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martedì 24 giugno 2014

Manuale pratico dell'energia psichica

Non chiedetemi cosa mi è passato per la testa quando ho deciso di comprare “Manuale pratico dell’energia psichica” di R. Michael Miller e Josephine M. Harper, edito dalla Hermes Edizioni…Sicuramente cercavo un testo che mi aprisse al concetto del prana, o del ki.
Questo manuale, invece, ha scopi prettamente pratici. Non è stato scritto con l’intenzione di dissertare sul tema, di spiegare al lettore da dove arrivino i concetti e le teorie fisiche e spirituali alla base dell’utilizzo dell’energia psichica. Non vi sono accenni storici o religiosi di sorta. Il testo è un eserciziario, rivolto a coloro che credono già fermamente nell’esistenza dell’energia psichica e nella possibilità di farne un buon utilizzo nella vita quotidiana.
Si tratta, in breve, di un training non dissimile ad una serie di esercizi per rafforzare la muscolatura oppure al percorso a tappe per chi si avvicina alle posizioni dello yoga. E’ un sistema molto logico, razionale, basato sulla costanza e sull’analisi attenta delle proprie sensazioni e dell’evoluzione della forza mentale a seguito degli esercizi.
Questi ultimi sono individuali, di coppia oppure di gruppo (scelta, questa, che viene saggiamente posta alla fine del libro, in quanto richiede una capacità percettiva già allenata). La descrizione di ogni esercizio è ampia ed esaustiva, spesso corredata da fotografie che illustrino graficamente come concentrare la propria energia psichica e che forma cercare di darle.
Si parte con la base, vale a dire la concentrazione e la visualizzazione della propria energia psichica. Si consiglia come e dove concentrarla all’interno del corpo, per poi convogliarla verso il palmo delle mani o la punta delle dita. I primi esercizi servono quindi a prendere coscienza della propria energia per poi tentare di farla avvertire al compagno. Si consiglia di confrontarsi sulle sensazioni che si provano e di tenere un diario dei risultati, in maniera da essere coscienti di eventuali miglioramenti.
Il capitolo successivo tratta di un argomento essenziale per la buona riuscita degli esperimenti ma anche per evitare disturbi collaterali all’utilizzo dell’energia psichica e alla ricezione incontrollata di quella altrui. Si tratta della purificazione di se stessi, del partner di lavoro e anche di oggetti che possono trattenere su di sé residui psichici (il manuale indica come più “infetti” i gioielli in oro o argento). La purificazione del proprio corpo dalle energie residue o negative, come quella della stanza ove si mettono in atto gli esercizi, andrebbe eseguita quotidianamente.
Preso atto degli esercizi fondamentali, occorre imparare a trasmettere le proprie emozioni attraverso uno scambio di energia psichica. Si tratta quindi di esercizi da fare in coppia o in gruppo. Con l’imposizione della mano oppure con lo scambio di un gioiello “impregnato” dell’energia psichica prescelta, si tenta di trasmettere al partner le proprie emozioni. Sono esercizi di trasmissione e ricezione, che stimolano entrambe le facoltà.
La trasmissione di energia prevede che questa possa essere assorbita senza danni dal ricevente. Perciò, in un capitolo seguente si insegna come armonizzare la propria energia con le vibrazioni di colui che riceve, in maniera da non fargli danno e, anzi, essere persino in grado di “ricaricarlo” e portargli beneficio. La cosa, ovviamente, può anche avvenire con lo scopo contrario, vale a dire nuocere coscientemente. Gli autori non danno alcuna indicazione in merito, ovviamente, limitandosi a far presente che questo rischio esiste, a volte anche in modo del tutto involontario. Per questo motivo è necessario essere anche in grado di schermarsi da attacchi psichici o “vampirismo” psichico, che sottrae forze ed energia.
Un intero capitolo è dedicato alla visualizzazione e creazione di scudi energetici, dai più elementari ai più completi, capaci di difendere l’intero corpo e di sopportare sollecitazioni e spostamenti per lungo tempo.
Il manuale termina con esercizi di gruppo e un glossario che spiega più dettagliatamente termini e regole per eseguirli nella condizione più idonea.
Consigliato a coloro che stanno già seguendo da tempo un percorso spirituale di stampo orientale.

lunedì 16 luglio 2012

Arte e percezione visiva

L’arte visiva, perché sia efficace, deve rispondere a requisiti che soddisfino – o mettano in discussione con proprietà di mezzi – le facoltà percettive del fruitore dell’opera. Oggigiorno ci si improvvisa artisti senza avere conoscenza né teorica né intuitiva di questa fondamentale materia, motivo per cui circola tanta pseudo-arte di discutibile valore. In generale, tanto più il risultato percettivo è univoco e comprensibile, tanto più l’artista è riuscito nel suo intento.
Quali sono queste leggi percettive? Come si diventa coscienti di esse e del loro utilizzo nell’arte? E’ possibile trovare dei punti fermi da cui partire per ottenere delle basi univoche, universali?
Il trattato “Arte e percezione visiva” di Rudolf Arnheim si prende l’onere di rispondere a queste domande, complicate sotto ogni punto di vista e oggetto di uno studio ancora da approfondire. In un ampio volume edito in Italia da Feltrinelli, l’autore risale alla base delle facoltà percettive dell’essere umano, cercando attraverso l’analisi artistica e la sperimentazione diretta su un campionario di fruitori di porre delle basi costituite da regole fisse.
Avvalendosi di numerose immagini e esempi a contorno del testo, Arnheim si interroga sul discernimento dell’immagine cercando di separare la percezione visiva che va a sedimentarsi attraverso l’esperienza (condizionata dall’ambiente culturale e dall’educazione visiva del fruitore) da quella innata dell’essere umano, che obbedisce a talune regole sempre identiche indipendentemente dal background della persona presa in esame.
Per fare ciò, l’autore offre ampio spazio all’analisi dell’evoluzione del tratto e della rappresentazione artistica del bambino, dal primo sgorbio ai disegni più complessi. Ciò che inizialmente si manifesta come movimento puro (pensate agli scarabocchi a circolo continuo) con il tempo si trasforma in una rappresentazione della forma, di solito circolare. Il cerchio, infatti, è la forma più semplice che la nostra mente concepisca.
Inizialmente il bambino sarà in grado di comprendere solo le direzioni orizzontali e verticali, le più semplici, arrivando per gradi ad assimilare il concetto di diagonale. Inoltre, per il bambino il mondo viene rappresentato non nella ricerca di una verosimiglianza formale ma in quanto significato, summa dell’oggetto d’interesse, cosa che si ritrova in molta arte che noi definiamo primitiva o immatura.
L’analisi di Arnheim rivaluta questo modo di percepire e rappresentare la realtà facendo notare come anche la rappresentazione realistica dell’arte occidentale non sia altro, a conti fatti, che un coacervo di convenzioni percettive, le quali ci rimandano una visione della realtà ma non la rappresentano affatto per quello che è (pensiamo alla prospettiva, allo scorcio, alle deformazioni del corpo umano del tutto plausibili a livello pittorico ma non riscontrabili nella realtà).
Il saggio si articola attraverso diversi capitoli che prendono in esame differenti aspetti della composizione artistica e dei fattori percettivi.
Si parla della forma, dello spazio, della dinamica e dell’impressione del movimento, trattando gli aspetti prettamente tecnici. Ci sono capitoli sullo sviluppo e sull’espressione che analizzano il processo formativo della percezione artistica. Si parla inoltre del colore e della luce, aspetti fondamentali per la comprensione visiva.
Il linguaggio del saggio è, per forza di cose, piuttosto complicato. Arnheim si sforza di utilizzare un vocabolario che non sia troppo specifico, di nicchia, ma gli argomenti trattati sono difficili e la lettura del saggio richiede una grande attenzione, una concentrazione “da studio” ben diversa da quella di una semplice lettura e, magari, la stesura di appunti in parallelo per essere sicuri di aver capito i punti fondamentali di ogni capitolo. Fortunatamente, le tante illustrazioni aiutano a tradurre visivamente le teorie percettive analizzate e avvicinano a una maggiore comprensione delle opere d’arte.
Si tratta di una lettura fondamentale per gli studenti d’arte, ma anche per psicologi (infantili e non), educatori e per chi lavora nel campo della pubblicità. Un saggio che richiede pazienza e qualche sforzo ma che saprà ripagare chi vi si applicherà seriamente.