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lunedì 26 ottobre 2026

QUANDO IL MARE SI RITIRA


Tornare nei luoghi dove si è combattuto significa scoprire quanto i propri ricordi possano non collimare con la realtà presente, col passare del tempo e con i cambiamenti di persone e cose. Questo è ciò che il protagonista di “Quando il mare si ritira” di Armand Lanoux decide di affrontare quando cede alle insistenze di Valérie, ex-fidanzata del suo defunto amico e compagno d’armi, la quale vuole dare un senso alla morte di lui visitando i luoghi dove ha combattuto ed è morto.

Abel Leclerc torna così in Francia dal Canada, pieno dei suoi ricordi mai davvero affrontati dello sbarco sulle coste della Normandia e della drammatica penetrazione nel territorio occupato dai Tedeschi. Una Francia cui lo lega perfino il suo cognome (tanto comune in quelle terre), ma che nei pochi anni di distanza dai tragici eventi della guerra già non riconosce più. Tutto, nella nuova pace, si è trasformato e le immagini, le storie della guerra servono solo a tenere in vita musei e sterili rievocazioni.

Sono rimaste tracce del passato, oggetti e scorci che conducono Abel in un viaggio dei ricordi sempre piuttosto frammentato. Il suo rapporto con Valérie non è meno fumoso. I due sono molto diversi, in quanto la donna procede nella sua ricerca con una fermezza quasi glaciale mentre il suo compagno di viaggio si perde, si ritrova, si confonde…e arriva a capire che non potrà mai raccontarle tutto o farle comprendere ciò che hanno vissuto e com’è morto Jacques.

Il romanzo ci fa vivere lo stridente contrasto tra il modo in cui costruiamo i nostri ricordi e la realtà, nonché l’incomunicabilità quando il nostro interlocutore non ha condiviso con noi l’esperienza e può solo giudicarla dall’esterno. Per Abel il tempo è fermo al 1944, nonostante abbia cercato di tornare a condurre una vita normale. Per Valérie, il viaggio è anche una vendetta nei confronti di Abel, che porta su di sé l’immensa colpa di essere tornato vivo mentre Jacques è morto.

L’autore è crudo nel tratteggiare i personaggi: l’umanità che popola il romanzo è quasi sempre sgradevole o animata da desideri grossolani. Abel si ritrova in quell’atmosfera, tra una massa di incompiuti come lui, ognuno col suo segreto più o meno doloroso, più o meno vergognoso. Come Bébé, con cui forse potrà condividere qualcosa di più.

Per appassionati di letture belliche, per chi viaggia volentieri lungo i sentieri della memoria e per coloro a cui non dispiace che gli eroi siano imperfetti.

lunedì 6 luglio 2020

L'isola delle comete

Giovanni Figino è un ragazzo di Milano con grandi sogni. Fuggito da casa della nonna, in mezzo ai disordini tra francesi e spagnoli che devastano la Lombardia, si mette alla ricerca di un tesoro di famiglia la cui stessa esistenza è un mistero irrisolto. La bravata gli farà conoscere strambi e piuttosto loschi (ma fedeli) compagni di ventura, che non solo lo accompagneranno nella ricerca di questa eredità nascosta, ma gli saranno a fianco anche quando stringerà un matrimonio che gli darà un futuro come commerciante, quando da Milano si trasferirà a Venezia per sfuggire a un sicario e perfino nel momento in cui il suo spirito d'avventura lo metterà per mare, spingendolo sempre più lontano da casa, in un viaggio che gli farà capire maggiormente se stesso e il complicato, forse troppo vasto mondo che si palesava agli occhi occidentali del XVII secolo.
"L'isola delle comete" di Nino Majellaro, edito con Camunia, è diviso in episodi corrispondenti alle diverse età - quasi alle diverse vite - del protagonista. La scrittura non si perde in chiacchiere, né in eccessive descrizioni, lasciando che sia lo scorrere della narrazione a creare la scenografia della storia. I personaggi sono scarni, molto umani nei pregi e nei difetti, prosaici e poco portati all'immaginazione, ad eccezione di Giovanni stesso, romantico suo malgrado e influenzato da quel libro, il Sognario, che l'ha messo alla ricerca della sua eredità e ha dato l'impronta a tutto il resto della sua esistenza. Bello spaccato storico di Milano e di Venezia, ma anche di terre più lontane, la trama ha solide fondamenta storiche senza diventare uno sterile sfoggio di conoscenza. L'utilizzo del dialetto nella parlata di alcuni personaggi aggiunge realismo e un senso dell'umorismo pungente. Insieme equilibrato di Storia, avventura e ricerca, il romanzo è una lettura estremamente piacevole, che coniuga senza difficoltà l'intrattenimento alla conoscenza.

giovedì 21 novembre 2013

La mia Istanbul


I diari di viaggio sono un genere poco gettonato, in questo periodo, ma personalmente li ho sempre amati. Non solo ti portano in luoghi lontani; ti avvicinano all’anima di individui che non conosci. Ti permettono di accostarti alla loro esperienza personale, alle loro avventure come alle domande e ai pensieri che nascono durante esperienze vissute tanto lontano da casa. Da essi si può imparare qualcosa, o trovare spunti di riflessione anche importanti.
Il viaggio fatto da soli non funziona come fuga dal nostro quotidiano, dai problemi che ci assillano, ma offre la possibilità di valutarli e ragionarci sopra da un punto di vista più calmo, oggettivo. Un viaggio può aiutare a trovare soluzioni, a conoscersi meglio attraverso il nuovo che ci circonda, a dipanare quei nodi che le abitudini hanno intrecciato dentro di noi.
In “La mia Istanbul” di Francesca Pacini, edito con Edizioni Ponte Sisto, ho trovato il connubio desiderato di bella prosa ed esperienza di viaggio, verità dei fatti e cammino spirituale. La scrittrice non solo dipinge a tinte vivide una città che è diventata la sua meta d’elezione, una seconda casa che non cessa mai di affascinarla e arricchirla, ma ci permette di accostarci a temi che oggi sono di estrema attualità e che ci vengono proposti senza il filtro dei pregiudizi occidentali: la società moderata musulmana, il ruolo e le abitudini delle donne, la cultura islamica in generale.
Una prosa a tratti onirica, ogni capitolo è un dipinto realizzato usando le parole come colori. L’amore di Francesca Pacini per ciò che descrive e per il suo viaggio – dell’anima e del pensiero, oltre che del corpo - è palpabile in ogni frase e le restituisce quell’afflato di sincerità che il lettore non può che apprezzare, godendosi la proprietà di linguaggio e la sua musicalità non solo nel piacere della bella scrittura ma godendo dello sforzo – non artificioso – di rendere con le parole più adatte, gli accenti migliori, ciò che è stato veramente visto, respirato, gustato. Soprattutto, amato.
Istanbul, per sua natura, è un ponte tra Occidente e Oriente, un luogo liminare ove si uniscono due continenti, da una parte e dall’altra di un braccio di mare che ha visto accadere innumerevoli gesta degli uomini. Come tale, conserva in sé numerose contraddizioni e mostra al visitatore sia la sua parte musulmana tradizionale che quella più spregiudicata e godereccia dei quartieri del divertimento. Occorre capirne entrambi i volti per entrare nell’atmosfera di questa città magica, ricchissima di Storia e segnata da sanguinose battaglie.
Ogni parentesi di questa esperienza crea un momento di meditazione, dà forma a una domanda su cui sarebbe il caso di fermarsi a riflettere per il tempo necessario ad aprire la mente a diverse forme di pensiero, a culture differenti. L’odio e l’incapacità di accettare le altrui abitudini derivano soprattutto da una cecità radicata dalla convinzione che il proprio modo di vivere sia il solo a poter essere etichettato come “giusto”. La Pacini si avvicina alla realtà musulmana con la mente aperta, senza rinnegare le proprie tradizioni ma disponibile a cercare di comprendere quelle altrui.
Riveste per lei grande significato la possibilità di approcciare un nuovo modo di concepire e vivere la femminilità, senza intenti polemici ma in un’analisi personale di ciò che è diventato il corpo della donna nella cultura occidentale e la valenza che riveste invece nella cultura musulmana. Come sempre, ciò che non si ha possiede un fascino tentatore. Per le musulmane, il desiderio di una maggiore libertà di costume. Per la donna occidentale senza pregiudizi, un ritorno a quel minimo di pudicizia, di consapevolezza delle differenze oggettive tra uomo e donna e quel rispetto reciproco senza ostentazione del corpo che le lotte femministe hanno travisato e cancellato, andando oltre gli intenti iniziali e appiattendo, in qualche modo, la figura della donna.
La mistica sufi riveste un ruolo essenziale nell’attrarre costantemente la Pacini a Istanbul. Il fuoco interiore dei dervisci, la loro danza che unisce al trascendente e supera le leggi della materia, conserva per lei un’importanza fondamentale, conducendola – insieme ai riti dell’hammam – a percepire una dimensione spirituale più ampia, lontana dal tran-tran frenetico del mondo materiale.
Il contatto con le povere ma dignitose famiglie curde, con modi di vivere tradizionali e con donne tentate dall’Occidente, le interminabili camminate lungo le strade sempre imprevedibili di Istanbul, conducono Francesca Pacini – e noi con lei – in un viaggio di sogno, un’esperienza che disgrega e rinnova, in un tentativo riuscito di mettere in parole un’affinità elettiva.

martedì 17 settembre 2013

La fortuna viene a chi sorride


Ci vuole un bel coraggio per lasciare tutte le proprie sicurezze, un lavoro fisso e le abitudini di una vita e decidere di girare il mondo alla ricerca della conoscenza e della felicità, con la sola sicurezza di una vasta rete di amicizie internazionali costruita negli anni e le proprie abilità di artista di strada, sempre pronto a esibirsi per grandi e piccoli pur di strappare un sorriso.
Luca, il protagonista del romanzo-diario “La fortuna viene a chi sorride”, questo coraggio lo trova. Anzi, si mette in viaggio con una gran gioia nel cuore, desideroso di immergersi nell’atmosfera di Paesi lontani e conoscere gente nuova, abitudini differenti.
Assistiamo così alle sue peregrinazioni e leggiamo dei suoi contatti con gente di tutto il globo.
Per Luca (che poi altri non è che l’autore stesso sotto pseudonimo) i sorrisi sono il motore che fa girare il mondo. Le cose belle, la fortuna, sono attratte da chi sa sorridere e lui se ne rende prova vivente più e più volte durante l’intera narrazione.
Dopo un paio di tappe europee, Luca parte per l’India, dove peregrina da un luogo all’altro assaporando le abitudini del luogo, la cordialità della gente e dove trova conoscenze vecchie e nuove, tra cui giocolieri suoi colleghi. Ci porta in Thailandia, in Australia, e poi di nuovo nel Sud-Est asiatico, in un viaggio del corpo e dell'anima che lo riporterà in Italia per una fortunata (appunto) intuizione: un male invisibile gli sta minando la salute e minaccia la sua vita. Serviranno tutto il suo coraggio e la sua positività per ricominciare.
Sono due i punti di forza di questo libro, edito da “Il Ponte Vecchio”: il linguaggio e la variegata casistica umana che vi compare. Zaganelli trascrive i fatti e le conversazioni con lo stesso tono informale della vita di tutti i giorni, senza cercare di rendere più “letterario” il suo stile, conservando una freschezza e una immediatezza che si sposano perfettamente con il carattere del testo.
I volti, le voci e le abitudini che ci vengono mostrati di pagina in pagina, poi, sono un dipinto multicolore di un’umanità varia e traboccante di vita. Gente il cui intrinseco valore non risiede solo nella diversa cultura, ma nella capacità – da noi quasi scomparsa – di godere delle cose belle della vita, della conoscenza del prossimo per il puro gusto di avvicinare un altro essere umano, senza interessi reconditi.
A questa gente “bella” si contrappone, anche se non è intento dell’autore creare due categorie, un’umanità occidentale in viaggio per ritrovare se stessa, spesso confusa e non ancora pronta ad aprirsi davvero a esperienze diverse dal consueto se non per una forma di snobismo nel ritenersi “alternativo” e frequentare solo luoghi “di grido”.
La principale pecca, come purtroppo accade fin troppo spesso negli ultimi anni, è una mancata (o quantomeno approssimata) correzione delle bozze. Non mancano errori di battitura e di punteggiatura, che fortunatamente non tolgono nulla alla bellezza di questo diario di viaggio ma sicuramente risultano poco graditi.
Zaganelli ci regala uno scorcio luminoso della sua esperienza di vita. Da leggere tutto d'un fiato.

mercoledì 24 aprile 2013

Narnia

E’ una prerogativa del gioco dei bambini quello di scoprire mondi dietro ogni cosa che a noi pare scontata, quotidiana. Osservandoli nel pieno delle loro attività, la nostra parte adulta scuote il capo con condiscendenza; quella bambina, ricorda e rimpiange la potenza della fantasia, capace per intere ore di modificare la struttura stessa della realtà.
C.S.Lewis, con la saga di “Narnia”, ci restituisce proprio la potenza immaginativa del bambino, creando romanzi che possono essere letti dai più piccoli come da quegli adulti che hanno conservato in sé il senso del gioco e del meraviglioso. Di recente, la saga è tornata alla ribalta grazie alle produzioni cinematografiche della Disney. Esse, pur avendo il merito di aver portato alla lettura dei romanzi le nuove generazioni, hanno parzialmente snaturato le atmosfere di Narnia, trasformando la fiaba e il suo messaggio in qualcosa che somigliasse di più al fantasy eroico, maggiormente in voga al momento e sicuramente più spettacolare a livello visivo.
Le storie di Lewis, infatti, benché annoverino battaglie, storie di cappa e spada, scontri con mostri e streghe, non si basano su questi contenuti con intenti epici simili, per intenderci, alle atmosfere del Signore degli Anelli (il cui autore, Tolkien, fu contemporaneo e amico personale di Lewis), bensì come metafora del diventare adulti, delle responsabilità, della presa di coscienza del proprio ruolo e del coraggio in ognuno di noi, oltre che della lotta continua contro le paure e i cattivi sentimenti.
Tanti anni fa, quando ero ancora bambina, la Mondadori aveva pubblicato nella collana per i più piccoli il primo titolo: “Il Leone, la Strega e l’armadio”. La storia narra di quattro fratelli – Peter, Susan, Edmund e Lucy- separati dai genitori a causa della guerra (siamo nell’Inghilterra della Seconda Guerra Mondiale) e ospiti di un lontano parente. Nella nuova casa, la piccola Lucy scopre un armadio magico che mette in comunicazione con il mondo di Narnia, terra abitata da esseri fatati e animali parlanti, in cui vige sempre l’inverno a causa della maledizione della Strega Bianca. Una leggenda dice che l’estate tornerà quando quattro figli di Adamo ed Eva siederanno sul trono di Cair Paravel, benedetti da Aslan, il Leone che governa su tutto dal suo regno d’oltremare. Lucy e i fratelli vengono così coinvolti nella guerra per il potere di Narnia. A loro è affidato il compito di riportare la vita e la libertà al mondo magico, seguendo il magnifico Aslan, il quale incarna nella sua forma di leone qualcosa di più antico, profondo e luminoso.
Esiste un prologo, scritto più avanti nel tempo e intitolato “Il nipote del mago”, che racconta come Narnia è stata creata e in che modo gli Uomini e la Strega Bianca vi sono giunti.
Dopo il primo romanzo, nucleo della saga intera e bastante a se stesso, Lewis scrive un racconto legato solo parzialmente alle vicende del primo romanzo, intitolato “Il cavallo e il ragazzo”. Esso tratta della fuga di un giovane schiavo e di una ragazzina nobile in compagnia di due cavalli parlanti di Narnia. Tutti loro vogliono lasciare Calormen, un regno simile agli antichi sultanati arabi, per raggiungere la favoleggiata terra magica. Finiranno per fare del loro meglio per salvare un intero regno che sta per essere invaso.
Segue “Il principe Caspian”, in cui i nostri protagonisti ufficiali tornano a Narnia per aiutare il giovane Caspian contro lo zio malvagio, favorendo il suo insediamento sul trono e il ritorno della pace nel regno. La storia, più fantasy delle altre, è caratterizzata dalla dolceamara certezza che Peter e Susan stanno diventando adulti e che le loro avventure nel regno magico stanno finendo. Si passa poi a “Il viaggio del veliero”, in cui Edmund e Lucy tornano a Narnia insieme al recalcitrante cugino Eustachio e seguono Caspian in un viaggio attraverso i mari, verso il regno di Aslan. Si tratta di un vero e proprio percorso iniziatico dello spirito, portato avanti per metafore pensate per un’erudizione elevata. Per un bambino, si tratta solo di un magico viaggio verso la Luce.
“La sedia d’argento” è un’estemporanea avventura di Eustachio, tornato a Narnia per aiutare un figlio di Caspian insieme alla compagna di scuola Jill. La coppia di protagonisti non ha l’appeal di quelli originari, perciò la fiaba è da pensare come testo a sé, basato più sulla sequenza degli eventi straordinari che sull’effetto nostalgia del filone principale.
Si termina, infine, con un finale di per sé drammatico in “L’ultima battaglia”, in cui il regno di Narnia va incontro al suo destino e tutti – anche i più adulti- tornano al cospetto di Aslan, la cui natura finalmente si palesa, rivelando il profondo messaggio spirituale che l’autore ha intessuto fin dal primo romanzo.
Ogni lettura dei romanzi mette in luce nuovi aspetti della scrittura di Lewis. Saltano subito all’occhio l’amore per la fantasia e per i bambini. Segue il messaggio spirituale, fondamentalmente cristiano e basato sulla contrapposizione tra Luce e Tenebre, nella costante ricerca del Bene, del perdono e del sacrificio. Si nota poi la contrapposizione tra Occidente e Medio-Oriente, incarnati dagli Uomini di Narnia e Arken da una parte, e dai Calormeniani dall’altra, in un’atmosfera che ricorda sempre di più il periodo delle Crociate.
Una saga con molteplici piani di lettura, una favola straordinaria e profonda. Buon viaggio!

giovedì 3 gennaio 2013

Storia Universale del Costume

La Storia del Costume, vale a dire l’evoluzione dei capi d’abbigliamento, gli accessori, l’acconciatura e il make-up dai primordi della società umana ai giorni nostri, è una materia ampia e complessa che sarebbe errato sottovalutare, reputandola d’interesse esclusivo per chi oggi si occupa di moda. Essa, infatti, non solo richiede una conoscenza storica e antropologica notevole, ma offre una miniera di informazioni anche per chi lavora nel teatro, in televisione o, più in generale, si occupa d’arte e di ricerca storica.
L’analisi dell’abbigliamento fornisce informazioni sul clima, sulle abitudini, sulle preferenze estetiche che via via si sono radicate nel gusto per poi svanire ed essere sostituite. Racconta anche la situazione economica e politica, la differenza più o meno marcata tra le classi sociali. Evidenzia, infine, tipo e qualità delle materie prime utilizzate per confezionarli, mettendo in luce i progressi tecnici, i rapporti commerciali, i trucchi del mestiere, abilità che spesso con il tempo e l’industrializzazione si sono perdute.
Questa storia “parallela” dell’umanità non ha grande seguito nel nostro Paese, limitandosi ad essere insegnata nei corsi complementari in talune facoltà universitarie. Ne consegue che trovare testi adeguati ed esaustivi nella nostra lingua è impresa ardua (per trovare manuali completi bisogna rivolgersi alle pubblicazioni in lingua inglese, con l’ovvio ostacolo della lingua straniera).
E’ presente in commercio, però, un gigantesco volume che merita non solo l’attenzione di chi è interessato alla materia, ma anche l’investimento dei non pochi euro richiesti per l’acquisto. Ringraziando le Muse, la qui presente ha potuto usufruire di uno sconto galattico grazie alla sovracoperta strappata, ma dopo una singola occhiata al contenuto ho compreso che avrei sganciato tutti i soldi sull’unghia anche se fossi stata costretta a comprarlo a prezzo pieno.
“Storia Universale del Costume ” di Patricia Rieff Anawalt, infatti, racchiude non tanto la Storia del Costume in sé, alla quale viene dato comunque un certo spazio, ma una panoramica straordinaria delle abitudini d’abbigliamento di tutto il mondo. Una pecca delle analisi storiche, infatti, è che esse di norma si concentrano prevalentemente sul Costume occidentale. Aprendo le pagine di questo volume, invece, si inizia un viaggio straordinario intorno al mondo.
L’autrice, un’antropologa con il dono di una scrittura scorrevole e di piacevole lettura, ha suddiviso il testo in capitoli “regionali”, in maniera da analizzare con cura ogni popolo e i suoi costumi. Partendo dal Medio Oriente e dall’Egitto, che sono stati culla delle prime civiltà, il viaggio prosegue attraverso tutti i continenti, andando a ricercare dapprima le nozioni storiche essenziali a comprendere come si è evoluta la regione, la sua organizzazione sociale e quali influenze hanno permeato il suo gusto, e quindi i capi d’abbigliamento tradizionali, fotografati pezzo per pezzo oppure mostrati indosso ai nativi.
Spesso, disegni atti a mostrare il corretto modo di indossare le vesti corredano il testo. Ogni foto è accompagnata da una didascalia esaustiva circa i materiali, le dimensioni e, quando possibile, l’anno di fabbricazione del capo d’abbigliamento.
Vengono così alla luce stili e materiali del tutto sconosciuti alla nostra cultura, curiosità tribali conservate con ammirevole dedizione da piccole realtà etniche che, nonostante il dilagare della società industriale e dello stile occidentale, cercano per quanto possibile di tramandare alle nuove generazioni le proprie tradizioni. A questo si affiancano nozioni sulle tecniche di tessitura, sia per ciò che riguarda le materie prime e le tecniche di filatura e ricamo, che per le procedure di tintura e i materiali, a volte curiosi o perfino disgustosi, che vengono utilizzati per colorare i tessuti.
Ogni grande capitolo è suddiviso in paragrafi dedicati alle singole etnie. Per ognuna di esse viene fornita una notevole quantità di informazioni altrimenti difficilmente reperibili. Cartine geografiche a complemento del testo circoscrivono con precisione i territori presi in esame. La stampa perfetta e nitida su carta lucida, il grosso formato e la rilegatura con copertina rigida lo rendono una pubblicazione di pregio.
Lungi dall’essere una carrellata di fotografie, il tomo (edito da Mondadori) contiene una miniera di informazioni da leggere con cura, creando un azzeccato connubio tra volume d’arte e saggio antropologico.