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sabato 7 giugno 2014

La metamorfosi e altri racconti

Franz Kafka (1883-1924) ci ha regalato uno dei personaggi più angosciosi e illuminanti sulla condizione dell’uomo all’ingresso del ventesimo secolo. Il suo Gregor, trasformato da un giorno all’altro in un grosso, scomodo e ottuso scarafaggio, è uno dei personaggi più emblematici della letteratura di inizio secolo scorso. Questa raccolta offre una panoramica più ampia sul mondo immaginario di Kafka, sulle sue inquietudini.
Si inizia con “La condanna”, in cui si assiste al duello verbale e mentale di un figlio col padre, in un alternarsi di stoccate che pian piano spostano i piani di forza dal figlio, che ha preso le redini dell’attività di famiglia e sta per convolare a nozze, al padre, che sembra un vecchio ormai alla fine ma rivela invece di possedere ancora tutta l’autorità necessaria ad avvilire e condannare le pretese del figlio.
Ne “La metamorfosi”, come si accennava poco fa, il commesso viaggiatore Gregor si risveglia scarafaggio, senza sapere come né perché. Non si rende mai pienamente conto dell’assurdità della sua nuova situazione, ma non può fare a meno di notare il disagio e il disgusto della famiglia, che se inizialmente soffre di questa maledizione, presto inizia a vedere Gregor non più come il figlio cui il fato ha riservato un brutto tiro, ma come l’incarnazione di tutti i loro problemi.
“Un medico di campagna” è una raccolta di brevissimi racconti allegorici, dal significato spesso intricato, pregni di una simbologia autoreferenziale e costruiti spesso con la struttura della fiaba. Il racconto successivo, “Nella colonia penale”, racconta di un esploratore messo a conoscenza di una orribile forma di tortura sui condannati, una pratica barbara che un fanatico militare difende strenuamente da ogni ventata di cambiamento e modernità.
“La tana” è il claustrofobico racconto di un non precisato animale la cui paranoia si è sviluppata fino a dominare la sua esistenza. Si chiude con “Un digiunatore”, fachiro dimenticato la cui capacità di fare a meno del cibo sarà portata ai suoi estremi.
Calarsi all’interno delle simbologie di Kafka non è cosa facile e chi desidera cercare di comprendere il significato di molti dei suoi racconti dovrà rassegnarsi a cercare dei testi di critica che li vivisezionino, oppure accontentarsi delle suggestioni personali che hanno preso vita durante la lettura.
Alcuni temi balzano agli occhi anche senza bisogno di conoscere la vita di questo tormentato autore oppure il lavoro di analisi dei critici. La percezione dell’autorità come una prigione che soffoca l’uomo, ne inaridisce lo spirito e lo trasforma in un essere abietto o infimo, ad esempio, spicca non solo ne “La metamorfosi” ma anche in altri racconti. I superiori sul posto di lavoro, così come figure importanti dell’esercito o del governo sembrano nate solo per vessare i piccoli, l’uomo “medio”, colui che si trova a dover abbandonare ogni sogno o velleità personale per adeguarsi a ciò che è socialmente utile o accettato. Anche le figure parentali appaiono di norma sotto il loro profilo negativo di prevaricazione e incomprensione verso i figli, simbolo di un’autorità più quotidiana ma non per questo meno restrittiva e castrante.
Quasi sempre, i racconti sembrano parlare un linguaggio comprensibile solo allo scrittore, come se fossero stati scritti ad uso e consumo del creatore. Si presentano al lettore come scrigni ermetici difficili da schiudere. Utilizzando spesso il linguaggio atavico della fiaba unito a una modernità disarmante, Kafka crea atmosfere di fortissima inquietudine.
L’identificazione con un animale compare più volte. Gli esempi più palesi di tale tendenza sono, come già detto, “La metamorfosi” e “La tana”. In entrambi i casi, l’animale prescelto ha abitudini schive, fa parte degli “ultimi” oppure desidera solo nascondersi al mondo. Incapaci entrambi di comunicare, il primo perché ha perso la parola e il secondo per la paranoia con cui guarda al mondo e a ciò che circonda la sicurezza della sua tana, vivono entrambi in una bolla di pensieri senza espressione, incapaci di farsi capire e al contempo sempre meno in grado di comprendere quanto sta loro attorno.
Un disagio crescente, profondo, che disumanizza e fa presagire il disastro come unica soluzione possibile. Una lettura impegnativa, dalle forti suggestioni.

sabato 17 maggio 2014

Pantera

da www.qlibri.it

L’ultimo libro di Benni, appena uscito nelle librerie, è un dittico: una coppia di racconti con due fanciulle per protagoniste. La prima è “Pantera”, imbattibile fenomeno del biliardo, presentataci attraverso gli occhi adoranti di un adolescente in fase ribelle che si è fatto assumere come cameriere nell’inquietante e magica sala da biliardo dei Tre Principi, ove la misteriosa giocatrice regna incontrastata. La seconda è Aixi, una ragazzina che vive sulla costa, sensibile e selvaggia, il cui padre sta morendo di un male incurabile e il cui destino sembra essere quello di adeguarsi alle abitudini delle sue coetanee, per cui lei non prova alcun interesse.
Non è facile cercare di classificare la scrittura di Benni. I temi trattati sono adulti, a volte persino rudi, grezzi, quasi volgari. La forma narrativa, invece, si avvale della struttura della fiaba, con le sue figure archetipiche e le atmosfere oniriche, ove tutto diventa possibile. Ne risulta una favola destinata agli adulti, che parla il linguaggio della narrativa d’infanzia affrontando tematiche profonde che solo una psiche formata può arrivare a comprendere.
“Pantera” potrebbe tranquillamente trasformarsi in monologo teatrale e d’altronde Benni è altrettanto famoso come fecondo scrittore di teatro. L’autore titilla l’emozione, stimola la capacità di vedere personaggi e ambientazioni come se prendessero forma tangibile davanti agli occhi del lettore. Non è possibile rimanere indifferenti quando vengono pizzicate corde tanto profonde e con tale maestria. La tensione emotiva delle sfide al biliardo, la complessità del cuore di una donna, gli affetti perduti e il coraggio di ribellarsi al destino…Una commistione di età e di atmosfere che costruisce un mondo al contempo brillante e immerso in un fango torbido, oscuro.
La sensazione si avverte con estrema chiarezza in “Pantera”, costruito volutamente in un luogo liminare ove la vita di tutti giorni viene lasciata da parte per immergersi in una sorta di grotta oscura dove vincere è tutto, come succede al ragazzo che adora Pantera, il quale cerca in ogni modo di sporcarsi, di affondare, diventando membro di un mondo sotterraneo che però sa creare i suoi eroi. Nell’apparente leggerezza del secondo racconto, questa oscurità di manifesta in maniera più subdola, sottile, nelle consuetudini banali e consumistiche che tolgono spontaneità all’infanzia, come un veleno che corrode la magia dell’essere bambini.
Le protagoniste di entrambi i racconti sono giovani donne che la vita non ha graziato di particolare fortuna. Pantera è reduce da un’infanzia di soprusi da parte del padre, giorni di sofferenza che sono diventati leggenda e di cui nessuno conosce davvero i particolari. E’ stato allora che la piccola ha imparato a giocare a biliardo con il suo tocco micidiale, trovando da sé un territorio in cui essere padrona, imbattibile e intoccabile signora. Il suo personaggio inarrivabile è stato costruito ad arte e il nero di cui si veste serve a caratterizzarla quanto a nascondere il vero sé agli occhi di coloro che la sfidano.
Non è un caso se l’unico momento di cedimento le verrà dal suo opposto e complementare, quel magnifico giocatore vestito di bianco (un David Bowie campione di biliardo) che per la prima e forse unica volta le farà apparire una vita a due qualcosa di desiderabile invece che una condanna da evitare.
Aixi vive sola con il padre ormai malato terminale. La madre li ha lasciati, stanca della dura vita del pescatore, delle privazioni. Aixi vive ancora in un mondo in cui sogno e realtà convivono, una spiaggia di personaggi segnati dalla vita, che sanno vivere di espedienti e conoscono i segreti del mare e delle sue creature. Quali sogni può conservare ancora questa ragazzina che tra poco perderà tutto ciò che ha sempre amato e in cui ha creduto? Un atto di coraggio e incoscienza sarà la sua sfida all’ineluttabilità delle cose, un’affermazione di se stessa contro il destino e le trame di chi dovrà occuparsi di lei.
Una parola sulle illustrazioni di Luca Ralli, bellissime immagini in bianco e nero con un tratto dal sapore vintage, che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dei racconti. Per quanto sia evidente l’intento fumettistico e quasi caricaturale delle illustrazioni, questo non toglie alcuna dignità all’opera di Ralli, che anzi interpreta in chiave grafica proprio quella ironia e quell’atmosfera da sogno che fanno da fondamenta ai racconti.

lunedì 5 agosto 2013

Esopo - Favole

Una delle più antiche raccolte di favole occidentali è il corpus di testi ascrivibili a Esopo, personaggio dai tratti mitici al pari di Omero, probabilmente proveniente dalla Frigia. Fabulatori successivi, come Fedro e i novellatori medievali, si sono ampiamente ispirati a lui e alla struttura semplice e diretta delle sue favole.
Non è facile districarsi attraverso le fiabe che gli sono attribuite. Gli specialisti hanno cercato di epurare la raccolta da testi di palese provenienza medievale (aggiunte durante le trascrizioni degli amanuensi) ma per alcune favole l’attribuzione è controversa. Di quando in quando, la morale finale sembra pretestuosa oppure non del tutto coerente con il reale significato della favola. Probabilmente ci si trova di fronte ad aggiunte successive.
Si tratta sicuramente di una tradizione orale sedimentata nella cultura locale che ha trovato, per mano di Esopo, uno sbocco nella scrittura (ricordiamo che per molto tempo è esistita un’accesa diatriba intellettuale tra il mondo della cultura orale e quello della parola scritta).
Le favole di Esopo sono caratterizzate dalla brevità e dalla morale finale che riassume il concetto o l’insegnamento precedentemente enunciato attraverso la narrazione. Molto spesso i protagonisti sono animali, personificazioni di vizi e virtù dell’uomo. Capita spesso di assistere anche al confronto tra uomo e animale, con alterne fortune. Più di rado, si narra di vicende prettamente umane o di dispute con le divinità.
Non posso giudicare la qualità della traduzione che vi sto presentando – a cura di Mario Giammarco per la Newton Compton Editori – in quanto non capisco mezza parola di greco! Posso però assicurarvi che la lettura della versione italiana è piacevole, moderna, spigliata. Il linguaggio è quasi sempre quotidiano, senza arcaismi volti a rendere l’antichità del testo a scapito della comprensione. Le favole sono numerate e accompagnate dal testo originale, in modo da poter essere oggetto di studio e lettura per chi compie studi classici o ha interesse in merito.
Non si tratta di favole per bambini, nonostante di norma si associ questo genere all’infanzia. Le tematiche trattate riguardano in prevalenza dinamiche sociali che assumono valore o possono essere comprese solo quando si entra nell’età adulta. Non tutte le favole intendono fornire un insegnamento, ma quasi tutte danno una lezione morale o di comportamento tra individui, oppure tra il singolo e la comunità.
Ci sono anche spunti riguardanti l’atteggiamento umano nei confronti del divino e della religione in sé, in un sottolineare difetti e abitudini scorrette che vanno al di là del periodo storico e culturale e si trascinano da sempre lungo l’esperienza umana.
Durante la lettura si incontrano con piacere le forme originali di fiabe che hanno accompagnato la nostra infanzia, come “Il topo di campagna e il topo di città”, nata per comunicare come le piccole, pacifiche cose siano migliori di ricchezze ottenute solo a prezzo di continui pericoli; “La lepre e la tartaruga”, gara di velocità in cui la costanza è premiata sulla prestazione invidiabile ma di breve durata; “La volpe e l’uva”, che insegna a non denigrare i nostri passati obiettivi solo perché non siamo riusciti a raggiungerli. Come già accennato in precedenza, la forma originale è molto cruda e diretta, ben diversa dai toni più dolci e narrativi delle versioni per bambini.
Non è una lettura da mandar giù in un sol boccone. Un po’ come per la poesia, va centellinata. Bisogna fermarsi a visualizzare e a riflettere, cercando da sé l’insegnamento in quanto letto, a volte ben al di là delle poche righe di morale presenti nel testo.

mercoledì 16 gennaio 2013

La leggenda del vento

Tra le opere immani di Stephen King, famoso anche per le dimensioni dei suoi romanzi, spicca senza ombra di dubbio la saga fantasy-western de La Torre Nera, scritta dall’autore americano nell’arco di una trentina d’anni e composta da ben sette romanzi.
La storia del pistolero Roland e della sua ricerca della Torre Nera, fulcro degli Universi, insieme al suo sgangherato gruppo di compagni raccolti nei punti di contatto tra i mondi, ha incantato e appassionato i lettori per molti anni, regalando grandi colpi di scena, avventura e molte lacrime. La saga ha avuto il suo corso e si è conclusa alcuni anni fa. Nessuno, a quanto pare nemmeno King, poteva immaginare che Roland non ci avesse ancora detto tutto.
In effetti, il viaggio del pistolero e del suo ka-tet è talmente lungo e vario che i buchi da riempire, volendo, sono tanti. King non sembra avere questo in mente nel mettersi a scrivere “La Leggenda del Vento”, ma il romanzo si colloca in un imprecisato momento di cammino tra il quarto e il quinto romanzo della saga. Si tratta di un piccolo imprevisto che costringerà i protagonisti a una sosta forzata, da riempire in qualche modo…magari con un racconto davanti al fuoco.
Comincia così, con l’arrivo di una micidiale tempesta di gelo chiamata starkblast, questa fiaba tripla, narrazioni contenute l’una nell’altra come matrioske.
Roland, infatti, racconta ai compagni di ventura un episodio della sua adolescenza, il quale racchiude a sua volta la narrazione di un’antica fiaba della sua terra, Gilead, che sua madre gli leggeva quand’era solo un bambino.
L’obiettivo dell’autore è quello di creare una storia che possieda una sua indipendenza dalle vicende della saga originale, in maniera da essere godibile anche da un lettore che non ne abbia mai letto una riga. Un traguardo nient’affatto facile da raggiungere, vista la complessità della storia di Roland e le molteplici caratteristiche fantastiche dei mondi che attraversa.
Per riuscirci, inizialmente King utilizza una prosa più scarna del suo solito, senza indulgere in spiegazioni, riassunti degli episodi precedenti, tratteggi psicologici dei personaggi. Ci catapulta in mezzo a Roland e ai suoi compagni offrendoceli a scatola chiusa, per quello che sono, con un occhio oggettivo che ricorda molto le pagine iniziali del primo romanzo. Non si cerca l’affezione, impossibile da ottenere con poche righe, ma solo di dipingere con poche pennellate il contesto da cui partirà la favola.
Proprio nell’iniziare il racconto di un Roland adolescente, il tono cambia e si fa più morbido, colloquiale, riportando alle reali atmosfere che caratterizzano la storia del pistolero. Il corpo centrale del romanzo, la fiaba che dà il titolo al tutto, è una chicca in cui King fa ciò che gli riesce meglio: confezionare un’avventura in cui speranze e paure dell’infanzia la fanno da padroni.
Roland racconta del suo viaggio a Debaria, nel tempo in cui era ancora un giovane pistolero, alla ricerca di un efferato assassino. Questi, purtroppo, non è un semplice uomo bensì uno skinman, un cambiaforma. Dopo l’ennesimo attacco sanguinoso, Roland prende in consegna il piccolo Bill, unico testimone rimasto in vita che potrebbe riconoscere la vera forma dell’assassino.
In attesa di veder sfilare i sospettati e per tenere Bill tranquillo, il giovane Roland gli racconta una favola che risale alla sua infanzia: la storia del piccolo Tim, un bambino coraggioso che vive ai margini della Foresta Infinita. Per salvare la propria madre dalla violenza del patrigno, Tim farà l’errore di fidarsi di un oscuro figuro venuto da Gilead e si inoltrerà nella Foresta a rischio della vita per incontrare il leggendario Maerlyn e ottenere da lui una cura per i danni alla vista subiti dalla madre. La fiaba è cruda, violenta, poco consolatoria, ma contiene quel grano di speranza di cui ogni bambino – e, di conseguenza, ogni adulto - ha bisogno. Sarà uno starkblast, una tempesta identica a quella che nel presente sta tenendo bloccati Roland e i suoi, ad offrire a Tim la possibilità di ottenere ciò di cui è in cerca. Il cerchio si chiude, le storie terminano una dietro l’altra e il cammino dei pistoleri riprende da dove si era interrotto.
Conoscendo bene la saga, non saprei affermare se King riesce nell’intento di offrire il romanzo anche a lettori ignari della Torre Nera. Per chi ha seguito con amore Roland e il suo ka-tet fino alla fine del viaggio, un dono gentile da leggere tutto d’un fiato.

lunedì 1 ottobre 2012

Favole, miti e leggende dell'Antico Egitto

Chi crede che la fiaba sia un genere adatto esclusivamente all’infanzia, prende un colossale granchio. La favola, infatti, non è tanto un semplice intrattenimento narrativo quanto un sistema di immediato impatto per offrire insegnamenti morali, sociali e religiosi.
La favola nasce insieme al mito, fa parte della tradizione orale che ha preceduto l’epoca della parola scritta e possiede una profondità di significato che sarebbe sciocco sottovalutare.
Ogni civiltà, ogni epoca ha le sue fiabe. Purtroppo, gran parte di esse non ci è stata tramandata in quanto facente parte, appunto, di un patrimonio orale che non sempre ha trovato un volenteroso che si sia dedicato ad una loro stesura scritta per i posteri. La tradizione di molte culture antiche per noi è andata irrimediabilmente perduta, ma se ne incontrano tracce in fiabe e miti di luoghi ed epoche più vicini a noi, come il Medioevo europeo, nascoste in maniera intelligibile solo all’erudito attraverso la trasformazione di figure e tematiche comuni a gran parte del genere umano.
La curatrice dell’antologia “Favole, miti e leggende dell’Antico Egitto”, Emma Brunner-Traut, si è data lo scopo di recuperare storie nate durante il magico periodo di splendore dell’Egitto dei faraoni, nonché i frammenti di quelle andate perdute.
L’antologia si divide in capitoli tematici. Si comincia con le fiabe vere e proprie, tra cui spiccano quelle relative agli animali. Essi venivano umanizzati e fatti interagire tra loro in un’imitazione della società umana, spesso deridendola e al contempo dando spiegazioni a comportamenti, simpatie e antipatie nel mondo animale. Questo genere ci è familiare grazie soprattutto alle fiabe di Esopo, con tutta evidenza ispirate a tradizioni più antiche.
Si passa poi ai racconti mitici, che narrano le grandi gesta e diatribe degli Dei, con particolare attenzione al mito fondamentale riguardante l’Oltretomba: quello di Osiride, Iside e Seth, che uccise e smembrò il fratello, il quale risorse dopo varie vicissitudini come re del Mondo dei Morti. Vi sono anche testi sulla lotta tra Seth e Horus (figlio di Iside e Osiride), una metafora della lotta tra la Forza bruta e l’Intelletto.
Seguono altre favole sugli animali, con evidente scopo educativo sui comportamenti giusti o errati, e quindi alcuni divertenti racconti farseschi, che prendono in giro con arguzia la società, alcuni personaggi famosi, modi di fare dell’epoca.
Si passa quindi ai racconti magici e meravigliosi, vale a dire a storie molto più articolate delle precedenti che spesso si basano su persone realmente vissute, entrate nella leggenda per la loro sapienza o per gli eventi straordinari accaduti durante la loro vita. Queste storie sono dei piccoli romanzi, molto ricche di dettagli e profonde anche nella caratterizzazione psicologica dei personaggi.
Si finisce con brani della tradizione cristiana-copta, dal sapore inconfondibilmente egiziano per il riutilizzo di tematiche e formule care alla tradizione, più o meno abilmente adattate alla nuova religione “di successo”.
L’antologia è corredata da una spiegazione ampia ed esauriente di ogni brano o frammento; esse sono raccolte alla fine del libro, in maniera da dare coordinate più precise al lettore sulla fonte del testo, sulla sua antichità e sui suoi significati più profondi. Alle spiegazioni sono affiancate le note, che così non vanno a disturbare la lettura né si affollano indebitamente a fondo pagina.
Il tutto è corredato da illustrazioni tratte da opere d’arte scultoree o su parete dell’Antico Egitto, prove grafiche della tradizione favolistica del regno dei Faraoni.
Oltre alla valenza storica della raccolta, si rimane stupefatti dal piacere che la lettura di queste storie può offrire, anche a distanza di millenni. Il linguaggio, pur adattato dai traduttori, si rivela in tutta la sua spigliata vitalità, freschezza, irriverenza e ironia, una modernità di approccio al racconto che sbalordisce nel rapportarsi a una cultura tanto antica.
Una raccolta stupenda, di interesse per lo studioso e divertente per il lettore medio. Un acquisto consigliato, un ennesimo centro perfetto della Newton Compton.

giovedì 24 maggio 2012

Le avventure di Jim Bottone

Dormolandia è un regno molto particolare. Prima di tutto, è un’isola composta da due montagne diseguali. Poi, il suo re, Alfonso l’Undicesimo e Tre Quarti, governa su due soli sudditi, più un macchinista di nome Luca e la sua locomotiva Emma. Di più non si potrebbe: l’isola è piccina e non c’è spazio per altri abitanti.
Un giorno, il postino consegna un pacco su cui è scritto un indirizzo sgrammaticato ma che sembra diretto a Dormolandia. Dentro, con somma sorpresa di tutti, c’è un bambino di colore. Gli abitanti decidono di adottarlo, battezzandolo Jim. Il bambino cresce intelligente e coraggioso, molto amico del macchinista Luca, e il grosso bottone cucito sui suoi pantaloni sempre bucati gli fornisce anche un cognome.
Un giorno, però, il re giunge a una decisione triste ma irrevocabile: vista la carenza di spazio e la veloce crescita del bambino, qualcuno deve abbandonare l’isola. Il regno è troppo piccolo per tutti quanti. La scelta ricade sulla povera Emma, che Luca decide di seguire nell’esilio. Jim, però, non vuole essere lasciato indietro e i tre partono per una fantastica avventura.
Comincia così questo romanzo di Michael Ende, surreale e moderno inventore di fiabe per grandi e piccini, autore di capolavori quali “La Storia Infinita” o “Lo Specchio nello Specchio”.
La storia del piccolo Jim ha tutti i connotati di una favola. Il bambino ha un’origine misteriosa, è affiancato da un migliore amico saggio e adulto e da una “mascotte”, una locomotiva dotata di sentimenti a sostituzione del tipico animale parlante.
Il romanzo ha una struttura ben precisa, quella del viaggio denso di pericoli atti a fornire al protagonista non solo l’avventura che cercava, ma anche numerosi spunti di riflessione che lo conducano a una maturazione, un viaggio dall’infanzia spensierata a una presa di coscienza che conduce verso un’età più adulta.
Ende crea mondi e personaggi densi di ironia e senso dell’umorismo, trovate inaspettate costellano l’intera storia come gemme. Cosa dire, per esempio, del gigante apparente, che diventa tale solo a distanza per rimpicciolirsi fino alle dimensioni di un normale essere umano quando si trova a pochi passi dall’osservatore? O della catena di montagne a strisce rosse e bianche, superabile solo attraverso una gola che ripete e amplifica gli echi all’infinito? O, di nuovo, di un’isola galleggiante che si può acchiappare come un frutto maturo se solo si è così fortunati da incrociarne la rotta?
Ende, poi, inventa un impero esilarante, delicato e minuzioso prendendo come spunto l’antica Cina. I nostri protagonisti, infatti, finiscono nel regno di Mandala, ove l’imperatore è in lutto per il rapimento della figlia Li Si.
Le piccole manie, i luoghi comuni e le tradizioni cinesi vengono sviluppate e contorte dall’autore in tutte le maniere possibili, fino a creare un delizioso mondo pieno di piccoli mandalini dalla incredibile intelligenza, amanti di menù tanto lunghi quanto vomitevoli per il nostro palato, perfetti esempi di pulizia e d’arte, abitanti di città dai tetti d’oro, ponti di porcellana e alberi di vetro trasparente.
E’ in questo posto magico che a Luca e Jim viene affidata la missione di ritrovare la principessa. Da qui comincia il viaggio attraverso luoghi incredibili alla ricerca di Dolorandia, la città dei draghi e del terribile drago, la Signora Dentemolare, che tiene i bambini rapiti in schiavitù e cela il segreto delle origini di Jim, originariamente da lei comprato e mai ricevuto per un disguido d’indirizzo.
C’è spazio per combattimenti e redenzioni, per momenti di disperazione e piccoli miracoli. Jim, affiancato dai suoi amici, scoprirà perfino il primo amore e sarà costretto a mettere in discussione la vita senza pensieri per il futuro (che si tratti dell’istruzione o di un mestiere) che l’ha caratterizzato fino alla sua avventura mandalina. Il ragazzino che parte da Dormolandia non sarà lo stesso che, forse, un giorno vi farà ritorno.
Una lettura pensata per bambini e ragazzi, ma godibile anche per un adulto che sa ancora apprezzare le fiabe o che, ottima pensata, ama leggere ai propri figli una favola della buonanotte.