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martedì 25 marzo 2014

I Celti

I Celti costituirono una civiltà che si diffuse in gran parte d’Europa prima che l’Impero Romano la inglobasse, anche se non riuscì a cancellarla del tutto. Nonostante la capillarità con cui questo popolo occupò le terre europee e le isole del nord, la sua storia, le sue abitudini, religione e arte rimangono ancora oggi piuttosto elusivi e argomento di pochi studiosi appassionati.
Fa specie rendersi conto che nei libri di Storia non vi si faccia quasi menzione, nonostante i secoli di civiltà trascorsi come alleati o nemici di Greci e Romani.
Un Paese che ha presto riscoperto le proprie origini celtiche e ha iniziato una disamina oggettiva della valenza storica e delle caratteristiche di questo popolo è senza dubbio la Francia, antica terra di quei Galli che combatterono Roma con tenacia e che oggi i più conoscono grazie ai fumetti e ai cartoni animati di Asterix e Obelix.
Non stupisce, quindi, che sia uno studioso francese a distinguersi per una ricerca sull’arte celtica che le restituisca peculiarità e valore. Il saggio “I Celti”, pubblicato molti anni fa per la collana BUR Arte, è uno dei primi tentativi di indagare tematiche, stili, mezzi dell’arte celtica, separando le influenze mediterranee dalle caratteristiche proprie di una civiltà complessa.
Non si conoscono con esattezza le origini del popolo celtico. Di ceppo indoeuropeo, stanziatosi in diverse zone dell’Europa spostandosi dapprima verso Occidente e il Nord Italia, e poi di nuovo verso Oriente (scontrandosi con la cultura greca) e le Isole Britanniche, annovera quali civiltà fondanti La Tene e di Hallstatt, dal luogo dei primi ritrovamenti. Esse vedono i Celti diventare sempre più stanziali, organizzati in comunità stabili. Questo favorisce la nascita di un artigianato specializzato, solo in parte influenzato dai popoli mediterranei
Il saggio si articola in diversi capitoli corredati da immagini (purtroppo in bianco e nero), in una galleria fotografica che segue il testo quasi citazione per citazione; ciò che non è illustrato tramite fotografie, trova posto nella sezione finale, di cui parlerò in seguito.
La prima cosa che salta agli occhi nell’osservare l’arte celtica è la quasi totale mancanza di rappresentazione figurativa, si tratti del mondo animale o di quello umano. L’estetica vira decisamente verso l’inconscio, il mistero, il sogno, l’astrazione. Niente di più distante dalla contemporanea concezione artistica mediterranea.
Forse per questo motivo, è difficile creare una distinzione netta tra prodotto d’artigianato e prodotto artistico, e questo ha favorito il lungo oblio e la scarsa considerazione che l’arte celtica ha dovuto patire per molti secoli, prima di essere riscoperta e valutata per ciò che è.
L’artista celtico utilizza ogni superficie per farne un labirintico percorso visivo e mentale, un sentiero attraverso cui osservare il dipanarsi di elementi ritmati, simmetrici o speculari, o ancora liberi e caotici ma accostati con sorprendente armonia. Una decorazione prevalentemente lineare, ma non per questo bidimensionale. La tridimensionalità, al contrario, è alla base del pensiero artistico celtico e non permette alla semplice fotografia di trasmettere in toto le suggestioni dell’opera, che va al contrario maneggiata e osservata da tutti i lati.
Proprio a questo proposito, l’autore fa cosa saggia nel proporre, in fondo all’opera, una rielaborazione grafica bidimensionale delle decorazioni degli oggetti complessi, in maniera da offrire uno spaccato comprensibile della reale difficoltà di ideazione e realizzazione di questi manufatti. Spesso veniva utilizzato il compasso, per creare geometrie sempre più azzardate.
Anche la decorazione lineare conobbe il suo periodo “tridimensionale”, ed ecco quindi apparire sferette in rilievo, piccoli grappoli, torsioni dei fili metallici. I materiali su cui si lavorava erano i più vari, dal legno al metallo, alla pietra; si decoravano specchi e monili (celebri le collane a tampone, o torques), ma anche oggetti quotidiani dall’uso meno frivolo, come finimenti per cavalli e armi, o monete.
Le poche rappresentazioni umane sono primitive e simboliche, oppure mal copiate dalle opere mediterranee, ma offrono un piccolo spiraglio su una cultura e una mitologia che ancora oggi ci sono in gran parte sconosciute.
Un saggio intelligente pensato per storici dell’arte e appassionati.

lunedì 24 febbraio 2014

Raja Yoga

Lo Yoga non è una serie di esercizi per migliorare la stabilità, la flessibilità delle articolazioni o per trovare uno stato di rilassamento che decongestioni dalle fatiche quotidiane. Lo Yoga è una filosofia completa, la cui meta finale è l’abbandono delle umane necessità, degli attaccamenti al mondo materiale, e l’ascesa e il ricongiungimento con il divino, per liberarsi dal ciclo karmico.
Ne consegue che la visione occidentale di questa complessa filosofia è una versione quantomai semplificata e riadattata a bisogni materiali di qualcosa che mira al contrario ad una dimensione prettamente spirituale. Gli esercizi fisici e la meditazione sono passi per l’elevazione verso il Tutto da cui siamo originati, non semplici sistemi per migliorare la propria salute o lo stato mentale.
Esistono numerose vie all’interno della filosofia Yoga. A detta dell’autore del saggio che vi sto presentando, il guru recentemente scomparso Swami Kriyananda, il Raja Yoga (Yoga Regale) li riassume tutti e in questo testo egli offre la possibilità di accostarlo tramite lezioni ben mirate. Il percorso sarà certo molto più lungo della semplice lettura del testo, quindi l’autore consiglia di non affrettarsi tra le pagine, ma di procedere di pari passo con la pratica, una lezione per volta, dedicandole tutto il tempo necessario.
Le quattordici lezioni, corredate da fotografie, sono suddivise in sette aree di attenzione, il cui approfondimento è progressivo allo sviluppo del praticante e alla sua comprensione dei paragrafi precedenti.
Ogni lezione si apre con una dissertazione puramente teorica sulla filosofia yoga. Occorre conoscere il sentiero che si è intrapreso, se si vuole che la parte più pratica del cammino abbia un senso e possa manifestare i suoi risultati. L’autore mette in luce le caratteristiche delle varie vie, pone l’accento su cosa occorre fare e cosa no (una sorta di comandamenti, se vogliamo), parla di Kundalini e Chakra e sottolinea l’importanza dei maestri spirituali.
Segue poi una parte pratica in cui vengono illustrate le posizioni yoga, poche per ogni lezione e proposte in ordine di difficoltà crescente. Corredate da foto, le spiegazioni si soffermano su come entrare in posizione, mantenerla e uscirne, ma anche in quali occasioni evitare accuratamente di praticarle. Per ogni posizione, sono illustrati i benefici fisici e non che se ne possono ricavare. Per ogni lezione viene poi proposta una sequenza di posizioni che possa seguire i progressi dell’iniziato e aiutarlo a padroneggiare gli esercizi senza strafare.
Si parla moltissimo delle tecniche di respirazione, per un uso più cosciente del valore energetico e purificatore del respiro, nonché per un allenamento al controllo che torna utile nei momenti di meditazione (i cui sistemi vengono a loro volta studiati in una sezione apposita).
Si parla molto delle capacità di guarigione delle pratiche yoga, prendendo in analisi patologie e rimedi che questa filosofia indiana tramanda. C’è anche un’ampia sezione riguardo all’alimentazione, con consigli pro o contro determinati alimenti – con una propensione per un’alimentazione di tipo strettamente vegetariano – e una serie di ricette di facile realizzazione.
In questo modo, il libro vuole offrire una panoramica quanto mai ampia a chi volesse avvicinarsi all’illuminazione tramite la pratica quotidiana dello yoga.
Il saggio è esaustivo, ben scritto, facile da leggere e da seguire pur nella trattazione di tematiche difficili. Il tono discorsivo, a volte persino spiritoso, mette a suo agio il lettore. Parentesi più scanzonate, come ad esempio le ricette di cucina, permettono di non sentirsi in soggezione di fronte al percorso proposto ma di pensarlo come qualcosa che possa essere soprattutto positivo.
Ci sono alcuni tasti dolenti. I consigli sull’alimentazione, ad esempio, sono pericolosi se seguiti senza discernimento. Privarsi di certi alimenti di punto in bianco per seguire queste lezioni sarebbe dannoso per la salute, lo sconsiglio vivamente. Per queste cose è sempre bene essere seguiti da persone preparate. Inoltre, di quando in quando, l’autore si lascia andare a commenti o battute un po’ troppo sarcastiche nei confronti di coloro che non seguono la via yoga, mostrando quel tot di presunzione che non è mai stato di mio gradimento.
In generale, un libro completo che può aiutare ad avvicinare questa affascinante materia.

lunedì 27 gennaio 2014

Compartimento 11


La scrittura di Francesco Amato è più nera della copertina scelta dall’editore. Più torbida, fonda, brulicante di Male. E’ relativamente facile narrare l’orrore. Molto meno lo è renderlo plausibile, lasciare che vi si immerga la vita di tutti i giorni. Durante la nostra esistenza incontriamo ripetutamente situazioni e persone che vivono al limite di questo mondo di tenebra. Spesso superano addirittura il confine, eppure non ci soffermiamo, lasciamo che l’esperienza scivoli via senza toccare davvero i nostri sensi se non nel subconscio, dove crediamo di essere in grado di nascondere la polvere sotto al tappeto.
Eppure, se ci fermiamo a pensare, quanti episodi di quotidiana malvagità ci sfilano davanti agli occhi? Il pregio della narrazione letteraria è quello di costringerci a soffermarci anche su ciò che non desideriamo vedere, sui volti nascosti e sui pensieri reconditi che portano al caos, alla follia, alla morte. Amato ci getta in una pozza di sangue e pazzia e ci lascia immersi fino al collo per tutta la durata di “Compartimento 11” (Tullio Pironti Editore).
Con una encomiabile maestria, l’autore tratta argomenti difficili che presuppongono una riflessione preparatoria di elevata profondità. Il piccolo Daniele vive in un paese campano ancora impregnato dei riti e dei precetti del cattolicesimo, in una famiglia in cui la devozione profonda della madre si scontra con la possessione diabolica della nonna, una folle che cita a memoria passi biblici e che è stata protagonista di un impressionante esorcismo.
La morte della madre e un’esperienza umiliante gli faranno valicare il confine della follia e lo renderanno certo di essere destinato a compiere dei rituali di sangue per mondare (e mondarsi) dal peccato.
Non è dato sapere se le visioni del bambino, le voci che sente e la trasfigurazione degli eventi quotidiani dipendano da un reale contatto con piani “altri” oppure se si tratta di un manifestarsi della tara ereditata geneticamente dalla nonna impazzita. Fatto sta che il piccolo crea attorno a sé un mondo parallelo che lo allontana sempre più dalla realtà e che lo spinge ad addentrarsi in una tenebra fitta, continuamente nutrita dalle azioni orribili perpetrate dagli adulti che lo circondano (il lubrico Padre Boris, la madre gettatasi sulle rotaie, la folle legata al letto dal proprio marito perché non faccia del male a se stessa e agli altri).
Il valore del sangue quale veicolo del ciclo vita/morte e la sacralità del rito del sacrificio si radicano in Daniele in un’estasi religiosa, diversa dal godimento meramente sessuale del macellaio che lo introduce al piacere dell’uccidere ma ugualmente esaltata e pericolosa. Il momento del trapasso della vittima diventa omaggio a Dio e portale verso stati di trascendenza che possano dare un senso a un vivere già condannato, corrotto.
La narrazione si sposta avanti e indietro nel tempo, in un fluire sconnesso di ricordi. Ciononostante, la prosa pulita di Amato non cede alla confusione. L’intreccio è perfettamente impostato, senza momenti di incertezza o incongruenza.
Per tutto il romanzo rimane senza risposta certa l’identità dei compagni di ventura di Daniele, quella Compagnia Dannata – la Banda degli Angeli – che lui costituisce in orfanotrofio accanto a Isabel, Emma e Altro, altrimenti detto Il Copista. Un gruppo dedito a sacre missioni di sangue, ognuno dotato di una personalità ben definita e di un ruolo preciso. Persone reali? Fantasmi di una mente malata? Oppure molteplici facce di un’anima in pezzi?
Sarà il commissario Elio Tortora a dover dare una risposta a questi quesiti, più un attonito spettatore di un dramma troppo grande che un vero antagonista, sullo sfondo di una tratta ferroviaria che è diventata ormai parte delle vicende sanguinose del protagonista.
Un romanzo viscerale, che chiede di essere letto senza interruzioni. Una lettura sofferta, intelligente e spietata.

giovedì 12 dicembre 2013

La cattedrale del mare

Eccoci di nuovo a parlare di un romanzo a sfondo storico, anche se nel caso specifico manca il connotato misterico o cospiratorio che tanto va di moda di questi tempi e su cui ho già detto la mia in altri casi. Attenendosi alla Storia come unica protagonista, sulla scorta di romanzi ormai datati ma sempre eccezionali e sinceri come “I pilastri della terra” di Ken Follett, e portando avanti l’obiettivo (non dichiarato ma palese) di raccontare il passato della propria terra attraverso le voce dei suoi personaggi, Ildefonso Falcones scrive il suo primo successo, “La cattedrale del mare”, edito in Italia da Longanesi.
Il romanzo gravita attorno al protagonista, Arnau Estanyol, la cui vita è legata a doppio filo alla costruzione della chiesa di Santa Maria del Mar e attraverso le cui vicende si viene a conoscere la situazione di Barcellona in particolare, ma in fondo della Catalogna tutta, nel XIV secolo.
Arnau è figlio di un servo della gleba, la cui moglie è stata stuprata e usata come serva dal signorotto locale. Il padre salva il neonato da morte certa e fugge con lui a Barcellona. Se riusciranno a vivere in città un anno e un giorno senza farsi catturare, saranno dichiarati cittadini e uomini liberi. Grazie ai tanti sacrifici del padre, che si mette a lavorare per il parente Grau Puig, Arnau riesce a crescere e a diventare un bambino sano e volenteroso, anche se la vita è aspra e dura, piena di umiliazioni.
Presto Arnau dovrà affrontare il crudele mondo degli adulti, adotterà come fratello minore un bambino sfortunato quanto lui e vedrà morire il padre in uno dei tumulti cittadini. Comincerà allora la sua faticosa strada da uomo, prima come bastaix (scaricatore di porto e portatore di pietre per la chiesa), poi come soldato e quindi come ricco e influente uomo cittadino. Conoscerà le donne fondamentali della sua vita, alcune per la gioia, altre per ostacolare il suo cammino. La rovina, però, è sempre dietro l’angolo e Arnau è destinato ad affrontare più prove di quante possa immaginare.
Ne “La cattedrale del mare” viene dipinta una Barcellona d’altri tempi, che si può respirare sotto la superficie della città odierna e il cui carattere orgoglioso e conscio dei propri privilegi si evidenzia nelle battaglie combattute con il governo centrale per ottenere di nuovo una sorta di indipendenza. La città prende vita nelle pagine del romanzo, contendendo il ruolo di protagonista ad Arnau Estanyol da una parte, e al tempio in costruzione, quella Santa Maria del Mar che si erge pian piano negli anni della narrazione, tempio alla Madonna e chiesa del popolo semplice, di quei lavoratori legati al mare per la loro sopravvivenza.
La straordinaria accoglienza data a questo scrittore deriva probabilmente dalla schiettezza con cui lascia trasparire da ogni riga il suo intento didattico, più che narrativo, sempre con uno stile semplice, di dialogo con il lettore più che accademico e pedante. Le informazioni vengono elargite ad ampie mani ma non risultano mai noiose, né ridondanti.
Questo è al contempo il suo pregio e il suo difetto. Per quanto Falcones crei dei personaggi dotati di una vita propria e li renda capaci di suscitare affezione ed emozioni nel lettore, non si può fare a meno di notare come in parecchi punti la psicologia e le azioni degli stessi prendano una piega più o meno forzata, quando l’autore decide di introdurre un argomento specifico nella narrazione. Tornano, così, personaggi magari perduti molto tempo prima, che prendono a comportarsi in maniera differente da come li si era conosciuti, ora al servizio di una svolta narrativa pensata a tavolino.
Questo rende un po’ meccanico il progredire della vicenda, lasciando la sensazione che l’autore ogni tanto giochi al massacro col povero Arnau; nei momenti in cui le disgrazie al protagonista si affastellano senza requie, solo per poter indagare fino in fondo le conseguenze di una norma dell’epoca o per introdurre un evento che ha segnato la storia di Barcellona, in quanto lettrice ho provato una certa irritazione e il contatto con il romanzo si è sfilacciato.
In generale, comunque, un romanzo piacevole e molto più godibile di tanti dello stesso genere. Falcones è un autore da indagare più a fondo, che potrebbe arrivare a scrivere storie di grande peso letterario. Ho a disposizione anche i successivi “La mano di Fatima” e “La regina scalza”. Spero di potervi aggiornare rilevando quel miglioramento puramente narrativo che mi farebbe amare la sua scrittura.

giovedì 21 novembre 2013

La mia Istanbul


I diari di viaggio sono un genere poco gettonato, in questo periodo, ma personalmente li ho sempre amati. Non solo ti portano in luoghi lontani; ti avvicinano all’anima di individui che non conosci. Ti permettono di accostarti alla loro esperienza personale, alle loro avventure come alle domande e ai pensieri che nascono durante esperienze vissute tanto lontano da casa. Da essi si può imparare qualcosa, o trovare spunti di riflessione anche importanti.
Il viaggio fatto da soli non funziona come fuga dal nostro quotidiano, dai problemi che ci assillano, ma offre la possibilità di valutarli e ragionarci sopra da un punto di vista più calmo, oggettivo. Un viaggio può aiutare a trovare soluzioni, a conoscersi meglio attraverso il nuovo che ci circonda, a dipanare quei nodi che le abitudini hanno intrecciato dentro di noi.
In “La mia Istanbul” di Francesca Pacini, edito con Edizioni Ponte Sisto, ho trovato il connubio desiderato di bella prosa ed esperienza di viaggio, verità dei fatti e cammino spirituale. La scrittrice non solo dipinge a tinte vivide una città che è diventata la sua meta d’elezione, una seconda casa che non cessa mai di affascinarla e arricchirla, ma ci permette di accostarci a temi che oggi sono di estrema attualità e che ci vengono proposti senza il filtro dei pregiudizi occidentali: la società moderata musulmana, il ruolo e le abitudini delle donne, la cultura islamica in generale.
Una prosa a tratti onirica, ogni capitolo è un dipinto realizzato usando le parole come colori. L’amore di Francesca Pacini per ciò che descrive e per il suo viaggio – dell’anima e del pensiero, oltre che del corpo - è palpabile in ogni frase e le restituisce quell’afflato di sincerità che il lettore non può che apprezzare, godendosi la proprietà di linguaggio e la sua musicalità non solo nel piacere della bella scrittura ma godendo dello sforzo – non artificioso – di rendere con le parole più adatte, gli accenti migliori, ciò che è stato veramente visto, respirato, gustato. Soprattutto, amato.
Istanbul, per sua natura, è un ponte tra Occidente e Oriente, un luogo liminare ove si uniscono due continenti, da una parte e dall’altra di un braccio di mare che ha visto accadere innumerevoli gesta degli uomini. Come tale, conserva in sé numerose contraddizioni e mostra al visitatore sia la sua parte musulmana tradizionale che quella più spregiudicata e godereccia dei quartieri del divertimento. Occorre capirne entrambi i volti per entrare nell’atmosfera di questa città magica, ricchissima di Storia e segnata da sanguinose battaglie.
Ogni parentesi di questa esperienza crea un momento di meditazione, dà forma a una domanda su cui sarebbe il caso di fermarsi a riflettere per il tempo necessario ad aprire la mente a diverse forme di pensiero, a culture differenti. L’odio e l’incapacità di accettare le altrui abitudini derivano soprattutto da una cecità radicata dalla convinzione che il proprio modo di vivere sia il solo a poter essere etichettato come “giusto”. La Pacini si avvicina alla realtà musulmana con la mente aperta, senza rinnegare le proprie tradizioni ma disponibile a cercare di comprendere quelle altrui.
Riveste per lei grande significato la possibilità di approcciare un nuovo modo di concepire e vivere la femminilità, senza intenti polemici ma in un’analisi personale di ciò che è diventato il corpo della donna nella cultura occidentale e la valenza che riveste invece nella cultura musulmana. Come sempre, ciò che non si ha possiede un fascino tentatore. Per le musulmane, il desiderio di una maggiore libertà di costume. Per la donna occidentale senza pregiudizi, un ritorno a quel minimo di pudicizia, di consapevolezza delle differenze oggettive tra uomo e donna e quel rispetto reciproco senza ostentazione del corpo che le lotte femministe hanno travisato e cancellato, andando oltre gli intenti iniziali e appiattendo, in qualche modo, la figura della donna.
La mistica sufi riveste un ruolo essenziale nell’attrarre costantemente la Pacini a Istanbul. Il fuoco interiore dei dervisci, la loro danza che unisce al trascendente e supera le leggi della materia, conserva per lei un’importanza fondamentale, conducendola – insieme ai riti dell’hammam – a percepire una dimensione spirituale più ampia, lontana dal tran-tran frenetico del mondo materiale.
Il contatto con le povere ma dignitose famiglie curde, con modi di vivere tradizionali e con donne tentate dall’Occidente, le interminabili camminate lungo le strade sempre imprevedibili di Istanbul, conducono Francesca Pacini – e noi con lei – in un viaggio di sogno, un’esperienza che disgrega e rinnova, in un tentativo riuscito di mettere in parole un’affinità elettiva.

martedì 24 settembre 2013

L'uovo


La fine del mondo. Quella vera, l’Apocalisse che ridurrà a niente la vita sulla Terra e i millenni di cultura del genere umano. Così, in pochi minuti, senza alcun preavviso, ogni cosa viene spazzata via. Non c’è tempo per tentare di trovare una soluzione, una via di salvezza; nessuna occasione per gli ultimi addii.
Un attimo prima c’è la Vita e l’Uomo governa il pianeta. Un attimo dopo, tutto è finito.
L’ecatombe viene vista in diretta da una base lunare, abitata da un piccolo manipolo di scienziati e volontari comandati dal cupo Odama. Spetterà a lui il compito di trovare un significato in tutto ciò, parlare con coloro che ne sono la causa ed essere protagonista dell’annientamento finale…o forse di una rinascita.
Questa, in breve, la trama di “L’uovo” di Rodolfo Viezzer, edito con Aracne, Un breve romanzo che unisce fantascienza e teologia, morale e scienza, in un viaggio tra le macerie di un pianeta che si risveglia sull’orlo della distruzione, non dissimile all’animo dello stesso protagonista, che dalla morte della compagna ha perso ogni interesse alla vita e a tutto ciò che lo circonda.
Secondo molte mitologie, l’Universo nasce da un Uovo. Pensare ai pianeti come gusci di creature che crescono al loro interno aspettando il momento della nascita è al contempo splendido e terrificante, troppo al di là della capacità di visualizzazione del genere umano.
Un essere gigantesco sotto la crosta terrestre provoca, per venire al mondo, l’estinzione di miliardi di vite. Odama si batte attraverso un confronto etico fatto di solo pensiero per insegnare all’intelligenza aliena fecondante quanto aberrante sia questa proporzione, quanto significhi in termine di danno cosmico. Anche una sola vita perduta, con il suo carico di esperienza e ricordi, è un danno incalcolabile.
Odama ed Ave. Adamo ed Eva. Un semplice acronimo, ma non così scontato. Ce ne si rende conto piano piano, proseguendo con la lettura. Ave è morta; era la luce nella vita di Odama, che ora vive senza speranza e senza più legami con tutto ciò che, sulla Terra, gli ricorda lei. Dentro di lui è avvenuto qualcosa di molto simile al disastro che si sta abbattendo sul pianeta e forse proprio per questo riesce a gestire tanto bene la situazione, a far continuare l’attività della base in sua custodia.
E’ l’unico ad avere la forza e il coraggio di indagare, quando si scopre che il cataclisma è stato indotto da creature che attendevano questo momento da milioni di anni.
L’analisi della psiche di Odama occupa nella narrazione un posto non meno fondamentale del destino a cui la Terra e l’Uomo stanno andando incontro, intrecciata indissolubilmente alle sorti del nostro mondo e della specie.
La particolarità di questo piccolo romanzo sta nell’ambiguità del momento, all’interno del flusso del Tempo, in cui tutta la vicenda si svolge. Potrebbe trattarsi del nostro futuro, neanche tanto lontano. Oppure, perché no, di un remotissimo passato di civiltà evoluta cancellata dallo sconvolgimento planetario, poi rinata grazie a una “seconda possibilità” in cui stiamo ricalcando le tappe precedenti…
L’autore non lo specifica. Forse nemmeno intendeva offrire una suggestione simile. Fatto sta che essa nasce nella mente del lettore fin dalle prime pagine e dona qualcosa in più a tutta la vicenda.
Nonostante la necessità di un editing un po’ più attento, una storia di fantascienza costruita con classe, di gradevolissima lettura, che offre molti spunti di riflessione.

lunedì 12 agosto 2013

Manoscritti segreti

Coloro che si interessano di misteri ed esoterismo, saranno sicuramente tentati dal saggio che vi vado a presentare oggi. Si tratta di “Manoscritti segreti” di Paolo Cortesi, edito da Newton Compton. L’autore si propone di presentare alcuni tra i testi dall’origine più controversa che la Storia umana ricordi, comparando le teorie sorte intorno alla loro nascita e al loro significato per poi fornire una propria opinione in merito.
La prefazione si sofferma sui libri che per antonomasia hanno fama di essere degli enigmi discernibili solo agli iniziati: i testi alchemici. In essi, infatti, niente è ciò che sembra. Ogni concetto assume un doppio significato da interpretare.
Il primo capitolo porta in luce le numerose scoperte di nozioni troppo avanzate negli antichi testi, squarci di invenzioni o concetti scientifici che noi associamo all’epoca moderna ma che con tutta evidenza sono stati riscoperti dopo secoli di oblio. Il secondo ci porta a Qumran e alla scoperta delle pergamene che hanno fatto tremare dalle fondamenta parecchi teologi. L’autore fornisce una breve storia dei ritrovamenti e delle analisi operate sui testi e pone l’accento su comportamenti sospetti dei professori coinvolti nell’indagine.
Per non dimenticare l’Egitto e i suoi enigmi, Cortesi ci parla del papiro Tulli, che gli ufologi hanno eletto a prova della presenza di ufo ed extraterrestri ma di cui manca l’originale e che potrebbe benissimo avere spiegazioni più comuni e quotidiane. Segue una piccola digressione storica e un’analisi del Sator, l’enigmatico schema di lettere dal significato ancora oscuro.
Si passa poi a un romanzo che risale alla fine del XV secolo e che rappresenta un mistero non solo per quanto concerne l’identità dell’autore (le ipotesi si sprecano), ma anche per le allusioni a rituali estranei alla religione cattolica e all’amore carnale come scelta del protagonista (tema pericoloso in un simile periodo storico). L’Hypnerotomachia Poliphili, che racconta la storia di Polifilo alla ricerca della sua Polia, fu edito dal grande Aldo Manuzio. Cortesi sposa la tesi secondo cui esso celi tracce degli antichi culti isiaci.
Un testo altrettanto antico ma ancora più misterioso è il manoscritto Voynich, un trattato recuperato in una biblioteca gesuita, ricco di disegni grossolani ma affascinanti e interamente scritto con caratteri incomprensibili, in una lingua sconosciuta. In molti si sono impegnati a trovare un codice di decifrazione, ma al momento si propende per pensare che esso sia un falso d’epoca, creato per spillare soldi all’imperatore alchimista di Praga.
Cortesi si occupa poi delle profezie di Nostradamus, mettendo in luce non solo quanto poco conoscesse quest’ultimo di astrologia, ma anche che le sue visioni si adattavano – guardacaso – solo alle porzioni di mondo e ai sistemi sociali a lui conosciuti. Per concludere si parla delle stranezze racchiuse nell’identità del grande William Shakespeare e delle intuizioni futuristiche di Tiplaigne de la Roche, che paiono anticipare di circa un secolo invenzioni quali la fotografia e la televisione.
Il principale difetto dell’opera, che di per sé ha il pregio di trattare argomenti di nicchia con un linguaggio colloquiale alla portata di qualunque lettore-tipo, è l’eccessiva enfasi data a talune affermazioni o a domande poste con il preciso scopo di sottolineare le perplessità dell’autore. Mi spiego: quando Cortesi è convinto di essere in presenza di dati “eclatanti” oppure vuole sottolineare i difetti di una teoria, utilizza in modo selvaggio il corsivo, come un oratore che avesse il vizio di sporgersi verso il pubblico nei momenti topici del discorso per accattivarsi partecipazione e consenso.
Le teorie di Cortesi sono, per l’appunto, teorie. Come tali andrebbero presentate. Invece, spunta fin troppo spesso questo tono da imbonitore che, lungi dal convincere della bontà di certe affermazioni, fa solo venire voglia di ottenere maggiori informazioni oggettive grazie a cui poter giudicare le singole teorie in maniera più obiettiva.
Se si tralascia questo particolare, comunque, una lettura godibile e ricca di spunti di riflessione. I misteri ci sono, questo è innegabile.

giovedì 7 marzo 2013

Inchiesta su Gesù

Quando ci si accosta a figure che rivestono un’importanza spirituale oltre che storica e si vogliono trattare in maniera oggettiva le testimonianze sulla loro vita e le loro azioni, occorre procedere con estrema cautela. Da un lato, per una questione di rispetto. La ricerca storica e antropologica non dovrebbe avere come scopo quello di turbare o destabilizzare il campo della fede, che opera su un piano di pensiero molto diverso. Dall’altro, a causa della prevedibile incertezza delle fonti documentarie, a loro volta un mix di fatti storici, leggende e rielaborazioni in chiave celebrativa o escatologica.
La ricerca di un Gesù storico che andasse al di là della figura illustrata ai fedeli dalla Chiesa cristiana è iniziata con l’avvento dei Lumi, in un clima in cui la Ragione si contrapponeva alla Religione, in una lotta senza quartiere che ci ha condotto all’era moderna ma che a sua volta appare da tempo superata, come tutte le prese di posizione radicali.
Il movimento ha però il merito di aver stimolato le indagini delle fonti, non mediate dalle scelte della Chiesa, e da allora sono stati tradotti e presentati molti testi non canonici, vangeli apocrifi, note sui primi concili e sulle motivazioni alla base della scelta dei vangeli che costituiscono il Nuovo Testamento e del rifiuto di altri. Inoltre, negli ultimi decenni sono stati portati alla luce frammenti anche ampi di testi sconosciuti, ora al vaglio degli studiosi.
Tutto questo materiale, se comparato e valutato senza pregiudizi, può aiutare a comprendere e definire almeno in parte la figura storica di Yehoshua ben Yosef, Gesù di Nazareth. Non vi sono più dubbi sul fatto che egli sia vissuto in Israele e sia stato un rabbi rivoluzionario, ma cosa sappiamo veramente di lui, delle sue opere e delle sue parole?
Corrado Augias tenta di trovare risposta ad alcune di queste domande avvalendosi dell’aiuto di Mauro Pesce, in “Inchiesta su Gesù”, un’intervista a tutto campo in cui il giornalista indaga con il solito acume sulle risposte che può fornire uno studioso esperto come Pesce.
Chi era veramente Gesù? Perché si definiva – o è stato definito – Figlio di Dio? Quali erano i suoi scopi e i suoi insegnamenti? Queste domande possono sembrare sciocche al credente che conosce il catechismo, ma non lo sono affatto se ci si approccia ad esse con intento di indagine. La Chiesa Cristiana, in effetti, ha ben poco a che vedere con ciò che ha detto e fatto lo straordinario predicatore vissuto duemila anni fa, essendosene discostata nei punti fondamentali fin dalle origini.
Gesù, prima di tutto, era un ebreo osservante della Legge. Questo aspetto è stato dimenticato volutamente per gran parte dell’esperienza cristiana, ma Augias e Pesce vi pongono l’accento, dimostrando come egli non fosse affatto interessato a fondare una nuova religione ma, al contrario, a riportare lo spirito di fede degli Ebrei nella giusta direzione, aggiungendovi un messaggio rivoluzionario di crescita spirituale, amore verso Dio (un Dio visto come padre misericordioso) e rispetto verso il prossimo come mezzo di elevazione. La sua predicazione era fatta per il suo popolo, non per i Gentili, che invece accolsero e fecero propri i suoi insegnamenti, arrivando poi a vessare per secoli il popolo d’origine di Gesù in quanto macchiato dalla colpa della sua uccisione.
Il giornalista e lo storico ripercorrono ciò che si conosce delle origini di Gesù, comparando fra loro sia i Vangeli canonici che gli altri testi conosciuti. Veniamo così a scoprire che il luogo della sua nascita è incerto e che, se non vi sono dubbi sull’identità dei suoi genitori, sembrano appartenere al mito sia le genealogie che lo allacciano al sangue di Davide sia la sua qualità di figlio unico (di origine divina). Pare, infatti, che Gesù avesse sia fratelli che sorelle, cosa che mette in discussione anche la tesi della verginità di Maria.
L’indagine spazia a tutto campo sui modi e i temi delle sue predicazioni, che in parte lo accomunavano sia ai farisei che all’opera di Giovanni Battista, il quale infatti gli fu maestro per un certo periodo. Si parla poi del rapporto con i discepoli e con il clima socio-politico dovuto alla dominazione romana, dell’arresto e del processo, dei meccanismi iniziati dopo la sua morte che hanno condotto questo piccolo movimento ebraico a diventare una delle più grandi religioni del mondo, e delle leggende nate più tardi, in epoca medievale, tra cui spicca quella del Graal.
Con una conversazione snella, chiara eppure zeppa di informazioni e spunti di approfondimento, i due autori coinvolgono il lettore nella ricerca del volto storico di Gesù, senza pregiudizi né la presunzione di fornire una univoca chiave di lettura. Un percorso che, se possibile, ci restituisce un’immagine ancora più grande e profonda di un uomo che con le sue parole ha cambiato il corso della Storia.

mercoledì 23 gennaio 2013

Medioevo superstizioso

Cosa divide il concetto di fede da quello di superstizione? Entrambi prevedono lo sforzo di credere che un evento si verificherà o verrà scongiurato, che si avrà un beneficio o un danno a seconda che il rituale venga compiuto in maniera corretta o meno. Dunque cosa separa in modo tanto netto i due concetti, almeno per ciò che riguarda la filosofia occidentale?
Jean-Claude Schmitt si prendere l’onere di dare una risposta a questa domanda nel suo saggio “Medioevo superstizioso”, in cui analizza la nascita e il radicarsi della definizione di ciò che è superstizione dall’avvento dell’era cristiana e poi durante tutto il Medioevo, fino a culminare nelle persecuzioni di eretici e streghe, tristemente famose.
La superstizione si basa su un principio molto chiaro di causa/effetto. Compiendo una determinata azione, otterrò un certo risultato. Oppure ancora, se mi si presenterà un certo segno, esso varrà come una precisa predizione degli eventi futuri. A volte, il rituale e il segno possiedono una relazione apparentemente logica o simbolica con l’effetto che si vuole ottenere o l’evento futuro predestinato, ma molto più spesso le due cose non paiono collegate in alcun modo e c’è da lambiccarsi il cervello per riuscire a capire come una superstizione simile sia nata e si sia radicata.
Per la Chiesa, la differenza tra fede e superstizione era netta. La prima prevedeva l’affidarsi completamente a Dio. Tutto è deciso da Lui, perciò è inutile e vano sia cercare di predire il futuro che trovare significati reconditi in ogni cosa che accade. Il vaticinio, come ogni genere di pratiche volte a scacciare malocchi o ingraziarsi le forze della natura, furono condannate fin dal principio, dapprima tacciando chi se ne macchiava di idolatria e stupidità, ma più avanti ritenendole vere e proprie azioni fuorvianti del Demonio.
Gran parte di ciò che veniva chiamato “superstitio” derivava dalle antiche religioni non ancora defunte, che riuscivano a sopravvivere attraverso riti e credenze che la Chiesa non riusciva a sradicare in alcun modo. L’autore ci porta l’esempio di molti santi la cui principale occupazione era girare per i territori in caccia di luoghi di culto pagani da radere al suolo, gente da riconvertire facendo loro aprire gli occhi sulla stupidità dei riti idolatri. Per concludere, un nuovo centro di culto (stavolta cristiano) veniva edificato sulle ceneri di quello vecchio.
Spesso questo non bastava a sradicare credenze troppo sentite, perciò la Chiesa trovò il sistema di sovrapporre a talune figure pagane, o festività troppo amate, dei corrispondenti che derivassero dalle ricorrenze religiose oppure dalle figure di santi, beati e personaggi evangelici le cui caratteristiche fossero simili alla divinità pagana da far dimenticare.
Questo atteggiamento di forte condanna e di lotta aggressiva al substrato delle superstizioni non fu una costante del Medioevo. Vi furono anche momenti di studio quasi antropologico di questo miscuglio di credenze pagane e non, una volontà di catalogarle e cercare di capirne le origini, la diffusione, il significato.
L’inurbamento creò a sua volta le proprie superstizioni, nate a causa della convivenza sociale di comunità sempre più grandi che avevano bisogno di sfogare in qualche modo le proprie paure, le frustrazioni. Furono i centri urbani, per esempio, a creare quei momenti di festa incontrollata (come il nostro Carnevale) in cui ogni ordine veniva sovvertito, con l’obiettivo non solo di sfogarsi ma anche di esorcizzare, in tal modo, le forze destabilizzanti del vivere sociale per tutto il resto dell’anno.
Nell’ambiente clericale, poi, ai detrattori si affiancavano prelati meno schizzinosi che non esitavano a praticare a loro volta particolari riti per fare scongiuri o divinazioni, usufruendo tra l’altro di un’autorità non da poco grazie alla veste ecclesiastica. Questi personaggi vennero sempre osteggiati e combattuti, rei di avvicinarsi fin troppo alle scienze occulte come l’alchimia. Con il tempo, il concetto di peccato come patto volontario col demonio portò a vedere ogni rito superstizioso come atto di stregoneria, con i risultati che ben conosciamo.
Un saggio conciso ma molto interessante su un aspetto fondamentale del pensiero cristiano medievale.

sabato 3 novembre 2012

Karma e reincarnazione

La questione della reincarnazione è argomento di grande risonanza anche in Occidente da alcuni decenni a questa parte. L’apertura alle religioni orientali e alcune scuole filosofiche, oltre alle discipline parapsicologiche, hanno messo in dubbio l’ipotesi (cattolica, ma non solo) che la nostra anima sia immutabile e legata ad una sola vita sulla Terra, una singola possibilità che poi ci porterà alla nostra destinazione definitiva in base alle esperienze vissute.
A questa visione spirituale dell’esistenza si contrappone la teoria delle reincarnazioni, che prevede il passaggio dell’anima da un’esistenza all’altra nel corso delle ere. L’energia non si distrugge, ma si trasforma; inoltre, tende a riassumere una “forma” simile a quella precedente. Non potrebbe essere quindi plausibile il fatto che la parte incorporea dell’uomo cerchi di tornare, una volta slegata dalla parte materiale attraverso la morte, ad una forma che le sia simile e confortevole?
A questo fatto puramente scientifico, se vogliamo, si aggiunge il concetto di uno scopo nell’esistenza, un percorso che facciamo di vita in vita, probabilmente per raggiungere un livello di elevazione tale da poterci ricongiungere all’origine di tutte le anime, di tutte le energie. Riunirci a ciò che noi chiamiamo Dio, dopo aver imparato dall’esperienza incredibile della Vita.
Si raggiunge così il concetto di karma, che non è un equivalente del nostro “destino”…non proprio. Il karma è il nostro percorso esistenziale, che si costruisce man mano a seconda delle nostre azioni, delle nostre sofferenze o gioie. Il karma può trascinarsi da una vita all’altra, costringendoci a pagare i debiti accumulati nella precedente, ad affrontare paure mai risolte, a cercare persone con cui abbiamo creato in precedenza un legame spirituale. Quando tutte le tensioni positive e negative raggiungeranno un equilibrio, saremo liberi dal ciclo delle reincarnazioni e ci riuniremo alla Fonte.
Questi argomenti vengono affrontati con delicatezza e profonda maturità spirituale da Hiroshi Motoyama nel suo “Karma e reincarnazione”, edito da Hermes Edizioni.
L’autore è un sacerdote di una branca della religione giapponese, istruito e addestrato alla disciplina spirituale da una sacerdotessa che lo ha scelto fra tanti come proprio discepolo in base alle esperienze della sua vita precedente.
Il nucleo principale del saggio riguarda appunto il ciclo delle reincarnazioni, il concetto di karma e le esperienze che il sacerdote e coloro che si sono rivolti a lui per avere aiuto hanno vissuto in prima persona, oppure a cui hanno assistito. La casistica è ampia e varia; a favore dell’autore va detto che egli non cerca mai, in alcun modo, di imporre la propria visione del mondo al lettore, o di portarlo a credere inconfutabilmente in ciò che racconta. Egli si limita a condividere la propria esperienza e il proprio percorso spirituale, lasciando massima libertà al lettore di pensarne quello che preferisce e di ricevere o meno spunti che possano condurlo a una propria verità.
Anche per questo motivo, e in totale coerenza con l’atteggiamento giapponese in generale, Motoyama si rivela estremamente rispettoso verso tutte le forme di religione, di cui parla con coscienza di causa avendole studiate e avvicinate allo scopo nobilissimo di comprenderle (l’autore è anche un uomo di profonda cultura, storica e scientifica).
L’esperienza, purtroppo, ci insegna che un tale atteggiamento è molto difficile da ravvisare non solo nel pensiero ufficiale di molte religioni, ma anche nel criterio del singolo individuo. Motoyama, se anche non si vuole condividere alcunché del suo pensiero religioso, si rivela comunque pagina per pagina un uomo saggio, cui portare rispetto.
Motoyama parla del proprio percorso karmico, che l’ha condotto ad assumere il ruolo di sacerdote e guida spirituale. Tratta quindi con dovizia di particolari le teorie orientali e indiane sulla reincarnazione, sui centri energetici del corpo umano (chakra) e su come essi siano legati allo stato di salute non solo del corpo materiale, ma anche di quello spirituale.
Offre inoltre un’ampia casistica di esperienze tratte dal contatto con i fedeli del tempio, che si sono rivolti a lui per risolvere problemi di ogni sorta. Avendo la capacità di comunicare con il mondo dello spirito, Motoyama ha spesso trovato le risposte nel passato, nel karma accumulato precedentemente dai questuanti e ora diventato causa di problemi e disturbi che chiedono risoluzione.
Parla inoltre di entità spirituali senzienti con cui ha avuto contatto e che l’hanno portato a conoscere più a fondo i “meccanismi” che regolano la dipartita delle anime dal corpo e la loro condizione prima della successiva incarnazione.
Un saggio straordinario, gentile ed estremamente interessante.

giovedì 18 ottobre 2012

La magia nel Medioevo

La Editori Laterza presenta in un bel formato in carta lucida il saggio “La magia nel Medioevo” di Richard Kieckhefer, docente di Storia del Cristianesimo ed esperto di mistica e teologia.
L’autore analizza non solo l’impatto della magia nella società medievale, ma anche l’effettivo fenomeno sociale della figura del mago o negromante sia sul piano reale e storico che su quello immaginario e letterario.
Per prima cosa, come è giusto, Kieckhefer cerca di dare definizione alle varie branche della magia; uno scrupolo che può sembrare ozioso a chi non si è mai interessato alla materia o non è a conoscenza delle accese diatribe in merito che hanno riscaldato gli animi di grandi pensatori sia laici che religiosi per tutto il Medioevo, ma che in realtà cela la chiave per comprendere come si sia giunti alle persecuzioni inquisitorie dei secoli più bui (paradossalmente alla fine di quello che chiamiamo Medioevo, e non ai suoi inizi).
Al principio della nostra analisi, ciò che oggi chiamiamo magia non esisteva in quanto tale. “Magia” era l’arte di dubbia fama di personaggi provenienti dall’Oriente, chiamati appunto magi. Essi erano sempre visti con una certa diffidenza, in quanto non si riusciva a capire quanto del loro potere fosse reale e quanto derivante da trucchi che oggi assoceremmo più a un prestigiatore che alla figura del mago vera e propria.
Il coacervo di superstizioni, riti propiziatori e divinazioni che poi entrerà a far parte del patrimonio culturale del panorama magico, ai primordi del Medioevo era una cosa perfettamente normale. Si trattava di tradizioni dell’antica religione politeista, sradicata e denigrata dal Cristianesimo, che stava prendendo possesso dei territori dell’Impero.
Per farsi largo, essa dovette far dimenticare (e quindi proibire) tutta una serie di piccoli riti domestici e non che facevano ancora affidamento sulle forze della natura, sugli spiriti, tacciando chi ne faceva uso di idolatria e comminando punizioni esemplari. Un altro sistema, usato soprattutto nel nord Europa, era quello di sostituire a festività, divinità e riti pagani una versione cristianizzata degli stessi, per intervenire in maniera meno traumatica ma ugualmente invasiva.
L’affermarsi del Cristianesimo come unica religione, però, non riuscì a distruggere completamente l’abitudine di usare la magia “naturale”, di solito composta da innocenti riti con erbe o oggetti di uso quotidiano, magari benedetti da formule che erano non molto differenti da normalissime preghiere. La magia, a differenza della religione, mira a modificare i fatti invece di affidarsi alla volontà divina, ma i piccoli incantesimi di questo tipo erano una commistione dei due elementi, usata da gente per lo più in buona fede, che voleva solo un favore da Dio e sperava di ottenerlo dicendo le cose giuste e procurandosi gli aiuti naturali necessari.
Di tutt’altro genere era la magia negromantica, il cui scopo era evocare le forze spiritiche (demoniache, per lo più) per ottenerne i favori. Questo era un genere di magia colta, probabilmente nata e sviluppatasi all’interno dello stesso ambiente clericale, in quanto prevedeva conoscenze linguistiche, teologiche e tecniche che una normale persona del volgo non poteva possedere (ma furono tra la gente comune, paradossalmente, quasi tutte le vittime delle inquisizioni che seguirono al proliferare di questa magia “nera”). La negromanzia usava e pervertiva preghiere e riti cristiani per renderli magici e adatti all’invocazione di forze tenebrose.
Altro discorso si poteva fare per l’astrologia, divinazione del futuro tramite il moto dei pianeti, e l’alchimia, ricerca della Materia Fondamentale e dell’immortalità. Entrambe le branche magiche sono progenitrici delle moderne scienze, per cui dobbiamo molto alla ricerca degli appassionati, anche se tra loro vi erano ciarlatani, visionari. La Chiesa tentò sempre di soffocare entrambe, ritenendole sacrileghe, in quanto andavano a indagare in ciò che concerneva solo Dio. Anche l’uso delle erbe guaritrici, l’arte di costruire automi o di congegnare trucchi che ingannassero gli occhi, venivano considerate magia. Non si faceva una grande distinzione e quando scoppiò la fobia nelle streghe le differenze tra magia naturale, divinazione e magia nera scomparvero del tutto.
Dalla controversa magia “reale” nacque poi quella letteraria, di cui i romanzi cortesi sono pieni. Più poetica e favolosa di quella che incuteva timore nella vita di tutti i giorni, la magia cortese rimane la “versione dei fatti” che condiziona la nostra visione della stessa ancora oggi.
Scritto con un linguaggio semplice, alla portata di tutti, e corredato da illustrazioni, “La magia nel Medioevo” è un magnifico volume di cui consiglio caldamente la lettura.