Visualizzazione post con etichetta Celti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Celti. Mostra tutti i post

martedì 25 marzo 2014

I Celti

I Celti costituirono una civiltà che si diffuse in gran parte d’Europa prima che l’Impero Romano la inglobasse, anche se non riuscì a cancellarla del tutto. Nonostante la capillarità con cui questo popolo occupò le terre europee e le isole del nord, la sua storia, le sue abitudini, religione e arte rimangono ancora oggi piuttosto elusivi e argomento di pochi studiosi appassionati.
Fa specie rendersi conto che nei libri di Storia non vi si faccia quasi menzione, nonostante i secoli di civiltà trascorsi come alleati o nemici di Greci e Romani.
Un Paese che ha presto riscoperto le proprie origini celtiche e ha iniziato una disamina oggettiva della valenza storica e delle caratteristiche di questo popolo è senza dubbio la Francia, antica terra di quei Galli che combatterono Roma con tenacia e che oggi i più conoscono grazie ai fumetti e ai cartoni animati di Asterix e Obelix.
Non stupisce, quindi, che sia uno studioso francese a distinguersi per una ricerca sull’arte celtica che le restituisca peculiarità e valore. Il saggio “I Celti”, pubblicato molti anni fa per la collana BUR Arte, è uno dei primi tentativi di indagare tematiche, stili, mezzi dell’arte celtica, separando le influenze mediterranee dalle caratteristiche proprie di una civiltà complessa.
Non si conoscono con esattezza le origini del popolo celtico. Di ceppo indoeuropeo, stanziatosi in diverse zone dell’Europa spostandosi dapprima verso Occidente e il Nord Italia, e poi di nuovo verso Oriente (scontrandosi con la cultura greca) e le Isole Britanniche, annovera quali civiltà fondanti La Tene e di Hallstatt, dal luogo dei primi ritrovamenti. Esse vedono i Celti diventare sempre più stanziali, organizzati in comunità stabili. Questo favorisce la nascita di un artigianato specializzato, solo in parte influenzato dai popoli mediterranei
Il saggio si articola in diversi capitoli corredati da immagini (purtroppo in bianco e nero), in una galleria fotografica che segue il testo quasi citazione per citazione; ciò che non è illustrato tramite fotografie, trova posto nella sezione finale, di cui parlerò in seguito.
La prima cosa che salta agli occhi nell’osservare l’arte celtica è la quasi totale mancanza di rappresentazione figurativa, si tratti del mondo animale o di quello umano. L’estetica vira decisamente verso l’inconscio, il mistero, il sogno, l’astrazione. Niente di più distante dalla contemporanea concezione artistica mediterranea.
Forse per questo motivo, è difficile creare una distinzione netta tra prodotto d’artigianato e prodotto artistico, e questo ha favorito il lungo oblio e la scarsa considerazione che l’arte celtica ha dovuto patire per molti secoli, prima di essere riscoperta e valutata per ciò che è.
L’artista celtico utilizza ogni superficie per farne un labirintico percorso visivo e mentale, un sentiero attraverso cui osservare il dipanarsi di elementi ritmati, simmetrici o speculari, o ancora liberi e caotici ma accostati con sorprendente armonia. Una decorazione prevalentemente lineare, ma non per questo bidimensionale. La tridimensionalità, al contrario, è alla base del pensiero artistico celtico e non permette alla semplice fotografia di trasmettere in toto le suggestioni dell’opera, che va al contrario maneggiata e osservata da tutti i lati.
Proprio a questo proposito, l’autore fa cosa saggia nel proporre, in fondo all’opera, una rielaborazione grafica bidimensionale delle decorazioni degli oggetti complessi, in maniera da offrire uno spaccato comprensibile della reale difficoltà di ideazione e realizzazione di questi manufatti. Spesso veniva utilizzato il compasso, per creare geometrie sempre più azzardate.
Anche la decorazione lineare conobbe il suo periodo “tridimensionale”, ed ecco quindi apparire sferette in rilievo, piccoli grappoli, torsioni dei fili metallici. I materiali su cui si lavorava erano i più vari, dal legno al metallo, alla pietra; si decoravano specchi e monili (celebri le collane a tampone, o torques), ma anche oggetti quotidiani dall’uso meno frivolo, come finimenti per cavalli e armi, o monete.
Le poche rappresentazioni umane sono primitive e simboliche, oppure mal copiate dalle opere mediterranee, ma offrono un piccolo spiraglio su una cultura e una mitologia che ancora oggi ci sono in gran parte sconosciute.
Un saggio intelligente pensato per storici dell’arte e appassionati.

domenica 28 ottobre 2012

La pietra del Vecchio Pescatore

L’autrice irlandese Pat O’Shea ha impiegato dieci anni a stendere la versione definitiva del suo romanzo “La Pietra del Vecchio Pescatore”, pubblicata in Italia dalla TEA. Dieci anni trascorsi non solo a dare forma e sostanza alla storia che aveva intenzione di scrivere, ma anche ad immergersi profondamente nelle tradizioni della sua terra natia, nelle sue leggende e nel suo eroico passato, ricco di nomi, fatti, magie.
La O’Shea ha strutturato il romanzo non tanto come un fantasy quanto come una fiaba, un percorso iniziatico di due giovani protagonisti attraverso una serie di eventi e prove che metteranno a dura prova il loro coraggio e la loro innocente volontà di fare del bene, immergendoli al contempo in un passato di cui sono a conoscenza solo vagamente, attraverso gli accenni alle gloriose origini dell’Irlanda ascoltati a scuola o in famiglia.
Il linguaggio utilizzato, perciò, risulta semplice, a volte quasi ingenuo, infantile. La cosa si sposa alla perfezione con l’atmosfera incantata. La gente comune parla spesso un gergo sgrammaticato, inframmezzato da termini dialettali e abbreviazioni colloquiali, mentre i personaggi di maggiore autorità si riconoscono dalla parlata precisa, corretta, a volte perfino aulica.
La stessa autrice si sposta spesso dalla tradizione irlandese antica a quella mediata dal cattolicesimo insulare, cosa che spesso relega in forma di “fata” o “strega” personaggi che alle origini possedevano tutt’altra valenza, spesso drammatica o spiritualmente molto profonda. La cosa potrebbe far arricciare il naso a chi si interessa della cultura celtica, ma occorre ricordare che si tratta di una fiaba, non di un testo antropologico o di analisi mitologica.
La traduzione non è sempre felicissima. Sono state fatte scelte dialettiche piuttosto opinabili, che di quando in quando fanno scivolare la colloquialità quotidiana verso un accento becero, più che ingenuo e popolare, ma queste sono finezze che possono passare inosservate al lettore medio.
Il testo, inoltre, di quando in quando è arricchito da piccole illustrazioni che aggiungono un tocco di ulteriore fanciullezza e levità al racconto.
Ecco, in breve, la trama.
Pidge, un tranquillo ragazzino, viene in possesso di un antico libro che contiene un foglio misterioso, su cui è disegnato un serpente. Esso è Olc Glas, un antico essere venefico che era stato sigillato nientemeno che da S.Patrizio. Ora il sigillo è rotto e due strambe donne, motocicliste senza criterio seguite da un codazzo di segugi, vogliono impossessarsene.
Il giovane Pidge viene guidato nelle sue azioni da una voce misteriosa e benigna, appartenente all’antico dio Dagda, e da alcuni bizzarri personaggi. Insieme alla sorellina Brigit, una piccola sfrontata e coraggiosa, egli riesce a consegnare Olc Glas alla custodia della Grande Anaconda.
Il pericolo, però, è tutt’altro che scongiurato. Le donne, infatti, si riuniscono alla loro terza sorella e mostrano la loro vera natura: esse sono Macha, Bodhb e la Morrigan, la triade divina che governava la morte, il sangue sparso in battaglia, la distruzione. Questa donna, una e trina, è il tremendo nemico contro cui i bambini si trovano impegnati.
La loro purezza e bontà li porterà a partire per un viaggio magico in un’Irlanda parallela, nel Tir-na-Nog, alla ricerca di un mitico sasso su cui riposa una goccia del sangue della Morrigan, unica arma contro di lei. Aiutati da antiche divinità, eroi sotto mentite spoglie, animali parlanti, omini segnavento e teste che spuntano dal terreno, Pidge e Brigit dovranno dare fondo al loro coraggio per salvare il mondo e i loro cari da un’era di terrore.
La lettura è dolce come un pasticcino, godibile da un bambino come da un adulto, visto che contiene – come nella migliore tradizione delle fiabe – più di un livello di comprensione. La prosa è ricca di immagini vivide, che sembrano luminosi dipinti di luoghi, genti, creature.
La porta sull’Irlanda creata dalla O’Shea è spalancata e il lettore può entrarvi e immergervisi per tutto il tempo necessario ad arrivare all’amata e odiata parola “fine”.

mercoledì 10 ottobre 2012

La incantatrice

Colin e Bea sono gemelli, due bambini molto diversi tra loro nati nella Svizzera calvinista del diciottesimo secolo. Colin è un giovane timido, accondiscendente e tranquillo, con una passione per gli automi e la scienza ereditata dal padre e un difetto al piede che lo costringe a zoppicare. Bea, invece, è una creatura passionale e definitiva, primordiale, che ha ereditato il potere materno di vedere il futuro e di leggere nelle anime altrui, vicina com’è al mondo dello spirito.
La madre dei bimbi, infatti, è una discendente delle antiche sacerdotesse della religione celtica e ancora adesso ne porta avanti le tradizioni, pur se di nascosto. Purtroppo, il fanatismo religioso la trasforma nell’obiettivo dell’odio. Accusata di stregoneria, viene bruciata viva nella sua casa insieme al marito. Si salvano solo i gemelli e il loro fratellastro, Valentin.
Questo fatto traumatico sconvolge la vita dei bambini, che dovranno imparare a cavarsela da soli in un mondo che, se è pieno di meraviglie, è anche maledettamente costellato di pericoli. Comincia così il loro difficile viaggio verso l’età adulta, un viaggio dell’anima tanto quanto del corpo. Colin e Bea lasciano presto la Svizzera per recarsi addirittura in Cina, ove l’arte degli automi occidentali è particolarmente amata, e quindi nel regno dei Thai.
I gemelli, separati sempre più dalla loro diversa visione della vita e da una passione inespressa e proibita, dovranno imparare a convivere con culture e religioni differenti, imparando da esse quanto più possibile e allargando sempre più mente e orizzonti, cercando il loro destino in mezzo ai grandi fatti della Storia.
La prosa di Han Suyin è fresca, delicata, al contempo intrisa di una passione profonda, radicata e indomabile. L’autrice riesce a intrecciare fra loro con abilità tematiche complesse e all’apparenza senza alcun collegamento l’una con l’altra, a dare sfoggio di cultura senza che questa diventi un peso per il lettore, trasformando quelle che a ben vedere sono lezioni di storia in brevi parentesi di comprensione mutuate attraverso gli occhi dei protagonisti, sempre assetati di nuove conoscenze.
La mancanza di forzature nel romanzo è encomiabile, perché è evidente che “La incantatrice” è stato scritto partendo da uno schema iniziale ben preciso. Dovendo affrontare tante tematiche complesse, l’autrice deve aver passato parecchio tempo a farsi una cultura in merito e questo avrebbe potuto rendere meccanico il lavoro finale. Sarebbe stato fin troppo facile grippare in qualche passaggio, far storcere il naso al lettore nel sentore di qualcosa di mancante, di un ingranaggio non perfetto.
Come Colin con le sue macchine, invece, Han Suyin fa il suo piccolo miracolo e confeziona una storia coerente e avventurosa, piena di cultura e al contempo appassionante.
Ogni cosa viene descritta con minuziosa cura ma senza sbrodolare. Le meraviglie esotiche, l’apparente calma dei cantoni svizzeri, gli usi e i costumi dei popoli ci vengono mostrati attraverso gli occhi dei gemelli con tale maestria che il romanzo sembra un susseguirsi di immagini vivide, sfavillanti di colori e di vita, tangibili.
Si passa dalla pulita e ordinata Svizzera, con le sue montagne, i laghi cristallini e le dimore nobiliari, all’avventura sugli oceani al fianco del principe musulmano Abdul Reza. Gli anni in Cina vengono descritti con dovizia storica e una prosa sognante, onirica, spezzata bruscamente dalla scia di sangue che segue all’improvviso scontento dell’Imperatore e che costringe i gemelli alla fuga nel grandioso e decadente impero Thai, una profusione di colori e vita che sta per spirare nel fuoco della guerra.
Opposti, i due gemelli si combattono e si cercano, desiderosi di tornare un tutt’uno ben sapendo che questo è proibito, impossibile. Il loro legame indurrebbe a credere che prima o poi entrambi capiscano che la loro forza raddoppierebbe nell’accogliere la visione del mondo dell’altro e unirla alla propria, ma questa fusione non regge, si scompone e ognuno si perde nel proprio cosmo, nella propria visione dell’esistenza, per riunirsi solo quando il caos distrugge il sogno di entrambi.
Nelle sembianze di Colin e Bea si consuma la lotta tra il passato magico, spiritico e il futuro meccanicistico e fisico. Ci accostiamo a due modi di vedere e assaporare il mondo, due strade differenti che non necessariamente devono vivere l’una contro l’altra ma che, tristemente, finiscono per essere entrambe sconfitte, dalla follia o dalla rassegnazione.

giovedì 2 agosto 2012

Fiabe irlandesi

L’Irlanda è una nazione che si fregia di una storia lunga e travagliata. Una storia fatta di tradizione, di origini straordinarie e magiche, di indefessa resistenza verso la dominazione straniera, di sentimento religioso intenso e profondo.
Se l’Irlanda è riuscita a passare quasi indenne attraverso la dominazione britannica e la sistematica umiliazione delle proprie origini e della propria tradizione culturale è anche grazie ad alcuni letterati della borghesia protestante che, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, hanno cercato in tutti i modi di recuperare quanto rischiava di andare irrimediabilmente perduto.
Ecco quindi fiorire studi sulla lingua gaelica, sulla musica, sulla danza e sul folklore, compiuti in modo più o meno scientifico in base ai documenti – filtrati attraverso la straordinaria cultura monastica irlandese, tanto elevata da essere esempio per il resto d’Europa per un ampio periodo del Medioevo – ma soprattutto alla testimonianza diretta dei ceti “bassi”, ancora immuni al contagio della lingua inglese e della industrializzata cultura britannica.
William Butler Yeats (1865 – 1939) fu uno dei più importanti letterati d’Irlanda. Di buona famiglia, protestante, autore poetico e teatrale, portò agli estremi la ricerca del folklore locale, già avviata da altri letterati tra cui la madre di Oscar Wilde, a sua volta scrittrice di fama.
Egli riuscì a raccogliere una considerevole mole di materiale narrativo, in parte mediato dalla penna di altri scrittori, in parte tradotto dall’irlandese e, in alcune occasioni, documentato tramite l’ascolto diretto di individui che raccontavano esperienze personali o di conoscenti. Questo notevole lavoro di documentazione sfociò in due distinte raccolte: “Fiabe e racconti popolari delle campagne irlandesi” e “Fiabe irlandesi”.
La casa editrice Newton Compton ne ha messo in stampa una versione completa, unendo i due testi in un unico volume che prende il titolo dal secondo tomo, un’ottima traduzione che rispetta sia le note dell’autore che le parti nel dialetto gaelico, lasciate come nel testo originale.
Nella raccolta sono presenti leggende, favole (che forse un tempo avevano una diversa forma e contenevano messaggi andati perduti con il tempo) e testimonianze, nonché ballate poetiche e musicali. Questa varietà all’origine dei testi si evidenzia anche nelle diverse caratteristiche della prosa, che cambia continuamente volto.
Si passa dalle narrazioni fiabesche, palesemente letterarie, a racconti dallo spiccato umorismo irlandese, fatto di sarcasmo a volte anche pungente, irrisorio tanto verso i buoni quanto verso i cattivi. Le narrazioni in prima persona conservano un tono popolano e sono molto più inframmezzati da termini ed esclamazioni dialettali, che l’autore si premura poi di tradurre per il lettore. Altre storie possiedono ancora tracce dello spirito epico con cui venivano tramandate in origine.
I temi sono molti e Yeats ha diviso le storie a seconda del soggetto trattato. Gli antichi dei, per esempio, si sono trasformati in fate e folletti, esseri dispettosi o benevoli che entrano sovente nelle faccende umane e che non amano essere oggetto di conversazione. Alcuni spiriti si affezionano alle famiglie e le seguono per generazioni. Altri possiedono ricchezze, altri ancora desiderano solo il male di coloro che sono tanto sfortunati da trovarli sulla propria strada.
Vi sono poi racconti sui Santi e sul Diavolo, voce della potenza cattolica nel Paese. Satana compare molto spesso nelle storie (spesso con il familiare nomignolo Nick) e solo l’astuzia può salvare dal cadere nella sua trappola. Più che il Principe delle Tenebre, sembra un affarista dell’Inferno, a sua volta un folletto dannoso e dispettoso.
C’è anche un capitolo sulle apparizioni di fantasmi, anime inquiete fin troppo desiderose di mostrarsi ancora ai viventi. Si parla, inoltre, dei mondi paralleli, quelli dell’Eterna Giovinezza o della Morte, tracce delle antiche credenze religiose celtiche.
Tutti insieme, questi elementi straordinari vanno a forgiare il muliebre volto di un’Irlanda pagana e cattolica allo stesso tempo, forse l’unico luogo al mondo ove la tradizione celtica è riuscita a sposarsi con la religione europea in perfetta armonia, senza scossoni particolari, ricavando dall’unione qualcosa di speciale che non ha eguali.
Una parentesi di sogni e di sorrisi con qualche brivido d’inquietudine.

venerdì 18 maggio 2012

Tradizioni celtiche


“Tradizioni celtiche” di Ward Rutherford (edito dalla TEA) è uno dei migliori testi sull’argomento che mi sia mai capitato tra le mani.
Questo è un saggio di sorprendente chiarezza, lucidità. Una trattazione tanto complessa nei rimandi e nella profondità culturale quanto semplice nel linguaggio, adatto a tutti i palati. E’ raro trovare un tomo che consenta una fruizione così “spensierata” offrendo al contempo una mole di informazioni non solo considerevole, ma ricca di spunti per successivi approfondimenti.
Rutherford ci parla dei Celti come appartenente alla loro eredità, ma analizza con lucida obiettività l’influenza che la cultura di questo popolo ha avuto (e ancora ha) sulla cultura occidentale, per lo più ignara di questa impronta antica e misteriosa.
L’autore racconta la storia del popolo celtico senza accontentarsi delle teorie più gettonate, ma vagliando con giusto scrupolo anche le opinioni meno ortodosse che, negli ultimi anni, stanno gettando una luce forse più veritiera sulle origini di questa civiltà.
Si sa che i Celti appartenevano al ceppo indoeuropeo che ha dato i natali a gran parte delle popolazioni europee. Una cultura più antica, precedente all’insediamento in Europa, ha accompagnato questi popoli, diversificandosi man mano, assumendo altre forme pur mantenendo a livello del mito una radice comune che un occhio attento e una mente pronta possono cogliere senza eccessiva difficoltà. A questa sapienza ancestrale, i Celti hanno saputo coniugare il lascito delle misteriose popolazioni neolitiche a cui dobbiamo i complessi di pietra sparsi per l’Europa.
La cultura celtica si fondava sulla verità, sul coraggio, sull’ardore sanguinario e su una sapienza spirituale di livello particolarmente evoluto, i cui custodi e unici detentori erano i druidi. La società era divisa in caste, il re governava il popolo previa elezione e solo fino a che non avesse perso l’appoggio dei suoi druidi. Le donne potevano possedere ricchezze e perfino farsi guerriere e scendere in battaglia.
Rutherford offre molto spazio al tentativo di comprendere la figura del druido (o druida), potente ma mistificata da secoli di informazioni inesatte. Le principali testimonianze dell’epoca ci arrivano dai nemici diretti dei Celti, che avevano tutto l’interesse a porre l’accento sugli aspetti cruenti e sanguinari della loro cultura (comunque presenti e di pubblico dominio), in un acceso tentativo di propaganda negativa verso i “barbari”.
Sappiamo per certo che questa casta era formata da sapienti che si preparavano al loro ruolo tramite uno studio ventennale che richiedeva grandi sacrifici e prove iniziatiche. Il druido era sacerdote, mago, conoscitore delle leggi e custode del mito. La sua figura va a mischiarsi con coloro che oggi chiamiamo bardi, i cantori di gesta.
La loro memoria era prodigiosa, frutto di una cultura orale. Il loro alfabeto era mistico e segreto, ogni segno aveva un peso ben superiore alla mera rappresentazione di un suono. Avevano uno stretto rapporto con la natura, soprattutto con gli alberi, ed erano tramite con gli altri mondi.
La sezione dedicata alla storia di questa civiltà è ampia e in un certo senso sorprendente, in quanto non si limita a tracciarne il percorso dall’insediamento in Europa (e in particolare nelle isole britanniche) fino alla graduale scomparsa per opera dell’occupazione romana prima e dei missionari cristiani poi, ma si spinge molto più in là, cercando – e trovando – traccia di una resistenza e di una identità culturale testarda e indomabile che ha continuato a esistere nell’ombra per secoli.
L’autore ci offre quindi una chiave di lettura alternativa ma assolutamente vera e pregnante di avvenimenti storici normalmente studiati sotto un’ottica che con il perdurare dello spirito celtico si supponeva non avessero nulla a che fare. Analizza quante festività tuttora in auge non siano che trasformazioni e camuffamenti di cerimonie e cadenze annuali della religione antica, quanti siano i toponimi legati alle divinità e agli eroi delle leggende e di come essi siano distribuiti nel continente.
Si sottolinea inoltre la vera natura di quei bardi medievali che hanno dato origine alla cultura cavalleresca e alle abitudini dell’amor cortese: discendenti dei druidi, musici dall’imponente repertorio mnemonico e, probabilmente, ultimi depositari del bagaglio mitico che è entrato a far parte del nostro mondo grazie al filtro dei romanzi cortesi.
Un nuovo modo di affrontare la conoscenza di un popolo misterioso e avvolto da pregiudizi e leggende che ne hanno snaturato la vera immagine.
Delizioso, completo, magico.

lunedì 2 aprile 2012

I Mabinogion

“I Mabinogion” di Evangeline Walton, riuniti in questa edizione della Tea, romanzano e approfondiscono l’antica tradizione celtica e i racconti tramandati oralmente e poi registrati in forma scritta più o meno nel XII secolo.
Queste storie raccontano un momento di passaggio fondamentale dall’antico, permeato di cultura spirituale celtica e fatto di Misteri, al nuovo, contaminato dalle civiltà e dalle credenze monoteistiche e patriarcali provenienti dall’Oriente. Il Galles, come l’Irlanda e tutto il resto d’Inghilterra, si trova in un momento di transizione in cui l’Invisibile ha ancora contatti con il mondo degli uomini, ma la legge del più forte inizia a prevalere.
La raccolta si articola in quattro romanzi. Il primo si intitola “Il Principe dell’Annwn”.
Il giovane e valoroso Pwyll è sovrano del Dyved, ma il suo animo è immaturo. Ci penserà Arawn, la Morte, a cambiarlo. Questa divinità del regno dell’Annwn, ove vivono le anime dei defunti che un giorno torneranno nel grande Ciclo delle reincarnazioni, è costretto a combattere un nemico per cui il potere ultraterreno non è sufficiente.
Pwyll viene prescelto per contribuire con la forza del mondo terreno. Si sostituirà al sovrano dell’Annwn, prendendone le sembianze, e ucciderà al suo posto il terribile Havgan. Pwyll accetta, ma sono molte le prove che lo attendono prima dello scontro. Esse lo forgeranno nello spirito, rendendolo un uomo migliore, e sanciranno il suo legame con il potente Dio. Al ritorno nella sua terra, i druidi lo mettono alle strette. Pwyll, la cui capacità di procreare e portare benefici al regno è stata messa in dubbio, si affida ai prodigi del Tumulo di Arberth. Là gli si promette Rhiannon, parte della dea omonima, che egli va a prendere per sé in un regno spirituale incantato.
Il secondo romanzo, “I figli di Llyr”, racconta del tragico matrimonio di Branwen, figlia di Llyr, con Matholuch d’Irlanda. La loro infelice unione porterà i fratelli di lei, guidati dal possente re Bran, a invadere l’Irlanda per correre in suo soccorso, scatenando una guerra senza pari i cui frutti si riveleranno devastanti per tutti. Saranno in pochi a tornare nella terra natia, portando con sé la testa di Bran, unica parte ancora viva del grande sovrano e reliquia magica che entrerà nella leggenda.
In “La canzone di Rhiannon” vediamo Manawyddan, saggio fratello di Bran, seguire il giovane Pryderi nel Dyved, dopo che entrambi sono sopravvissuti alla guerra in Irlanda. Il ragazzo passa per figlio del defunto Pwyll e della signora del mondo fatato, ma in realtà fu generato dallo stesso Manawyddan poiché Pwyll aveva perso la sua capacità di procreare durante la sua avventura nell’Annwn. Il sire sposa la vedova Rhiannon e Pryderi si ricongiunge alla sua giovane sposa, ma la maledizione che incombe sul Dyved dai tempi di Pwyll sta per abbattersi e provocherà loro grandi sciagure.
L’ultimo romanzo è “L’isola dei potenti”, a sua volta diviso in tre parti. Nella prima seguiamo Gwydion, erede di Math l’Antico, che per sottrarre dei maiali con l’inganno all’ormai anziano Pryderi finisce per scatenare una guerra ed essere maledetto. La seconda parte ha per protagonista il giovane Llew, figlio della sorella di Gwydion e da lui allevato; la terza, infine, racconta dell’amore di Llew per Blodeuwedd, una fanciulla magica nata dai fiori.
L’autrice amplia e approfondisce storie e personaggi diventati ormai leggenda, cercando di unire al tema dell’antica sapienza la più terrena umanità di questi eroi. Alcune scelte sono opinabili, come il continuo rimando al tempo presente tramite visioni druidiche permeate di critica e pessimismo – ma comprensibili nell’ottica new-age che caratterizzava gli anni in cui la Walton scrisse i romanzi- e il continuo accento sulla condizione femminile, passata da quasi divina durante i tempi antichi a quella di una specie di schiava dell’uomo nei secoli successivi.
Tralasciando questi momenti un po’ pedanti, la Walton regala nuova linfa vitale alle antiche leggende, rendendole godibili e comprensibili anche a chi è del tutto digiuno di sapienza nei riguardi della cultura celtica insulare. La lettura scorre piacevole, onirica, a tratti commovente.
Una meravigliosa parentesi in un mondo perduto che attende solo di essere riscoperto.

sabato 18 febbraio 2012

Iniziazione ai culti celtici

“Iniziazione ai culti celtici” è un piccolo volume edito dalla Edizioni Mediterranee, facente parte di una collana dedicata appunto all’introduzione delle antiche religioni. Le autrici, Daniela Bortoluzzi e Ada Pavan Russo, tentano di riassumere in maniera comprensibile anche ai non iniziati un vasto e complesso sistema cultuale le cui origini si perdono nella notte dei tempi e le cui tracce tangibili provengono quasi completamente da testimonianze esterne (romane e greche, soprattutto).
I Celti erano un popolo di probabile provenienza indoeuropea, che si insediò in Europa e la occupò da nord a sud, da est a ovest, diversificando le proprie forme artistiche e sociali fino a creare una frattura netta tra i Celti continentali e quelli insulari, emigrati in Irlanda e nelle isole britanniche. Alcuni aspetti della loro cultura, però, rimasero peculiari.
I Celti ebbero modo di confrontarsi con numerose civiltà, da cui trassero ciò che sembrava loro valido: Greci, Romani, Sassoni. Furono anche in grado di comprendere parzialmente e riutilizzare i complessi megalitici eretti millenni prima da una diversa e ancora pressoché sconosciuta civiltà.
Il pantheon celtico era multiplo e vario, ma gli innumerevoli Dei erano solo aspetti diversi delle stesse essenze. Secondo la loro visione escatologica, il mondo era governato da tre principi: la Forza, la Saggezza e l’Amore. Sopra ad essi stava una divinità unica e inconoscibile. L’anima umana ne era un frammento e per ricongiungersi all’Origine doveva superare le prove terrene. Credevano nella reincarnazione e in diversi livelli di esistenza, “mondi” in contatto tra loro che interagivano con il piano materiale e terreno della vita fisica.
Tramite con questi mondi e custode della conoscenza (orale) era il druido, o la druidessa. Più che sacerdoti, essi erano punti di riferimento imprescindibili, figure che affiancavano e legittimavano chi deteneva il potere. Essi conoscevano le rune, segni di scrittura magica, e utilizzavano la musica per conservare e divulgare la sapienza.
La Natura era specchio delle forze dello spirito e come tale veniva tenuta in gran conto e venerata. La vita era scandita da feste rituali che avevano effetto propiziatorio verso le forze della Natura e servivano da collante sociale, coinvolgendo tutti nei riti del ciclo stagionale.
Il breve saggio si articola in tre parti. Nella prima, viene introdotta e analizzata la vasta sequela di simboli magici, soprattutto quella legata al mondo animale. Nella seconda parte si passa invece alla simbologia runica legata agli alberi e alla loro sfera di influenza nella vita umana. Le feste sacre vengono elencate e descritte dal punto di vista rituale. La terza parte, infine, introduce nomi e valenze delle divinità centrali del pantheon celtico, cercando di collocare questa religione all’interno del più ampio panorama europeo.
Benché nato con ottimi scopi, questo saggio è di qualità carente. Le informazioni che vengono fornite non sono sempre esatte, soprattutto a causa di una ristretta visuale antropologica da parte delle autrici. Non si fatica a notare che entrambe si rifanno alla rinascita new-age dei culti celtici e, più in particolare, ai culti wiccan della Grande Madre.
Per quanto questa figura sia di eccezionale importanza, continuare a farvi riferimento in toni nostalgici (con critica implicita alla religione cristiana successiva) non fa buona prova di obiettività da parte delle autrici, né di reale comprensione della complessità spirituale del culto antico. Anche i piccoli riti che vengono proposti alla fine di ogni sezione sono palesemente incantesimi wicca, che non dovrebbero trovarsi in un libro che afferma di trattare dei Celti.
Le frasi finiscono spesso con i tre puntini di sospensione, una scelta stilistica discutibile che fa pensare di trovarsi a leggere il diario personale di una ragazza più che un saggio. Si fa inoltre una confusione incredibile tra divinità celtiche, greche, romane e sassoni, in un miscuglio che potrebbe confondere un lettore non ancora iniziato all’argomento. I chiarimenti sulle inevitabili influenze che i “vicini di casa” ebbero sul pantheon celtico arrivano troppo tardi, solo nelle ultime pagine del saggio.
Vi sono comunque alcune parti interessanti e gran parte delle informazioni rimangono esatte.
Una lettura per chi già conosce l’argomento. Quando avrete finito – come me - di storcere il naso, avrete comunque a vostra disposizione un veloce saggio di consultazione sulla simbologia della religione celtica.

mercoledì 22 giugno 2011

Masca - Ghigna Fàussa

Masca – Ghigna fàussa” è un libro di Donato Bosca edito con Priuli&Verlucca, un cartonato elegante con copertina bianca, su cui spicca una bella foto d’epoca di contadini nella stalla. Donne intente a filare, placide vacche che ruminano in un angolo mentre il vecchio della famiglia racconta le sue storie ad incantati ragazzini.
Il libro in questione tratta di un tipo particolare di strega: la Masca, ovvero la strega o lo stregone della tradizione popolare piemontese, detta ghigna fàussa in quanto ‘falsa’, cioè portata a mistificare le cose e in primo luogo il proprio aspetto. Queste streghe (o stregoni, anche se la versione maschile è più rara) possiedono un libro speciale, il Libro del Comando, che le mette in diretto contatto con i poteri oscuri donati dal Diavolo. Grazie ad essi, sanno mutare il proprio aspetto in quello di animali (i tipici abitanti dei boschi italiani oppure animali da fattoria, in special modo maiali e capre) per fare dispetti e cattiverie agli abitanti dei villaggi. Sanno inoltre controllare il tempo, lanciare il malocchio e tutte quelle amene attività da strega che, se non faceva attenzione, finiva sul rogo oppure bastonata dai compaesani infuriati.
Le masche, di norma, si riconoscevano per il carattere asociale, l’aspetto trascurato, spesso associato ad un handicap evidente, come la zoppia, uno sfregio o la presenza di una gobba sulla schiena. Ciò che è diverso, stravagante, fuori dalla norma diventa quasi sempre segno di loschi affari con il Demonio.
Il libro si rivela molto interessante fin dalle prime righe, in quanto offre uno scorcio di vita nemmeno troppo lontana nel tempo eppure ormai remota a fronte dello sfrenato protendersi verso il futuro della società moderna. La lettura apre uno spaccato su un mondo ristretto, pieno di diffidenza e misteri, in cui il nucleo del paese si erge come porto sicuro al centro di un territorio dominato da boschi, strade pericolose e solitarie, colline e strapiombi. Le forze oscure sembrano annidarsi ovunque, pronte a ghermire chi diventa imprudente o attira troppo l’attenzione. Non siamo abituati a pensare in questo modo al moderno Piemonte, eppure basta inoltrarsi nelle colline del Canavese, ad esempio, per ritrovarsi sperduti in un mondo in cui la civiltà sembra un sogno lontano. Non stupisce, quindi, che la superstizione trovasse terreno fertile in luoghi in cui viaggi e comunicazioni con il mondo esterno non erano cosa di tutti i giorni.
L’autore, grazie al lavoro di anni passati ad ascoltare testimonianze degli anziani delle città piemontesi, ha raccolto un’ampia scelta di racconti: esperienze dirette di contatto con le masche e leggende dei villaggi tramandate durante le veglie, momenti in cui la comunità si riuniva e la conoscenza veniva passata ai più giovani. Questo lavoro si è dipanato attraverso più pubblicazioni; nel libro in questione, Bosca si propone di offrire al lettore un’analisi più dettagliata sull’origine della figura della masca, un lavoro antropologico più ampio.
Il saggio si divide in tre parti. Nella prima, l’autore tira le fila dei suoi lavori precedenti e descrive la figura della masca nei suoi tratti più caratteristici, analizzando i cambiamenti del territorio e della popolazione piemontese durante gli ultimi anni e la conseguente modernizzazione della figura della strega, oggi contaminata dalla new age e dalla stregoneria wicca, nonché dal satanismo privo di solida cultura esoterica in voga tra i giovani. Nella seconda parte, Bosca cerca, attraverso relazioni con culture diverse da quella piemontese, di trovare le radici storiche di questa figura folklorica. Una terza parte, infine, raccoglie testimonianze e storie di paese relative alle masche e alle loro malefatte.
Il saggio si legge bene, è scorrevole e adatto a qualsiasi lettore, dal meno avvezzo al tema al più svezzato sull’argomento. Non vi sono illustrazioni o note che possano distrarre: l’autore bada al contenuto, cercando di offrire quanto più gli è possibile senza tanti fronzoli. La scelta dell’argomento, di richiamo regionale e quindi di nicchia, è coraggioso e sottintende la passione di Bosca per la tradizione orale della sua terra. Questa passione si respira dall’inizio alla fine del saggio, rendendo la lettura piacevolissima.
Rovescio della medaglia, la sua cultura regionale tende a contaminare i suoi tentativi di allargare gli orizzonti sulle radici storiche della masca, facendogli trattare alcuni argomenti – come, ad esempio, l’influenza della cultura celtica continentale sulle tradizioni pre-cristiane del nord Italia- con una certa approssimazione e ristrettezza di vedute, come se la sua radicata territorialità non gli permettesse di cogliere tutti i nessi di un puzzle molto più grande. D’altra parte, questo saggio è solo un frammento di un lavoro più ampio. Per dare un giudizio vero e proprio dovrei leggere gli altri libri scritti da Bosca.
A parte ciò, “Masca – Ghigna fàussa” è una lettura che consiglio a cuor leggero. Non so che effetto farà a voi, ma a me ha instillato una gran voglia di scoprire una regione tanto vicina che fino ad ora ho considerato poco attraente.
Magari c’è ancora qualche masca che necessita di un’apprendista…