alle origini possedevano tutt’altra valenza, spesso drammatica o spiritualmente molto profonda. La cosa potrebbe far arricciare il naso a chi si interessa della cultura celtica, ma occorre ricordare che si tratta di una fiaba, non di un testo antropologico o di analisi mitologica.
La traduzione non è sempre felicissima. Sono state fatte scelte dialettiche piuttosto opinabili, che di quando in quando fanno scivolare la colloquialità quotidiana verso un accento becero, più che ingenuo e popolare, ma queste sono finezze che possono passare inosservate al lettore medio.
Il testo, inoltre, di quando in quando è arricchito da piccole illustrazioni che aggiungono un tocco di ulteriore fanciullezza e levità al racconto.
Ecco, in breve, la trama.
Pidge, un tranquillo ragazzino, viene in possesso di un antico libro che contiene un foglio misterioso, su cui è disegnato un serpente. Esso è Olc Glas, un antico essere venefico che era stato sigillato nientemeno che da S.Patrizio. Ora il sigillo è rotto e due strambe donne, motocicliste senza criterio seguite da un codazzo di segugi, vogliono impossessarsene.
Il giovane Pidge viene guidato nelle sue azioni da una voce misteriosa e benigna, appartenente all’antico dio Dagda, e da alcuni bizzarri personaggi. Insieme alla sorellina Brigit, una piccola sfrontata e coraggiosa, egli riesce a consegnare Olc Glas alla custodia della Grande Anaconda.
Il pericolo, però, è tutt’altro che scongiurato. Le donne, infatti, si riuniscono alla loro terza sorella e mostrano la loro vera natura: esse sono Macha, Bodhb e la Morrigan, la triade divina che governava la morte, il sangue sparso in battaglia, la distruzione. Questa donna, una e trina, è il tremendo nemico contro cui i bambini si trovano impegnati.
La loro purezza e bontà li porterà a partire per un viaggio magico in un’Irlanda parallela, nel Tir-na-Nog, alla ricerca di un mitico sasso su cui riposa una goccia del sangue della Morrigan, unica arma contro di lei. Aiutati da antiche divinità, eroi sotto mentite spoglie, animali parlanti, omini segnavento e teste che spuntano dal terreno, Pidge e Brigit dovranno dare fondo al loro coraggio per salvare il mondo e i loro cari da un’era di terrore.
La lettura è dolce come un pasticcino, godibile da un bambino come da un adulto, visto che contiene – come nella migliore tradizione delle fiabe – più di un livello di comprensione. La prosa è ricca di immagini vivide, che sembrano luminosi dipinti di luoghi, genti, creature.
La porta sull’Irlanda creata dalla O’Shea è spalancata e il lettore può entrarvi e immergervisi per tutto il tempo necessario ad arrivare all’amata e odiata parola “fine”.
lunedì 2 aprile 2012
I Mabinogion
“I Mabinogion” di Evangeline Walton, riuniti in questa edizione della Tea, romanzano e approfondiscono l’antica tradizione celtica e i racconti tramandati oralmente e poi registrati in forma scritta più o meno nel XII secolo.Queste storie raccontano un momento di passaggio fondamentale dall’antico, permeato di cultura spirituale celtica e fatto di Misteri, al nuovo, contaminato dalle civiltà e dalle credenze monoteistiche e patriarcali provenienti dall’Oriente. Il Galles, come l’Irlanda e tutto il resto d’Inghilterra, si trova in un momento di transizione in cui l’Invisibile ha ancora contatti con il mondo degli uomini, ma la legge del più forte inizia a prevalere.
La raccolta si articola in quattro romanzi. Il primo si intitola “Il Principe dell’Annwn”.
Il giovane e valoroso Pwyll è sovrano del Dyved, ma il suo animo è immaturo. Ci penserà Arawn, la Morte, a cambiarlo. Questa divinità del regno dell’Annwn, ove vivono le anime dei defunti che un giorno torneranno nel grande Ciclo delle reincarnazioni, è costretto a combattere un nemico per cui il potere ultraterreno non è sufficiente.
Pwyll viene prescelto per contribuire con la forza del mondo terreno. Si sostituirà al sovrano dell’Annwn, prendendone le sembianze, e ucciderà al suo posto il terribile Havgan. Pwyll accetta, ma sono molte le prove che lo attendono prima dello scontro. Esse lo forgeranno nello spirito, rendendolo un uomo migliore, e sanciranno il suo legame con il potente Dio. Al ritorno nella sua terra, i druidi lo mettono alle strette. Pwyll, la cui capacità di procreare e portare benefici al regno è stata messa in dubbio, si affida ai prodigi del Tumulo di Arberth. Là gli si promette Rhiannon, parte della dea omonima, che egli va a prendere per sé in un regno spirituale incantato.
Il secondo romanzo, “I figli di Llyr”, racconta del tragico matrimonio di Branwen, figlia di Llyr, con Matholuch d’Irlanda. La loro infelice unione porterà i fratelli di lei, guidati dal possente re Bran, a invadere l’Irlanda per correre in suo soccorso, scatenando una guerra senza pari i cui frutti si riveleranno devastanti per tutti. Saranno in pochi a tornare nella terra natia, portando con sé la testa di Bran, unica parte ancora viva del grande sovrano e reliquia magica che entrerà nella leggenda.
In “La canzone di Rhiannon” vediamo Manawyddan, saggio fratello di Bran, seguire il giovane Pryderi nel Dyved, dopo che entrambi sono sopravvissuti alla guerra in Irlanda. Il ragazzo passa per figlio del defunto Pwyll e della signora del mondo fatato, ma in realtà fu generato dallo stesso Manawyddan poiché Pwyll aveva perso la sua capacità di procreare durante la sua avventura nell’Annwn. Il sire sposa la vedova Rhiannon e Pryderi si ricongiunge alla sua giovane sposa, ma la maledizione che incombe sul Dyved dai tempi di Pwyll sta per abbattersi e provocherà loro grandi sciagure.
L’ultimo romanzo è “L’isola dei potenti”, a sua volta diviso in tre parti. Nella prima seguiamo Gwydion, erede di Math l’Antico, che per sottrarre dei maiali con l’inganno all’ormai anziano Pryderi finisce per scatenare una guerra ed essere maledetto. La seconda parte ha per protagonista il giovane Llew, figlio della sorella di Gwydion e da lui allevato; la terza, infine, racconta dell’amore di Llew per Blodeuwedd, una fanciulla magica nata dai fiori.
L’autrice amplia e approfondisce storie e personaggi diventati ormai leggenda, cercando di unire al tema dell’antica sapienza la più terrena umanità di questi eroi. Alcune scelte sono opinabili, come il continuo rimando al tempo presente tramite visioni druidiche permeate di critica e pessimismo – ma comprensibili nell’ottica new-age che caratterizzava gli anni in cui la Walton scrisse i romanzi- e il continuo accento sulla condizione femminile, passata da quasi divina durante i tempi antichi a quella di una specie di schiava dell’uomo nei secoli successivi.
Tralasciando questi momenti un po’ pedanti, la Walton regala nuova linfa vitale alle antiche leggende, rendendole godibili e comprensibili anche a chi è del tutto digiuno di sapienza nei riguardi della cultura celtica insulare. La lettura scorre piacevole, onirica, a tratti commovente.
Una meravigliosa parentesi in un mondo perduto che attende solo di essere riscoperto.
sabato 25 giugno 2011
L'Accalappiastreghe
Che Walter Moers fosse un genio della letteratura fantastica contemporanea lo sapevo da tempo. Dal giorno, in effetti, in cui un mio carissimo amico portò in Accademia la sua ultima lettura e me la affidò, invitandomi (obbligandomi moralmente) a leggerla.
Si trattava de "Le Tredici Vite e Mezzo del Capitano Orso Blu", il primo romanzo di questo autore e illustratore umoristico.
Come il suo ormai antico predecessore, "L’ACCALAPPIASTREGHE" (Salani) si può trovare nello scaffale dei romanzi per ragazzi. Questo ti fa pensare che si tratti di una semplice fiaba. Poi cominci a leggere e ti rendi conto che le tematiche non sono sempre adatte alla lettura spensierata di un bambino…anzi, molti aspetti della vicenda non possono essere compresi che da un adulto! Al contempo, l’umorismo e la natura dei protagonisti –animali parlanti, per lo più- ti costringono a tornare all’infanzia per riuscire a goderti la trama. Ma allora di che si tratta? Fiaba? Fantasy? Un miscuglio improbabile di entrambi o qualcosa di completamente nuovo?
Definire la letteratura di Moers è impossibile. Si può solo godersela senza fare tante storie. Se ti lasci prendere, se consenti a Moers di catturarti, non sei più libero finché non leggi la parola fine: mi sono fatta fuori L’Accalappiastreghe in tre giorni.
Eco è un cratto, cioè una creatura identica ad un gatto…non fosse per i due fegati, la capacità di parlare e la straordinaria intelligenza. Il crattino ha appena perso la padrona, deceduta di vecchiaia, e ora si aggira affamato e sperduto per la città di Sledwaya, turpe ricettacolo di malanni, virus e batteri caratterizzato da una popolazione sempre sul punto di tirare le cuoia. Quando la morte sembra ormai volerselo portare via per consunzione, una proposta diabolica gli viene offerta dal personaggio più equivoco di tutta Sledwaya: Malfrosto, l’Accalappiastreghe.
Malfrosto è il tiranno delle shokkie, le orride streghe di Zamonia, nonché il produttore di tutti i malanni di Sledwaya. Ambizioso e crudele alchimista, sta collezionando il grasso di tutti gli animali rari di Zamonia al fine di conservarvi le essenze volatili dei suoi esperimenti. Gli manca giusto del grasso di cratto e alla vista di Eco in tali condizioni si affretta a mettere l’animaletto alle strette.
Malfrosto si impegna a fornire al cratto pasti luculliani, una calda dimora e tutta la sua sapienza per un mese. Alla fine di quel periodo, avendolo ingrassato per bene, Malfrosto lo ucciderà e ne userà il grasso. Messo in condizione di decidere se morire subito di fame o dopo un mese a pancia piena, Eco firma il contratto che lo lega all’alchimista.
Comincia così una pazzesca avventura culinaria, alchemica e magica in cui Eco imparerà e mangerà di tutto, facendo conoscenza con assurde creature mai incontrate prima (pellestrelli, api demoniache, vedove bianche, ululoni…), finché non scoprirà che il cuore di Malfrosto non è così inattaccabile e che forse l’amore potrà essere la chiave per spezzare il contratto e continuare a vivere.
L’Accalappiastreghe è un romanzo sorprendente, a tratti toccante, sempre imprevedibile. Malfrosto avverte spesso il lettore che le favole di Zamonia finiscono sempre male e in questo caso risulta davvero difficile avere fiducia in un lieto fine. I momenti orribili non mancano, alternati a parentesi fiabesco/grottesche che lasciano spiazzati.
Moers continua a migliorare.
Si trattava de "Le Tredici Vite e Mezzo del Capitano Orso Blu", il primo romanzo di questo autore e illustratore umoristico.
Come il suo ormai antico predecessore, "L’ACCALAPPIASTREGHE" (Salani) si può trovare nello scaffale dei romanzi per ragazzi. Questo ti fa pensare che si tratti di una semplice fiaba. Poi cominci a leggere e ti rendi conto che le tematiche non sono sempre adatte alla lettura spensierata di un bambino…anzi, molti aspetti della vicenda non possono essere compresi che da un adulto! Al contempo, l’umorismo e la natura dei protagonisti –animali parlanti, per lo più- ti costringono a tornare all’infanzia per riuscire a goderti la trama. Ma allora di che si tratta? Fiaba? Fantasy? Un miscuglio improbabile di entrambi o qualcosa di completamente nuovo?
Definire la letteratura di Moers è impossibile. Si può solo godersela senza fare tante storie. Se ti lasci prendere, se consenti a Moers di catturarti, non sei più libero finché non leggi la parola fine: mi sono fatta fuori L’Accalappiastreghe in tre giorni.
Eco è un cratto, cioè una creatura identica ad un gatto…non fosse per i due fegati, la capacità di parlare e la straordinaria intelligenza. Il crattino ha appena perso la padrona, deceduta di vecchiaia, e ora si aggira affamato e sperduto per la città di Sledwaya, turpe ricettacolo di malanni, virus e batteri caratterizzato da una popolazione sempre sul punto di tirare le cuoia. Quando la morte sembra ormai volerselo portare via per consunzione, una proposta diabolica gli viene offerta dal personaggio più equivoco di tutta Sledwaya: Malfrosto, l’Accalappiastreghe.
Malfrosto è il tiranno delle shokkie, le orride streghe di Zamonia, nonché il produttore di tutti i malanni di Sledwaya. Ambizioso e crudele alchimista, sta collezionando il grasso di tutti gli animali rari di Zamonia al fine di conservarvi le essenze volatili dei suoi esperimenti. Gli manca giusto del grasso di cratto e alla vista di Eco in tali condizioni si affretta a mettere l’animaletto alle strette.
Malfrosto si impegna a fornire al cratto pasti luculliani, una calda dimora e tutta la sua sapienza per un mese. Alla fine di quel periodo, avendolo ingrassato per bene, Malfrosto lo ucciderà e ne userà il grasso. Messo in condizione di decidere se morire subito di fame o dopo un mese a pancia piena, Eco firma il contratto che lo lega all’alchimista.
Comincia così una pazzesca avventura culinaria, alchemica e magica in cui Eco imparerà e mangerà di tutto, facendo conoscenza con assurde creature mai incontrate prima (pellestrelli, api demoniache, vedove bianche, ululoni…), finché non scoprirà che il cuore di Malfrosto non è così inattaccabile e che forse l’amore potrà essere la chiave per spezzare il contratto e continuare a vivere.
L’Accalappiastreghe è un romanzo sorprendente, a tratti toccante, sempre imprevedibile. Malfrosto avverte spesso il lettore che le favole di Zamonia finiscono sempre male e in questo caso risulta davvero difficile avere fiducia in un lieto fine. I momenti orribili non mancano, alternati a parentesi fiabesco/grottesche che lasciano spiazzati.
Moers continua a migliorare.
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