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lunedì 12 agosto 2013

Manoscritti segreti

Coloro che si interessano di misteri ed esoterismo, saranno sicuramente tentati dal saggio che vi vado a presentare oggi. Si tratta di “Manoscritti segreti” di Paolo Cortesi, edito da Newton Compton. L’autore si propone di presentare alcuni tra i testi dall’origine più controversa che la Storia umana ricordi, comparando le teorie sorte intorno alla loro nascita e al loro significato per poi fornire una propria opinione in merito.
La prefazione si sofferma sui libri che per antonomasia hanno fama di essere degli enigmi discernibili solo agli iniziati: i testi alchemici. In essi, infatti, niente è ciò che sembra. Ogni concetto assume un doppio significato da interpretare.
Il primo capitolo porta in luce le numerose scoperte di nozioni troppo avanzate negli antichi testi, squarci di invenzioni o concetti scientifici che noi associamo all’epoca moderna ma che con tutta evidenza sono stati riscoperti dopo secoli di oblio. Il secondo ci porta a Qumran e alla scoperta delle pergamene che hanno fatto tremare dalle fondamenta parecchi teologi. L’autore fornisce una breve storia dei ritrovamenti e delle analisi operate sui testi e pone l’accento su comportamenti sospetti dei professori coinvolti nell’indagine.
Per non dimenticare l’Egitto e i suoi enigmi, Cortesi ci parla del papiro Tulli, che gli ufologi hanno eletto a prova della presenza di ufo ed extraterrestri ma di cui manca l’originale e che potrebbe benissimo avere spiegazioni più comuni e quotidiane. Segue una piccola digressione storica e un’analisi del Sator, l’enigmatico schema di lettere dal significato ancora oscuro.
Si passa poi a un romanzo che risale alla fine del XV secolo e che rappresenta un mistero non solo per quanto concerne l’identità dell’autore (le ipotesi si sprecano), ma anche per le allusioni a rituali estranei alla religione cattolica e all’amore carnale come scelta del protagonista (tema pericoloso in un simile periodo storico). L’Hypnerotomachia Poliphili, che racconta la storia di Polifilo alla ricerca della sua Polia, fu edito dal grande Aldo Manuzio. Cortesi sposa la tesi secondo cui esso celi tracce degli antichi culti isiaci.
Un testo altrettanto antico ma ancora più misterioso è il manoscritto Voynich, un trattato recuperato in una biblioteca gesuita, ricco di disegni grossolani ma affascinanti e interamente scritto con caratteri incomprensibili, in una lingua sconosciuta. In molti si sono impegnati a trovare un codice di decifrazione, ma al momento si propende per pensare che esso sia un falso d’epoca, creato per spillare soldi all’imperatore alchimista di Praga.
Cortesi si occupa poi delle profezie di Nostradamus, mettendo in luce non solo quanto poco conoscesse quest’ultimo di astrologia, ma anche che le sue visioni si adattavano – guardacaso – solo alle porzioni di mondo e ai sistemi sociali a lui conosciuti. Per concludere si parla delle stranezze racchiuse nell’identità del grande William Shakespeare e delle intuizioni futuristiche di Tiplaigne de la Roche, che paiono anticipare di circa un secolo invenzioni quali la fotografia e la televisione.
Il principale difetto dell’opera, che di per sé ha il pregio di trattare argomenti di nicchia con un linguaggio colloquiale alla portata di qualunque lettore-tipo, è l’eccessiva enfasi data a talune affermazioni o a domande poste con il preciso scopo di sottolineare le perplessità dell’autore. Mi spiego: quando Cortesi è convinto di essere in presenza di dati “eclatanti” oppure vuole sottolineare i difetti di una teoria, utilizza in modo selvaggio il corsivo, come un oratore che avesse il vizio di sporgersi verso il pubblico nei momenti topici del discorso per accattivarsi partecipazione e consenso.
Le teorie di Cortesi sono, per l’appunto, teorie. Come tali andrebbero presentate. Invece, spunta fin troppo spesso questo tono da imbonitore che, lungi dal convincere della bontà di certe affermazioni, fa solo venire voglia di ottenere maggiori informazioni oggettive grazie a cui poter giudicare le singole teorie in maniera più obiettiva.
Se si tralascia questo particolare, comunque, una lettura godibile e ricca di spunti di riflessione. I misteri ci sono, questo è innegabile.

venerdì 31 maggio 2013

La Bibbia del Diavolo

La sete di conoscenza è uno dei tratti distintivi della mente umana. Per ottenere la Conoscenza e il potere che ne deriva, gli uomini hanno sorpassato i propri limiti, hanno scatenato guerre e messo in discussione religioni. Adamo ed Eva, nella tradizione veterotestamentaria, sono stati cacciati dal Paradiso Terrestre per aver assaggiato indebitamente dall’Albero della Conoscenza.
Esiste (nella realtà, non solo nella finzione letteraria) un testo misterioso e affascinante chiamato Codex Gigas. Esso è un manoscritto illustrato di immani dimensioni, redatto nelle vicinanze di Praga da un monaco penitente (probabilmente attraverso venti e più anni di lavoro), entrato nella multiforme collezione dell’imperatore alchimista di Praga, Rodolfo II d’Asburgo, e passato successivamente nella mani degli svedesi durante la Guerra dei Trent’Anni.
Il testo si poneva l’ambizioso, quasi eretico proposito di racchiudere in un singolo testo l’intero scibile della conoscenza umana ed è famoso per una peculiare illustrazione del demonio, accompagnata da alcune pagine scurite in maniera misteriosa, cosa che ha dato origine al nomignolo “Bibbia del Diavolo”.
E’ da questa curiosità storico-artistica e dal desiderio di narrare un periodo ben definito dell’Impero Asburgico che nasce “La Bibbia del Diavolo” di Richard Dübell, edito in Italia da Piemme, a metà tra il romanzo storico e il mistery esoterico. L’autore confessa che, in origine, il suo scopo era narrare del controverso sovrano che fece di Praga la capitale della magia, dell’alchimia e dell’astrologia, passando alla Storia come un collezionista maniacale (celeberrima la sua Wunderkammer, le cui meraviglie sono ormai sparse un po’ in tutta Europa) e un pessimo governante. Si è trovato, alla fine, a contare maggiormente sui personaggi nati dalla sua fantasia, i quali però si muovono in un mondo realmente esistito, a fianco di personaggi di indubbia valenza storica, politica e religiosa.
La Bibbia del Diavolo, scritta da un monaco penitente che ha stipulato un patto col demonio, è un terribile concentrato di conoscenza volta al Male. Esiste un Ordine di monaci il cui compito è custodirla e nasconderla a chiunque, anche in seno alla Chiesa stessa. I giovani Agnes, Cyprian e Andrej, ognuno per propri motivi, vengono coinvolti nella lotta sanguinosa per il possesso di questo codice, trovandosi infine a combattere insieme per la propria vita e affinché esso non cada nelle mani delle anime traviate che lo stanno cercando per utilizzarne l’infinito potere.
La prosa di Richard Dübell è estremamente piacevole, immediata, senza né fronzoli né tentativi di educare il lettore offrendogli dettagli storici a mucchi, bensì inserendo una panoramica della situazione sociale e territoriale legata al progredire della trama, che rimane centrale e mai messa da parte a favore di lunghe descrizioni. Questo porta a conoscere l’Impero e il clima della Controriforma in modo progressivo, mai invadente, come se si narrasse di un qualunque mondo fantastico da scoprire poco a poco e non di un periodo storico da insegnare come se si fosse a scuola.
I dialoghi sono molto spontanei, vivaci, decisamente moderni, senza alcun tentativo di renderli più ricercati o arzigogolati nell’illusione di offrire in tal modo la sensazione di trovarsi in un passato lontano. Questo permette un’affezione immediata ai personaggi, senza alcuna barriera dovuta alla lontananza temporale e culturale.
Una particolarità di Dübell è nel suo suggerire più volte gli avvenimenti, invece di raccontarci ogni singolo istante. Spesso la vicenda si dipana per episodi, con parentesi di silenzio su ciò che è accaduto nel frattempo; di questi avvenimenti non narrati si ha notizia tramite accenni successivi. Questo modo di raccontare può non essere gradito a chi è abituato a seguire una narrazione lineare e dettagliata, ma possiede un suo fascino (pare di seguire un testo teatrale, che ovviamente pone l’attenzione solo sui fatti salienti della vicenda, o i frammenti di un sogno). Anche l’ormai abusato tema delle oscure trame di alcuni rami della Chiesa Cattolica non risulta troppo fastidioso né eccessivamente stereotipato.
Un bel connubio di Storia e Mistero, una boccata d’ossigeno tra i tanti romanzi dello stesso genere che hanno fatto “flop”.

mercoledì 24 aprile 2013

Narnia

E’ una prerogativa del gioco dei bambini quello di scoprire mondi dietro ogni cosa che a noi pare scontata, quotidiana. Osservandoli nel pieno delle loro attività, la nostra parte adulta scuote il capo con condiscendenza; quella bambina, ricorda e rimpiange la potenza della fantasia, capace per intere ore di modificare la struttura stessa della realtà.
C.S.Lewis, con la saga di “Narnia”, ci restituisce proprio la potenza immaginativa del bambino, creando romanzi che possono essere letti dai più piccoli come da quegli adulti che hanno conservato in sé il senso del gioco e del meraviglioso. Di recente, la saga è tornata alla ribalta grazie alle produzioni cinematografiche della Disney. Esse, pur avendo il merito di aver portato alla lettura dei romanzi le nuove generazioni, hanno parzialmente snaturato le atmosfere di Narnia, trasformando la fiaba e il suo messaggio in qualcosa che somigliasse di più al fantasy eroico, maggiormente in voga al momento e sicuramente più spettacolare a livello visivo.
Le storie di Lewis, infatti, benché annoverino battaglie, storie di cappa e spada, scontri con mostri e streghe, non si basano su questi contenuti con intenti epici simili, per intenderci, alle atmosfere del Signore degli Anelli (il cui autore, Tolkien, fu contemporaneo e amico personale di Lewis), bensì come metafora del diventare adulti, delle responsabilità, della presa di coscienza del proprio ruolo e del coraggio in ognuno di noi, oltre che della lotta continua contro le paure e i cattivi sentimenti.
Tanti anni fa, quando ero ancora bambina, la Mondadori aveva pubblicato nella collana per i più piccoli il primo titolo: “Il Leone, la Strega e l’armadio”. La storia narra di quattro fratelli – Peter, Susan, Edmund e Lucy- separati dai genitori a causa della guerra (siamo nell’Inghilterra della Seconda Guerra Mondiale) e ospiti di un lontano parente. Nella nuova casa, la piccola Lucy scopre un armadio magico che mette in comunicazione con il mondo di Narnia, terra abitata da esseri fatati e animali parlanti, in cui vige sempre l’inverno a causa della maledizione della Strega Bianca. Una leggenda dice che l’estate tornerà quando quattro figli di Adamo ed Eva siederanno sul trono di Cair Paravel, benedetti da Aslan, il Leone che governa su tutto dal suo regno d’oltremare. Lucy e i fratelli vengono così coinvolti nella guerra per il potere di Narnia. A loro è affidato il compito di riportare la vita e la libertà al mondo magico, seguendo il magnifico Aslan, il quale incarna nella sua forma di leone qualcosa di più antico, profondo e luminoso.
Esiste un prologo, scritto più avanti nel tempo e intitolato “Il nipote del mago”, che racconta come Narnia è stata creata e in che modo gli Uomini e la Strega Bianca vi sono giunti.
Dopo il primo romanzo, nucleo della saga intera e bastante a se stesso, Lewis scrive un racconto legato solo parzialmente alle vicende del primo romanzo, intitolato “Il cavallo e il ragazzo”. Esso tratta della fuga di un giovane schiavo e di una ragazzina nobile in compagnia di due cavalli parlanti di Narnia. Tutti loro vogliono lasciare Calormen, un regno simile agli antichi sultanati arabi, per raggiungere la favoleggiata terra magica. Finiranno per fare del loro meglio per salvare un intero regno che sta per essere invaso.
Segue “Il principe Caspian”, in cui i nostri protagonisti ufficiali tornano a Narnia per aiutare il giovane Caspian contro lo zio malvagio, favorendo il suo insediamento sul trono e il ritorno della pace nel regno. La storia, più fantasy delle altre, è caratterizzata dalla dolceamara certezza che Peter e Susan stanno diventando adulti e che le loro avventure nel regno magico stanno finendo. Si passa poi a “Il viaggio del veliero”, in cui Edmund e Lucy tornano a Narnia insieme al recalcitrante cugino Eustachio e seguono Caspian in un viaggio attraverso i mari, verso il regno di Aslan. Si tratta di un vero e proprio percorso iniziatico dello spirito, portato avanti per metafore pensate per un’erudizione elevata. Per un bambino, si tratta solo di un magico viaggio verso la Luce.
“La sedia d’argento” è un’estemporanea avventura di Eustachio, tornato a Narnia per aiutare un figlio di Caspian insieme alla compagna di scuola Jill. La coppia di protagonisti non ha l’appeal di quelli originari, perciò la fiaba è da pensare come testo a sé, basato più sulla sequenza degli eventi straordinari che sull’effetto nostalgia del filone principale.
Si termina, infine, con un finale di per sé drammatico in “L’ultima battaglia”, in cui il regno di Narnia va incontro al suo destino e tutti – anche i più adulti- tornano al cospetto di Aslan, la cui natura finalmente si palesa, rivelando il profondo messaggio spirituale che l’autore ha intessuto fin dal primo romanzo.
Ogni lettura dei romanzi mette in luce nuovi aspetti della scrittura di Lewis. Saltano subito all’occhio l’amore per la fantasia e per i bambini. Segue il messaggio spirituale, fondamentalmente cristiano e basato sulla contrapposizione tra Luce e Tenebre, nella costante ricerca del Bene, del perdono e del sacrificio. Si nota poi la contrapposizione tra Occidente e Medio-Oriente, incarnati dagli Uomini di Narnia e Arken da una parte, e dai Calormeniani dall’altra, in un’atmosfera che ricorda sempre di più il periodo delle Crociate.
Una saga con molteplici piani di lettura, una favola straordinaria e profonda. Buon viaggio!

lunedì 10 dicembre 2012

Dragonlance - Le Cronache

Ci sono libri che ti cambiano la vita. Una frase che sembra retorica ma che a conti fatti risulta vera per quasi tutti i lettori assidui. Incontri un libro che ti salta tra le mani in un determinato momento della tua vita e da quando ti immergi nelle sue pagine…non sei più lo stesso. O forse sei più “te stesso” di quanto lo eri prima dell’incontro fatidico.
Per me l’incontro è avvenuto a 14 anni con Dragonlance Saga, immane opera di letteratura fantasy del duo Weis&Hickman, mondo letterario del famosissimo gioco di ruolo Dungeons&Dragons. Per amor di verità, non fu con le Cronache – che vado a presentarvi- che iniziò la mia avventura in questo mondo di fantasia, ma con la trilogia seguente: le Leggende. Insieme costituiscono i libri principali della saga, che con essi potrebbe iniziare e finire. Gli autori e numerosi collaboratori, invece, vi hanno affiancato molti romanzi dedicati ai singoli personaggi e si sono ostinati a sfornare seguiti, coinvolgendo anche una seconda generazione di eroi, che hanno tolto smalto alla saga originaria e scavato la miniera anche quando le gemme avevano perso in purezza da tempo (tipico esempio di scontro tra interessi economici e valore letterario). Per quanto mi riguarda, quei libri “in più” sono stati rimossi dalla mente. Rimane il valore della saga principale, di cui vado a presentarvi la prima trilogia.
A Solace, meraviglioso paese costruito sulle cime degli alberi vallenwood, si ritrova dopo molti anni d’assenza un variegato gruppo di amici. Tanis Mezzelfo, tormentato giovane dal sangue misto che è sempre stato il capo indiscusso del gruppo, giunge insieme al burbero e anziano nano Flint Fireforge e allo spensierato Tasslehoff Burrfoot, un kender – sorta di gnomo- manolesta, senza paura e pieno di allegria. Alla taverna incontrano dapprima i gemelli Caramon e Raistlin, l’uno gigantesco guerriero sempre affamato e l’altro astuto mago malato e maledetto a causa della sua Arte, e poi l’amico Sturm Brightblade, guerriero di Solamnia per cui l’onore è la vita stessa. Manca solo Kitiara, sorella dei gemelli e amante del mezzelfo. La riunione diventa un caos nel tentativo di salvare da un ingiusto arresto una coppia di barbari che portano un bastone di cristallo azzurro. Questo trascina il gruppo in un viaggio della speranza alla ricerca degli antichi Dei, mentre attorno a loro si scatena una guerra orribile e creature draconiche distruggono la loro patria. Con nuovi amici e combattendo molti nemici, i nostri riusciranno perlomeno a trovare colui che un giorno riporterà la Luce nel mondo di Krynn. I draghi, però, sono stati sguinzagliati dalla Regina delle Tenebre e la guerra, senza un’arma per combatterli, sembra persa in partenza.
Questa la trama del primo romanzo, “I draghi del crepuscolo d’autunno”, che prosegue ne “I draghi della notte d’inverno” con un’inaspettata divisione del gruppo dopo una spedizione, finita quasi tragicamente a causa dell’attacco di uno squadrone di draghi. Divisi, quindi, senza sapere se gli altri sono ancora vivi, i nostri prendono diverse strade per cercare l’arma che possa consentire loro di combattere i messi della Regina Oscura. E’ un libro di conflitti, reali e interiori. Ognuno di loro si ritrova a dover dipanare i propri pensieri, affrontare paure e indecisioni. Tanis si trova lacerato tra l’amore per l’elfa Laurana e la passione per Kitiara, che li ha traditi servendo l’Oscurità. Il legame indissolubile dei gemelli viene troncato da Raistlin, che non esita a sacrificare tutto e tutti per il proprio tornaconto. L’arma viene trovata, ma il prezzo è altissimo e il finale non potrà essere che tragico. La battaglia, purtroppo, non è ancora finita.
In questo clima disperato, inizia “I draghi dell’alba di primavera”. Finalmente la Luce torna a toccare i cuori di chi è rimasto a combattere, palesando di averli prescelti da tempo. Tutti, però, sono cambiati o hanno perso qualcosa di fondamentale. La Regina sta per entrare nel mondo. Mentre i Cavalieri usano le Dragonlance contro gli eserciti alati, i nostri dovranno tentare l’ultima, disperata carta: trovare l’Uomo dalla Gemma Verde, chiave della presenza della Dea su Krynn. L’aiuto più insperato, quello che viene da coloro che hanno tradito, sarà fondamentale per tenere viva la speranza.
La forza delle Cronache non sta nella prosa, che inizialmente è un po’ meccanica e di quando in quando inciampa in piccole contraddizioni (frutto con tutta evidenza del procedere del gioco di ruolo che diede inizio al tutto, oltre che di una pessima traduzione dell’edizione Mondadori in mio possesso - molto più curata la versione Armenia), per diventare veramente piacevole solo dal secondo libro in avanti, quando si libera dalle convenzioni del role-play. Essa sta nella vitalità del mondo inventato dagli autori, nella tangibilità di un regno fantastico che prende forma e si fa di carne e sangue, reale come se potessimo entrarvi in qualsiasi istante. Soprattutto, la forza di questa saga sta nei personaggi e nelle relazioni che intercorrono tra di loro.
I protagonisti sono tratteggiati con disarmante umanità, amore palese. La loro psicologia è stata costruita con il cuore e non tramite il mero meccanismo di gioco. Non si può non ridere per le birichinate di Tasslehoff, sentire il cuore farsi piccolo piccolo quando per la prima volta questo bambino troppo cresciuto conosce la morte altrui e il sapore delle lacrime. Non si può non combattere a fianco di Sturm condividendo la sua disperata necessità di vivere e morire senza perdere l’unica cosa che lo tiene in piedi, quel senso dell’onore che dà significato a una vita altrimenti vuota. Non si può non essere lacerati dalla dicotomia di Caramon e Raistlin, il primo con la sua genuina ingenuità e il secondo vibrante di una malvagità sotto cui riposa un’anima torturata dalla sofferenza e dal disgusto di sé, da occhi che vedono solo morte.
Le Cronache di Dragonlance sono un viaggio meraviglioso e drammatico, che trovano degno seguito nelle Leggende, di cui vi parlerò più avanti.
Lasciate che questo gruppo di amici vi indichi la via. Non correrete il rischio di annoiarvi!

domenica 28 ottobre 2012

La pietra del Vecchio Pescatore

L’autrice irlandese Pat O’Shea ha impiegato dieci anni a stendere la versione definitiva del suo romanzo “La Pietra del Vecchio Pescatore”, pubblicata in Italia dalla TEA. Dieci anni trascorsi non solo a dare forma e sostanza alla storia che aveva intenzione di scrivere, ma anche ad immergersi profondamente nelle tradizioni della sua terra natia, nelle sue leggende e nel suo eroico passato, ricco di nomi, fatti, magie.
La O’Shea ha strutturato il romanzo non tanto come un fantasy quanto come una fiaba, un percorso iniziatico di due giovani protagonisti attraverso una serie di eventi e prove che metteranno a dura prova il loro coraggio e la loro innocente volontà di fare del bene, immergendoli al contempo in un passato di cui sono a conoscenza solo vagamente, attraverso gli accenni alle gloriose origini dell’Irlanda ascoltati a scuola o in famiglia.
Il linguaggio utilizzato, perciò, risulta semplice, a volte quasi ingenuo, infantile. La cosa si sposa alla perfezione con l’atmosfera incantata. La gente comune parla spesso un gergo sgrammaticato, inframmezzato da termini dialettali e abbreviazioni colloquiali, mentre i personaggi di maggiore autorità si riconoscono dalla parlata precisa, corretta, a volte perfino aulica.
La stessa autrice si sposta spesso dalla tradizione irlandese antica a quella mediata dal cattolicesimo insulare, cosa che spesso relega in forma di “fata” o “strega” personaggi che alle origini possedevano tutt’altra valenza, spesso drammatica o spiritualmente molto profonda. La cosa potrebbe far arricciare il naso a chi si interessa della cultura celtica, ma occorre ricordare che si tratta di una fiaba, non di un testo antropologico o di analisi mitologica.
La traduzione non è sempre felicissima. Sono state fatte scelte dialettiche piuttosto opinabili, che di quando in quando fanno scivolare la colloquialità quotidiana verso un accento becero, più che ingenuo e popolare, ma queste sono finezze che possono passare inosservate al lettore medio.
Il testo, inoltre, di quando in quando è arricchito da piccole illustrazioni che aggiungono un tocco di ulteriore fanciullezza e levità al racconto.
Ecco, in breve, la trama.
Pidge, un tranquillo ragazzino, viene in possesso di un antico libro che contiene un foglio misterioso, su cui è disegnato un serpente. Esso è Olc Glas, un antico essere venefico che era stato sigillato nientemeno che da S.Patrizio. Ora il sigillo è rotto e due strambe donne, motocicliste senza criterio seguite da un codazzo di segugi, vogliono impossessarsene.
Il giovane Pidge viene guidato nelle sue azioni da una voce misteriosa e benigna, appartenente all’antico dio Dagda, e da alcuni bizzarri personaggi. Insieme alla sorellina Brigit, una piccola sfrontata e coraggiosa, egli riesce a consegnare Olc Glas alla custodia della Grande Anaconda.
Il pericolo, però, è tutt’altro che scongiurato. Le donne, infatti, si riuniscono alla loro terza sorella e mostrano la loro vera natura: esse sono Macha, Bodhb e la Morrigan, la triade divina che governava la morte, il sangue sparso in battaglia, la distruzione. Questa donna, una e trina, è il tremendo nemico contro cui i bambini si trovano impegnati.
La loro purezza e bontà li porterà a partire per un viaggio magico in un’Irlanda parallela, nel Tir-na-Nog, alla ricerca di un mitico sasso su cui riposa una goccia del sangue della Morrigan, unica arma contro di lei. Aiutati da antiche divinità, eroi sotto mentite spoglie, animali parlanti, omini segnavento e teste che spuntano dal terreno, Pidge e Brigit dovranno dare fondo al loro coraggio per salvare il mondo e i loro cari da un’era di terrore.
La lettura è dolce come un pasticcino, godibile da un bambino come da un adulto, visto che contiene – come nella migliore tradizione delle fiabe – più di un livello di comprensione. La prosa è ricca di immagini vivide, che sembrano luminosi dipinti di luoghi, genti, creature.
La porta sull’Irlanda creata dalla O’Shea è spalancata e il lettore può entrarvi e immergervisi per tutto il tempo necessario ad arrivare all’amata e odiata parola “fine”.

giovedì 18 ottobre 2012

La magia nel Medioevo

La Editori Laterza presenta in un bel formato in carta lucida il saggio “La magia nel Medioevo” di Richard Kieckhefer, docente di Storia del Cristianesimo ed esperto di mistica e teologia.
L’autore analizza non solo l’impatto della magia nella società medievale, ma anche l’effettivo fenomeno sociale della figura del mago o negromante sia sul piano reale e storico che su quello immaginario e letterario.
Per prima cosa, come è giusto, Kieckhefer cerca di dare definizione alle varie branche della magia; uno scrupolo che può sembrare ozioso a chi non si è mai interessato alla materia o non è a conoscenza delle accese diatribe in merito che hanno riscaldato gli animi di grandi pensatori sia laici che religiosi per tutto il Medioevo, ma che in realtà cela la chiave per comprendere come si sia giunti alle persecuzioni inquisitorie dei secoli più bui (paradossalmente alla fine di quello che chiamiamo Medioevo, e non ai suoi inizi).
Al principio della nostra analisi, ciò che oggi chiamiamo magia non esisteva in quanto tale. “Magia” era l’arte di dubbia fama di personaggi provenienti dall’Oriente, chiamati appunto magi. Essi erano sempre visti con una certa diffidenza, in quanto non si riusciva a capire quanto del loro potere fosse reale e quanto derivante da trucchi che oggi assoceremmo più a un prestigiatore che alla figura del mago vera e propria.
Il coacervo di superstizioni, riti propiziatori e divinazioni che poi entrerà a far parte del patrimonio culturale del panorama magico, ai primordi del Medioevo era una cosa perfettamente normale. Si trattava di tradizioni dell’antica religione politeista, sradicata e denigrata dal Cristianesimo, che stava prendendo possesso dei territori dell’Impero.
Per farsi largo, essa dovette far dimenticare (e quindi proibire) tutta una serie di piccoli riti domestici e non che facevano ancora affidamento sulle forze della natura, sugli spiriti, tacciando chi ne faceva uso di idolatria e comminando punizioni esemplari. Un altro sistema, usato soprattutto nel nord Europa, era quello di sostituire a festività, divinità e riti pagani una versione cristianizzata degli stessi, per intervenire in maniera meno traumatica ma ugualmente invasiva.
L’affermarsi del Cristianesimo come unica religione, però, non riuscì a distruggere completamente l’abitudine di usare la magia “naturale”, di solito composta da innocenti riti con erbe o oggetti di uso quotidiano, magari benedetti da formule che erano non molto differenti da normalissime preghiere. La magia, a differenza della religione, mira a modificare i fatti invece di affidarsi alla volontà divina, ma i piccoli incantesimi di questo tipo erano una commistione dei due elementi, usata da gente per lo più in buona fede, che voleva solo un favore da Dio e sperava di ottenerlo dicendo le cose giuste e procurandosi gli aiuti naturali necessari.
Di tutt’altro genere era la magia negromantica, il cui scopo era evocare le forze spiritiche (demoniache, per lo più) per ottenerne i favori. Questo era un genere di magia colta, probabilmente nata e sviluppatasi all’interno dello stesso ambiente clericale, in quanto prevedeva conoscenze linguistiche, teologiche e tecniche che una normale persona del volgo non poteva possedere (ma furono tra la gente comune, paradossalmente, quasi tutte le vittime delle inquisizioni che seguirono al proliferare di questa magia “nera”). La negromanzia usava e pervertiva preghiere e riti cristiani per renderli magici e adatti all’invocazione di forze tenebrose.
Altro discorso si poteva fare per l’astrologia, divinazione del futuro tramite il moto dei pianeti, e l’alchimia, ricerca della Materia Fondamentale e dell’immortalità. Entrambe le branche magiche sono progenitrici delle moderne scienze, per cui dobbiamo molto alla ricerca degli appassionati, anche se tra loro vi erano ciarlatani, visionari. La Chiesa tentò sempre di soffocare entrambe, ritenendole sacrileghe, in quanto andavano a indagare in ciò che concerneva solo Dio. Anche l’uso delle erbe guaritrici, l’arte di costruire automi o di congegnare trucchi che ingannassero gli occhi, venivano considerate magia. Non si faceva una grande distinzione e quando scoppiò la fobia nelle streghe le differenze tra magia naturale, divinazione e magia nera scomparvero del tutto.
Dalla controversa magia “reale” nacque poi quella letteraria, di cui i romanzi cortesi sono pieni. Più poetica e favolosa di quella che incuteva timore nella vita di tutti i giorni, la magia cortese rimane la “versione dei fatti” che condiziona la nostra visione della stessa ancora oggi.
Scritto con un linguaggio semplice, alla portata di tutti, e corredato da illustrazioni, “La magia nel Medioevo” è un magnifico volume di cui consiglio caldamente la lettura.

mercoledì 10 ottobre 2012

La incantatrice

Colin e Bea sono gemelli, due bambini molto diversi tra loro nati nella Svizzera calvinista del diciottesimo secolo. Colin è un giovane timido, accondiscendente e tranquillo, con una passione per gli automi e la scienza ereditata dal padre e un difetto al piede che lo costringe a zoppicare. Bea, invece, è una creatura passionale e definitiva, primordiale, che ha ereditato il potere materno di vedere il futuro e di leggere nelle anime altrui, vicina com’è al mondo dello spirito.
La madre dei bimbi, infatti, è una discendente delle antiche sacerdotesse della religione celtica e ancora adesso ne porta avanti le tradizioni, pur se di nascosto. Purtroppo, il fanatismo religioso la trasforma nell’obiettivo dell’odio. Accusata di stregoneria, viene bruciata viva nella sua casa insieme al marito. Si salvano solo i gemelli e il loro fratellastro, Valentin.
Questo fatto traumatico sconvolge la vita dei bambini, che dovranno imparare a cavarsela da soli in un mondo che, se è pieno di meraviglie, è anche maledettamente costellato di pericoli. Comincia così il loro difficile viaggio verso l’età adulta, un viaggio dell’anima tanto quanto del corpo. Colin e Bea lasciano presto la Svizzera per recarsi addirittura in Cina, ove l’arte degli automi occidentali è particolarmente amata, e quindi nel regno dei Thai.
I gemelli, separati sempre più dalla loro diversa visione della vita e da una passione inespressa e proibita, dovranno imparare a convivere con culture e religioni differenti, imparando da esse quanto più possibile e allargando sempre più mente e orizzonti, cercando il loro destino in mezzo ai grandi fatti della Storia.
La prosa di Han Suyin è fresca, delicata, al contempo intrisa di una passione profonda, radicata e indomabile. L’autrice riesce a intrecciare fra loro con abilità tematiche complesse e all’apparenza senza alcun collegamento l’una con l’altra, a dare sfoggio di cultura senza che questa diventi un peso per il lettore, trasformando quelle che a ben vedere sono lezioni di storia in brevi parentesi di comprensione mutuate attraverso gli occhi dei protagonisti, sempre assetati di nuove conoscenze.
La mancanza di forzature nel romanzo è encomiabile, perché è evidente che “La incantatrice” è stato scritto partendo da uno schema iniziale ben preciso. Dovendo affrontare tante tematiche complesse, l’autrice deve aver passato parecchio tempo a farsi una cultura in merito e questo avrebbe potuto rendere meccanico il lavoro finale. Sarebbe stato fin troppo facile grippare in qualche passaggio, far storcere il naso al lettore nel sentore di qualcosa di mancante, di un ingranaggio non perfetto.
Come Colin con le sue macchine, invece, Han Suyin fa il suo piccolo miracolo e confeziona una storia coerente e avventurosa, piena di cultura e al contempo appassionante.
Ogni cosa viene descritta con minuziosa cura ma senza sbrodolare. Le meraviglie esotiche, l’apparente calma dei cantoni svizzeri, gli usi e i costumi dei popoli ci vengono mostrati attraverso gli occhi dei gemelli con tale maestria che il romanzo sembra un susseguirsi di immagini vivide, sfavillanti di colori e di vita, tangibili.
Si passa dalla pulita e ordinata Svizzera, con le sue montagne, i laghi cristallini e le dimore nobiliari, all’avventura sugli oceani al fianco del principe musulmano Abdul Reza. Gli anni in Cina vengono descritti con dovizia storica e una prosa sognante, onirica, spezzata bruscamente dalla scia di sangue che segue all’improvviso scontento dell’Imperatore e che costringe i gemelli alla fuga nel grandioso e decadente impero Thai, una profusione di colori e vita che sta per spirare nel fuoco della guerra.
Opposti, i due gemelli si combattono e si cercano, desiderosi di tornare un tutt’uno ben sapendo che questo è proibito, impossibile. Il loro legame indurrebbe a credere che prima o poi entrambi capiscano che la loro forza raddoppierebbe nell’accogliere la visione del mondo dell’altro e unirla alla propria, ma questa fusione non regge, si scompone e ognuno si perde nel proprio cosmo, nella propria visione dell’esistenza, per riunirsi solo quando il caos distrugge il sogno di entrambi.
Nelle sembianze di Colin e Bea si consuma la lotta tra il passato magico, spiritico e il futuro meccanicistico e fisico. Ci accostiamo a due modi di vedere e assaporare il mondo, due strade differenti che non necessariamente devono vivere l’una contro l’altra ma che, tristemente, finiscono per essere entrambe sconfitte, dalla follia o dalla rassegnazione.

lunedì 1 ottobre 2012

Favole, miti e leggende dell'Antico Egitto

Chi crede che la fiaba sia un genere adatto esclusivamente all’infanzia, prende un colossale granchio. La favola, infatti, non è tanto un semplice intrattenimento narrativo quanto un sistema di immediato impatto per offrire insegnamenti morali, sociali e religiosi.
La favola nasce insieme al mito, fa parte della tradizione orale che ha preceduto l’epoca della parola scritta e possiede una profondità di significato che sarebbe sciocco sottovalutare.
Ogni civiltà, ogni epoca ha le sue fiabe. Purtroppo, gran parte di esse non ci è stata tramandata in quanto facente parte, appunto, di un patrimonio orale che non sempre ha trovato un volenteroso che si sia dedicato ad una loro stesura scritta per i posteri. La tradizione di molte culture antiche per noi è andata irrimediabilmente perduta, ma se ne incontrano tracce in fiabe e miti di luoghi ed epoche più vicini a noi, come il Medioevo europeo, nascoste in maniera intelligibile solo all’erudito attraverso la trasformazione di figure e tematiche comuni a gran parte del genere umano.
La curatrice dell’antologia “Favole, miti e leggende dell’Antico Egitto”, Emma Brunner-Traut, si è data lo scopo di recuperare storie nate durante il magico periodo di splendore dell’Egitto dei faraoni, nonché i frammenti di quelle andate perdute.
L’antologia si divide in capitoli tematici. Si comincia con le fiabe vere e proprie, tra cui spiccano quelle relative agli animali. Essi venivano umanizzati e fatti interagire tra loro in un’imitazione della società umana, spesso deridendola e al contempo dando spiegazioni a comportamenti, simpatie e antipatie nel mondo animale. Questo genere ci è familiare grazie soprattutto alle fiabe di Esopo, con tutta evidenza ispirate a tradizioni più antiche.
Si passa poi ai racconti mitici, che narrano le grandi gesta e diatribe degli Dei, con particolare attenzione al mito fondamentale riguardante l’Oltretomba: quello di Osiride, Iside e Seth, che uccise e smembrò il fratello, il quale risorse dopo varie vicissitudini come re del Mondo dei Morti. Vi sono anche testi sulla lotta tra Seth e Horus (figlio di Iside e Osiride), una metafora della lotta tra la Forza bruta e l’Intelletto.
Seguono altre favole sugli animali, con evidente scopo educativo sui comportamenti giusti o errati, e quindi alcuni divertenti racconti farseschi, che prendono in giro con arguzia la società, alcuni personaggi famosi, modi di fare dell’epoca.
Si passa quindi ai racconti magici e meravigliosi, vale a dire a storie molto più articolate delle precedenti che spesso si basano su persone realmente vissute, entrate nella leggenda per la loro sapienza o per gli eventi straordinari accaduti durante la loro vita. Queste storie sono dei piccoli romanzi, molto ricche di dettagli e profonde anche nella caratterizzazione psicologica dei personaggi.
Si finisce con brani della tradizione cristiana-copta, dal sapore inconfondibilmente egiziano per il riutilizzo di tematiche e formule care alla tradizione, più o meno abilmente adattate alla nuova religione “di successo”.
L’antologia è corredata da una spiegazione ampia ed esauriente di ogni brano o frammento; esse sono raccolte alla fine del libro, in maniera da dare coordinate più precise al lettore sulla fonte del testo, sulla sua antichità e sui suoi significati più profondi. Alle spiegazioni sono affiancate le note, che così non vanno a disturbare la lettura né si affollano indebitamente a fondo pagina.
Il tutto è corredato da illustrazioni tratte da opere d’arte scultoree o su parete dell’Antico Egitto, prove grafiche della tradizione favolistica del regno dei Faraoni.
Oltre alla valenza storica della raccolta, si rimane stupefatti dal piacere che la lettura di queste storie può offrire, anche a distanza di millenni. Il linguaggio, pur adattato dai traduttori, si rivela in tutta la sua spigliata vitalità, freschezza, irriverenza e ironia, una modernità di approccio al racconto che sbalordisce nel rapportarsi a una cultura tanto antica.
Una raccolta stupenda, di interesse per lo studioso e divertente per il lettore medio. Un acquisto consigliato, un ennesimo centro perfetto della Newton Compton.

sabato 28 luglio 2012

La Chiave di Salomone

Accostarsi ai testi esoterici della tradizione ebraica prevede non solo una decisa apertura mentale ma anche una conoscenza di base dei testi sacri della religione da cui si è sviluppato il Cristianesimo e della concezione escatologica in evoluzione tra l’antico e il nuovo Ebraismo. In parole povere, occorre avere una certa confidenza con la Bibbia.
Salomone fu, nella Storia o nella leggenda, un grande Re, figlio di Davide e suo successore sul trono di Gerusalemme. Dio gli elargì un’incredibile sapienza sulle cose del mondo e dello spirito, concedendogli quanto di norma era severamente vietato all’uomo: non solo accedere ai segreti che si celano oltre la dimensione fisica ma utilizzare queste misteriose forze perché potessero obbedire ai suoi voleri.
La Clavicula Salomonis (Chiave di Salomone) è un testo che la tradizione vuole scritto dal Re stesso allo scopo di educare il figlio ai grandi misteri, perché vi si accostasse con il giusto rispetto e con la conoscenza iniziale sufficiente a domarne le forze per evitare che sul regno del Popolo Eletto si abbattesse l’ira di Dio.
Il suo scopo, purtroppo, non venne raggiunto. La Bibbia racconta che durante il regno dell’erede di Salomone scoppiò una guerra che portò alla divisione del regno (nelle due nazioni di Israele e Giuda) e la sapienza esoterica si perse per lungo tempo.
Il trattato è stato riscritto e contaminato molte volte nell’arco dei millenni, ha offerto spunti per molti testi esoterici successivi e ancora oggi è ritenuta una lettura fondamentale per chi si accosta alla magia evocativa, anche se permangono dubbi sulla sua effettiva antichità.
Il testo insegna a conoscere il mondo dello spirito, a sapere quali forze invocare in soccorso a seconda del risultato che si desidera ottenere, delle ore del giorno o della notte in cui si effettua l’evocazione. Gli spiriti possono essere chiamati utilizzando la volontà dell’evocatore unita a segni particolari che lo legano all’obbedienza.
Il mago, inoltre, deve saper disegnare i giusti circoli entro cui effettuare l’evocazione perché essa abbia effetto. Il testo ne illustra diversi, spiegando le loro peculiarità. Se e quando la potenza evocata si manifesta, occorre apostrofarla con le parole più adatte, mostrando assoluto rispetto. Il testo offre delucidazioni anche su questo aspetto della faccenda.
L’edizione in questione è curata dalla Zorro Editore e la traduzione dall’inglese è di Gabriele Giorgi. Il lavoro svolto - nonostante una citazione di Dan Brown in copertina che sarebbe stata da evitare- sembra essere buono, in quanto viene specificato che la versione andata in stampa è stata approntata comparando le versioni più antiche della Clavicula di cui abbiamo conoscenza, vale a dire alcuni manoscritti medievali e rinascimentali, separando così le radici comuni del testo (più attendibili) da eventuali aggiunte o modifiche riscontrabili solo in una particolare versione (probabili contaminazioni successive).
Questo testo va affrontato con la giusta dose di rispetto, ma evitando i facili entusiasmi di chi pensa di poter esercitare con la lettura e l’imitazione magia di questo tipo. Per chi crede e pratica la magia, quella evocativa è la più pericolosa fra tutte; è da approcciare con cautela e solo in seguito a uno studio approfondito delle materie esoteriche e spirituali.
Per chi non si applica in questo genere di attività, rimane una lettura interessante che offre uno spaccato alternativo della tradizione ebraica, notoriamente contraria alla magia e al contatto con il mondo dello spirito ma paradossalmente alla base di tanta tradizione esoterica occidentale.
Un buon punto di partenza per avvicinarsi a una diversa branca della conoscenza.

venerdì 18 maggio 2012

Tradizioni celtiche


“Tradizioni celtiche” di Ward Rutherford (edito dalla TEA) è uno dei migliori testi sull’argomento che mi sia mai capitato tra le mani.
Questo è un saggio di sorprendente chiarezza, lucidità. Una trattazione tanto complessa nei rimandi e nella profondità culturale quanto semplice nel linguaggio, adatto a tutti i palati. E’ raro trovare un tomo che consenta una fruizione così “spensierata” offrendo al contempo una mole di informazioni non solo considerevole, ma ricca di spunti per successivi approfondimenti.
Rutherford ci parla dei Celti come appartenente alla loro eredità, ma analizza con lucida obiettività l’influenza che la cultura di questo popolo ha avuto (e ancora ha) sulla cultura occidentale, per lo più ignara di questa impronta antica e misteriosa.
L’autore racconta la storia del popolo celtico senza accontentarsi delle teorie più gettonate, ma vagliando con giusto scrupolo anche le opinioni meno ortodosse che, negli ultimi anni, stanno gettando una luce forse più veritiera sulle origini di questa civiltà.
Si sa che i Celti appartenevano al ceppo indoeuropeo che ha dato i natali a gran parte delle popolazioni europee. Una cultura più antica, precedente all’insediamento in Europa, ha accompagnato questi popoli, diversificandosi man mano, assumendo altre forme pur mantenendo a livello del mito una radice comune che un occhio attento e una mente pronta possono cogliere senza eccessiva difficoltà. A questa sapienza ancestrale, i Celti hanno saputo coniugare il lascito delle misteriose popolazioni neolitiche a cui dobbiamo i complessi di pietra sparsi per l’Europa.
La cultura celtica si fondava sulla verità, sul coraggio, sull’ardore sanguinario e su una sapienza spirituale di livello particolarmente evoluto, i cui custodi e unici detentori erano i druidi. La società era divisa in caste, il re governava il popolo previa elezione e solo fino a che non avesse perso l’appoggio dei suoi druidi. Le donne potevano possedere ricchezze e perfino farsi guerriere e scendere in battaglia.
Rutherford offre molto spazio al tentativo di comprendere la figura del druido (o druida), potente ma mistificata da secoli di informazioni inesatte. Le principali testimonianze dell’epoca ci arrivano dai nemici diretti dei Celti, che avevano tutto l’interesse a porre l’accento sugli aspetti cruenti e sanguinari della loro cultura (comunque presenti e di pubblico dominio), in un acceso tentativo di propaganda negativa verso i “barbari”.
Sappiamo per certo che questa casta era formata da sapienti che si preparavano al loro ruolo tramite uno studio ventennale che richiedeva grandi sacrifici e prove iniziatiche. Il druido era sacerdote, mago, conoscitore delle leggi e custode del mito. La sua figura va a mischiarsi con coloro che oggi chiamiamo bardi, i cantori di gesta.
La loro memoria era prodigiosa, frutto di una cultura orale. Il loro alfabeto era mistico e segreto, ogni segno aveva un peso ben superiore alla mera rappresentazione di un suono. Avevano uno stretto rapporto con la natura, soprattutto con gli alberi, ed erano tramite con gli altri mondi.
La sezione dedicata alla storia di questa civiltà è ampia e in un certo senso sorprendente, in quanto non si limita a tracciarne il percorso dall’insediamento in Europa (e in particolare nelle isole britanniche) fino alla graduale scomparsa per opera dell’occupazione romana prima e dei missionari cristiani poi, ma si spinge molto più in là, cercando – e trovando – traccia di una resistenza e di una identità culturale testarda e indomabile che ha continuato a esistere nell’ombra per secoli.
L’autore ci offre quindi una chiave di lettura alternativa ma assolutamente vera e pregnante di avvenimenti storici normalmente studiati sotto un’ottica che con il perdurare dello spirito celtico si supponeva non avessero nulla a che fare. Analizza quante festività tuttora in auge non siano che trasformazioni e camuffamenti di cerimonie e cadenze annuali della religione antica, quanti siano i toponimi legati alle divinità e agli eroi delle leggende e di come essi siano distribuiti nel continente.
Si sottolinea inoltre la vera natura di quei bardi medievali che hanno dato origine alla cultura cavalleresca e alle abitudini dell’amor cortese: discendenti dei druidi, musici dall’imponente repertorio mnemonico e, probabilmente, ultimi depositari del bagaglio mitico che è entrato a far parte del nostro mondo grazie al filtro dei romanzi cortesi.
Un nuovo modo di affrontare la conoscenza di un popolo misterioso e avvolto da pregiudizi e leggende che ne hanno snaturato la vera immagine.
Delizioso, completo, magico.

lunedì 2 aprile 2012

I Mabinogion

“I Mabinogion” di Evangeline Walton, riuniti in questa edizione della Tea, romanzano e approfondiscono l’antica tradizione celtica e i racconti tramandati oralmente e poi registrati in forma scritta più o meno nel XII secolo.
Queste storie raccontano un momento di passaggio fondamentale dall’antico, permeato di cultura spirituale celtica e fatto di Misteri, al nuovo, contaminato dalle civiltà e dalle credenze monoteistiche e patriarcali provenienti dall’Oriente. Il Galles, come l’Irlanda e tutto il resto d’Inghilterra, si trova in un momento di transizione in cui l’Invisibile ha ancora contatti con il mondo degli uomini, ma la legge del più forte inizia a prevalere.
La raccolta si articola in quattro romanzi. Il primo si intitola “Il Principe dell’Annwn”.
Il giovane e valoroso Pwyll è sovrano del Dyved, ma il suo animo è immaturo. Ci penserà Arawn, la Morte, a cambiarlo. Questa divinità del regno dell’Annwn, ove vivono le anime dei defunti che un giorno torneranno nel grande Ciclo delle reincarnazioni, è costretto a combattere un nemico per cui il potere ultraterreno non è sufficiente.
Pwyll viene prescelto per contribuire con la forza del mondo terreno. Si sostituirà al sovrano dell’Annwn, prendendone le sembianze, e ucciderà al suo posto il terribile Havgan. Pwyll accetta, ma sono molte le prove che lo attendono prima dello scontro. Esse lo forgeranno nello spirito, rendendolo un uomo migliore, e sanciranno il suo legame con il potente Dio. Al ritorno nella sua terra, i druidi lo mettono alle strette. Pwyll, la cui capacità di procreare e portare benefici al regno è stata messa in dubbio, si affida ai prodigi del Tumulo di Arberth. Là gli si promette Rhiannon, parte della dea omonima, che egli va a prendere per sé in un regno spirituale incantato.
Il secondo romanzo, “I figli di Llyr”, racconta del tragico matrimonio di Branwen, figlia di Llyr, con Matholuch d’Irlanda. La loro infelice unione porterà i fratelli di lei, guidati dal possente re Bran, a invadere l’Irlanda per correre in suo soccorso, scatenando una guerra senza pari i cui frutti si riveleranno devastanti per tutti. Saranno in pochi a tornare nella terra natia, portando con sé la testa di Bran, unica parte ancora viva del grande sovrano e reliquia magica che entrerà nella leggenda.
In “La canzone di Rhiannon” vediamo Manawyddan, saggio fratello di Bran, seguire il giovane Pryderi nel Dyved, dopo che entrambi sono sopravvissuti alla guerra in Irlanda. Il ragazzo passa per figlio del defunto Pwyll e della signora del mondo fatato, ma in realtà fu generato dallo stesso Manawyddan poiché Pwyll aveva perso la sua capacità di procreare durante la sua avventura nell’Annwn. Il sire sposa la vedova Rhiannon e Pryderi si ricongiunge alla sua giovane sposa, ma la maledizione che incombe sul Dyved dai tempi di Pwyll sta per abbattersi e provocherà loro grandi sciagure.
L’ultimo romanzo è “L’isola dei potenti”, a sua volta diviso in tre parti. Nella prima seguiamo Gwydion, erede di Math l’Antico, che per sottrarre dei maiali con l’inganno all’ormai anziano Pryderi finisce per scatenare una guerra ed essere maledetto. La seconda parte ha per protagonista il giovane Llew, figlio della sorella di Gwydion e da lui allevato; la terza, infine, racconta dell’amore di Llew per Blodeuwedd, una fanciulla magica nata dai fiori.
L’autrice amplia e approfondisce storie e personaggi diventati ormai leggenda, cercando di unire al tema dell’antica sapienza la più terrena umanità di questi eroi. Alcune scelte sono opinabili, come il continuo rimando al tempo presente tramite visioni druidiche permeate di critica e pessimismo – ma comprensibili nell’ottica new-age che caratterizzava gli anni in cui la Walton scrisse i romanzi- e il continuo accento sulla condizione femminile, passata da quasi divina durante i tempi antichi a quella di una specie di schiava dell’uomo nei secoli successivi.
Tralasciando questi momenti un po’ pedanti, la Walton regala nuova linfa vitale alle antiche leggende, rendendole godibili e comprensibili anche a chi è del tutto digiuno di sapienza nei riguardi della cultura celtica insulare. La lettura scorre piacevole, onirica, a tratti commovente.
Una meravigliosa parentesi in un mondo perduto che attende solo di essere riscoperto.

sabato 6 agosto 2011

L'Acchiapparatti

Le Terre di Confine vivono in un tristo e cupo Medioevo, segnato dalla miseria e da esistenze fatte di espedienti. Anche sulle vie che collegano tra loro le città, la criminalità non dà tregua e chi è debole rischia ogni giorno di terminare il proprio viaggio terreno in modo brusco e sanguinoso. La fede nell'unico Dio e l'ortodossia verso la Chiesa della Luce, garantite entrambe dai Guardiani dell'Equilibrio, hanno bandito la magia dal mondo.
 È in questo contesto di stanca quotidianità e grettezza che FRANCESCO BARBI ci proietta fin dalle prime pagine de L'Acchiapparatti di Tilos, edito nel 2007 da Editrice Campanila (ristampato da B.C.Dalai Editore con il titolo L'Acchiapparatti), tratteggiando il territorio in cui il lettore si muoverà con descrizioni semplici nel linguaggio ma estremamente evocative.
In queste martoriate Terre di Confine si intrecciano le vite di alcuni improbabili personaggi, che di certo non corrispondono allo standard cui il Fantasy più scontato ci ha abituato.
Nella città di Tilos, l'iroso e scostante Ghescik, un becchino appassionato di magia e scritture antiche che ha trascorso una giovinezza resa difficile dal suo aspetto gobbo e deforme, sottrae all'ormai defunta strega Macba un ciondolo misterioso che la vecchia portava sempre con sé. L'oggetto, la cui forma ricorda quella di un pesce o quella, più inquietante, di un occhio, dovrebbe essere la chiave per scoprire i segreti della magia ancora nascosti all'interno dell'antica torre dove un tempo dimorava lo stregone Ar-Gular.
Ansioso di entrare in possesso di queste antiche conoscenze, Ghescik si reca alla torre, ma non prima di aver carpito all'erborista Tamarkus, con una scommessa truccata, un altro manufatto utile alle ricerche: un libro nero appartenuto proprio ad Ar-Gular.
Il manoscritto si rivela però troppo complicato da tradurre, e il ciondolo non apre alcuna porta né svela alcun enigma; il misero bottino trafugato dalla torre si riduce così a un diadema di metallo tolto dal cranio di uno scheletro polveroso.
Ricercato dagli scagnozzi di Tamarkus, Ghescik si rifugia a casa del suo unico amico, Zaccaria. Costui è un mentecatto tanto espansivo quanto suonato, un poveraccio emarginato a causa dei suoi modi irritanti (che passano dall'ipercinetico al catatonico), ma capace di inventarsi un mestiere che in qualche modo gli consente di sopravvivere a Tilos e di cui va fiero: acchiappare ratti.
Nonostante i suoi difetti, Zaccaria possiede un'abilità quasi sovrumana nella lettura degli antichi linguaggi, e il becchino se ne serve per farsi tradurre il libro. Le informazioni così ricavate sono tuttavia poco chiare, lasciano intravedere oscure ombre, magie proibite che hanno intessuto una rete di follia attorno allo stregone Ar-Gular. La cosa, ben lungi dal far desistere Ghescik dai suoi propositi di conoscenza, lo induce anzi a indossare il diadema, oggetto chiave degli ultimi incantesimi dello stregone ma destinato a portare dolore e morte. Esso mette infatti il becchino in contatto mentale con il Boia di Giloc (chiamato anche Mietitore), una bestia demoniaca che vive da più di quattrocento anni rinchiusa nelle segrete della città. Risvegliata la sua sete di vite umane, il mostro evade, e la sua falce inizia a seminare morte in lungo e in largo per le Terre di Confine.
Scioccato dalle proprie responsabilità nella vicenda e al tempo stesso smanioso oltre ogni dire di riunirsi al demone per carpirne i segreti, Ghescik parte per un viaggio verso Giloc in compagnia dell'acchiapparatti - traduttore ufficiale e persona più informata di quanto il becchino non sappia - e di una prostituta con la passione per il cibo, Teclisotta. Lo sgangherato gruppo ne passerà di tutti i colori, incrociando il proprio destino con quello di numerosi altri personaggi: Orgo il gigante tardo di mente, lo sfigurato cacciatore di taglie Gamara, gli evasi di Giloc, la strega Guia.
A caccia del Mietitore o in fuga da esso, i protagonisti dovranno trovare un modo per sciogliere l'incantesimo che tiene in vita la creatura sanguinaria, riuscendo al contempo a salvare la pelle. E, tra tante persone dall'intelletto fino, chi crederebbe mai che la soluzione riposi nell'insondabile mente di un matto?
Nell'arco delle sue quattrocento e più pagine, L'Acchiapparatti di Tilos non cede a un momento di noia. Subito affezionati ai deliranti e toccanti modi di fare di Zaccaria, la mente e il cuore del lettore rimangono costantemente avvinti ai misteri che permeano la storia fino al suo epilogo.
Il "diverso" occupa tutti i posti d'onore all'interno del romanzo. Ghescik lo è nel corpo, gobbo e zoppo, ma la sua mente è sveglia e scaltra e lo condanna a percorrere una strada oscura e autodistruttiva. Zaccaria, oltre al corpo allampanato, è diverso nella mente, un povero pazzo, simpatico ma spossante con le sue fisse, incapace di seguire un filo logico; eppure, si rivela essere il più illuminato e lungimirante di tutti. Anche Orgo il gigante è un mentecatto, forte ma stupido, capace di comunicare solo il suo nome e di sciorinare pochi proverbi sgrammaticati. Gamara poi è orribilmente sfigurato, ed esercita la professione del cacciatore di taglie, cosa che lo rende un fuori casta. Perfino Guia non è altro che una vittima delle superstizioni altrui, imprigionata a causa dei suoi talenti di strega.
Tra tanta gente che si ritiene furba e sana di mente, saranno proprio i matti a risultare i "vincitori". L'autore tratteggia i deboli con fine sensibilità senza essere melenso né cadere nel patetico, rendendoli cari al lettore per ciò che sono, senza fronzoli o giustificazioni. La sottile corrente di ritorno all'innocenza e alla purezza di cuore, alla pur sgradevole verità, attraversa tutto il romanzo, trovando paradossalmente il proprio territorio nell'antica magia invece che nella razionale e rassicurante religione della Luce.
Barbi ha l'ulteriore pregio di saper modificare il proprio stile narrativo a seconda delle situazioni. Si passa dal comico-grottesco al drammatico, in una commistione di linguaggio che rende più saporita la trama. Le sequenze di maggiore tensione vengono risolte in un rapido e inaspettato passaggio dall'uso del passato remoto a quello del presente; se ne ricava quasi l'impressione dello scorrere di una pellicola cinematografica, in grado di cambiare la velocità tramite scelte di montaggio. Queste variazioni non sono fastidiose, anzi regolano il ritmo ponendolo in sincrono con l'ansia e l'aspettativa di chi legge.
Le sequenze del Mietitore sfiorano l'horror, non solo per la crudezza delle scene di sangue ma anche per le situazioni angosciose che caratterizzano le sue entrate in scena. Il lento salire della tensione, l'imprevedibilità delle azioni del mostro e le vite spezzate dalla sua falce toccano in modo efficace l'immaginario.
Spigliato, coraggioso e a tratti commovente, L'Acchiapparatti di Tilos è un ottimo romanzo, adatto anche a chi non va pazzo per il genere Fantasy.