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mercoledì 23 gennaio 2013

Medioevo superstizioso

Cosa divide il concetto di fede da quello di superstizione? Entrambi prevedono lo sforzo di credere che un evento si verificherà o verrà scongiurato, che si avrà un beneficio o un danno a seconda che il rituale venga compiuto in maniera corretta o meno. Dunque cosa separa in modo tanto netto i due concetti, almeno per ciò che riguarda la filosofia occidentale?
Jean-Claude Schmitt si prendere l’onere di dare una risposta a questa domanda nel suo saggio “Medioevo superstizioso”, in cui analizza la nascita e il radicarsi della definizione di ciò che è superstizione dall’avvento dell’era cristiana e poi durante tutto il Medioevo, fino a culminare nelle persecuzioni di eretici e streghe, tristemente famose.
La superstizione si basa su un principio molto chiaro di causa/effetto. Compiendo una determinata azione, otterrò un certo risultato. Oppure ancora, se mi si presenterà un certo segno, esso varrà come una precisa predizione degli eventi futuri. A volte, il rituale e il segno possiedono una relazione apparentemente logica o simbolica con l’effetto che si vuole ottenere o l’evento futuro predestinato, ma molto più spesso le due cose non paiono collegate in alcun modo e c’è da lambiccarsi il cervello per riuscire a capire come una superstizione simile sia nata e si sia radicata.
Per la Chiesa, la differenza tra fede e superstizione era netta. La prima prevedeva l’affidarsi completamente a Dio. Tutto è deciso da Lui, perciò è inutile e vano sia cercare di predire il futuro che trovare significati reconditi in ogni cosa che accade. Il vaticinio, come ogni genere di pratiche volte a scacciare malocchi o ingraziarsi le forze della natura, furono condannate fin dal principio, dapprima tacciando chi se ne macchiava di idolatria e stupidità, ma più avanti ritenendole vere e proprie azioni fuorvianti del Demonio.
Gran parte di ciò che veniva chiamato “superstitio” derivava dalle antiche religioni non ancora defunte, che riuscivano a sopravvivere attraverso riti e credenze che la Chiesa non riusciva a sradicare in alcun modo. L’autore ci porta l’esempio di molti santi la cui principale occupazione era girare per i territori in caccia di luoghi di culto pagani da radere al suolo, gente da riconvertire facendo loro aprire gli occhi sulla stupidità dei riti idolatri. Per concludere, un nuovo centro di culto (stavolta cristiano) veniva edificato sulle ceneri di quello vecchio.
Spesso questo non bastava a sradicare credenze troppo sentite, perciò la Chiesa trovò il sistema di sovrapporre a talune figure pagane, o festività troppo amate, dei corrispondenti che derivassero dalle ricorrenze religiose oppure dalle figure di santi, beati e personaggi evangelici le cui caratteristiche fossero simili alla divinità pagana da far dimenticare.
Questo atteggiamento di forte condanna e di lotta aggressiva al substrato delle superstizioni non fu una costante del Medioevo. Vi furono anche momenti di studio quasi antropologico di questo miscuglio di credenze pagane e non, una volontà di catalogarle e cercare di capirne le origini, la diffusione, il significato.
L’inurbamento creò a sua volta le proprie superstizioni, nate a causa della convivenza sociale di comunità sempre più grandi che avevano bisogno di sfogare in qualche modo le proprie paure, le frustrazioni. Furono i centri urbani, per esempio, a creare quei momenti di festa incontrollata (come il nostro Carnevale) in cui ogni ordine veniva sovvertito, con l’obiettivo non solo di sfogarsi ma anche di esorcizzare, in tal modo, le forze destabilizzanti del vivere sociale per tutto il resto dell’anno.
Nell’ambiente clericale, poi, ai detrattori si affiancavano prelati meno schizzinosi che non esitavano a praticare a loro volta particolari riti per fare scongiuri o divinazioni, usufruendo tra l’altro di un’autorità non da poco grazie alla veste ecclesiastica. Questi personaggi vennero sempre osteggiati e combattuti, rei di avvicinarsi fin troppo alle scienze occulte come l’alchimia. Con il tempo, il concetto di peccato come patto volontario col demonio portò a vedere ogni rito superstizioso come atto di stregoneria, con i risultati che ben conosciamo.
Un saggio conciso ma molto interessante su un aspetto fondamentale del pensiero cristiano medievale.

giovedì 18 ottobre 2012

La magia nel Medioevo

La Editori Laterza presenta in un bel formato in carta lucida il saggio “La magia nel Medioevo” di Richard Kieckhefer, docente di Storia del Cristianesimo ed esperto di mistica e teologia.
L’autore analizza non solo l’impatto della magia nella società medievale, ma anche l’effettivo fenomeno sociale della figura del mago o negromante sia sul piano reale e storico che su quello immaginario e letterario.
Per prima cosa, come è giusto, Kieckhefer cerca di dare definizione alle varie branche della magia; uno scrupolo che può sembrare ozioso a chi non si è mai interessato alla materia o non è a conoscenza delle accese diatribe in merito che hanno riscaldato gli animi di grandi pensatori sia laici che religiosi per tutto il Medioevo, ma che in realtà cela la chiave per comprendere come si sia giunti alle persecuzioni inquisitorie dei secoli più bui (paradossalmente alla fine di quello che chiamiamo Medioevo, e non ai suoi inizi).
Al principio della nostra analisi, ciò che oggi chiamiamo magia non esisteva in quanto tale. “Magia” era l’arte di dubbia fama di personaggi provenienti dall’Oriente, chiamati appunto magi. Essi erano sempre visti con una certa diffidenza, in quanto non si riusciva a capire quanto del loro potere fosse reale e quanto derivante da trucchi che oggi assoceremmo più a un prestigiatore che alla figura del mago vera e propria.
Il coacervo di superstizioni, riti propiziatori e divinazioni che poi entrerà a far parte del patrimonio culturale del panorama magico, ai primordi del Medioevo era una cosa perfettamente normale. Si trattava di tradizioni dell’antica religione politeista, sradicata e denigrata dal Cristianesimo, che stava prendendo possesso dei territori dell’Impero.
Per farsi largo, essa dovette far dimenticare (e quindi proibire) tutta una serie di piccoli riti domestici e non che facevano ancora affidamento sulle forze della natura, sugli spiriti, tacciando chi ne faceva uso di idolatria e comminando punizioni esemplari. Un altro sistema, usato soprattutto nel nord Europa, era quello di sostituire a festività, divinità e riti pagani una versione cristianizzata degli stessi, per intervenire in maniera meno traumatica ma ugualmente invasiva.
L’affermarsi del Cristianesimo come unica religione, però, non riuscì a distruggere completamente l’abitudine di usare la magia “naturale”, di solito composta da innocenti riti con erbe o oggetti di uso quotidiano, magari benedetti da formule che erano non molto differenti da normalissime preghiere. La magia, a differenza della religione, mira a modificare i fatti invece di affidarsi alla volontà divina, ma i piccoli incantesimi di questo tipo erano una commistione dei due elementi, usata da gente per lo più in buona fede, che voleva solo un favore da Dio e sperava di ottenerlo dicendo le cose giuste e procurandosi gli aiuti naturali necessari.
Di tutt’altro genere era la magia negromantica, il cui scopo era evocare le forze spiritiche (demoniache, per lo più) per ottenerne i favori. Questo era un genere di magia colta, probabilmente nata e sviluppatasi all’interno dello stesso ambiente clericale, in quanto prevedeva conoscenze linguistiche, teologiche e tecniche che una normale persona del volgo non poteva possedere (ma furono tra la gente comune, paradossalmente, quasi tutte le vittime delle inquisizioni che seguirono al proliferare di questa magia “nera”). La negromanzia usava e pervertiva preghiere e riti cristiani per renderli magici e adatti all’invocazione di forze tenebrose.
Altro discorso si poteva fare per l’astrologia, divinazione del futuro tramite il moto dei pianeti, e l’alchimia, ricerca della Materia Fondamentale e dell’immortalità. Entrambe le branche magiche sono progenitrici delle moderne scienze, per cui dobbiamo molto alla ricerca degli appassionati, anche se tra loro vi erano ciarlatani, visionari. La Chiesa tentò sempre di soffocare entrambe, ritenendole sacrileghe, in quanto andavano a indagare in ciò che concerneva solo Dio. Anche l’uso delle erbe guaritrici, l’arte di costruire automi o di congegnare trucchi che ingannassero gli occhi, venivano considerate magia. Non si faceva una grande distinzione e quando scoppiò la fobia nelle streghe le differenze tra magia naturale, divinazione e magia nera scomparvero del tutto.
Dalla controversa magia “reale” nacque poi quella letteraria, di cui i romanzi cortesi sono pieni. Più poetica e favolosa di quella che incuteva timore nella vita di tutti i giorni, la magia cortese rimane la “versione dei fatti” che condiziona la nostra visione della stessa ancora oggi.
Scritto con un linguaggio semplice, alla portata di tutti, e corredato da illustrazioni, “La magia nel Medioevo” è un magnifico volume di cui consiglio caldamente la lettura.

sabato 22 settembre 2012

Macbeth

‘Macbeth’, tragedia in cinque atti di William Shakespeare messa in scena per la prima volta tra il 1605 e il 1606, è un dramma a sfondo storico di ineguagliabile intensità per la profondità con cui scava nella tenebra dell’animo umano e nella degradazione che la sete di potere vi può apportare.
Il dramma si svolge in Scozia e si apre sulle sanguinose battaglie che la stanno flagellando. Dopo una grande vittoria a nome del re Duncan, i nobili Macbeth e Banquo si apprestano a tornare a casa.
Durante il  viaggio, però, sul loro cammino incontrano tre streghe, le quali sorprendono i due con una profezia. Salutano Macbeth quale Thane di Glamis, Thane di Cawdor e quindi come Re di Scozia. Macbeth, che possiede solo il primo titolo, rimane perplesso e piuttosto spaventato. Banquo chiede a sua volta quale sarà il suo destino e le streghe gli annunciano che egli non sarà re, ma padre di re.
Al cospetto di re Duncan, con loro sommo stupore, Macbeth viene insignito del titolo di Thane di Cawdor, come annunciato dalla profezia. Il nobile, dopo aver invitato tutti al suo castello, precede i suoi ospiti a casa e corre a cercare consiglio dalla moglie, Lady Macbeth.
Ella non possiede né scrupoli né timori. Sicura di sé, vede nella profezia una certezza di potere che la spinge a mandare il marito all’azione. Quella notte, mentre tutti dormono, Macbeth uccide il re con l’aiuto decisivo di sua moglie. Quando il cadavere di Duncan viene ritrovato, i figli del re, nel timore di essere accusati, fuggono, lasciando il titolo a Macbeth e diventando agli occhi di tutti i fautori dell’orribile omicidio.
Macbeth è ora re di Scozia, ma il re e la sua regina sono assillati dalla seconda parte della profezia, che vede i figli di Banquo sul trono. Macbeth ordisce così l’assassinio di Banquo, a cui scampa solo il figlio di quest’ultimo, che fugge. Lo spettro di Banquo appare a Macbeth durante una festa, facendolo quasi uscire di senno.
Il re, allora, va in cerca delle streghe e riceve da loro ulteriori informazioni. Le tre orride donne lo avvisano di stare attento al nobile Macduff, ma lo incitano a rimanere tranquillo, in quanto nessun uomo nato da donna potrà nuocergli, e a non aver paura finché la foresta di Birnam non giungerà nei pressi del Castello di Dunsinane. Macbeth si sente sollevato e, per essere ancora più tranquillo, fa uccidere la moglie e il figlio di Macduff, che è fuggito in Inghilterra.
Ormai è Macbeth ad avere uno spirito nero e corrotto, mentre la moglie perde progressivamente forza e determinazione, preda dei dubbi e dei rimorsi fino a diventare sonnambula.
Quando l’armata guidata da Malcom, figlio di Duncan, si muove verso il castello, camuffata con rami della foresta di Birnam, Macbeth trema. Gli viene anche portata la notizia che Lady Macbeth si è suicidata. Macbeth scaccia i dubbi e le paure e scende in combattimento. Macduff, nato da un parto cesareo e perciò in grado di ucciderlo, lo affronta e lo sconfigge, decapitandolo.
Malcom, figlio di Duncan, sale dunque al trono di Scozia.
Questa tragedia dai toni cupi e orrorifici è in sostanza un incubo incentrato sulla corruzione dell’animo umano.
Le tre streghe rappresentano il Destino; un trio spesso assimilato alle Parche, ma forse afferente a una tradizione celtica più antica, quella dei tre volti della Morrigan, dea della battaglia e del sangue. Esse conoscono ciò che sarà e fanno parte Macbeth delle loro visioni, ma al contempo gli rivelano solo parte del futuro e lasciano che sia lui stesso a tracciare la propria strada sanguinosa.
La chiave della relazione fra Macbeth e la moglie si riassume nel ‘passaggio di potere’ da lei a lui durante il dramma, un cambiamento di ruolo che è quasi più terribile nel suo sviluppo della lunga scia di sangue che la coppia si lascia alle spalle. Inizialmente, Lady Macbeth è una sorta di nume tutelare, la fonte stessa della forza e della determinazione. Con il passare del tempo e l’accumularsi dei crimini, Macbeth diventa sempre più crudele e autosufficiente, mentre la moglie ritrova la sua fragilità di donna e finisce per essere devastata dai rimorsi.
Macbeth è un testo teatrale assolutamente godibile anche con la semplice lettura, un tuffo in un mondo di tenebra che riecheggia di antiche tradizioni e misteri.

domenica 22 aprile 2012

La lettera scarlatta

Nathaniel Hawthorne (il vero nome era Hathorne) era un figlio di Salem, discendente di quella dura e intransigente schiatta di puritani che emigrarono dalla natia Inghilterra per fondare nuove comunità sul continente americano. I suoi antenati furono uomini di fede integerrima e pugno di ferro, tanto da essere direttamente coinvolti nella grande caccia alle streghe della cittadina americana.
Lo scrittore, la cui carriera faticò a trovare la giusta via, portò sempre con sé il rimorso per le azioni dei propri antenati, tanto da dedicare alle sventurate vittime di tanta durezza un romanzo che divenne il suo biglietto d’ingresso nella Storia della Letteratura.
“La lettera scarlatta” racconta la storia di Hester Prynne, trovata colpevole di adulterio e per questo condannata a portare per sempre una “A” appuntata sul vestito, in maniera da mostrare la sua colpa a tutti. Hester, lungi dall’esserne distrutta, trova la forza di portare il marchio d’infamia con orgoglio, ricamando una magnifica lettera scarlatta. Si rifiuta di rivelare il nome di chi ha peccato con lei, il padre della sua creatura Pearl, e si appresta a vivere con le proprie forze.
Il suo amante è, per paradosso, l’uomo più pio della comunità, il reverendo Dimmesdale. Egli è divorato dal rimorso, ma non riesce a liberarsi della propria maschera e palesarsi per ciò che è in realtà, facendosi consumare dalla colpa fino a deteriorarsi la salute.
Il giorno della condanna, riappare dopo una lunghissima assenza il marito di Hester, un medico molto più anziano di lei, e prende dimora in paese sotto il falso nome di Roger Chillingworth, deciso a ottenere la sua vendetta sull’uomo che ha giaciuto con la giovane moglie.
Quali abissi raggiungerà il medico per ottenere la sua vendetta sull’anima debole dell’amante di Hester? C’è speranza di perdono quando la colpa è radicata nel cuore di chi ha commesso peccato? Forse l’unica via di scampo è la fuga…
In un mondo in bianco e nero, dove tutto è buono o cattivo e le persone sono rinchiuse in un fare cupo e senza perdono che sembra cancellare ogni colore, la lettera scarlatta di Hester racchiude ed emana il “proibito”, la vita, la passione, una gioia selvaggia che fa paura a chi non si lascia andare a qualsivoglia sentimento. E’ segno di una mente libera nonostante le restrizioni, di un pensiero che si erge sopra le convenzioni.
La piccola Pearl, stravagante e tirannica bambina, è l’incarnazione stessa di quella lettera e come tale viene sfoggiata dalla madre, che pure la teme come teme le pulsioni che l’hanno portata alla colpa. Pearl è l’imprevisto, un piccolo caos vagante, tanto che sia Hester che la comunità spesso si chiedono se dentro di lei non dimori un folletto, oppure il Maligno.
Hester cerca di sostituire negli occhi altrui il suo cuore generoso e la sua arte raffinata al segno dell’infamia, ma esso è ormai legato indissolubilmente alla sua persona, la completa, la rende speciale per chi denigra e per chi prova pietà. Lei è uscita dal grigiore della normalità puritana e non le sarà più concesso rientrarvi.
Paradossalmente, l’impurità è caduta sulla testa di chi possiede davvero buon cuore e un’anima capace di amare, un equilibrio fatto di orgoglio e sentimenti profondi che nemmeno le punizioni o l’umiliazione possono mettere a soqquadro.
La figura del marito di Hester, al contrario, incarna dietro la facciata di una mente brillante di scienziato, membro quindi di una élite che fa della razionalità il suo regno e la sua bandiera, la cruda brutalità, le passioni più sgradevoli, il Male mascherato da Uomo.
La sua piccola deformità fisica diventa segno della deformità dell’anima, come spesso accadeva nella letteratura dell’epoca. Il periodo di vita in mezzo agli indiani pare aver risvegliato e reso forti in lui gli istinti della vendetta, del disprezzo. E’ un uomo che porta la Tenebra con sé.
Il reverendo Dimmesdale è l’uomo pavido, sensibile ma timoroso del proprio sentire, troppo legato all’apparenza per poter competere con il coraggio di Hester, per quanto la ammiri e la aiuti nell’ombra. La sua colpa consuma all’interno e i segni non mancheranno di mostrarsi agli occhi più attenti.
Uno spaccato sugli orizzonti limitati delle intransigenti comunità a fondo religioso, una storia di catene dell’anima e passioni negate.

lunedì 29 agosto 2011

Storia di Neve

Storia di NeveUn romanzo che è al contempo storia, fiaba e vivido dipinto della montagna e delle sue regole aspre e antiche. Questo attende chi si appresta ad attaccare le 800 e rotti pagine del poderoso STORIA DI NEVE di Mauro Corona, edito con Mondadori.
Neve è una fanciulla speciale nata nel paesino montano di Erto, nella valle del Vajont. La vita, breve e costellata di dolori, le è stata concessa in funzione di uno scopo ben preciso: ella deve fare del bene, quanto più può, durante gli anni che il fato ha prestabilito. Neve è la parte immacolata e piena d’amore dell’antica strega Melissa, assassinata in maniera atroce e morta nell’odio, imprigionata in un inferno di ghiaccio in cui il Demonio le ha concesso di torturare per cinquecento anni gli abitanti del villaggio di Erto dopo la loro morte, perché possano espiare i loro peccati. Melissa, però, desidera concedere una possibilità alla propria parte buona; per questo, in una gelida notte di gennaio, nasce Neve, la bambina dei miracoli dalla pelle di bianco fino e il corpo che non sente il gelo.
Questa bambina diventa il motore di una valanga che coinvolge, nel bene o nel male, l’intero villaggio di Erto. I suoi miracoli, però, sono un’arma a doppio taglio. Il padre, Felice Corona Menin, decide di sfruttare la fama della figlia per fare soldi, macchiandosi di azioni sempre più orrende ed efferate. Inoltre, la missione della bambina la costringe a stare quanto più lontana possibile dalla sola cosa che può rendere veramente felici: l’amore. Condannata a pensare al prossimo invece che a se stessa, a Neve è severamente vietato amare un uomo. Quando nel paese nasce Valentino, la sua anima gemella, inizia una esistenza di privazioni, di sforzi per tenersi a distanza. Neve, infatti, a contatto con la sua metà si scioglie, perde acqua, svanisce pian piano come un pezzo di ghiaccio esposto al sole.
Cosa porterà questa creatura magica nel prosaico paese di Erto? I suoi ventinove anni di vita promettono di essere indimenticabili, nel bene o nel male.
Corona è uno scrittore sincero, senza fronzoli, che usa con sicurezza e senza pretese intellettuali il linguaggio diretto e antico della fiaba. Come una fiaba, infatti, Storia di Neve si dipana tra magie, misteri, povera vita quotidiana, streghe e orrori. Le favole, d’altra parte, sono piene di orrori. Questa non fa eccezione, l’uomo non può vivere senza e in presenza di miracoli il Male lavora alacremente sulla fetta di anime che gli spetta.
Gli abitanti di Erto sono come le montagne che governano la loro esistenza. Chiusi, incrollabili nel loro mutismo, nel rifiuto a lasciar entrare nei loro affari chiunque venga dall’esterno, laico, gendarme o esponente della Chiesa che sia. Quello che succede in paese resta in paese, si tratti di una disgrazia, di un omicidio o di un felice segreto. Solo i miracoli di Neve si spargono nelle valli come portati dai canti degli uccelli, ma questo perché il padre è un traditore, un uomo che farebbe qualsiasi cosa per denaro e per l’effimera gioia di essere il più potente e il più ricco della valle.
La magia corre come una lama sottile attraverso il paese, i monti, i corsi d’acqua. Permea ogni cosa, rivelandosi nel testardo rancore delle streghe di Erto, una per una violate e uccise e per questo fautrici di terribili vendette che si protraggono ben oltre la morte del loro corpo. Gli animali sono veicolo di forze terribili, incarnazioni di qualcosa che non si può né capire né fermare, pur in un’epoca ormai moderna come quella in cui si svolge la vicenda.
I bassi istinti degli esseri umani fanno a gara con i sentimenti più puri e dolci, prendendo spesso il sopravvento. Poter osservare non visti i silenzi degli abitanti di Erto è un onore alquanto dubbio. E’ la vicenda di un’intera comunità quella che si va a leggere, non tanto la storia della sfortunata Neve.
Vi aspetta un romanzo carico di significati, una bella lettura. Forse un po’ lungo, ma meritevole del tempo trascorso nelle sue pagine.

sabato 25 giugno 2011

L'Accalappiastreghe

Che Walter Moers fosse un genio della letteratura fantastica contemporanea lo sapevo da tempo. Dal giorno, in effetti, in cui un mio carissimo amico portò in Accademia la sua ultima lettura e me la affidò, invitandomi (obbligandomi moralmente) a leggerla.
Si trattava de "Le Tredici Vite e Mezzo del Capitano Orso Blu", il primo romanzo di questo autore e illustratore umoristico.
Come il suo ormai antico predecessore, "L’ACCALAPPIASTREGHE" (Salani) si può trovare nello scaffale dei romanzi per ragazzi. Questo ti fa pensare che si tratti di una semplice fiaba. Poi cominci a leggere e ti rendi conto che le tematiche non sono sempre adatte alla lettura spensierata di un bambino…anzi, molti aspetti della vicenda non possono essere compresi che da un adulto! Al contempo, l’umorismo e la natura dei protagonisti –animali parlanti, per lo più- ti costringono a tornare all’infanzia per riuscire a goderti la trama. Ma allora di che si tratta? Fiaba? Fantasy? Un miscuglio improbabile di entrambi o qualcosa di completamente nuovo?
Definire la letteratura di Moers è impossibile. Si può solo godersela senza fare tante storie. Se ti lasci prendere, se consenti a Moers di catturarti, non sei più libero finché non leggi la parola fine: mi sono fatta fuori L’Accalappiastreghe in tre giorni.
Eco è un cratto, cioè una creatura identica ad un gatto…non fosse per i due fegati, la capacità di parlare e la straordinaria intelligenza. Il crattino ha appena perso la padrona, deceduta di vecchiaia, e ora si aggira affamato e sperduto per la città di Sledwaya, turpe ricettacolo di malanni, virus e batteri caratterizzato da una popolazione sempre sul punto di tirare le cuoia. Quando la morte sembra ormai volerselo portare via per consunzione, una proposta diabolica gli viene offerta dal personaggio più equivoco di tutta Sledwaya: Malfrosto, l’Accalappiastreghe.
Malfrosto è il tiranno delle shokkie, le orride streghe di Zamonia, nonché il produttore di tutti i malanni di Sledwaya. Ambizioso e crudele alchimista, sta collezionando il grasso di tutti gli animali rari di Zamonia al fine di conservarvi le essenze volatili dei suoi esperimenti. Gli manca giusto del grasso di cratto e alla vista di Eco in tali condizioni si affretta a mettere l’animaletto alle strette.
Malfrosto si impegna a fornire al cratto pasti luculliani, una calda dimora e tutta la sua sapienza per un mese. Alla fine di quel periodo, avendolo ingrassato per bene, Malfrosto lo ucciderà e ne userà il grasso. Messo in condizione di decidere se morire subito di fame o dopo un mese a pancia piena, Eco firma il contratto che lo lega all’alchimista.
Comincia così una pazzesca avventura culinaria, alchemica e magica in cui Eco imparerà e mangerà di tutto, facendo conoscenza con assurde creature mai incontrate prima (pellestrelli, api demoniache, vedove bianche, ululoni…), finché non scoprirà che il cuore di Malfrosto non è così inattaccabile e che forse l’amore potrà essere la chiave per spezzare il contratto e continuare a vivere.
L’Accalappiastreghe è un romanzo sorprendente, a tratti toccante, sempre imprevedibile. Malfrosto avverte spesso il lettore che le favole di Zamonia finiscono sempre male e in questo caso risulta davvero difficile avere fiducia in un lieto fine. I momenti orribili non mancano, alternati a parentesi fiabesco/grottesche che lasciano spiazzati.
Moers continua a migliorare.

mercoledì 22 giugno 2011

Masca - Ghigna Fàussa

Masca – Ghigna fàussa” è un libro di Donato Bosca edito con Priuli&Verlucca, un cartonato elegante con copertina bianca, su cui spicca una bella foto d’epoca di contadini nella stalla. Donne intente a filare, placide vacche che ruminano in un angolo mentre il vecchio della famiglia racconta le sue storie ad incantati ragazzini.
Il libro in questione tratta di un tipo particolare di strega: la Masca, ovvero la strega o lo stregone della tradizione popolare piemontese, detta ghigna fàussa in quanto ‘falsa’, cioè portata a mistificare le cose e in primo luogo il proprio aspetto. Queste streghe (o stregoni, anche se la versione maschile è più rara) possiedono un libro speciale, il Libro del Comando, che le mette in diretto contatto con i poteri oscuri donati dal Diavolo. Grazie ad essi, sanno mutare il proprio aspetto in quello di animali (i tipici abitanti dei boschi italiani oppure animali da fattoria, in special modo maiali e capre) per fare dispetti e cattiverie agli abitanti dei villaggi. Sanno inoltre controllare il tempo, lanciare il malocchio e tutte quelle amene attività da strega che, se non faceva attenzione, finiva sul rogo oppure bastonata dai compaesani infuriati.
Le masche, di norma, si riconoscevano per il carattere asociale, l’aspetto trascurato, spesso associato ad un handicap evidente, come la zoppia, uno sfregio o la presenza di una gobba sulla schiena. Ciò che è diverso, stravagante, fuori dalla norma diventa quasi sempre segno di loschi affari con il Demonio.
Il libro si rivela molto interessante fin dalle prime righe, in quanto offre uno scorcio di vita nemmeno troppo lontana nel tempo eppure ormai remota a fronte dello sfrenato protendersi verso il futuro della società moderna. La lettura apre uno spaccato su un mondo ristretto, pieno di diffidenza e misteri, in cui il nucleo del paese si erge come porto sicuro al centro di un territorio dominato da boschi, strade pericolose e solitarie, colline e strapiombi. Le forze oscure sembrano annidarsi ovunque, pronte a ghermire chi diventa imprudente o attira troppo l’attenzione. Non siamo abituati a pensare in questo modo al moderno Piemonte, eppure basta inoltrarsi nelle colline del Canavese, ad esempio, per ritrovarsi sperduti in un mondo in cui la civiltà sembra un sogno lontano. Non stupisce, quindi, che la superstizione trovasse terreno fertile in luoghi in cui viaggi e comunicazioni con il mondo esterno non erano cosa di tutti i giorni.
L’autore, grazie al lavoro di anni passati ad ascoltare testimonianze degli anziani delle città piemontesi, ha raccolto un’ampia scelta di racconti: esperienze dirette di contatto con le masche e leggende dei villaggi tramandate durante le veglie, momenti in cui la comunità si riuniva e la conoscenza veniva passata ai più giovani. Questo lavoro si è dipanato attraverso più pubblicazioni; nel libro in questione, Bosca si propone di offrire al lettore un’analisi più dettagliata sull’origine della figura della masca, un lavoro antropologico più ampio.
Il saggio si divide in tre parti. Nella prima, l’autore tira le fila dei suoi lavori precedenti e descrive la figura della masca nei suoi tratti più caratteristici, analizzando i cambiamenti del territorio e della popolazione piemontese durante gli ultimi anni e la conseguente modernizzazione della figura della strega, oggi contaminata dalla new age e dalla stregoneria wicca, nonché dal satanismo privo di solida cultura esoterica in voga tra i giovani. Nella seconda parte, Bosca cerca, attraverso relazioni con culture diverse da quella piemontese, di trovare le radici storiche di questa figura folklorica. Una terza parte, infine, raccoglie testimonianze e storie di paese relative alle masche e alle loro malefatte.
Il saggio si legge bene, è scorrevole e adatto a qualsiasi lettore, dal meno avvezzo al tema al più svezzato sull’argomento. Non vi sono illustrazioni o note che possano distrarre: l’autore bada al contenuto, cercando di offrire quanto più gli è possibile senza tanti fronzoli. La scelta dell’argomento, di richiamo regionale e quindi di nicchia, è coraggioso e sottintende la passione di Bosca per la tradizione orale della sua terra. Questa passione si respira dall’inizio alla fine del saggio, rendendo la lettura piacevolissima.
Rovescio della medaglia, la sua cultura regionale tende a contaminare i suoi tentativi di allargare gli orizzonti sulle radici storiche della masca, facendogli trattare alcuni argomenti – come, ad esempio, l’influenza della cultura celtica continentale sulle tradizioni pre-cristiane del nord Italia- con una certa approssimazione e ristrettezza di vedute, come se la sua radicata territorialità non gli permettesse di cogliere tutti i nessi di un puzzle molto più grande. D’altra parte, questo saggio è solo un frammento di un lavoro più ampio. Per dare un giudizio vero e proprio dovrei leggere gli altri libri scritti da Bosca.
A parte ciò, “Masca – Ghigna fàussa” è una lettura che consiglio a cuor leggero. Non so che effetto farà a voi, ma a me ha instillato una gran voglia di scoprire una regione tanto vicina che fino ad ora ho considerato poco attraente.
Magari c’è ancora qualche masca che necessita di un’apprendista…