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martedì 24 novembre 2020

Rock&Arte

 


Tutta la seconda metà del ‘900 ha visto il mondo della musica “popolare” e l’arte unirsi in un connubio mutevole e poliedrico, che ha rispecchiato fino agli estremi i continui e profondi mutamenti nel pensiero, negli ideali e nelle aspirazioni di generazioni. Soprattutto il rock, in tutte le sue sfaccettature, si è legato a doppio filo al fare artistico e ha attratto a sé con un’inarrestabile forza creativi di ogni genere.

Il saggio ROCK E ARTE, edito da Hoepli e scritto a sei mani da Guaitamacchi Ezio, Follieri Leonardo e Crotti Giulio, è   stampato su carta lucida per far risaltare le bellissime immagini e si immerge in un’analisi non cronologica ma tematica di questo connubio. Si passa dalla relazione più scontata, quella della creazione di poster e copertine, al lavoro dei fotografi, degli stilisti, dei decoratori che hanno messo mano agli strumenti o a “oggetti culto” dei personaggi più famosi del panorama musicale. Il lavoro di questi artisti viene analizzato citando le collaborazioni migliori, i binomi più duraturi, gli stili e la carriera precedente e successiva agli eventi artistici più conosciuti. Viene messa in luce la strettissima relazione tra musica rock e letteratura alta, nonché la poliedricità di molti musicisti che sono altrettanto ferrati – anche se non forse ugualmente famosi – anche in arti alternative.

Il testo è una miniera di informazioni, che spingeranno l’appassionato a fare ulteriori ricerche di approfondimento e apriranno un mondo a chi non conosce ancora l’argomento. Scritto con semplicità e chiarezza, consente una lettura piacevole, stimolante sia dal punto nozionistico che da quello visivo. Qualche informazione è parziale o errata e gli autori tendono a concentrarsi sempre sugli stessi artisti, ma questi sono molto numerosi e vari perciò non si può ritenere un vero e proprio difetto. Per tutti gli amanti del genere e per i curiosi.

mercoledì 16 aprile 2014

Come rilegare i libri

Tutti, prima o dopo, abbiamo avuto la necessità di far rilegare qualcosa. La maggior parte delle volte si tratta di dispense universitarie oppure di cartelle di appunti personali o lavorativi. Un appuntamento molto comune è quello della tesi di laurea.
Di quando in quando, per chi ha la passione della scrittura, nasce la necessità di rilegare le proprie opere stampate, per uso personale oppure per una tiratura in copie limitate per la distribuzione ad amici e parenti. Ancora, può capitare di scoprire che uno dei nostri libri preferiti ha deciso di abbandonarci, perdendo la copertina o – peggio- qualche pagina.
In tutti questi casi, l’unica cosa che ci viene in mente di fare è recarci in una tipografia specializzata (spendendo spesso fior di quattrini) oppure recarci in negozi che effettuino la rilegatura a spirale, economica ma ingombrante e di scarsa durata nel tempo.
Eppure, imparare a rilegare da sé i propri libri non è così difficile e non richiede nemmeno un’attrezzatura particolarmente dispendiosa o ingombrante. Può trattarsi non solo di un buon sistema per risparmiare, ma anche di un’attività che offre una certa soddisfazione e può diventare espressione artistica nella scelta dei materiali e nella creazione di tomi ex-novo per agende, album fotografici, etc.
Il breve manuale “Come rilegare i libri” di Gianluca Marchesi, Marsilio Parolini e Vincenzo Sucato, edito con De Vecchi Editore, vuole proprio essere una guida alla portata di tutti che possa dar modo di imparare le tecniche fondamentali per confezionare da sé i propri libri ed effettuare le riparazioni di fortuna di quelli rovinati.
Corredato da molte fotografie a colori che seguono le spiegazioni passo per passo, il testo è adatto soprattutto a chi si avvicina per la prima volta a questo genere di lavori manuali. Con coerenza rispetto al contenuto, il libro è gradevole anche esteticamente, con una copertina in cartonato lucido e stampato su carta spessa e patinata.
Il capitolo iniziale introduce all’argomento offrendo per prima cosa un glossario specifico del libro e delle sue parti, con schemi esplicativi. Si passa poi alla descrizione di un laboratorio fai-da-te ideale, con un elenco degli strumenti necessari e loro funzione. Saggiamente, gli autori offrono alcune alternative ai ferri del mestiere più specifici e ingombranti (ad esempio, suggeriscono enciclopedie o altri oggetti pesanti in sostituzione delle presse professionali, in mancanza di spazi adeguati). Particolare attenzione viene data alla preparazione e alla stesura della colla per rilegare e ai materiali che possono essere utilizzati per creare le copertine.
Si passa quindi alle tecniche di unione dei fogli. Vengono illustrati diversi sistemi di cucitura, con ampio materiale fotografico d’esempio, e si mostra in che modo preparare la risma per la stesura della colla oppure come preparare un libro la cui copertina si è staccata per consentire la posa di una nuova.
L’argomento successivo è, logicamente, l’aggiunta della copertina. Per prima viene affrontata quella in brossura, più semplice e immediata, quindi si passa a quella in cartonato, che prevede più fasi e un’attenzione maggiore, oltre alla scelta del materiale di rivestimento adatto. A questo proposito si trova più avanti un capitolo ad hoc che illustra le caratteristiche di ogni materiale, sottolineandone sia le qualità che i punti deboli.
Il manuale offre molti spunti per la realizzazione di oggetti belli, oltre che funzionali, tramite un’ampia galleria fotografica di esempi e suggerimenti su come utilizzare i materiali di scarto o abbellire le rilegature con inserti di materiali differenti o nastri segnalibro.
Per concludere, vengono mostrati gli strumenti di punzonatura e di doratura per stampare i caratteri del titolo o le decorazioni “all’antica” sulle copertine.
Un testo agile e simpatico per avvicinarsi ad un’attività artigianale non molto conosciuta ma che può dare grandi soddisfazioni a chi ama i libri.

martedì 25 marzo 2014

I Celti

I Celti costituirono una civiltà che si diffuse in gran parte d’Europa prima che l’Impero Romano la inglobasse, anche se non riuscì a cancellarla del tutto. Nonostante la capillarità con cui questo popolo occupò le terre europee e le isole del nord, la sua storia, le sue abitudini, religione e arte rimangono ancora oggi piuttosto elusivi e argomento di pochi studiosi appassionati.
Fa specie rendersi conto che nei libri di Storia non vi si faccia quasi menzione, nonostante i secoli di civiltà trascorsi come alleati o nemici di Greci e Romani.
Un Paese che ha presto riscoperto le proprie origini celtiche e ha iniziato una disamina oggettiva della valenza storica e delle caratteristiche di questo popolo è senza dubbio la Francia, antica terra di quei Galli che combatterono Roma con tenacia e che oggi i più conoscono grazie ai fumetti e ai cartoni animati di Asterix e Obelix.
Non stupisce, quindi, che sia uno studioso francese a distinguersi per una ricerca sull’arte celtica che le restituisca peculiarità e valore. Il saggio “I Celti”, pubblicato molti anni fa per la collana BUR Arte, è uno dei primi tentativi di indagare tematiche, stili, mezzi dell’arte celtica, separando le influenze mediterranee dalle caratteristiche proprie di una civiltà complessa.
Non si conoscono con esattezza le origini del popolo celtico. Di ceppo indoeuropeo, stanziatosi in diverse zone dell’Europa spostandosi dapprima verso Occidente e il Nord Italia, e poi di nuovo verso Oriente (scontrandosi con la cultura greca) e le Isole Britanniche, annovera quali civiltà fondanti La Tene e di Hallstatt, dal luogo dei primi ritrovamenti. Esse vedono i Celti diventare sempre più stanziali, organizzati in comunità stabili. Questo favorisce la nascita di un artigianato specializzato, solo in parte influenzato dai popoli mediterranei
Il saggio si articola in diversi capitoli corredati da immagini (purtroppo in bianco e nero), in una galleria fotografica che segue il testo quasi citazione per citazione; ciò che non è illustrato tramite fotografie, trova posto nella sezione finale, di cui parlerò in seguito.
La prima cosa che salta agli occhi nell’osservare l’arte celtica è la quasi totale mancanza di rappresentazione figurativa, si tratti del mondo animale o di quello umano. L’estetica vira decisamente verso l’inconscio, il mistero, il sogno, l’astrazione. Niente di più distante dalla contemporanea concezione artistica mediterranea.
Forse per questo motivo, è difficile creare una distinzione netta tra prodotto d’artigianato e prodotto artistico, e questo ha favorito il lungo oblio e la scarsa considerazione che l’arte celtica ha dovuto patire per molti secoli, prima di essere riscoperta e valutata per ciò che è.
L’artista celtico utilizza ogni superficie per farne un labirintico percorso visivo e mentale, un sentiero attraverso cui osservare il dipanarsi di elementi ritmati, simmetrici o speculari, o ancora liberi e caotici ma accostati con sorprendente armonia. Una decorazione prevalentemente lineare, ma non per questo bidimensionale. La tridimensionalità, al contrario, è alla base del pensiero artistico celtico e non permette alla semplice fotografia di trasmettere in toto le suggestioni dell’opera, che va al contrario maneggiata e osservata da tutti i lati.
Proprio a questo proposito, l’autore fa cosa saggia nel proporre, in fondo all’opera, una rielaborazione grafica bidimensionale delle decorazioni degli oggetti complessi, in maniera da offrire uno spaccato comprensibile della reale difficoltà di ideazione e realizzazione di questi manufatti. Spesso veniva utilizzato il compasso, per creare geometrie sempre più azzardate.
Anche la decorazione lineare conobbe il suo periodo “tridimensionale”, ed ecco quindi apparire sferette in rilievo, piccoli grappoli, torsioni dei fili metallici. I materiali su cui si lavorava erano i più vari, dal legno al metallo, alla pietra; si decoravano specchi e monili (celebri le collane a tampone, o torques), ma anche oggetti quotidiani dall’uso meno frivolo, come finimenti per cavalli e armi, o monete.
Le poche rappresentazioni umane sono primitive e simboliche, oppure mal copiate dalle opere mediterranee, ma offrono un piccolo spiraglio su una cultura e una mitologia che ancora oggi ci sono in gran parte sconosciute.
Un saggio intelligente pensato per storici dell’arte e appassionati.

venerdì 20 dicembre 2013

Storia della Bellezza

In un volume che è al contempo libro d’arte, compendio di citazioni letterarie, poetiche e filosofiche e saggio d’analisi di un concetto che definire sfuggente è poco, Umberto Eco tenta l’opera ardita di offrire al lettore, artista o meno che sia, una Storia della Bellezza.
Il concetto di “cosa è Bello” ha attraversato le epoche in una continua mutazione, seguendo i cambiamenti sociali e di pensiero. Il concetto di Bello, perciò, è lungi dall’essere immutabile e riassumibile in una sequenza di norme oggettivamente stabili. Bellezza è soggettività, per quanto molte correnti abbiano cercato di renderla asservita alle leggi della razionalità.
Ad aggiungere complicazione alla faccenda, il concetto del Bello in una determinata epoca è sempre stato lontano da una caratterizzazione univoca, come spesso ci viene insegnato a scuola. Le diverse arti e il pensiero filosofico hanno di sovente seguito strade e standard differenti pur nello stesso contesto sociale e storico, creando un mosaico non regolare di concetti e gusto tra cui è difficile districarsi.
Il volume “Storia della Bellezza”, edito da Bompiani, parte con il curare proprio l’estetica del prodotto editoriale. Un bel formato quadrato per un mattone di oltre quattrocento pagine in carta lucida, con immagini di alta qualità a colori per un prezzo accessibile. Un’ottima scelta, vista la considerevole mole di foto di opere d’arte che costella il saggio di Eco.
Il testo è diviso in capitoli che riassumono un periodo storico o una specifica corrente di pensiero, dall’antichità dell’epoca classica alla società dei mass-media del giorno d’oggi. Il linguaggio non è semplice, né i temi trattati sono alla portata di tutti, ma una lettura paziente e le numerosissime citazioni dalle fonti sono sufficienti a superare l’apparente ostacolo.
Quasi ogni autore o testo citato da Eco, infatti, trova il suo spazio in uno specchietto a fondo pagina, quando non cattura completamente la scena occupando più pagine di seguito. Questo consente di seguire con maggiore consapevolezza l’evolversi del discorso e offre spunti di approfondimento di grande interesse. Sono citati testi storici, scritti di importanti filosofi, ma anche brani di poeti e romanzieri che hanno affrontato i temi cardini dell’estetica del proprio tempo.
La cosa che salta all’occhio è che il genere umano si è quasi sempre barcamenato attraverso tre estremi, nel proprio gusto verso il Bello: la proporzione (razionalità pura), il movimento (l’imperfezione che crea attenzione e stimola la mente dell’osservatore), la decadenza (il fascino dell’orrido, della trasgressione, della morte).
Attraverso il lungo viaggio di Umberto Eco, queste tre facce si ripresentano più volte, non sempre pure e incontaminate, ma ciclicamente tese a imporsi sulla “visione” degli artisti e dei committenti. Un picco estremo in una di queste direzioni tende, dopo un certo periodo di tempo, a far vertere l’ago della bilancia su un altro estremo, come se avvenisse una sorta di “rivolta silenziosa” nei confronti di ciò che si sta imponendo come dogma.
Le cose si complicano con l’approssimarsi degli ultimi due capitoli, dedicati alla contemporaneità. Entrare nel XX secolo, e quindi nella società del consumismo e dei mass-media, disintegra ogni certezza su cosa sia Bello, in un mosaico apparentemente insensato di stili, idee, concetti e apparenze. La modernità ha sdoganato ogni possibile versione della Bellezza, facendo coesistere concetti anche diametralmente opposti, in una totale libertà di scelta e adesione a canoni dalla durata incerta (brevissima come illimitata).
Il “finale” del saggio vuole essere comunque costruttivo, ma alla sottoscritta lascia un po’ l’amaro in bocca. Quando tutto è Bello, niente è Bello. Quale sarà la nostra prossima strada?

Faccio presente che questo volume ha un gemello, “Storia della Bruttezza”. Da mettere subito in lista acquisti!

giovedì 14 novembre 2013

Gli Impressionisti

La corrente artistica degli Impressionisti ha fatto da spartiacque, relegando all’antico il lungo percorso verso la “bella pittura” e la maniera accademica per inoltrarsi nel concetto di colore, percezione e interpretazione personale del concetto di rappresentazione, cosa che ha poi condotto alle avanguardie e all’arte contemporanea.
Questo nuovo modo di concepire la pittura fu figlio non solo del genio di un gruppo di artisti dall’animo ribelle e senza alcuna paura di sperimentare, ma anche dei tempi. La Francia della metà dell’Ottocento era pervasa dalla voglia di cambiamento, di lasciarsi alle spalle il passato, la burocrazia, le pastoie sociali. Era una Francia che voleva divertirsi, lasciarsi andare, inoltrarsi nella modernità e nelle nuove scoperte tecnologiche. L’Accademia, con i suoi esercizi di maniera privi di contenuti e di novità, divenne l'emblema di ciò che andava cambiato alla radice.
Questo, come ovvio, generò un netto rifiuto da parte delle istituzioni e costrinse gli artisti a imparare a “vendersi” da sé, organizzando in proprio le esposizioni, prendendo contatto con mercanti d’arte e collezionisti, allacciando relazioni con scrittori e giornalisti che potessero far loro una pubblicità positiva, avvicinandoli al grande pubblico, che – come ovvio – non capiva la loro pittura e la malgiudicava. Fu il primo passo verso un moderno mercato dell’arte, anche se gli sforzi degli Impressionisti non trovarono seguito se non dopo la loro morte, quando il panorama artistico aveva ormai imboccato una svolta epocale e i loro lavori vennero valutati per cifre altissime.
Il bel libro della Giunti che vi sto presentando offre, oltre ad un pregevole prodotto editoriale in carta lucida e moltissime immagini a colori, un riassunto ben congegnato di ciò che è stata questa corrente, di chi fossero gli artisti che ne facevano parte e quali fossero non solo le loro tecniche ma anche i loro obiettivi, raccolti poi dai successivi adepti della loro scuola. Le pagine a sinistra contengono il testo, ricco di dettagli, e piccole immagini di riferimento. Le pagine a destra sono dedicate alle stampe di grande formato e alle schede di approfondimento.
Si parte con una parentesi sui predecessori degli Impressionisti, coloro che hanno aperto la via per il cambiamento. Oltre ad un’analisi della Parigi di metà secolo, si parla quindi del Realismo, prima pietra di scandalo nell’ambiente artistico francese. La scuola di Barbizon da una parte, con la predicazione della pittura di paesaggio en plain air contrapposta al lavoro in studio insegnato in Accademia, e artisti come Courbet e Corot tanto attenti a rappresentare la realtà quotidiana senza filtri di buon gusto e maniera, influenzarono profondamente temi e modi dell’Impressionismo.
Vengono quindi raccontate le vicissitudini riguardanti le mostre impressioniste: come sono nate, chi vi ha partecipato, quali sono state le reazioni del pubblico e della critica. Vengono anche sviscerati i contrasti interni al movimento, che hanno modificato più volte l’organico di coloro che esposero sotto il nome di “impressionista”. Un capitolo a parte è dedicato ai luoghi di ritrovo di questi artisti, principalmente locali cittadini e studi privati, ove si faceva salotto e si accendevano discussioni sull’evoluzione dell’arte che coinvolgevano anche letterati e giornalisti.
Si analizzano poi i soggetti preferiti (paesaggi ma anche scorci della movimentata vita di città e del mondo del lavoro), le tecniche pittoriche utilizzate e l’avvento del mezzo fotografico, i personaggi altrettanto famosi che hanno gravitato attorno all’ambiente impressionista (vedi il poeta Baudelaire o il romanziere Zola). Si chiude con le brevi biografie dei principali artisti del gruppo, corredate da una galleria fotografica aggiuntiva, e di coloro che porteranno altra innovazione partendo dalle loro orme: i “puntinisti” Seurat e Signac, quel Gaugain che cercherà fuori dalla Francia la sua ispirazione, e Vincent Van Gogh, rivoluzionario e sfortunato artista.
Un bellissimo regalo per tutti gli amanti dell’arte.

martedì 1 ottobre 2013

Giorgio Strehler o La passione teatrale

Il libro che vi vado a presentare oggi (chiedo scusa ma non ho trovato l’immagine di copertina) è un testo multiforme nato dalla trascrizione di un evento del 1990, la premiazione di Giorgio Strehler al Taormina Arte – Europa per il Teatro. Un po’ intervista, un po’ raccolta di saggi sul teatro, un po’ conversazione aperta su ciò che è stata l’esperienza del teatro di Strehler, questo magnifico testo edito con Ubulibri ci restituisce un evento storico e artistico di grande levatura.
Dopo una prima parte di presentazione dell’evento e delle motivazioni alla base sia della manifestazione che della premiazione, viene proposta una conversazione con Anatolij Aleksandrovic Vasil’ev, regista russo nato nel 1942 che in questa specifica occasione ricevette a sua volta un premio per le proprie esperienze teatrali.
Appassionato di Pirandello, Vasil’ev lavora con i propri attori utilizzando con generosità l’improvvisazione sul testo, poi codificata per la messa in scena ma sfruttata per dare nuovo respiro, una nuova vita ai testi presi in esame. Spesso le sue rappresentazioni non sono nemmeno andate in scena, osteggiate dal regime comunista, e ne rimane solo l’esperienza del lavoro. L’intervista lo porta a parlare della sua idea del teatro, delle sue esperienze e del difficile clima nel suo Paese natale, cosa che all’epoca lo faceva tentennare tra le offerte provenienti dal resto d’Europa e il desiderio, nonostante tutto, di ottenere un proprio spazio in Russia e offrire il lavoro di scena al pubblico del suo Paese.
A questo omaggio al nuovo che avanza, segue una sezione costituita da brevi saggi che hanno lo scopo di indagare le tematiche e i modi del teatro di Strehler. Si analizza la scelta dei testi da parte di questo regista iperproduttivo, le sue preferenze in fatto di autori (è un dato di fatto che spesso si instaura una sorta di ponte emotivo e artistico tra un regista e determinati autori teatrali), il suo quasi totale abbandono dei testi contemporanei per dedicarsi al repertorio “storico”. Viene rievocata la sua esperienza volta a creare un teatro europeo, con i lavori portati in scena in Germania e, soprattutto, in Francia. Si analizza la componente sociale /politica di una parte del suo lavoro, la sua idea di quello che è regia e le scuole di pensiero che hanno contribuito alla sua visione del Teatro.
Cominciano quindi le interviste, che riescono a dare – molto più dei saggi – uno spaccato artistico e profondamente umano dell’esperienza strehleriana e di ciò che lavorare con questo regista ha lasciato ad attori e addetti ai lavori.
In un dialogo aperto tra Strehler e i suoi collaboratori, si delinea il profilo di un professionista esigente fino a sfiancare chi gli sta attorno, istrionico, incapace di dirigere dalla sala senza fare su e giù dal palco innumerevoli volte. Un regista che affronta ogni testo come un viaggio che abbraccia letteratura, storia, arte, costume e che costringe tutti a seguirlo nella magia, appassionando e mettendo alla prova le forze di chi lavora al suo fianco. Un artista che conosce alla perfezione la parte di ognuno, le partiture musicali, i progetti di scena. Un genio che insieme a Paolo Grassi e a Nina Vinchi è riuscito a creare un polo teatrale di livello internazionale al Piccolo di Milano.
Si alternano nella rievocazione di episodi lavorativi e personali grandi nomi come Giulia Lazzarini, Ezio Frigerio, la stessa Nina Vinchi, Turi Ferro…Un dialogo aperto con Strehler, che li incoraggia, li contraddice, a volte persino si commuove nello scoprire quanto ha segnato l’evoluzione come artista di alcuni suoi collaboratori.
Segue un dialogo tra Giulia Lazzarini e Giorgio Strehler che parlano del lavoro svolto su “Elvira, o la passione teatrale” di Jouvet. A metà tra l’analisi critica della messa in scena e la lettura drammatizzata del testo, i due analizzano le tematiche di questa “lezione” di teatro ambientata a cavallo degli anni della Seconda Guerra Mondiale, portando in luce le difficoltà dell’interpretazione scenica e offrendo un bellissimo scambio tra regista e attrice, in parte “scenico” e in parte verità.
Con un discorso conclusivo, termina questo bellissimo documento. Per chi, come me, fa teatro o quantomeno lo ama, una lettura che fa desiderare ardentemente di aver potuto assistere in prima persona all’evento e che restituisce un’immagine sfaccettata di uno dei più grandi registi del secolo scorso.

martedì 20 agosto 2013

Il ritorno degli Dei

“Il ritorno degli Dei” di Massimiliano Venturini, edito da Il Ponte Vecchio, è un connubio non comune di giallo all’italiana e fantascienza, condito con un pizzico di cospirazione internazionale e un palese amore per l’arte.
L’ispettore Raul, appassionato di archeologia, viene chiamato d’urgenza a causa di alcuni misteriosi omicidi avvenuti nelle valli di Comacchio. Le vittime sono state ritrovate sepolte o affogate, con la testa avvolta in una rete da pesca e un reperto di matrice greco antica ficcato in bocca. Gli indizi sono pochissimi, la collaborazione della gente del posto verso un ispettore che proviene dalla riviera romagnola molto scarsa e Raul si trova a dover utilizzare spesso metodi poco ortodossi per cercare di districarsi in questa complicata faccenda.
Quando, finalmente, qualche informazione riesce a trapelare, Raul scopre di essere finito dentro una catena di eventi molto più grandi di lui. Tra società segrete greche, antiche aspirazioni naziste e reperti sorprendenti, Raul si troverà a fronteggiare il più grande segreto della Storia umana.
Dare un giudizio univoco su questo romanzo è difficile, in quanto il prodotto letterario riunisce in sé parecchi pregi e altrettanti difetti, rendendo complesso trovare un sistema di valutazione che riesca a tenere conto di entrambi.
Partiamo dai pregi. Venturini costruisce un giallo all’interno di un contesto prettamente italiano. Per quasi tutto il romanzo non si ravvisa alcun intento di scimmiottare romanzi e telefilm americani, che possiedono uno stile peculiare per ciò che concerne indagini di polizia, omicidi e mistero. Se ne sono letti e visti troppi per poter sopportare una brutta copia di matrice italiana. Venturini non cade nel tranello e ci presenta il territorio della riviera con tutta la sua quotidiana normalità. I personaggi sono italiani al cento per cento, rustici e un po’ maneggioni, sempre pronti a vivere in un limbo fra la legalità e i propri interessi.
Gli sforzi per creare un giallo tutto italiano sono evidenti e apprezzabili per un genere che sta ritagliandosi la sua buona fetta di mercato editoriale.
Il protagonista è non convenzionale. Venturini non fa nulla per mitigarne l’arroganza e la tendenza ad aggirare la legge per i propri comodi, creando un uomo plausibile e antipatico le cui vicissitudini si seguono volentieri, forse proprio perché non viene richiesto al lettore di partecipare emotivamente alle sue vicende.
Il fantastico fa il suo ingresso con un tema non nuovo ma inaspettato vista l’ambientazione “casalinga”: il decimo pianeta e la stirpe di divinità – forse aliena – che fece dell’Uomo un essere in grado di evolversi in civiltà progredite. Inoltre Venturini incentra gran parte della storia sul mondo dell’archeologia, parlandone con perizia e offrendo maggiore spessore intellettuale alla trama.
I tasti dolenti, purtroppo, inficiano la possibilità di una lettura scorrevole e godibile fino alla fine. In primis, l’autore e l’editore non hanno controllato a dovere le bozze prima della stampa. L’uso della punteggiatura è spesso errato; sono presenti parecchie ripetizioni e refusi che danno la sensazione di doversi impegnare in una corsa a ostacoli. Questo è un peccato, perché il lessico di Venturini è, al contrario, non scontato e molto gradevole.
I rapporti uomo-donna sono stereotipati, poco credibili, nonostante la giustificazione del carattere poco espansivo del protagonista. Di quando in quando, inoltre, le informazioni storiche elargite dall’autore diventano vere e proprie parentesi esplicative che sanno di saggio e risultano eccessivamente slegate dalla narrazione.
Il vero problema del romanzo, a parte gli errori, è il finale, accelerato fino allo spasimo e strappato alla radice italiana per cercare di tirare le fila della troppa carne messa sul fuoco, una sorta di trasformazione in film d’azione con conclusione pre-apocalittica. La filippica finale del protagonista esprime troppo palesemente i pensieri dell’autore in merito ai temi trattati e risulta fuori luogo.
“Il ritorno degli Dei” sarebbe molto più godibile dopo una decisa correzione delle bozze. Venturini, comunque, ha il talento di creare trame interessanti, che stanno scomparendo dal mercato. Un autore a cui dare un’altra possibilità.

lunedì 29 luglio 2013

La moda - Storia della moda del XX secolo

Quest’oggi vi presento un testo artistico della casa editrice Taschen che è anche catalogo del Kyoto Costume Institute, un compendio sulla moda del XX secolo basato sui prodotti della haute couture raccolti nella collezione dell’istituto. La magnifica sequenza fotografica, nitidamente stampata a colori su carta lucida, è corredata da didascalie informative, descrizioni e da due brevi saggi.
Il primo, scritto dalla professoressa universitaria Reiko Koga, illustra brevemente la concezione della figura femminile e dello stile a cavallo tra XIX e XX secolo. In pochi anni, la moda conobbe un cambiamento radicale e sempre più veloce, cambiando completamente, di volta in volta, la linea del corpo femminile, i materiali, gli accessori.
Partendo da gonne ancora ampie e lunghe fino ai piedi, corsetti a vita stretta e una linea a s che era l’epitome della perfetta figura, si passò ad abiti con gonna alla caviglia, senza panieri o imbottiture. Il corsetto divenne meno costrittivo, si cercò di rendere almeno gli abiti da giorno più comodi da portare. La rivoluzione avvenne con gli anni ’20 e con la passione per il ballo (charleston), con le prime avvisaglie di un desiderio di emancipazione della donna.
I vestiti si accorciarono fin sopra al ginocchio. La linea dell’abito divenne dritta, senza aderenze, con la cinta abbassata fino ai fianchi. Veli, frange, colori più azzardati e accessori estrosi (cuffiette, cappelli piumati, boa) contribuirono a dare un primo assaggio di moda innovativa. A questo stile si affiancò la moda garçonne, che faceva indossare i pantaloni anche alle donne.
Negli anni ’30, ’40 e ’50 si ritorna a una ricerca della femminilità, dapprima con abiti aderenti e lunghi, fluttuanti, nati per esaltare le curve del corpo; poi con giacche, camicette e gonne sotto al ginocchio, in un mix di eleganza e pudicizia data anche dalla povertà degli anni di guerra, che non consentivano grande estro. Infine, negli anni ’50, si torna a sottolineare la vita stretta con abiti a gonna ampia, colorati e femminili.
Il secondo saggio, di Rie Nii, curatore dell’Istituto, offre una panoramica della moda contemporanea. Si parte dalla rivoluzione degli anni ’60, con le sperimentazioni artistiche e di materiali unite a una tendenza a scoprire il corpo (nascono le minigonne e i costumi da bagno ridotti). Negli anni ’70 nasce la moda unisex e da quel momento in poi tutto è concesso, portando a collezioni di moda che spesso nascono e muoiono sulla passerella, frutto più di concezioni astratte sulla valenza del corpo, del colore, dei tessuti che del reale desiderio di “vestire”.
La galleria di immagini è magnifica, ci si perde nei dettagli, nella perfezione della realizzazione dell’abito. Non per niente, la haute couture è sempre stata caratterizzata, oltre che da un’inventiva fuori dal comune, da una competenza tecnica di taglio e di decorazione che è impossibile trovare in un normale capo di sartoria.
Ogni immagine è preceduta da un piccolo specchietto esplicativo che fornisce maggiori dettagli sullo stilista, sulla moda del periodo oppure sui materiali utilizzati negli abiti presi in esame. Ogni fotografia, poi, è corredata da una didascalia che fornisce i dati essenziali (stilista, tipo di abito, etichetta, anno di fabbricazione) e una descrizione più accurata.
Il volume offre una panoramica della moda del XX secolo molto ampia, se non completa. Sfogliandolo si unisce il piacere estetico dato dalla bellezza indiscutibile dei prodotti di sartoria alla comprensione dell’evoluzione della moda nell’ultimo secolo, in un perfetto raggiungimento dello scopo fondante di un volume come questo.
Come sempre, la Taschen offre un ottimo prodotto editoriale e artistico, utile a tutti coloro che si interessano di  fashion design ma anche, più in generale, agli appassionati del “bello”.

domenica 9 giugno 2013

Il libro dei simboli

Oggi vi presento una creazione stupenda di una casa editrice che ormai è diventata il mio punto di riferimento
quando ho necessità di conciliare ricerca artistica, portafogli poco fornito e ottima qualità del prodotto: la Taschen. Nel caso specifico, sto parlando de “Il libro dei simboli”, scelto tra altri saggi afferenti allo stesso argomento per l’evidente ricchezza grafica e testuale rispetto ai concorrenti.
Il volume è un gigante con splendida rilegatura cartonata, stampato su carta spessa ma non lucida, adatta alla lettura e alla stampa a colori. Ingegnosi ed esteticamente pregevoli i due accorgimenti utili al lettore per trovare velocemente i capitoli di interesse. Oltre a segnalibri in tessuto colorato posti all’inizio di ogni macro-capitolo, il margine delle pagine è sagomato come una gigantesca rubrica. Rientranze a mezzaluna aiutano a individuare immediatamente inizio e fine degli argomenti, oltre a creare un bellissimo effetto di design che impreziosisce il volume.
Quello dei simboli è un argomento estremamente complesso, che abbraccia un ampio gruppo di discipline di studio sulla mente umana, sulla sua evoluzione e sulla produzione artistica. In quanto volume di una casa editrice d’arte, mi aspettavo di avere tra le mani un tomo che parlasse principalmente dell’uso e del significato di determinati simboli nella Storia dell’Arte, ma è bastato iniziare la lettura per rendermi conto che non è con questo spirito che “Il libro dei simboli” è stato concepito.
Gli autori, infatti, hanno spaziato liberamente dall’arte all’antropologia, dalla psicologia al significato dei sogni, dalla mitologia alla letteratura, dall’alchimia alla scienza. Il linguaggio non è sempre semplice e lineare, non ci si trova a leggere delle nitide lezioni nozionistiche, bensì ad immergersi in una serie di suggestioni a volte quasi oniriche, poetiche.
Questo è un aspetto fondamentale da tenere in conto prima di acquistare questo libro. Se lo scopo è didattico, o se non si conoscono almeno a livello d’infarinatura le materie qui sopra elencate, meglio dirigersi sull’acquisto preventivo di un altro testo. Se, al contrario, si possiede già una certa cultura in merito e si cerca ispirazione per la propria creazione artistica, oppure ulteriore materiale per la propria formazione di psicologo o antropologo, allora questo è il non-plus-ultra.
I macro-capitoli sono cinque e si riferiscono alla Creazione, al Mondo Vegetale, al Mondo Animale, al Mondo Umano e al Mondo Spirituale.
Il primo capitolo si sofferma principalmente sui concetti cosmogonici di Creazione e sui Quattro Elementi della tradizione occidentale, argomento ampio e complesso che già di per sé necessiterebbe di un tomo a parte per parlarne in maniera esauriente.
Si passa quindi al Mondo Vegetale, in cui si descrivono alberi, piante e fiori a cui la psiche umana ha associato significati profondi e simbolismi particolari. L’Uomo ha sempre avuto un rapporto ambiguo con il “verde”, da un lato fonte di sostentamento e piacere per la vista, dall’altro causa di ataviche paure o risorsa da sfruttare brutalmente.
Lo stesso vale per il Mondo Animale, in cui però si aggiunge uno spirito di immedesimazione che forse ci arriva dai riti ancestrali dei nostri progenitori, i quali partecipavano alle leggi della natura chiedendo in prestito la forma di determinati spiriti animali, che a volte diventavano numi protettori della persona singola o dell’intero gruppo sociale. Il capitolo è diviso per specie, facendo attenzione anche alla differente valenza di animali selvatici e bestie domestiche.
Il capitolo più ampio è quello dedicato all’Uomo stesso. Si parla delle parti del suo corpo e delle sue percezioni sensoriali come dei suoi manufatti, degli edifici che abita, dei mezzi di trasporto e degli utensili che ha inventato. Tutto ciò che nasce dall’Uomo assume un significato più profondo del mero utilizzo che se ne fa, lasciando tracce nei processi psichici e artistici.
Si conclude il ciclo con una panoramica sul mondo dello Spirito, sul mistero e il fantastico. Si parla degli animali del mito, delle problematiche relative alla morte e ai rituali misterici e religiosi, e dei processi della psiche.
Un volume da leggere con calma, prendendosi tempo per riflettere su ogni suggestione e ricavarne quelle immagini mentali che fanno da scintilla alla creazione di una nuova espressione artistica.

venerdì 24 maggio 2013

Il mistero dell'ermellino

Oggi vi parlo del romanzo di una mia concittadina, Giuse Iannello, una storia che unisce il mistero storico a quello – forse più prosaico, ma sempre attuale – del funzionamento del cuore femminile. “Il mistero dell’Ermellino”, edito da Albatros, narra la storia di Marisa, una donna arrivata alla soglia dei cinquant’anni e invitata ad una cena di coscritti, organizzata all’interno della Cavallerizza del castello di Vigevano. Qui, tra volti noti che non vedeva da tempo, slideshow di vecchie fotografie e pettegolezzi altrui, il suo passato la riassale, portandola agli eventi che hanno segnato la sua giovinezza e, a conti fatti, tutta la sua vita.
Marisa ricorda il primo, vero amore per Marco, un giovane musicista da cui viene lasciata in favore di un’altra donna, una relazione in cui lei aveva posto tutte le sue speranze e che l’ha marchiata per sempre con un senso indefinito di insoddisfazione. Anche la sua passione per la scrittura viene incanalata solo in parte nella direzione desiderata, quando accetta di lavorare per il signor Bardogli, appassionato di Storia, nell’antico edificio conventuale in Corso Milano.
Proprio in quel luogo, la sua vita cambia…o, quantomeno, si trova a un punto di svolta. E’ lì che conosce Mauro, un uomo che farà di tutto per trovare un posto nel cuore di lei. E’ lì che comincia a farsi domande su se stessa, su coloro che la circondano e sui limiti che lei stessa si pone nel rapportarsi agli altri. Proprio nel convento, infine, verranno ritrovate alcune pergamene risalenti al Rinascimento, vergate da un frate domenicano che narra della propria missione volta a recuperare il corpo del defunto Ludovico il Moro, la cui sepoltura rimane ancora oggi sconosciuta. Questo ritrovamento la coinvolgerà in un’indagine densa di mistero, che chiederà una scelta a suo modo coraggiosa.
Grazie a questo percorso della memoria, la Marisa del presente riesce finalmente a giungere alla risposta che tanto ha cercato. Ma non sarà troppo tardi?
La prosa di Giuse Iannello è fresca, molto scorrevole, caratterizzata dalla capacità di descrivere in maniera “pittorica”, consentendo cioè al lettore di visualizzare con vivida nitidezza quanto descritto senza trovarsi oberati di dettagli. La storia si dipana attraverso le portate di una cena; ogni episodio, quindi, è preceduto dall’arrivo di una pietanza, descritta in modo tale da esaltarne sia l’aspetto estetico che quello papillare, palesando l’intenzione di sottolineare l’importanza del cibo a livello sia sensoriale che sociale, come momento di aggregazione. Grazie a entrambe le sollecitazioni, infatti, Marisa affonda nei propri ricordi e ne pesca le risposte giuste.
Il romanzo è molto sensoriale, con un’insistenza non spiacevole su sapori, suoni, odori e colori. D’altra parte, l’autrice si dedica anche alla produzione artistica, e questo probabilmente ha contagiato il suo stile letterario.
La pecca sta nei dialoghi, che di quando in quando tendono a diventare forzati, didascalici. La necessità di fornire molti dettagli storici al lettore ha generato frasi eccessivamente prolisse e formali, con un uso del linguaggio adatto più al testo scritto che alla conversazione.
L’ambientazione, come già detto, è Vigevano, città un tempo di fervente attività e ora chiusa nella propria sonnolenza, caratterizzata però da un passato storico rilevante. Essa è stata dimora di pregio dei Visconti e degli Sforza, che vi hanno tenuto corte in quello che è ancora oggi uno dei più grandi castelli d’Europa. Giuse Iannello fa omaggio alla propria città e al suo coinvolgimento nei grandi fatti della storia, parlando di situazioni e luoghi cari a ogni vigevanese; crea un’atmosfera di “casa” che ammorbidisce il romanzo e gli dona un che di caldo, di accogliente, anche per chi non conosce i luoghi della narrazione.
Altro tema portante è la valenza del ricordo, che si trasforma facilmente in trappola se vi rimaniamo morbosamente attaccati. Il passare del tempo distorce le cose e porta all’idealizzazione di ciò che si è perso, impedendoci di vivere un’esistenza completa. Marisa dovrà fare i conti proprio con questo fossilizzarsi dell’anima e trovare il coraggio di guardare avanti, portando con sé le proprie esperienze senza rimanere a fissarle, impietriti e nostalgici, per il resto della vita.
Una gradevole variazione sul tema del mistero storico. Rimaniamo in attesa di una seconda opera.

martedì 30 aprile 2013

Quattrocento

Mostrando lo stesso oggetto, la stessa opera d’arte, lo stesso edificio a due persone diverse, spesso se ne otterrà un giudizio differente, quando non del tutto divergente. Non mi era mai capitato, però, di trovarmi di fronte a una valutazione antitetica -rispetto alla mia percezione di tutta una vita - nel rapportarmi a un’intera città.
“Quattrocento” di Susana Fortes, edito da TEA, è ambientato a Firenze, una città che per me è sempre stata fonte di speranza nel futuro, ispirazione artistica, infinite possibilità. La Fortes, invece, dipinge Firenze come il nero calderone di ogni bruttura, le vie gorgoglianti sangue di secoli, la tenebra nascosta nell’animo umano. Firenze diventa la dimora dell’orrore, esemplificato nei suoi tragici fatti storici e protrattosi fino ad oggi, come un codice genetico indelebile che maledice l’intera città e i suoi abitanti.
Ana Sotomayor è una studentessa spagnola, alloggiata nel capoluogo toscano, che sta preparando una tesi sul pittore Pierpaolo Masoni, attivo nella bottega del Verrocchio. Visto il suo coinvolgimento con l’episodio della Congiura dei Pazzi, il famoso attentato ai fratelli Lorenzo e Giuliano de’ Medici, la ragazza studia i quaderni lasciati dal pittore affiancandovi ricerche sul tragico evento storico e interessandosi sempre più alla vicenda. Nell’indagine la supporta il professor Rossi, amico di suo padre, uomo schivo e tanto più anziano di lei che diventa una presenza fondamentale nel suo cuore.
Le ricerche di Ana, però, toccano da vicino misteri che devono restare inviolati, mettendo lei e il professore in pericolo di vita. Il tragico passato non ha ancora cessato di influenzare il presente e ci sono verità che la Chiesa non vuole vengano rivelate.
Questa è la trama che si allaccia ai giorni fatidici dell’attacco ai Medici, narrati attraverso gli occhi di Masoni e del giovane Luca, il suo apprendista, in un continuo alternarsi di passato e presente, di una Firenze antica che è arrivata fino a noi con ammodernamenti che non ne hanno modificato la sostanza. Un mistero in cui arte, fede e politica si mescolano al sangue.
Lo stile narrativo della Fortes è piuttosto particolare, una prosa che suggerisce più che raccontare, a tratti poetica, nonostante si soffermi volentieri sul particolare morboso. Il romanzo inizia subito pregno di mistero. Ana è già al lavoro, le sue perplessità sulle memorie di Masoni e sulla congiura sono ben presenti fin dalle prime pagine. Questo toglie qualcosa al romanzo, in quanto il livello di tensione parte già alto e rimane sullo stesso piano praticamente per tutto il tempo della lettura, uniformando troppo la soglia d’attenzione.
Inoltre il giallo è strutturato in maniera tale da lasciare un vago senso di confusione, la sensazione di essersi persi qualche passaggio o di non aver ben compreso gli indizi. In realtà, ciò non è colpa del lettore, quanto della scrittrice. Nella sua foga di creare un alone di mistero, la Fortes inserisce personaggi, indizi e situazioni che quasi sempre brillano per un istante e poi si perdono come meteore, lasciando poco o niente di utile per dipanare la matassa. C’è troppa carne al fuoco, troppe situazioni non risolte. Anche il vizio di infilare qua e là frasi di anticipazione sui fatti futuri (“…se ne sarebbe pentita in seguito…”, “…avrebbe capito troppo tardi…” e simili) dopo un po’ stanca.
A questi difetti si aggiunge un gusto per il macabro, lo splatter fine a se stesso che non trova particolare giustificazione pur nella descrizione del crudo omicidio di Giuliano e nella battaglia che ne seguì. Si avverte un gusto per il sangue, per il torbido, che stona troppo con l’immagine comune di Firenze. Invece di aprirci una finestra sui segreti tenebrosi della città, stuzzicando quindi il nostro interesse, la Fortes vuole costringerci a fare il bagno in pozzanghere di sangue e fango.
Pur con la compagnia di bello stile e proprietà di linguaggio, quindi, si rimane per quasi quattrocento pagine legati a una storia a cui sembra sempre mancare qualcosa, un evento risolutivo, uno scopo vero e proprio. Per quanto mi concerne, un romanzo senza cime né abissi, che rincorre senza particolare costrutto la fame di mistero legato alla Storia che tanto attira il mercato editoriale in questo momento.
Da leggere quando proprio non avete altro sottomano.

mercoledì 20 febbraio 2013

1000 idee per creare

Oggi vi parlo di un manuale di arti decorative adatte a chiunque vi si voglia cimentare, una panoramica divertente e stimolante sulla creatività “casalinga”, da portare avanti nel tempo libero secondo il proprio gusto e le possibilità economiche.
Avrete notato tutti come negli ultimi anni abbia preso piede l’hobby del “decoupage”, vale a dire la decorazione di oggetti in vetro o materiali vari con disegni su carta e vernici particolari. I mercatini ormai abbondano di bancarelle che vendono questi oggetti fatti in casa, che da passatempo si possono trasformare in una piccola occasione di commercio. Un'altra branca creativa che ha molto successo è la creazione di gioielli originali, o con perline di varie fogge e dimensioni oppure con paste modellabili e colorate che poi vanno cotte in forno.
Questi sono solo due esempi di ciò che viene illustrato e proposto nel coloratissimo tomo “1000 idee per creare”, edito dalla Giunti e scritto da vari specialisti di decorazione.
Il manuale è diviso in capitoli che illustrano di volta in volta tecniche differenti, presentando poi numerosi progetti come esempio e occasione d’esercizio. Ogni progetto è ampiamente documentato con fotografie a colori, spiegato passo passo in ogni fase della realizzazione e corredato da un preciso elenco dei materiali utilizzati, proprio come in una ricetta da cucina.
Si comincia con il “decoupage” classico, che si mette in atto con la carta apposita oppure con i veli stampati dei normalissimi tovaglioli di carta. Viene spiegato come rendere tridimensionali i disegni grazie alla pasta modellabile o con l’ausilio di lamine metalliche e colla a caldo. Si passa poi a illustrare gli effetti che si possono ottenere con determinate vernici: screpolatura, doratura e un interessante effetto metallico realizzato con pigmenti chiamati porporine.
Dopo una parentesi sulla decorazione con l’utilizzo di malte (con progetti molto carenti in quanto ad appeal) o di pannelli pre-stampati chiamati “tiling”, inizia il lungo capitolo sui gioielli, ricchissimo di graziosi esempi da copiare.
Un capitolo interessante è quello sulla lavorazione del feltro, non molto ricco di esempi ma più chiaro di altri per quanto concerne l’utilizzo delle materie prime e il procedimento di realizzazione del tessuto colorato. Idee simpatiche e spiccatamente femminili sono presenti nei capitoli dedicati alle bomboniere, alla realizzazione di album di foto e notes (scrapbooking), e in quello dedicato ai pupazzetti.
Si passa alla decorazione artistica vera e propria con i capitoli dedicati alla pittura a pennello su materiali vari, al rinnovo e decorazione di vecchi mobili e alla tecnica con vernici semitrasparenti su vetro, tra le idee più azzeccate proposte nel manuale.
Si chiude, infine, con alcuni progetti pensati per divertire i bambini, non tutti oggettivamente gradevoli.
Il difetto principale del manuale è l’assenza di una presentazione ragionata dei materiali. Per quanto essi siano elencati con precisione all’inizio di ogni progetto (tanto da inserire perfino il numero di serie dei colori utilizzati) e venga spiegato come usarli durante la messa in atto, molte cose possono rimanere poco chiare a chi non conosce i prodotti in commercio, a chi vuole capire come orientarsi tra le marche produttrici e non sa a quali rivenditori rivolgersi. Sarebbe stata auspicabile la presenza di un elenco chiaro ed esaustivo, con fotografie dei prodotti così come si presentano in commercio, corredato da un sunto delle tecniche di utilizzo.
Inoltre, pur se specificato all’inizio del manuale, è piuttosto irritante il fatto che vengano presentati solo prodotti di determinate marche, cosa che limita il campo d’acquisto a chi non conosce alternative e non ci dà alcuna certezza né sulla qualità dei prodotti né sul loro valore economico rispetto a materiali simili ma di altre case produttrici.
Consiglio quindi, se si desidera iniziare a mettere in cantiere qualche progetto, di chiedere prima lumi nel proprio colorificio di fiducia o di fare una ricerca su internet per farsi un’idea più chiara sulle possibilità di risparmio e sui prodotti in commercio.
Il testo rimane comunque una fonte di idee divertenti e di sicura soddisfazione pratica, buon compagno di chi vuole allenare la propria creatività.

giovedì 31 gennaio 2013

Lettere a Theo

Quasi sempre, comprendere quali pensieri, ambizioni o sentimenti si celino dietro alla produzione di un artista si riduce, per forza di cose, a un mero esercizio di speculazione. Di norma, infatti, ciò che l’artista lascia al lavoro dei critici e all’attenzione del pubblico è la sua opera così com’è, veicolo a sé stante di tutto il lavoro fisico e mentale che l’ha preceduta.
Questo ingenera una certa dose di cautela nel formulare ipotesi (tranne nel caso di quei critici che sentono di aver colto il “vero significato” dell’opera, spacciando la propria visione soggettiva per un’analisi oggettiva e creando confusione nel fruitore medio). Comprendere l’opera di un artista diventa difficile come interpretare un sogno altrui.
Uno dei più famosi e quotati artisti che ci ha condotti all’arte delle avanguardie, Vincent Van Gogh, ci ha risparmiato la fatica di perderci in elucubrazioni lasciandoci un copioso corpus di lettere spedite al fratello minore Theo, una ponderosa mole di pagine scritte fino all’ultimo istante a quello che considerava il parente più simile a lui per temperamento, il migliore amico, nonché il commerciante ufficiale delle sue opere (che, però, non riuscì a renderlo né famoso né vendibile mentre era in vita).
Queste lettere vengono qui pubblicate dalla Ugo Guanda Editore in una selezione che spazia dagli anni del fervore religioso di Van Gogh, alla sua scoperta del talento artistico, alla faticosa vita di pittore disturbata e quindi distrutta dalla malattia mentale.
Le prime lettere sono quasi paternali, verbose, dense di citazioni bibliche ed evangeliche, ma di quando in quando spuntano descrizioni di luoghi visitati o persone conosciute che sono veri e propri quadri verbali, tanto sono descritti vividamente. Il colore, più che la forma, è il mezzo attraverso cui Van Gogh percepisce e descrive il mondo che lo circonda.
Questo si accentua ancora di più nelle lettere successive all’inizio della sua carriera di pittore, diventando il filtro preferenziale attraverso cui scoprire la realtà. Si viene catapultati in una iper-percezione, un sentire vibrante e potente fatto di luce, una sensazione continua di epifania verso il creato che forse era indice di una fragilità psicologica già in atto ma che si traduceva in esperimenti sorprendenti sulla tela.
Il denaro e i problemi di salute sono argomento di discussione fisso, due dei disagi che rosicchiavano di anno in anno la sua stabilità e la fiducia nel futuro. Lo stile, negli ultimi anni, si fa più sconnesso, reciso, ambiguo. Non che vi siano divagazioni prive di senso o segnali di follia, ma alla prosa ampia e narrativa si sostituiscono frasi più brevi, a volte ermetiche, di norma segno di depressione. Il tono si fa più brusco, come se ogni momento dedicato alla scrittura fosse da considerare perduto per la pittura.
Vincent Van Gogh nasce in Olanda nel 1853, da una famiglia molto religiosa. Il padre, infatti, è un pastore di anime, cosa che lo influenzerà tanto da fargli prendere la decisione di diventare predicatore. L’esperimento, durato anni, non ha grande successo. Vincent non è portato per la capacità di parlare a un pubblico, soffre gli insegnamenti accademici e li trova inutili o incompatibili con il semplice spirito cristiano che dovrebbe stare alla base dell’opera del predicatore.
Si avvicina agli umili, ai lavoratori che fanno vita più dura. A volte disegna, ma quasi per gioco. Viaggia, anche in Inghilterra, ma i fallimenti si accumulano e pesano sul suo spirito, che si fa sempre più malinconico e depresso. Anche il lavoro di mercante d’arte presso la Goupil finisce con un licenziamento.
Nel 1880, finalmente, decide di dedicarsi anima e corpo al talento artistico. Si butta nel disegno, imparando da vari maestri ma senza riuscire – anche in questo caso- ad adattarsi al pensiero accademico. Nonostante ciò, per molto tempo non si accosta alla pittura, conscio dei propri limiti e deciso a farsi prima una solida preparazione grafica, soprattutto sulla figura, il suo tallone d’Achille. E’ il colore, però, il suo vero regno. Una volta provato, non riesce più a farne a meno e si butta in una produzione frenetica.
Brutte delusioni sentimentali, le ristrettezze economiche, la consapevolezza di dipendere dall’aiuto del fratello e la totale mancanza di vendite acuiscono le turbe di un animo già di per sé ipersensibile, iniziando a minare la sua sanità mentale. Nel 1888 si trasferisce ad Arles, deciso a migliorare se stesso e la propria pittura con il clima del sud. Accarezza l’idea di creare un’associazione di pittori, convive per qualche tempo con Gauguin, ma sopravviene la crisi. Preda di raptus violenti (si taglia anche un orecchio), viene internato più volte, con suo sgomento e rassegnazione. Torna a dipingere con fatica ma nel 1890 si spara un colpo e muore nel giro di poco. Il fratello Theo morirà di malattia pochi mesi dopo.
Fino all’ultimo, il suo legame con il fratello si mantiene forte con questo scambio epistolare, documento di inestimabile valore per comprendere il lavoro di un artista che ha fatto epoca e commovente testimonianza del tormento di un uomo.

giovedì 3 gennaio 2013

Storia Universale del Costume

La Storia del Costume, vale a dire l’evoluzione dei capi d’abbigliamento, gli accessori, l’acconciatura e il make-up dai primordi della società umana ai giorni nostri, è una materia ampia e complessa che sarebbe errato sottovalutare, reputandola d’interesse esclusivo per chi oggi si occupa di moda. Essa, infatti, non solo richiede una conoscenza storica e antropologica notevole, ma offre una miniera di informazioni anche per chi lavora nel teatro, in televisione o, più in generale, si occupa d’arte e di ricerca storica.
L’analisi dell’abbigliamento fornisce informazioni sul clima, sulle abitudini, sulle preferenze estetiche che via via si sono radicate nel gusto per poi svanire ed essere sostituite. Racconta anche la situazione economica e politica, la differenza più o meno marcata tra le classi sociali. Evidenzia, infine, tipo e qualità delle materie prime utilizzate per confezionarli, mettendo in luce i progressi tecnici, i rapporti commerciali, i trucchi del mestiere, abilità che spesso con il tempo e l’industrializzazione si sono perdute.
Questa storia “parallela” dell’umanità non ha grande seguito nel nostro Paese, limitandosi ad essere insegnata nei corsi complementari in talune facoltà universitarie. Ne consegue che trovare testi adeguati ed esaustivi nella nostra lingua è impresa ardua (per trovare manuali completi bisogna rivolgersi alle pubblicazioni in lingua inglese, con l’ovvio ostacolo della lingua straniera).
E’ presente in commercio, però, un gigantesco volume che merita non solo l’attenzione di chi è interessato alla materia, ma anche l’investimento dei non pochi euro richiesti per l’acquisto. Ringraziando le Muse, la qui presente ha potuto usufruire di uno sconto galattico grazie alla sovracoperta strappata, ma dopo una singola occhiata al contenuto ho compreso che avrei sganciato tutti i soldi sull’unghia anche se fossi stata costretta a comprarlo a prezzo pieno.
“Storia Universale del Costume ” di Patricia Rieff Anawalt, infatti, racchiude non tanto la Storia del Costume in sé, alla quale viene dato comunque un certo spazio, ma una panoramica straordinaria delle abitudini d’abbigliamento di tutto il mondo. Una pecca delle analisi storiche, infatti, è che esse di norma si concentrano prevalentemente sul Costume occidentale. Aprendo le pagine di questo volume, invece, si inizia un viaggio straordinario intorno al mondo.
L’autrice, un’antropologa con il dono di una scrittura scorrevole e di piacevole lettura, ha suddiviso il testo in capitoli “regionali”, in maniera da analizzare con cura ogni popolo e i suoi costumi. Partendo dal Medio Oriente e dall’Egitto, che sono stati culla delle prime civiltà, il viaggio prosegue attraverso tutti i continenti, andando a ricercare dapprima le nozioni storiche essenziali a comprendere come si è evoluta la regione, la sua organizzazione sociale e quali influenze hanno permeato il suo gusto, e quindi i capi d’abbigliamento tradizionali, fotografati pezzo per pezzo oppure mostrati indosso ai nativi.
Spesso, disegni atti a mostrare il corretto modo di indossare le vesti corredano il testo. Ogni foto è accompagnata da una didascalia esaustiva circa i materiali, le dimensioni e, quando possibile, l’anno di fabbricazione del capo d’abbigliamento.
Vengono così alla luce stili e materiali del tutto sconosciuti alla nostra cultura, curiosità tribali conservate con ammirevole dedizione da piccole realtà etniche che, nonostante il dilagare della società industriale e dello stile occidentale, cercano per quanto possibile di tramandare alle nuove generazioni le proprie tradizioni. A questo si affiancano nozioni sulle tecniche di tessitura, sia per ciò che riguarda le materie prime e le tecniche di filatura e ricamo, che per le procedure di tintura e i materiali, a volte curiosi o perfino disgustosi, che vengono utilizzati per colorare i tessuti.
Ogni grande capitolo è suddiviso in paragrafi dedicati alle singole etnie. Per ognuna di esse viene fornita una notevole quantità di informazioni altrimenti difficilmente reperibili. Cartine geografiche a complemento del testo circoscrivono con precisione i territori presi in esame. La stampa perfetta e nitida su carta lucida, il grosso formato e la rilegatura con copertina rigida lo rendono una pubblicazione di pregio.
Lungi dall’essere una carrellata di fotografie, il tomo (edito da Mondadori) contiene una miniera di informazioni da leggere con cura, creando un azzeccato connubio tra volume d’arte e saggio antropologico.

lunedì 16 luglio 2012

Arte e percezione visiva

L’arte visiva, perché sia efficace, deve rispondere a requisiti che soddisfino – o mettano in discussione con proprietà di mezzi – le facoltà percettive del fruitore dell’opera. Oggigiorno ci si improvvisa artisti senza avere conoscenza né teorica né intuitiva di questa fondamentale materia, motivo per cui circola tanta pseudo-arte di discutibile valore. In generale, tanto più il risultato percettivo è univoco e comprensibile, tanto più l’artista è riuscito nel suo intento.
Quali sono queste leggi percettive? Come si diventa coscienti di esse e del loro utilizzo nell’arte? E’ possibile trovare dei punti fermi da cui partire per ottenere delle basi univoche, universali?
Il trattato “Arte e percezione visiva” di Rudolf Arnheim si prende l’onere di rispondere a queste domande, complicate sotto ogni punto di vista e oggetto di uno studio ancora da approfondire. In un ampio volume edito in Italia da Feltrinelli, l’autore risale alla base delle facoltà percettive dell’essere umano, cercando attraverso l’analisi artistica e la sperimentazione diretta su un campionario di fruitori di porre delle basi costituite da regole fisse.
Avvalendosi di numerose immagini e esempi a contorno del testo, Arnheim si interroga sul discernimento dell’immagine cercando di separare la percezione visiva che va a sedimentarsi attraverso l’esperienza (condizionata dall’ambiente culturale e dall’educazione visiva del fruitore) da quella innata dell’essere umano, che obbedisce a talune regole sempre identiche indipendentemente dal background della persona presa in esame.
Per fare ciò, l’autore offre ampio spazio all’analisi dell’evoluzione del tratto e della rappresentazione artistica del bambino, dal primo sgorbio ai disegni più complessi. Ciò che inizialmente si manifesta come movimento puro (pensate agli scarabocchi a circolo continuo) con il tempo si trasforma in una rappresentazione della forma, di solito circolare. Il cerchio, infatti, è la forma più semplice che la nostra mente concepisca.
Inizialmente il bambino sarà in grado di comprendere solo le direzioni orizzontali e verticali, le più semplici, arrivando per gradi ad assimilare il concetto di diagonale. Inoltre, per il bambino il mondo viene rappresentato non nella ricerca di una verosimiglianza formale ma in quanto significato, summa dell’oggetto d’interesse, cosa che si ritrova in molta arte che noi definiamo primitiva o immatura.
L’analisi di Arnheim rivaluta questo modo di percepire e rappresentare la realtà facendo notare come anche la rappresentazione realistica dell’arte occidentale non sia altro, a conti fatti, che un coacervo di convenzioni percettive, le quali ci rimandano una visione della realtà ma non la rappresentano affatto per quello che è (pensiamo alla prospettiva, allo scorcio, alle deformazioni del corpo umano del tutto plausibili a livello pittorico ma non riscontrabili nella realtà).
Il saggio si articola attraverso diversi capitoli che prendono in esame differenti aspetti della composizione artistica e dei fattori percettivi.
Si parla della forma, dello spazio, della dinamica e dell’impressione del movimento, trattando gli aspetti prettamente tecnici. Ci sono capitoli sullo sviluppo e sull’espressione che analizzano il processo formativo della percezione artistica. Si parla inoltre del colore e della luce, aspetti fondamentali per la comprensione visiva.
Il linguaggio del saggio è, per forza di cose, piuttosto complicato. Arnheim si sforza di utilizzare un vocabolario che non sia troppo specifico, di nicchia, ma gli argomenti trattati sono difficili e la lettura del saggio richiede una grande attenzione, una concentrazione “da studio” ben diversa da quella di una semplice lettura e, magari, la stesura di appunti in parallelo per essere sicuri di aver capito i punti fondamentali di ogni capitolo. Fortunatamente, le tante illustrazioni aiutano a tradurre visivamente le teorie percettive analizzate e avvicinano a una maggiore comprensione delle opere d’arte.
Si tratta di una lettura fondamentale per gli studenti d’arte, ma anche per psicologi (infantili e non), educatori e per chi lavora nel campo della pubblicità. Un saggio che richiede pazienza e qualche sforzo ma che saprà ripagare chi vi si applicherà seriamente.

domenica 13 maggio 2012

Monologhi e soliloqui

Il monologo è una di quelle sfide che ogni attore desidera e paventa allo stesso tempo. Desidera, perché offre la possibilità di mettere in luce le proprie abilità, le doti d’attore sapientemente calibrate, maturate in anni di studio o d’esperienza. Paventa, perché è proprio quando si è in luce piena che si incorre più facilmente nell’eventualità di inciampare in una figuraccia, di sopravvalutare le proprie capacità artistiche.
Un attore, comunque, non può fare a meno di confrontarsi con monologhi e soliloqui, nemmeno se si tratta di un teatrante che non ha mai ottenuto parti abbastanza importanti da dover sostenere un tal peso in scena. Alle audizioni, infatti, il monologo è una prova da cui non ci si può esimere.
Come trovare il pezzo giusto per un provino? Da dove attingere, nell’infinito mare della produzione letteraria-teatrale-cinematografica?
“Monologhi e soliloqui” di Giuseppe Manfredi, edito da Gremese Editore, propone una raccolta eterogenea di testi che possano servire non solo allo scopo di prepararsi a queste prove, ma anche come esercizio di lettura, comprensione, tentativo di approccio a personaggi sempre vari e complessi.
La prima cosa su cui l’autore- professionista del teatro- mette l’accento, è la sostanziale differenza tra il monologo e il soliloquio.
Il monologo è un lungo discorso rivolto verso un interlocutore silenzioso, che si limita ad ascoltare. Esso, chiamato deutarantagonista, può essere impersonato da uno o più attori presenti in scena, oppure dal pubblico stesso.
Il soliloquio, invece, è un parlare tra sé e sé, un espediente prettamente teatrale che mette in voce i pensieri del personaggio, che altrimenti rimarrebbero nascosti impedendoci di comprendere a fondo il suo evolversi e le sue motivazioni.
L’antologia si compone di due volumi, uno dedicato a grandi protagoniste femminili e l’altro a quelli maschili. Da sottolineare il fatto che esiste molto più materiale di qualità per gli attori che per le attrici, in quanto per molto tempo il Teatro ha dato il suo meglio per il genere maschile.
Ogni brano della raccolta, dedicata soprattutto al teatro contemporaneo con brevi interludi nel passato, viene analizzato del dettaglio prima che ne sia proposta la lettura.
Ad una prima analisi sulla valenza letteraria e teatrale, con brevi accenni alla trama complessiva dell’opera da cui è stato estrapolato il brano, all’autore e all’ambiente culturale che ha visto la nascita del copione in questione, segue una seconda disamina che contiene veri e propri consigli per l’attore che sta per mettersi al lavoro.
 
Vengono elencati i tratti salienti del personaggio da interpretare, con alcune indicazioni registiche sull’atteggiamento da adottare per rendere più efficace la performance o sulle cose da evitare per non uscire da una coerenza di fondo con il testo d’appartenenza o, peggio ancora, finire per imitare un attore o un attrice di fama, ricordato proprio per l’interpretazione del pezzo preso in esame.
Viene inoltre fornita un’indicazione di base sull’età anagrafica e sulla presenza fisica dei vari ruoli, nota non decisiva nella scelta ma di cui tenere conto per non rischiare di ritrovarsi ad osare troppo.
Questo, ovviamente, non dovrebbe bastare all’attore che affronta seriamente il mestiere. Per comprendere veramente un personaggio non sono sufficienti poche righe, utili solo come introduzione. Nel decidere di preparare uno di questi monologhi, sarebbe opportuno leggere prima il copione completo e farsi un’idea della produzione e delle intenzioni dell’autore.
Un ottimo acquisto per tutti coloro che fanno teatro o coltivano la passione per esso. Piacevolissima lettura anche per chi desidera godersi i due volumi come antologia letteraria.

martedì 1 maggio 2012

Vestiti - Lo stile degli italiani in un secolo di fotografie

L’evoluzione del costume, della moda nell’abbigliarsi, truccarsi e acconciarsi, accompagna di pari passo i cambiamenti storici e culturali, i concetti filosofici e gli avvenimenti che determinano un’epoca. Spesso questo lato dell’esistenza viene dimenticato, diventando materia di approfondimento solo per coloro che hanno un interesse di tipo professionale verso l’argomento.
In Italia, soprattutto, l’evoluzione dello stile non è trattata in maniera sufficiente. Esistono pochissimi testi di riferimento, quasi tutti di natura circoscritta a determinate epoche e quasi mai esaustivi anche nel ristretto campo d’azione. Coloro che studiano la storia dell’abbigliamento o dell’acconciatura sono costretti ad affidarsi a testi in lingua inglese, mai tradotti nel nostro Paese.
Senza soffermarci sui motivi di questa mancanza, rimane il fatto che trovare materiale di buona qualità sull’argomento è molto difficile e chiede una ricerca certosina, oggi fortunatamente aiutata dagli store di libri su internet.
Il volume “Vestiti – Lo stile degli italiani in un secolo di fotografie” di Diego Mormorio è arrivato tra le mie mani per puro caso, grazie ad un amico. Nascosto tra i libri d’arte, un po’ rovinato, ha attirato l’attenzione del mio compagno di ventura e questi l’ha passato a me, conoscendo il mio interesse per la materia.
E’ stato un acquisto felice: se l’avessi lasciato sullo scaffale per quei piccoli difetti, me ne sarei pentita.
Il volume, una edizione della Laterza in carta lucida, offre un viaggio fotografico attraverso un secolo di evoluzione di stile in Italia, dalla metà del diciannovesimo secolo alla fine degli anni ’50. L’autore è un fotografo che ha avuto modo, nel tempo, di accorgersi quanto l’abito che si indossa sia parte integrante del messaggio e del ricordo che si vuole imprimere nel ritratto fotografico.
Il libro ne raccoglie un buon numero, creando un viaggio virtuale attraverso cento anni di moda in continuo cambiamento.
Oltre al valore artistico della raccolta, Mormorio aggiunge un interessante approfondimento culturale, offrendo una spiegazione teorica dei periodi storici trattati e dei cambiamenti nella moda, dai tessuti, ai colori, alle linee.
Soprattutto la figura femminile ha subito innumerevoli cambiamenti nell’arco di un secolo. Il concetto di Bellezza ha continuato a variare, anche drasticamente nell’arco di pochi anni. La silhouette della donna ottocentesca veniva modificata drasticamente grazie alle crinoline, alle sottogonne modellate tramite cerchi di metallo, da panieri che, allacciati in vita, gonfiavano la gonna in corrispondenza del fondoschiena.
Il punto vita ha continuato a spostarsi nel tempo, allungando o accorciando la figura, e l’uso o meno del corsetto ha decretato il successo di donne con il vitino di vespa oppure linee più naturali o sinuose, fino ad arrivare alla donna magra e “rettangolare” degli anni ’20. Allo stesso tempo, le acconciature alte e gonfie, che richiedevano capelli lunghissimi e molto tempo dedicato alla loro realizzazione, con il nuovo secolo vengono spazzate via dalla moda garçonne. Il taglio cortissimo alla maschietta si impone, per mitigarsi più avanti con un ritorno alla femminilità.
Per l’uomo le modifiche sono meno evidenti e riguardano soprattutto la vita quotidiana, il rarefarsi di occasioni per sfoggiare abiti ricercati se non per appuntamenti serali. Nascono, con l’avvento della bicicletta, dell’automobile e dell’aereo, capi d’abbigliamento comodi che siano adatti al loro utilizzo. Gli ultimi capitoli mettono l’accento sulla nascita di una moda italiana, fino al ventesimo secolo mera copia dello stile parigino e londinese.
Lo stile è corretto, scorrevole e narrativo; fornisce dettagli senza diventare pesante, lasciando che le immagini parlino soprattutto da sé.
Un piacevole volume di approfondimento e una stupenda raccolta di fotografie d’epoca.

venerdì 9 marzo 2012

Passaggi - Storia della scultura da Rodin alla Land Art

Accostarsi al mondo dell’arte contemporanea è un’esperienza difficile, densa di tranelli e molto spesso frustrante. Chi ha studiato arte deve disimparare quanto appreso e arrivare a comprendere nuovi modi di intendere non solo significato e realizzazione dell’opera, ma gli stessi concetti filosofici che stanno alla base della definizione di Arte. Chi, al contrario, è vergine alla materia, corre il rischio di prendere tutto per buono, senza alcuno spirito critico, oppure rigettare tutto quanto con disgusto.
Il panorama critico non aiuta molto in nessuno dei due casi. Le avanguardie di inizio secolo scorso hanno ribaltato e rimescolato a tal punto le carte che si è in breve giunti a quel malaugurato stadio secondo cui tutto è Arte, tutti sono Artisti, tutto è lecito. Basta che l’opera sia supportata da un’Idea, da un Concetto, o dalla manifesta assenza di essi per presa posizione.
Se tutto è Arte e tutti sono Artisti, la qualità e la tecnica svaniscono nel nulla. Chiunque può fare qualunque cosa e, accaparratosi un discreto seguito, vivere come un vero artista.
Questo atteggiamento qualunquista si è purtroppo sviluppato e radicato, anche grazie alla mala-informazione imperante. Quanto sto per dire potrebbe attirarmi antipatie, ma non sono il tipo che trova giustificazioni alla verità: oggi sono il denaro e le conoscenze a fare un artista.
Già durante la formazione accademica l’allievo viene spinto a creare in maniera non figurativa per adattarsi al mercato contemporaneo e a entrare nella cerchia degli insegnanti che possono dare qualche spinta per future esposizioni di opere. Le prime critiche positive di norma sono concordate a tavolino. Alla fine, è la critica che sceglie i suoi e li fa grandi, come sono le case discografiche a decidere quale musica vende e quale no. Ma questa non è Arte: è business.
Nonostante questa decadenza imperante, rigettare in toto le esperienze e le evoluzioni dell’Arte Contemporanea sarebbe sciocco e limitativo. Da dove cominciare, allora, per orientarsi in un mondo diventato troppo affollato e vario?
“Passaggi – Storia della scultura da Rodin alla Land Art” di Rosalind Krauss è un testo storico-critico edito da Bruno Mondadori. Si rivolge esclusivamente al mondo della scultura, ma è un saggio essenziale se si vuole cercare di comprendere questa difficile materia.
Utilizzando un linguaggio tecnico ma non incomprensibile come tanti altri testi di critica, la Krauss propone un viaggio sistematico attraverso l’evoluzione della scultura nel ventesimo secolo.
Il punto di partenza è la figura di Auguste Rodin (1840-1917), scultore francese che per primo adottò un atteggiamento innovativo verso la realizzazione della figura umana, liberandosi dalle catene della resa anatomica per trasmettere significati e emozioni tramite la deformazione del corpo, in funzione del messaggio. La sua arte segna un punto di non ritorno e dà il via a una evoluzione sperimentale.
Il primo capitolo, quindi, analizza la sua ricerca formale comparandola ai suoi contemporanei, in particolar modo a Medardo Rosso, scultore italiano che plasmava forme che tendessero a “trasparire” dalla materia o ad essere delineate da luci e ombre più che attardarsi su lavori “finiti”.
Nel secondo capitolo si passa alle prime avanguardie: dal Cubismo, che cercava di rappresentare l’oggetto da ogni punto di vista contemporaneamente, al Futurismo, per cui il movimento era precetto fondamentale, al Costruttivismo russo, che cercava di rendere manifeste nella scultura le linee strutturali della forma.
Si giunge quindi al rifiuto dell’opera d’arte e del significato con il readymade di Duchamp. Un semplice oggetto diventa arte se manipolato o firmato dall’artista (vedi il famoso esempio di “Fontana”: un orinatoio). Brancusi porta avanti il concetto in maniera differente, in quanto le sue forme apparentemente semplici, levigate e lucidate in maniera maniacale, comunicano qualcosa di arcaico, al di là dell’intelletto.
L’evoluzione naturale, nata anche come veicolo di protesta sociale, fu il surrealismo, le cui forme dedite al gioco e alla psiche, al sogno, vengono esaurientemente analizzate nel capitolo quattro.
La Seconda Guerra Mondiale influenza i materiali d’uso (metallo, saldature) e i temi trattati, spesso di sfondo bellico e violento. Nasce con David Smith il Tanktotem, l’arte colossale totemica, presa in esame nel quinto capitolo.
Si prosegue con uno sguardo approfondito alla commistione tra teatro e scultura, - dalle opere in movimento di Calder agli happening e alle performance – per concludere con le avanguardie più recenti, dal Minimalismo alla Land Art.
Un saggio approfondito, chiaro e di grande aiuto. Consigliato vivamente a tutti gli studenti d’arte!