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lunedì 26 ottobre 2026

QUANDO IL MARE SI RITIRA


Tornare nei luoghi dove si è combattuto significa scoprire quanto i propri ricordi possano non collimare con la realtà presente, col passare del tempo e con i cambiamenti di persone e cose. Questo è ciò che il protagonista di “Quando il mare si ritira” di Armand Lanoux decide di affrontare quando cede alle insistenze di Valérie, ex-fidanzata del suo defunto amico e compagno d’armi, la quale vuole dare un senso alla morte di lui visitando i luoghi dove ha combattuto ed è morto.

Abel Leclerc torna così in Francia dal Canada, pieno dei suoi ricordi mai davvero affrontati dello sbarco sulle coste della Normandia e della drammatica penetrazione nel territorio occupato dai Tedeschi. Una Francia cui lo lega perfino il suo cognome (tanto comune in quelle terre), ma che nei pochi anni di distanza dai tragici eventi della guerra già non riconosce più. Tutto, nella nuova pace, si è trasformato e le immagini, le storie della guerra servono solo a tenere in vita musei e sterili rievocazioni.

Sono rimaste tracce del passato, oggetti e scorci che conducono Abel in un viaggio dei ricordi sempre piuttosto frammentato. Il suo rapporto con Valérie non è meno fumoso. I due sono molto diversi, in quanto la donna procede nella sua ricerca con una fermezza quasi glaciale mentre il suo compagno di viaggio si perde, si ritrova, si confonde…e arriva a capire che non potrà mai raccontarle tutto o farle comprendere ciò che hanno vissuto e com’è morto Jacques.

Il romanzo ci fa vivere lo stridente contrasto tra il modo in cui costruiamo i nostri ricordi e la realtà, nonché l’incomunicabilità quando il nostro interlocutore non ha condiviso con noi l’esperienza e può solo giudicarla dall’esterno. Per Abel il tempo è fermo al 1944, nonostante abbia cercato di tornare a condurre una vita normale. Per Valérie, il viaggio è anche una vendetta nei confronti di Abel, che porta su di sé l’immensa colpa di essere tornato vivo mentre Jacques è morto.

L’autore è crudo nel tratteggiare i personaggi: l’umanità che popola il romanzo è quasi sempre sgradevole o animata da desideri grossolani. Abel si ritrova in quell’atmosfera, tra una massa di incompiuti come lui, ognuno col suo segreto più o meno doloroso, più o meno vergognoso. Come Bébé, con cui forse potrà condividere qualcosa di più.

Per appassionati di letture belliche, per chi viaggia volentieri lungo i sentieri della memoria e per coloro a cui non dispiace che gli eroi siano imperfetti.

venerdì 23 ottobre 2020

Sotto le stelle & Il tempo dell'aurora

Ebe e Dianora sono gemelle. Entrambe ballerine, entrambe splendide e giovani, con appariscenti capelli rossi. Eppure, non potrebbero essere più diverse: tanto Ebe è modesta, amante della vita quotidiana e pronta ad aiutare la madre nella povera casa di Milano che la famiglia di sole donne occupa, tanto Dianora è arrogante, desiderosa di fare la bella vita, anche a costo di rovinarsi la reputazione. Quando il bell’aviatore Giorgio Villagrazia, invaghitosi di Ebe a prima vista, avvicina Dianora scambiandola per la sorella, la giovane prende la palla al balzo e diventa l’amante dell’avvenente e ricco militare, portandolo via alla sorella e iniziando una vita di eccessi, che farà morire la mamma di crepacuore e metterà in cuore a Giorgio il tremendo dubbio di aver commesso un errore. Tra i patemi di Ebe, rimasta sola, gli eccessi di Dianora e i dubbi di Giorgio, che si riscopre debole e soggiogato dal desiderio a cui Dianora lo tiene avvinto, si consuma un difficile triangolo amoroso sullo sfondo dell’ingresso italiano nelle ostilità della Seconda Guerra Mondiale.

Il romanzo di Liala si dipana con l’eleganza di stile e parola che le è propria. Alcuni personaggi hanno poco spessore, incarnando più ideali che persone vere e proprie, ma si trovano caratterizzazioni ficcanti che tengono insieme la trama, tutto sommato semplice. Dianora è splendida e malvagia, ma tarata da un’ignoranza innata che non si cura di superare e che la rende molto umana e credibile. Giorgio non è il principe azzurro, ma un ragazzo ingenuo e troppo viziato, che per puro desiderio fisico si fa prosciugare dalle finanze e trattare come uno zerbino. Anche la madre del giovane, donna Elena, è un personaggio vitale e azzeccato, ben delineato.

Il romanzo ha un seguito, “Il tempo dell’aurora”, dove l’amore tra Ebe e Giorgio viene di nuovo messo in discussione dalla terribile gelosia di quest’ultimo verso il bellissimo Roberto Allegri, anch’egli innamorato della giovane, e Dianora inizia una lunga discesa agli inferi nel momento in cui si innamora davvero di un uomo, il nobile ballerino Vilfredo Pons, e si trova a dover fare i conti tra questo sentimento e le sue macchinazioni diaboliche, e la necessità mai sopita di mentire su ogni cosa. Il romanzo precipita tutti verso il peggio di se stessi, a volte sfociando in scene che cozzano con la caratterizzazione fin lì delineata, soprattutto per ciò che concerne Ebe. Vi sono anche alcune scene che non tornano, personaggi che tradiscono i propri segreti senza le corrette reazioni da parte di chi ascolta, ma nel complesso il romanzo tiene e, con buona pace di Ebe, le vicissitudini della sorella tengono banco con maggiore successo, tanto da instillare verso la fine un’inaspettata commozione.

Una bella lettura d’altri tempi, senza cime né abissi.

lunedì 13 luglio 2020

L'inviato speciale

Il mondo del giornalismo è spesso inquinato da polemiche e da pratiche poco etiche che ne hanno minato l'immagine. Questo, comunque, non è un fatto nuovo. Già nel 1936, infatti, Evelyn Waugh pubblicò un romanzo che era una satira impietosa dell'ambiente giornalistico, soprattutto per quanto concerneva l'ambito degli inviati di guerra. Il romanzo si intitola "Scoop", ribattezzato "L'inviato speciale" in Italia. 
Con una scrittura scarna,  paradossale, Waugh racconta la storia di William Boot, autore di una rubrica bucolica, il quale, per uno scambio di persona, si ritrova alla redazione del Beast a ricevere l'incarico di partire come corrispondente di guerra per Ismailia, oscuro Paese africano improvvisamente al centro delle mire di più potenze mondiali. William, ingenuo e ignaro dei meccanismi dietro a questo tipo di situazioni geo-politiche, collezionerà momenti di disagio e imbarazzo, circondato da giornalisti in apparenza più scafati ma in realtà sballottati a destra e a manca dietro alla prima notizia (falsa ma sensazionalistica) uscita dalle labbra di qualcuno o anche solo inventata durante la notte. 
Incontrerà un'umanità allucinata, borderline, finendo in un calderone di complotti e rivoluzioni decise a tavolino, un caos autentico al di sotto di quello costruito dai verbosi articoli dei giornalisti e di cui William sarà l'unico vero testimone, suo malgrado diventando un esempio di giornalismo di guerra. Conoscerà l'amore in una ragazza bella e spiantata che aspetta il marito scomparso, ma si ridurrà a farle da salvadanaio per poi perderla. Al suo ritorno, William farà di tutto per tornare all'oblio da cui era venuto e uscire da questo meccanismo di assurdità.
A tratti, il romanzo sembra un esempio di teatro dell'assurdo. I personaggi sono maschere, i cui comportamenti eccentrici sono portati all'eccesso. Non aspettatevi realismo, ma una deformazione grottesca in cui non si sa mai chi parla sul serio e chi scherza. Al contempo, l'autore centra i suoi obiettivi con spietata sicurezza. Una narrativa che potrebbe non piacere a tutti, ma che vale il tentativo.

mercoledì 2 aprile 2014

La Mano di Gloria

In un futuro non troppo lontano, nello sfacelo sociale a cui hanno condotto le sconsiderate politiche occidentali, un gruppo di illuminati decide di portare il proprio attacco alla Cuspide, che nell’ombra governa le sorti del mondo. Chi per vendetta, chi per lucida scelta, chi per ideali di libertà, questi compagni si uniscono in una micidiale battaglia che possiede risvolti forse più profondi e antichi di una semplice rivoluzione del sistema: una lotta tra Luce e Tenebra, che affonda le sue radici nei sogni e in un passato ricco di poteri ormai dimenticati.
Questa immane saga italiana, scritta da Renato “Mercy” Carpaneto e suddivisa in tre volumi che non esito a definire mastodontici, è costruita con non comune intelligenza e coerenza. L’autore apre molteplici parentesi, inserisce nella narrazione moltissimi personaggi, eppure riesce a dipanare la storia riallacciandone tutti i fili anche dopo lunghe digressioni.
Non mancano, infatti, i momenti in cui ci si allontana – apparentemente – dalla trama principale. In un continuo passaggio tra il presente e il passato, l’autore ci svela fatti a volte molto lontani dal centro dell’azione. Inizialmente, il lettore può avere la tentazione di chiedersi se ce ne sia la necessità, magari guardando alla “pausa” con sospetto e un certo fastidio. A lungo andare, ci si rende conto che non uno di questi “fuori-pista” è inutile o corollario. Ogni vicenda narrata va a legarsi ai fatti principali, andando a formare un’importante frammento del mosaico finale.
La lotta senza quartiere de “La Mano di Gloria”  non nasce, come ovvio, da un giorno all’altro, né i personaggi si riscoprono paladini di una nuova giustizia senza esperienze pregresse che li abbiano condotti a tale decisione.
L’autore racconta le loro origini, dà ampio spazio alla storia delle famiglie che hanno dato i natali ai nostri eroi. Anche volendo fare i pignoli e i critici a tutti i costi, si rimane comunque affascinati e la lettura continua a scorrere senza problemi.
Il segreto, oltre a una buona prosa, risiede nella caratterizzazione dei personaggi. Ogni personalità de “La Mano di Gloria” è ben delineata, approfondita e peculiare. I protagonisti si fanno persone in carne e ossa, plausibili e perciò facili da amare o da odiare dal lettore. Uno spaccato di umanità varia, a volte portata perfino all’eccesso nelle imprese eroiche o malefiche di cui si fa promotore, eppure di rado sopra le righe o poco credibile. D’altronde, si sa che l’essere umano è capace di grandi cose quando i suoi intenti sono chiari e ha trovato la forza di tradurre le parole in azioni.
Il difetto dei romanzi, se vogliamo chiamarlo così, risiede nella stessa intelligenza con cui la storia è stata costruita. Si tratta di una lettura per pochi. Il gergo sfocia spesso nell’aulico e nel ricercato. Questo denuncia l’elevata cultura dell’autore (un soffio di speranza per la letteratura italiana) ma porta in superficie anche il calcolo con cui la prosa è stata ricontrollata e sistemata in fase di editing per ottenere una qualità lessicale di livello superiore, minandone in qualche punto la spontaneità. Abbondano i termini desueti, i sinonimi oggi quasi del tutto caduti nel disuso.
Per quanto la cosa possa ricordare con nostalgia la prosa dei primi del Novecento, e per quanto io apprezzi la cultura quando ne trovo, questa scelta opera una decisa discriminazione sul pubblico adatto a immergersi tra queste pagine. Il lettore medio, infatti, non è in grado di reggere la lettura di un simile romanzo. Le primissime pagine, una lunga descrizione, sono già in grado di fare da spartiacque tra chi avrebbe bisogno del costante supporto di un vocabolario e chi può permettersi di proseguire la lettura. Anche le molte digressioni richiedono un elevato livello di concentrazione nel lettore. Carpaneto sa passare facilmente a una scrittura più gergale, quotidiana, ma la si raggiunge dopo un buon numero di pagine, quando ormai il legame col romanzo si è instaurato o già interrotto.
Anche le ampie trattazioni sociali e politiche sono un’ulteriore sfida, che selezionano un gruppo ancora più ristretto di lettori appassionati, appartenenti a una cerchia fatta di interessi e ideali comuni.
Una saga che sceglie i suoi, scritta con magistrale abilità, e affiancata da un concept-album degli IANVA, il gruppo di cui l’autore è cantante.

martedì 18 febbraio 2014

Un uomo a metà


Trovo sempre encomiabili le iniziative volte a riportare l’attenzione sulle pagine più drammatiche e fin troppo spesso dimenticate della nostra Storia. Ancora di più, quando si tratta di offrire a una voce del passato la possibilità di comunicare a un pubblico più ampio, di raccontare le proprie vicissitudini, le esperienze vissute. Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare per alcuni anni in un Museo della Memoria e sono particolarmente sensibile all’argomento.
Quanti di noi, in un cassetto o in qualche scatolone riposto in cantina o soffitta, conservano ancora i cimeli e le lettere dei nostri nonni e bisnonni, soldati di guerre che sembrano al contempo lontanissime negli anni e drammaticamente attuali?
Franco Garrone si concentra sul diario di un sopravvissuto alla Prima Guerra Mondiale, un Bombardiere del Re che ha trascorso gli anni dal 1916 al 1918 sul fronte a combattere contro gli austriaci e poi sul Caucaso, chiamato sul nuovo fronte per meriti di guerra. Il soldato Augusto Fantato tenne un diario dettagliato delle sue avventure, sfruttando al massimo l’istruzione elementare ricevuta, lasciando ai suoi nipoti un’eredità inestimabile di vita vissuta.
Scritto in stampatello e corredato di disegni e di numeri ben delineati, come per una passione nascosta per la gradevolezza grafica della pagina scritta, il diario di Fantato è rimasto per molti anni un semplice cimelio di famiglia, ma l’impegno di Garrone ne ha fatto un libro vero e proprio, intitolato “Un uomo a metà” ed edito da Edizioni Amande.
Il giovane Augusto, lasciati i campi per lavorare nelle ferrovie, ritorna a casa per vedere la madre spirare nel suo letto. Traumatizzato dal lutto, il ragazzo si licenzia e si arruola nell’Esercito, in totale disaccordo con il padre e gli amici. Il trauma è stato troppo forte e la perdita incolmabile gli ha instillato nell’animo la voglia di morire. Combattere per la Patria gli pare il modo migliore per farlo onorevolmente.
Di stanza alla caserma di Novara, Fantato si distingue durante l’addestramento per la propria mira. Una dolce simpatia per una ragazza del posto non mitiga le sue drastiche intenzioni ed essere scelto come Bombardiere del Re lo riempie d’orgoglio.
Inizia così la sua drammatica esperienza al fronte, ove viene a contatto con la morte e la disperazione. Il fato, però, sembra volerlo privare del destino che si è scelto. Piano piano, il suo cuore torna a vivere suo malgrado. Le lettere di Lisa, la morte di tutti i suoi ex-colleghi di lavoro, l’aver salvato e accudito due bambini scampati per miracolo a un bombardamento, gli restituiscono il valore della vita e lo portano a sperare nel futuro.
Il testo, strutturato come un racconto aperto rivolto al nipote, si conclude con la copia di alcune pagine del diario originale, che consiglio di non sfogliare pigramente ma di leggere con attenzione, per gustare la vera scrittura di Fantato, con gli errori ingenui e i termini desueti della sua epoca, commovente traccia del passato.
Per quanto abbia apprezzato l’idea e l’impegno profuso in questa iniziativa, resta qualche appunto da fare all’autore. Purtroppo la prosa scivola via con eccessiva velocità, consentendo ben poco di soffermarsi sugli avvenimenti e sui sentimenti del soldato Fantato. Per quanto un’operazione di pura inventiva sarebbe stata poco rispettosa, una maggiore analisi del diario avrebbe sicuramente offerto spunti per conferire più profondità alla narrazione.
Anche il linguaggio ha le sue pecche. Piuttosto spesso l’autore sceglie di mettere in bocca ai personaggi frasi troppo costruite per essere credibili. L’analisi della scrittura del soldato attesta che il giovane si esprimeva in maniera corrente, non con un linguaggio a volte troppo intellettuale. Inoltre, di quando in quando, l’autore utilizza alcuni termini in maniera impropria o imprecisa. Piccoli difetti che non fanno apprezzare appieno la lettura di questo testo; rimane comunque un bellissimo documento per tutti gli appassionati.

giovedì 12 dicembre 2013

La cattedrale del mare

Eccoci di nuovo a parlare di un romanzo a sfondo storico, anche se nel caso specifico manca il connotato misterico o cospiratorio che tanto va di moda di questi tempi e su cui ho già detto la mia in altri casi. Attenendosi alla Storia come unica protagonista, sulla scorta di romanzi ormai datati ma sempre eccezionali e sinceri come “I pilastri della terra” di Ken Follett, e portando avanti l’obiettivo (non dichiarato ma palese) di raccontare il passato della propria terra attraverso le voce dei suoi personaggi, Ildefonso Falcones scrive il suo primo successo, “La cattedrale del mare”, edito in Italia da Longanesi.
Il romanzo gravita attorno al protagonista, Arnau Estanyol, la cui vita è legata a doppio filo alla costruzione della chiesa di Santa Maria del Mar e attraverso le cui vicende si viene a conoscere la situazione di Barcellona in particolare, ma in fondo della Catalogna tutta, nel XIV secolo.
Arnau è figlio di un servo della gleba, la cui moglie è stata stuprata e usata come serva dal signorotto locale. Il padre salva il neonato da morte certa e fugge con lui a Barcellona. Se riusciranno a vivere in città un anno e un giorno senza farsi catturare, saranno dichiarati cittadini e uomini liberi. Grazie ai tanti sacrifici del padre, che si mette a lavorare per il parente Grau Puig, Arnau riesce a crescere e a diventare un bambino sano e volenteroso, anche se la vita è aspra e dura, piena di umiliazioni.
Presto Arnau dovrà affrontare il crudele mondo degli adulti, adotterà come fratello minore un bambino sfortunato quanto lui e vedrà morire il padre in uno dei tumulti cittadini. Comincerà allora la sua faticosa strada da uomo, prima come bastaix (scaricatore di porto e portatore di pietre per la chiesa), poi come soldato e quindi come ricco e influente uomo cittadino. Conoscerà le donne fondamentali della sua vita, alcune per la gioia, altre per ostacolare il suo cammino. La rovina, però, è sempre dietro l’angolo e Arnau è destinato ad affrontare più prove di quante possa immaginare.
Ne “La cattedrale del mare” viene dipinta una Barcellona d’altri tempi, che si può respirare sotto la superficie della città odierna e il cui carattere orgoglioso e conscio dei propri privilegi si evidenzia nelle battaglie combattute con il governo centrale per ottenere di nuovo una sorta di indipendenza. La città prende vita nelle pagine del romanzo, contendendo il ruolo di protagonista ad Arnau Estanyol da una parte, e al tempio in costruzione, quella Santa Maria del Mar che si erge pian piano negli anni della narrazione, tempio alla Madonna e chiesa del popolo semplice, di quei lavoratori legati al mare per la loro sopravvivenza.
La straordinaria accoglienza data a questo scrittore deriva probabilmente dalla schiettezza con cui lascia trasparire da ogni riga il suo intento didattico, più che narrativo, sempre con uno stile semplice, di dialogo con il lettore più che accademico e pedante. Le informazioni vengono elargite ad ampie mani ma non risultano mai noiose, né ridondanti.
Questo è al contempo il suo pregio e il suo difetto. Per quanto Falcones crei dei personaggi dotati di una vita propria e li renda capaci di suscitare affezione ed emozioni nel lettore, non si può fare a meno di notare come in parecchi punti la psicologia e le azioni degli stessi prendano una piega più o meno forzata, quando l’autore decide di introdurre un argomento specifico nella narrazione. Tornano, così, personaggi magari perduti molto tempo prima, che prendono a comportarsi in maniera differente da come li si era conosciuti, ora al servizio di una svolta narrativa pensata a tavolino.
Questo rende un po’ meccanico il progredire della vicenda, lasciando la sensazione che l’autore ogni tanto giochi al massacro col povero Arnau; nei momenti in cui le disgrazie al protagonista si affastellano senza requie, solo per poter indagare fino in fondo le conseguenze di una norma dell’epoca o per introdurre un evento che ha segnato la storia di Barcellona, in quanto lettrice ho provato una certa irritazione e il contatto con il romanzo si è sfilacciato.
In generale, comunque, un romanzo piacevole e molto più godibile di tanti dello stesso genere. Falcones è un autore da indagare più a fondo, che potrebbe arrivare a scrivere storie di grande peso letterario. Ho a disposizione anche i successivi “La mano di Fatima” e “La regina scalza”. Spero di potervi aggiornare rilevando quel miglioramento puramente narrativo che mi farebbe amare la sua scrittura.

mercoledì 4 settembre 2013

Storia del Giappone

Il Giappone è un Paese misterioso e contraddittorio, affascinante, la cui storia non è ancora del tutto chiara nemmeno ai nativi. Le sue origini antropologiche sono avvolte nel mistero più fitto, la ricerca è ancora lungi dal comprendere come e quando il genere umano ha fatto la sua comparsa su questo gruppo di isole, dando inizio al lungo viaggio di una cultura peculiare e quasi incomprensibile per il pensiero occidentale, capace di attingere dagli usi e costumi altrui ma solo per costruire qualcosa di nuovo, originale, che fosse sempre in grado di rivaleggiare e prevalere sia con i “vicini di casa” che con il resto del mondo.
“Storia del Giappone” di Kenneth H. Henshall (edito da Mondadori) si prefigge di offrire una panoramica quanto più possibile chiara ed esauriente delle epoche che hanno caratterizzato l’evoluzione sociale nipponica, utilizzando un linguaggio semplice e preciso per inquadrare periodi storici, forme di governo, ordinamenti sociali, correnti di pensiero.
Ogni era viene illustrata in un capitolo dedicato, senza soffermarsi in maniera eccessiva sui dettagli – che sarebbero solo d’impiccio a chi si avvicina per la prima volta alle tradizioni di questo mondo particolare – ma ponendo l’accento sui fatti e i personaggi salienti, attenendosi alle chiavi di lettura che in campo accademico sono ritenute maggiormente aderenti al vero. In conclusione di ogni capitolo, inoltre, l’autore offre un riassunto di quanto spiegato, corredato da due tabelle: una cronologica, l’altra inerente le principali peculiarità sociali e di pensiero del periodo descritto.
Questo è uno strumento di grande utilità per coloro che intendono usare il testo per prepararsi mnemonicamente senza essere costretti a destreggiarsi tra concetti essenziali e nozioni aggiuntive.
Il primo capitolo affonda le sue radici nella preistoria e cerca di tracciare le origini del popolo giapponese attraverso i flussi migratori continentali e le tracce lasciate dalle etnie che si sono avvicendate, a volte scontrandosi, sul territorio. L’autore non esita a raccontarci anche la versione mitologica delle origini del Giappone, fondamenta della religione shintoista che ha imperato fino al radicarsi della filosofia buddhista e che ancora oggi fa parte indissolubilmente della vita dei giapponesi.
Questo popolo, infatti, ha sempre avuto un atteggiamento molto aperto nei confronti delle diverse religioni, adottandole indifferentemente e portando avanti percorsi spirituali peculiari che non hanno simile attitudine in nessun altra parte del mondo.
Pian piano, un territorio diviso e vulnerabile nei confronti del vicino impero cinese diventa uno Stato unitario (Yamato) con un sistema a sua volta imperiale, incentrato su una corte che col passare del tempo si isola dal mondo, affidandosi al rituale buddhista e alla ricerca dei raffinati piaceri delle arti. Questo periodo, nominato Heian, termina con il sorgere di personalità guerriere che iniziano a combattersi per il potere, che viene decentrato nella figura dello shogun. Dopo secoli di guerre, sarà Oda Nobunaga a prevalere su tutti e riunificare il Paese.
Dopo lui e il suo braccio destro, prenderà il potere la dinastia Tokugawa, conservatrice fino a decidere di chiudere il Giappone agli stranieri e gestire la società in caste guidate da norme rigidissime. Solo l’insistenza americana, nel XIX secolo, costringerà il Giappone a cambiare rotta e decidere di prendere tutto ciò che poteva essere utile dagli Occidentali.
All’Imperatore si affianca un’oligarchia di militari che, dietro apparenze democratiche, costruisce una dittatura nazionalistica con mire d’espansione in Asia e non solo, in netta competizione con l’Occidente. Questo porta alle amare conseguenze della Seconda Guerra Mondiale e a una sconfitta devastante. Il Giappone, però, ha dimostrato di sapersi sempre risollevare dalle proprie ceneri, reinventando se stesso quando necessario, pur rimanendo una realtà piena di sottili contraddizioni che la nostra forma mentis fatica a comprendere.
Una lettura che risulta sia piacevole che istruttiva. Un buon modo per cercare di conoscere meglio un Paese meraviglioso e un popolo dal passato turbolento, le cui caratteristiche migliori sono da esempio per credere nella possibilità di ricominciare.

martedì 16 luglio 2013

La grande storia della Prima Guerra Mondiale

Quest’oggi vi parlo di un’opera ponderosa, che riesce ad essere straordinariamente gradevole e coinvolgente nonostante le dimensioni e l’argomento trattato.
Sto parlando di “La grande storia della Prima Guerra Mondiale” di Martin Gilbert, edito da Mondadori, prima parte di un duo di saggi il cui proseguo naturale è “La grande storia della Seconda Guerra Mondiale”. Gilbert, celebre biografo di Churchill e storico di fama, si è cimentato nell’ardua impresa di presentare al lettore medio (non, quindi, allo storico o all’appassionato già esperto) un argomento ancora difficile, amaro, che conserva una drammaticità profonda.
A questo si aggiunga la difficoltà di mettere per iscritto l’immane quantità di dati e fatti risalenti a quattro anni di guerra su molteplici fronti, oltre alla necessità di trovare una chiave di lettura univoca che riassuma l’evento bellico sia nei suoi fatti salienti che nella valenza dell’esperienza umana.
Gilbert riesce a centrare entrambe le sfide, creando un saggio comprensibile a tutti, esaustivo e profondamente umano. L’autore fa principalmente il suo mestiere di storico, fornendo date e dettagli ben precisi in una scansione cronologica estremamente curata dell’intero episodio bellico. A questo, però, aggiunge una componente umana molto forte, raccontando ogni fatto saliente anche grazie alla testimonianza di chi l’evento l’ha vissuto oppure vi è morto, rimanendo nella memoria dei commilitoni e dei familiari.
Stralci di lettere a casa, memorie ritrovate negli zaini dei caduti, poesie. Tante, tantissime poesie frutto sia della speranza che della desolazione. Moltissimi soldati hanno affidato alle immagini evocative che possono trasmettere i versi poetici – ben più della prosa – speranze, orrori, disillusioni di un conflitto che sembrava eterno e che portava via vite a una velocità spaventosa, disumana. A questo immenso mare di testimonianze, Gilbert attinge copiosamente, dando voce a uomini coraggiosi e disperati che ormai sono consegnati al passato e a coloro che aspettavano di avere loro notizie, oppure lavoravano nelle retrovie per dare il proprio contributo.
Come si sa, la Prima Guerra Mondiale si ritiene iniziata con l’atto terroristico di Gavrilo Princip, un nazionalista diciannovenne che assassinò l’erede al trono austriaco e provocò la vendetta di Vienna sulla Serbia, accendendo la miccia di una polveriera europea che aspettava solo di esplodere.
Come ovvio, il gesto di Princip non è il vero punto di partenza di un sovvertimento tanto grande dell’ordine costituito e delle relazioni diplomatiche internazionali. Gilbert analizza le aspirazioni economiche e militari, nonché le tensioni politiche che già da decenni stavano prendendo piede in Europa, esacerbando i nazionalismi e il desiderio di auto-affermazione degli Imperi centrali.
Dopo l’assassinio, passeranno parecchi giorni prima che tutti si rendano contro che la macchina della guerra si è messa in moto e nessuno ha più modo di tirarsi indietro. La Storia si dipana di capitolo in capitolo, prendendo in esame periodi di pochi mesi per volta (sempre ben evidenziati come sottotitolo), seguendo le principali battaglie, i periodi di stallo o l’inizio di nuove operazioni diplomatiche e belliche.
Alla fine delle ostilità, Gilbert dedica gli ultimi capitoli a una panoramica dei patti e delle spartizioni post-belliche dei vincitori, alle sanzioni sulla Germania (le quali fomenteranno ulteriormente il risentimento dei tedeschi, che sfocerà nell’ascesa del nazismo e nella Seconda Guerra Mondiale) e alle iniziative per la Memoria, affinché le tragedie e gli eroismi della guerra non vengano mai dimenticati.
Un testo istruttivo, toccante, che può dare solo un assaggio di quello che accadde dal 1914 al 1918, ma ne fa sentire con chiarezza il sapore amaro.

sabato 11 maggio 2013

Non solo armi - Pasubio 1915 - 1918

Fino a qualche anno fa, qui a Vigevano, esisteva un Museo che ospitava una sezione dedicata a un’ampia collezione di oggettistica e divise della Prima Guerra Mondiale, soprattutto italiane e austro-ungariche. Era una stanza delle meraviglie e degli orrori; soprattutto, era una stanza che ricordava le imprese di uomini costretti a fare una vita tremenda su un fronte micidiale come quello alpino.
In quella singola camera, piena fino all’inverosimile, era conservata testimonianza di tante vite e tante morti, per insegnare qualcosa alle generazioni che la guerra non l’hanno mai vissuta.
Poi, come un vento di tempesta, l’Assessore di turno è passato con lo schiacciasassi e ha smantellato tutto quanto, asserendo che certi musei servono solo ad inneggiare alla guerra. Fortunatamente, non tutti rifiutano di capire lo scopo di una iniziativa simile e c’è chi si prodiga per fare in modo che la memoria non muoia e il sacrificio di tanti non diventi un fantasma scomodo.
Nei luoghi che hanno vissuto direttamente la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, la questione del ricordo e della diffusione della conoscenza di quegli eventi fondamentali è molto sentita. Esistono molti musei, mostre temporanee, itinerari studiati appositamente per far visitare i luoghi delle battaglie (più una guerra di posizione, in realtà) e le opere di ingegneria che hanno consentito a tanti soldati di vivere e combattere in quota, in condizioni ambientali estreme.
Le battaglie e le opere dell’uomo, inoltre, hanno modificato il territorio e ancora oggi un occhio esperto può riconoscere gli scavi delle trincee, i crateri delle granate solo parzialmente nascosti dalla nuova vegetazione e dall’erosione degli agenti atmosferici, i fori nella montagna scavati dai soldati, confusi tra le grotte naturali.
La zona del Pasubio, soprattutto, tiene molto caro il suo passato bellico, raccontando la storia degli uomini che hanno combattuto tra le sue cime attraverso numerose iniziative. Il Museo Storico Italiano di Rovereto in collaborazione con il Tiroler Kaiserjägermuseum di Innsbruck, ad esempio, nel 2002 ha pubblicato con Nicolodi Editore una raccolta fotografica che vuole offrire testimonianza di diversi aspetti della vita del soldato in quota, riunendo nello stesso volume sia le testimonianze relative alle milizie italiane che a quelle austro-ungariche.
Il volume, infatti, è redatto sia in italiano che in tedesco, in maniera da essere fruibile da appassionati di entrambi i Paesi. In questo modo, gli antichi nemici possono confrontarsi in maniera neutrale, osservando come fossero simili i loro sforzi e le privazioni.
La pubblicazione è realizzata su carta lucida, le foto da archivio sono stampate con un’ottima risoluzione e ognuna di esse è corredata da una didascalia esaustiva. Le foto sono state suddivise per capitoli tematici, ognuno dei quali viene dapprima sviscerato tramite un breve testo, che fornisce al lettore le informazioni essenziali, e poi narrato attraverso le sole immagini.
La lunga introduzione offre la possibilità di leggere stralci di un vero diario dal fronte, quello di Francesco Laich, musicista arruolato dapprima con compiti non distanti dalla sua professione, poi prestato agli ingrati lavori del semplice soldato. Seguono mappe fotografiche dettagliate delle cime interessate dallo scontro tra i due eserciti, per passare quindi alla raccolta di foto vera e propria.
La galleria fotografica mostra diversi aspetti della guerra d’alta quota: dalla geografia dei due fronti
ai baraccamenti, dal triste spettacolo di ciò che restava dopo le battaglie ai momenti di riposo e svago dei soldati. Vi si trovano ritratti di generali come di soldati semplici, di inverni crudeli e di allegri bagni estivi nei torrenti. Paesi sventrati, montagne crivellate, manti bianchi che seppelliscono tutto e rendono il paesaggio irriconoscibile. Croci bianche dopo la conta dei morti.
La guerra tira fuori il peggio e il meglio degli uomini; una piccola porzione di ciò che si è consumato sulle nostre montagne può essere conosciuto e, forse, compreso attraverso queste testimonianze dell’epoca, senza più odi patriottici ma considerando tutti vittime in ugual modo di una guerra orribile che non dovrebbe mai essere dimenticata.

giovedì 14 marzo 2013

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Fronte occidentale, Prima Guerra Mondiale.
Il soldato diciannovenne Paul Bäumer racconta i suoi giorni al fronte insieme ai propri camerati, in parte ex compagni di scuola: il pratico Tjaden, il trovatutto Kat, l’amico Albert... Attraverso i loro occhi, ci viene mostrato un mondo in cui i valori e gli aspetti fondanti dell’essere umano si sovvertono, una condanna a morte che pende su tutti coloro che stanno sui due fronti del confine belligerante, attendendo solo di afferrarli.
Paul ci mostra il cameratismo tra soldati, cementato dalle esperienze comuni e dalla necessità di mantenere dei rapporti umani, continuamente reciso dalla morte, da ferite orribili che segneranno per sempre coloro che vengono allontanati dai combattimenti. La vita diventa un lusso che non ci si può più permettere, che si muoia o che si continui a vivere, portando con sé orrori di cui non si riuscirà mai a parlare, per cui non esistono parole adatte.
E perché? Per cosa? Il meccanismo della guerra prende tutti nell’ingranaggio e uscirne non è una prospettiva meno terribile dell’esserne schiacciato. Resta solo da capire chi riuscirà a vedere la fine di questa follia, sempre ammesso che qualcuno ci arrivi vivo.
Erich Maria Remarque pubblicò “Niente di nuovo sul fronte occidentale” nel 1929, dopo essere sopravvissuto ai combattimenti della Prima Guerra Mondiale (Paul è il suo vero secondo nome ed è palese fin dalle prime righe che il protagonista del romanzo racconta ciò che per l’autore è stata vita vissuta). Caratterizzato da uno stile crudo ma sincero, pieno di umanità, Remarque ha il pregio di aver raccontato la verità della vita del soldato tedesco nonostante la propaganda nazionalista, culminata con il rogo delle sue opere durante il regime nazista.
Un tema portante del romanzo è l’assurdità della guerra. Un soldato viene mandato al fronte per servire il proprio Paese, schierato contro il nemico straniero da sconfiggere. Fin qui, ordini e retorica. Quando, però, la guerra la si vive sulla pelle giorno per giorno, le parole cessano di avere una funzione pratica e pensieri scomodi si fanno largo, che lo si voglia o no, e chiedono di essere- pur confusamente- espressi.
Cosa significa “servire lo Stato”? Che differenza c’è tra il concetto di patria e quello di governo, che in fondo è formato da poche persone le quali reggono il destino di milioni di connazionali? Chi è il nemico straniero? E’ una specie di mostro da sconfiggere, un semplice bersaglio per il tiro a segno? Cosa accade nella mente di un soldato quando le circostanze lo portano a rendersi conto che il nemico ucciso è niente più che un uomo come lui, che a casa ha lasciato dei genitori, una famiglia, un lavoro e dei sogni?
Simili pensieri possono fare impazzire. Fanno odiare il momento in cui ci si è presentati per l’arruolamento, l’aver creduto alle parole di coloro che avrebbero dovuto prepararti alla vita adulta (insegnanti, genitori, politici) e ora sono a casa, a leggere gli orrori sui giornali lodando il coraggio di chi si gioca la pelle ogni minuto o criticando la loro vigliaccheria se non raggiungono gli obiettivi preposti.
Questo apre anche al conflitto generazionale, i giovani pronti a gettarsi a braccia aperte nel futuro che si vedono condannati al massacro per una guerra decisa dai padri e dai nonni, che non vedranno mai il fronte e continueranno a parlare della battaglia con fascinoso interesse o stagnante retorica belligerante. E’ la perdita delle illusioni, la definitiva morte di ogni sogno. Conta solo il presente, vivere un giorno ancora, mangiare quando e quanto puoi. I soli compagni sono i soldati della tua compagnia, che vedi morirti attorno senza poterci fare niente. Per non impazzire, tocca ricorrere a un umorismo macabro, a un annichilimento della sensibilità che può venire messo a dura prova in qualsiasi momento da un attacco di terrore oppure da qualche giorno di licenza, che spalanca una finestra su tutto ciò che non si possiede più né si riesce a sperare di tornare ad ottenere.
L’autore riesce a trattare argomenti spinosi, domande esistenziali di devastante profondità, con incredibile delicatezza. I protagonisti non si lasciano mai andare a concioni, non propinano al lettore il loro punto di vista belligerante oppure pacifista o, ancora, rivoluzionario nei confronti del regime corrente. Remarque ci offre molto più semplicemente per bocca loro tutta la confusa e triste consapevolezza dell’ingiustizia della condizione di questi ragazzi, mandati a morire quando ancora non avevano potuto imparare cosa significava vivere.
Questa è una lettura di cui non si dovrebbe fare a meno.

mercoledì 13 febbraio 2013

Venuto al mondo


Il romanzo di Margaret Mazzantini, che fa mostra di sé in tutte le librerie ed è edito da Mondadori, in questo momento è alla ribalta per la trasposizione cinematografica attuata da Sergio Castellitto. La copertina stessa ne è un rimando immediato, in quanto vi sono raffigurati i due attori protagonisti.
La storia si avvolge attorno a due tematiche principali: il miracolo della maternità, che può rivelarsi facilmente una dannazione, e la facilità con cui l’esistenza sa scivolare nel caos, esemplificata dal sanguinoso episodio della guerra in Bosnia, scoppiata all’inizio degli anni ’90.
L’autrice ci fa vedere il mondo attraverso gli occhi della protagonista, Gemma, una donna di cinquant’anni sposata con un ufficiale dei Carabinieri e con un figlio di sedici anni, Pietro, ultima traccia di un amore che le ha segnato l’esistenza. La vita, in qualche modo placida e monotona, disturbata solo dalle prime ribellioni adolescenziali del ragazzo, viene sconvolta alla radice da una telefonata che arriva da Sarajevo.
All’altro capo del telefono c’è Gojko, il vecchio amico, il poeta matto e amaro, ma in realtà c’è il suo passato. Ci sono dolori mai sopiti, un amore che le ha scavato ferite nella carne e nell’anima, ricordi di un eccidio senza senso e di morti che sanno corrodere la capacità di provare emozioni fino a non lasciarne traccia.
Gemma ha paura, ma non può resistere al richiamo. Parte per Sarajevo, la città del suo destino, trascinandosi dietro un recalcitrante Pietro. Lo scopo apparente è vedere una mostra di fotografie di Diego, padre di Pietro, morto in terra straniera durante il suo lavoro di corrispondente di guerra. Quello vero è rivivere la propria tragedia e tentare di far entrare nel cuore di quel ragazzo una qualche immagine del padre mai conosciuto.
Sarajevo le restituirà il suo passato, offrendole alla fine anche alcune risposte che non avrebbe mai immaginato la attendessero.
Il linguaggio della Mazzantini è materico, ha sapore e odore nonostante utilizzi la prima persona e sia quindi naturale trovare ampi paragrafi di pensieri, riflessioni. Si comprende subito che le scelte linguistiche sono state fatte con coscienza, in una ricerca quasi parossistica del termine giusta, delle associazioni tra immagine e parola. Un linguaggio che ha una sua poesia e come tale spesso colpisce prima il sentire più nascosto, palesando il proprio significato alla mente solo in seguito.
Nonostante questo lavoro cerebrale, che se mal diretto e utilizzato avrebbe avuto lo sgradevole sapore dell’esercizio di stile fine a se stesso, nel romanzo è presente anche molto cuore. Cuore e sangue. Ce n’è tanto da farci il bagno, ci si compenetra completamente nella condizione perduta, viscerale, disperata in cui crollano via via i personaggi, nel lungo riandare della memoria.
La capacità di mettere al mondo dei figli assume un’importanza capitale nell’esistenza di una donna, ossessione che è follia lucida, ragionata, quasi scientifica. Quando la maternità viene negata dalle menomazioni del proprio corpo, la mente si riempie d’odio, le relazioni d’amore si tingono di egoismo, ripicche. Un gesto d’amore diventa opaca determinazione di ottenere ciò che non si ha, ciò che si invidia con anima nera della felicità altrui.
Gemma arriverà a fare qualunque cosa, a perdere ogni rispetto per se stessa, ogni pudore o freno pur di ottenere quel bambino che agogna, anche se sa che non sarà l’immagine dell’amore tra lei e Diego, anche se significherà rubare e mercanteggiare sulla vita come se fosse una merce.
Il suo delirio finisce per essere preso a schiaffi dall’orrore che le capita attorno, da quella Sarajevo violata in cui la gente muore sotto il tiro dei cecchini, in cui la città esplode perdendo il proprio volto, il pane si imbeve di sangue. Violenza insensata sotto gli occhi di un’Europa che fatica a intervenire, a forze di pace che non hanno grande potere di intervento e sono costrette a lasciare il Paese alla devastazione sistematica di un odio che mette tutti contro tutti.
Pietro, figlio di quella guerra, figlio di un amore che si è preso a morsi, vaga per Sarajevo senza immaginare che tutto ciò su cui posa distrattamente gli occhi racconta la sua storia, quella di sua madre e quella di quel fotografo dal cuore bambino che non è più tornato a casa.
Una lettura intensa, che a tratti sa far male.

sabato 22 settembre 2012

Macbeth

‘Macbeth’, tragedia in cinque atti di William Shakespeare messa in scena per la prima volta tra il 1605 e il 1606, è un dramma a sfondo storico di ineguagliabile intensità per la profondità con cui scava nella tenebra dell’animo umano e nella degradazione che la sete di potere vi può apportare.
Il dramma si svolge in Scozia e si apre sulle sanguinose battaglie che la stanno flagellando. Dopo una grande vittoria a nome del re Duncan, i nobili Macbeth e Banquo si apprestano a tornare a casa.
Durante il  viaggio, però, sul loro cammino incontrano tre streghe, le quali sorprendono i due con una profezia. Salutano Macbeth quale Thane di Glamis, Thane di Cawdor e quindi come Re di Scozia. Macbeth, che possiede solo il primo titolo, rimane perplesso e piuttosto spaventato. Banquo chiede a sua volta quale sarà il suo destino e le streghe gli annunciano che egli non sarà re, ma padre di re.
Al cospetto di re Duncan, con loro sommo stupore, Macbeth viene insignito del titolo di Thane di Cawdor, come annunciato dalla profezia. Il nobile, dopo aver invitato tutti al suo castello, precede i suoi ospiti a casa e corre a cercare consiglio dalla moglie, Lady Macbeth.
Ella non possiede né scrupoli né timori. Sicura di sé, vede nella profezia una certezza di potere che la spinge a mandare il marito all’azione. Quella notte, mentre tutti dormono, Macbeth uccide il re con l’aiuto decisivo di sua moglie. Quando il cadavere di Duncan viene ritrovato, i figli del re, nel timore di essere accusati, fuggono, lasciando il titolo a Macbeth e diventando agli occhi di tutti i fautori dell’orribile omicidio.
Macbeth è ora re di Scozia, ma il re e la sua regina sono assillati dalla seconda parte della profezia, che vede i figli di Banquo sul trono. Macbeth ordisce così l’assassinio di Banquo, a cui scampa solo il figlio di quest’ultimo, che fugge. Lo spettro di Banquo appare a Macbeth durante una festa, facendolo quasi uscire di senno.
Il re, allora, va in cerca delle streghe e riceve da loro ulteriori informazioni. Le tre orride donne lo avvisano di stare attento al nobile Macduff, ma lo incitano a rimanere tranquillo, in quanto nessun uomo nato da donna potrà nuocergli, e a non aver paura finché la foresta di Birnam non giungerà nei pressi del Castello di Dunsinane. Macbeth si sente sollevato e, per essere ancora più tranquillo, fa uccidere la moglie e il figlio di Macduff, che è fuggito in Inghilterra.
Ormai è Macbeth ad avere uno spirito nero e corrotto, mentre la moglie perde progressivamente forza e determinazione, preda dei dubbi e dei rimorsi fino a diventare sonnambula.
Quando l’armata guidata da Malcom, figlio di Duncan, si muove verso il castello, camuffata con rami della foresta di Birnam, Macbeth trema. Gli viene anche portata la notizia che Lady Macbeth si è suicidata. Macbeth scaccia i dubbi e le paure e scende in combattimento. Macduff, nato da un parto cesareo e perciò in grado di ucciderlo, lo affronta e lo sconfigge, decapitandolo.
Malcom, figlio di Duncan, sale dunque al trono di Scozia.
Questa tragedia dai toni cupi e orrorifici è in sostanza un incubo incentrato sulla corruzione dell’animo umano.
Le tre streghe rappresentano il Destino; un trio spesso assimilato alle Parche, ma forse afferente a una tradizione celtica più antica, quella dei tre volti della Morrigan, dea della battaglia e del sangue. Esse conoscono ciò che sarà e fanno parte Macbeth delle loro visioni, ma al contempo gli rivelano solo parte del futuro e lasciano che sia lui stesso a tracciare la propria strada sanguinosa.
La chiave della relazione fra Macbeth e la moglie si riassume nel ‘passaggio di potere’ da lei a lui durante il dramma, un cambiamento di ruolo che è quasi più terribile nel suo sviluppo della lunga scia di sangue che la coppia si lascia alle spalle. Inizialmente, Lady Macbeth è una sorta di nume tutelare, la fonte stessa della forza e della determinazione. Con il passare del tempo e l’accumularsi dei crimini, Macbeth diventa sempre più crudele e autosufficiente, mentre la moglie ritrova la sua fragilità di donna e finisce per essere devastata dai rimorsi.
Macbeth è un testo teatrale assolutamente godibile anche con la semplice lettura, un tuffo in un mondo di tenebra che riecheggia di antiche tradizioni e misteri.

lunedì 12 dicembre 2011

Il Signore delle Mosche

Ci troviamo su un’isola. Sì, esatto: un’isola deserta e incontaminata, nel bel mezzo dell’oceano. Una terra fatta per i naufraghi, se mai ne è stata inventata una. Difatti, questo sono i protagonisti del romanzo che vi accingete a leggere: naufraghi scampati a uno spaventoso incidente aereo. Fin qui, niente di nuovo.
Il cliché, però, viene subito evitato dalla natura di questi naufraghi. I sopravvissuti sono bambini di tutte le età, inizialmente in fuga da un Paese in guerra, che non hanno ben chiaro né dove fossero diretti né cosa è successo all’aereo che li stava trasportando. Sanno solo di essere stati scaricati in mare durante un attacco e di essere soli…chissà per quanto tempo.
L’isola, fortunatamente, sembra fatta apposta per accogliere i bambini nel più pacifico dei modi, permettendo di pensare positivamente al loro futuro. Ampie spiagge bianche, mare caldo, frutta abbondante. Il luogo ideale per una vita fatta di giochi, innocenza, meraviglia.
Sembra questo il contesto in cui muovono i primi, scanzonati passi Ralph, il biondo ragazzo carismatico, Piggy, il grassone miope sempre agitato e preso in giro da tutti, Jack, il capo-coro con manie di grandezza, e tutti gli altri piccoli.
Ralph viene insignito del ruolo di capo, sancito dal possesso di una meravigliosa conchiglia dal suono potente. Sarà lui a decidere come scandire la giornata dei bambini, a conferire ruoli e missioni e- su suggerimento di Piggy- a fare in modo che si possa accendere un fuoco per le segnalazioni, in maniera da essere ritrovati e salvati al più presto.
L’isola, però, è grande e misteriosa. Occorre esplorarla, verificarne i limiti, e i bambini avranno anche bisogno di una dieta alimentare che preveda il consumo di carne, quando possibile. Per questo motivo, i ragazzi più grandi decidono di esplorare l’isola. Scoprono così che la situazione non è tutta rose e fiori: nel folto sembra nascondersi qualcosa di oscuro e terrificante, forse una bestia d’incubo da cui bisogna assolutamente stare alla larga.
Inoltre, Jack diventa capo dei cacciatori e ben presto le sue rischiose avventure lo rendono più affascinante di Ralph agli occhi degli altri. Comincia così una degenerazione che si diffonderà come una malattia, fino ad arrivare alla follia pura incarnata nel nuovo idolo: la testa mozzata di un verro, attraverso cui si manifestano la voce e la volontà del Signore delle Mosche.
In questo terrificante romanzo del 1954, William Golding infrange il mito dell’infanzia innocente e “buona per natura”, dimostrando che in un ambiente selvaggio e privo di controllo anche gli infanti si comportano come gli adulti: creano gruppi, si scontrano, prendono comportamenti sempre più anarchici e distruttivi fino a sfociare nella violenza più efferata.
D’altra parte, ha una sua logica. I bambini esprimono senza filtri tutto ciò che provano, siano sentimenti positivi, come il cameratismo e il senso del gioco, oppure negativi, come la paura e la rabbia. L’uomo adulto è tale perché, in teoria, è riuscito a dominare le proprie pulsioni e a sottometterle alla ragione. Il fatto che il mondo sia nel bel mezzo di una guerra micidiale mostra, nel romanzo, come il livello degli adulti non sia poi molto differente da quello dei bambini. Viene solo ricoperto da una patina di maggiore serietà e civiltà, quando i processi psichici e sociali sono invece identici.
Golding è implacabile nel mostrare quanto poco può il raziocinio contro l’istinto. La caccia attrae, tenta, trascina tutti. Perfino Ralph desidera prendervi parte e resiste più per confusione e paura che per forza di volontà. Piggy, che incarna l’unico adulto presente sull’isola, diventa il bersaglio, il capro espiatorio di una situazione sempre più al limite.
Il Male si incarna nella testa di verro, nelle mosche che gli ronzano attorno e gli danno voce, ma il confine tra la Bestia demoniaca e l’orrore insito nella natura umana si confonde e si perde, lasciando aperta all’interpretazione la sua natura.
La speranza è lasciata nelle mani di un ragazzo che in fondo, a parte la bellezza e il carisma, non possiede né l’intelligenza né la forza per imporsi. Non riesce nemmeno a difendere il suo braccio destro, né il fuoco che dovrebbe richiamare l’aiuto degli adulti. Impotente, vede il paradiso trasformarsi in un inferno da cui non c’è scampo.
Una caduta negli abissi dell’animo umano, un romanzo indimenticabile e mozzafiato che dovrebbe essere presentato più spesso ai giovani lettori.

lunedì 21 novembre 2011

Vlad Dracula

Vedendolo sullo scaffale della libreria ho avvertito una immediata attrazione. Amo la letteratura vampirica e ho una passione particolare per il personaggio storico di Vlad, principe di Valacchia. Allo stesso tempo, prima dell'acquisto sono stata tormentata da alcuni dubbi.
In primis la copertina, la cui scelta grafica – l’uso di uno splavido color rosa di fondo- è poco felice. Inoltre, quando compro la biografia di un personaggio storico mi muovo sempre con i piedi di piombo. Quante volte, invece che una biografia seria e contestualizzata storicamente, capita di ritrovarsi in mano una versione pesantemente romanzata che a conti fatti ha poco a che fare con la vita del nostro oggetto d’interesse?
Sempre più si assiste alla comparsa nelle librerie di pseudo-biografie che manipolano dettagli e avvenimenti a piacimento dell’autore, per conferire al personaggio in questione la capacità di attrarre l’interesse e aggiungere suspence o romanticismo alla più fredda sequenza di fatti della vita di un normale essere umano. Ho un certo odio verso questa trasformazione di persone ormai defunte in personaggi da romanzo e questo mi porta a tentennare nell’avvicinarmi alla sezione biografica delle librerie.
Fortunatamente, l’acquisto di questo romanzo, scritto da Michael Augustyn ed edito dalla Newton&Compton, è stato immune da ripensamenti e rimpianti. Per un prezzo decisamente economico ci si trova in mano una biografia di Vlad Dracula degna di questo nome, pur se qua e là l’autore si prende delle libertà nel supporre alcuni dettagli.
L’argomento viene trattato generalmente con obiettività, coerenza storica, approfondimento. La prosa scorrevole, semplice, priva di affettazioni, accompagna con fare gradevole il lettore lungo un ampio lasso della vita di Vlad Dracula, Principe di Valacchia, offrendo dettagliati scorci della situazione socio-politica di quell’Europa che diede i natali, sfruttò e poi condannò un personaggio sicuramente sopra le righe, che più avanti divenne parte essenziale di una delle più grandi leggende dell’horror contemporaneo.
Augustyn, inoltre, offre uno spaccato storico molto vivido senza cadere nella tentazione di ostentare la propria cultura. Quando un romanzo a sfondo storico diventa un interminabile elenco di descrizioni minuziose, un catalogo di armi, strategie, vestiario o personaggi corollari, vien voglia di chiedersi perché l’autore non abbia scritto un saggio, invece di infierire sul povero lettore a cui è stato fatto credere di trovarsi in mano un romanzo che non necessiti di note a piè di pagina.
“Vlad Dracula” non cade in questo tranello. Offre spunti culturali senza diventare un trattato socio-politico o un militaria.
La Valacchia era un principato “cuscinetto” che stava a metà tra l’Europa cattolica e il Vicino Oriente musulmano, due realtà in costante e feroce guerra. Era un regno di fede Ortodossa, quindi vessato da entrambe le fazioni, che desideravano solo inglobarlo.
Vlad fu mandato in ostaggio al Sultano dal padre, insieme al fratellino Radu. Le atrocità di cui fu spettatore esacerbarono un carattere già duro e gli insegnarono che solo la forza e la paura creano una società ordinata. L’abitudine del Sultano di impalare i suoi nemici fu da lui adottata e portata alla “perfezione”, tanto da guadagnargli il soprannome di Tepes (Impalatore) e una fama di mostro sanguinario che dura tutt’oggi, nonostante i suoi contemporanei non fossero poi molto più pietosi e sensibili.
La narrazione inizia al momento del primo ingresso di Vlad in Valacchia dopo la morte del padre, al seguito di quei musulmani di cui è ancora ostaggio. La storia prosegue narrando del suo affrancarsi dalla prigionia per conquistare da sé il proprio regno, della sua storia d’amore tragica terminata con il suicidio della sua sposa, della sua guerra interna contro ladri e boiardi e della sua lotta indefessa contro tutti i nemici esterni, a difesa del proprio popolo anche a costo di diventare un mostro.
Le sue azioni e le alleanze politiche che allaccerà lo porteranno ad essere addirittura scomunicato, cosa che dopo la sua morte in battaglia contribuirà a creare la leggenda della sua mutazione in vampiro. Su questi ultimi dettagli della vita del Principe di Valacchia, l’autore lascia libera la fantasia in un capitolo conclusivo che dà spazio al mito.
Per tutti gli appassionati di Dracula e per chi vuole avvicinarsi alle radici di una leggenda.