Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post

martedì 24 novembre 2020

Rock&Arte

 


Tutta la seconda metà del ‘900 ha visto il mondo della musica “popolare” e l’arte unirsi in un connubio mutevole e poliedrico, che ha rispecchiato fino agli estremi i continui e profondi mutamenti nel pensiero, negli ideali e nelle aspirazioni di generazioni. Soprattutto il rock, in tutte le sue sfaccettature, si è legato a doppio filo al fare artistico e ha attratto a sé con un’inarrestabile forza creativi di ogni genere.

Il saggio ROCK E ARTE, edito da Hoepli e scritto a sei mani da Guaitamacchi Ezio, Follieri Leonardo e Crotti Giulio, è   stampato su carta lucida per far risaltare le bellissime immagini e si immerge in un’analisi non cronologica ma tematica di questo connubio. Si passa dalla relazione più scontata, quella della creazione di poster e copertine, al lavoro dei fotografi, degli stilisti, dei decoratori che hanno messo mano agli strumenti o a “oggetti culto” dei personaggi più famosi del panorama musicale. Il lavoro di questi artisti viene analizzato citando le collaborazioni migliori, i binomi più duraturi, gli stili e la carriera precedente e successiva agli eventi artistici più conosciuti. Viene messa in luce la strettissima relazione tra musica rock e letteratura alta, nonché la poliedricità di molti musicisti che sono altrettanto ferrati – anche se non forse ugualmente famosi – anche in arti alternative.

Il testo è una miniera di informazioni, che spingeranno l’appassionato a fare ulteriori ricerche di approfondimento e apriranno un mondo a chi non conosce ancora l’argomento. Scritto con semplicità e chiarezza, consente una lettura piacevole, stimolante sia dal punto nozionistico che da quello visivo. Qualche informazione è parziale o errata e gli autori tendono a concentrarsi sempre sugli stessi artisti, ma questi sono molto numerosi e vari perciò non si può ritenere un vero e proprio difetto. Per tutti gli amanti del genere e per i curiosi.

domenica 13 luglio 2014

Dolce per sè

Con una citazione leopardiana, si apre questo romanzo di Dacia Maraini, un epistolare che vede la matura scrittrice Vera confidarsi e cercare una compagna con cui dipanare i nodi della propria vita presente e passata in una bambina: Flavia, la briosa nipotina del suo giovane amore, il violinista Edoardo.
Attraverso lunghe lettere, il cui stile non tiene affatto conto della grande differenza d’età ma anzi possiede una cifra espressiva che desidera mettere Flavia alla pari con la sua adulta interlocutrice, Vera mette in prosa i propri sentimenti per lo zio della bambina, la passione per il proprio lavoro, le avventure passate, i dolori, le malinconie. Come uno specchio in cui la donna matura rivede una sé bambina non ancora del tutto perduta, Flavia diventa la confidente di una sconosciuta che presto uscirà dalla sua vita. Nemmeno riceverà gran parte di queste lettere, nate in fondo come una chiacchierata con se stessi e con l’icona di un tempo felice passato troppo presto.
C’è molto della vita di Dacia Maraini nel personaggio di Vera: la sua infanzia giapponese, il divorzio dei genitori, la scrittura come lavoro e passione inesauribile, l’amore per un uomo tanto più giovane di lei. Ciononostante, l’autrice crea una donna “altra”, che possa contenere in sé solo quanto basta della realtà, condita da dettagli e caratteristiche fittizie ma non per questo meno forti e credibili.
La musica pervade tutto il romanzo, non solo perché il compagno di Vera è un violinista ma per una vera, profonda passione della protagonista per il potere della musica, per la creatività e lo sforzo intellettuale e fisico che stanno dietro all’utilizzo dello strumento, alla conversione della musica scritta su spartito in qualcosa che coinvolge i sensi.
La variegata famiglia di Edoardo permette a Vera di mettere in luce differenti atteggiamenti riguardo a quest’arte sublime e tanto ardua. Il fratello di lui, padre della piccola Flavia, è un violoncellista metodico, razionale, che tratta la sua professione con estremo realismo e non lavora mai in situazioni al di sotto della sua fama e del suo talento. Questa sua freddezza si riversa anche sulla famiglia; dai pochi accenni di Vera si capisce come il suo matrimonio sia più una situazione di comodo che una relazione d’amore. Egli non riserva mai uno sguardo ai presenti in sala finché l’esecuzione non è finita. Nemmeno la piccola Flavia, che attende un cenno qualunque del padre per tutto il concerto, viene dispensata da questa delusione.
La madre della bambina è una “musicista fallita”, che ha deciso di mettere da parte i proprio talenti per dedicarsi al solo ruolo di moglie/madre, portando avanti la finzione matrimoniale.
Edoardo è molto diverso e anche il suo atteggiamento artistico fa parte del fascino che ha condotto Vera a cedere ad un corteggiatore tanto più giovane di lei. Musicista generoso, coinvolgente per il pubblico come per i suoi compagni d’orchestra, capace di farsi chilometri per ingaggi al di sotto delle aspettative, spinto dal puro piacere di suonare. Un uomo fatto di passione e piccole manie, che inizialmente suggellano l’amore ma che sul lungo percorso porteranno inevitabilmente a separare la sua strada da quella di Vera.
Toccanti le pagine in cui la donna confida alla piccola Flavia, ormai tredicenne, il calvario della malattia e della morte della sorella maggiore Akiko. Una più profonda malinconia, una decadenza nella qualità del tempo e nella fiducia verso il futuro permea le parole di Vera, che sempre più si avvicina al tramonto mentre una Flavia che ormai è costruita solo con immagini passate sta già per abbandonare l’infanzia per entrare nell’adolescenza, e farsi donna a sua volta.
Un ricambio generazionale che è speranza ma anche, per Vera, consapevolezza che i tempi d’oro stanno finendo; delusioni e sofferenza hanno coperto di una patina scura e amara i bei ricordi. Vera ama e odia le fotografie, frammenti di un tempo congelato per sempre, quasi a deridere chi le guarda e l’incapacità di richiamare a sé i momenti migliori.
Un romanzo femminile ma mai lezioso, a tratti anzi crudo e diretto come uno schiaffo, pagine in cui la vita reale si mescola al letterario in un commovente dialogo a distanza tra due generazioni solo in apparenza troppo lontane. 

venerdì 2 maggio 2014

LIFE

Parlare di sé non è mai facile. Ancora più difficile dev’essere tirare le fila di una vita intensa fino allo spasimo, condita di leggende mai dissipate (volontariamente o per fantasia cocciuta di chi ci crede), densa di nomi, storie, fatti anche di portata storica. Un mondo magico e micidiale come quello della musica rock.
Keith Richards, il celeberrimo chitarrista dei Rolling Stones, ci si prova con questa imponente autobiografia, scritta con semplicità e senza fronzoli, senza maschere ma permeata di tutto il primordiale carisma che lo caratterizza. Per una volta, niente biografie scritte da altri, che sanno travisare o arrangiare ad arte i fatti e le parole, tratteggiando un personaggio che spesso si allontana parecchio dall’uomo reale, matto artista sempre sull’orlo dell’autodistruzione ma anche uomo di profondi affetti familiari e convinto assertore del valore dell’amicizia.
Richards condisce la sua autobiografia con alcune foto, private e non, dalla sua infanzia ai giorni nostri, una chicca per i fans. Con un linguaggio scarno ma preciso, racconta la sua esistenza fin dai primi anni d’infanzia, quando viveva con i genitori a Dartford, cittadina un tempo covo di banditi e nel dopoguerra triste angolo di provincia senza pretese.
I giorni di monello del giovane Keith erano già solleticati dalla musica. Il nonno musicista lo portava spesso a veder riparare gli strumenti, constatando il desiderio crescente del nipote per la chitarra. A scuola, la sua bella voce gli aveva valso il ruolo di soprano nel coro, unico raggio di sole in una carriera educativa noiosa, frustrante e densa di soprusi da parte dei compagni, cosa che gli insegnò ben presto a imparare a difendersi (ancora oggi Richards non si separa mai da pistola e coltello, che sa usare con maestria).
Le delusioni e la comprensione che gli adulti erano tutt’altro che infallibili, la percezione dell’autorità delle istituzioni come una prevaricazione dei propri desideri, condurranno Richards a quel fare ribelle che lo farà espellere da scuola mettendolo così nelle condizioni di dedicarsi a ciò che sapeva essere il suo destino: la musica.
Il chitarrista racconta quindi la difficoltosa genesi del gruppo originario dei Rolling Stones, i mesi passati a studiare come eremiti tutti i dischi del blues di Chicago, la difficoltà di ottenere serate e una paga che consentisse almeno di mangiare. Eppure, nonostante la difficoltà, tutti sentivano di poter sfondare, cosa che accadrà con una velocità sconvolgente, portando il gruppo in cima alle classifiche.
Richards non nasconde granché dei guai combinati da lui e dagli altri una volta entrati nel giro della discografia (per quanto il chitarrista non abbia mai amato lo star-system). Donne come se piovesse, un problema sempre più grave con la droga, culminato con una traumatica disintossicazione solo molti anni più tardi. I guai con la legge, veri o ricercati ad arte da quelle forze dell’ordine che vedevano nei Rolling Stones l’epitome della gioventù bruciata da punire e sopprimere. I problemi di una collaborazione tanto lunga fra persone con un carattere dominante e aspirazioni differenti.
Alle vicende della band si allacciano quelle sul piano personale, la famiglia e i figli, cui Richards è profondamente legato. L’autobiografia è una lunga passerella di persone che hanno significato molto per il musicista, un uomo che crede profondamente nell’amicizia e che conserva come tesori coloro che sente vicini al suo mondo e alla sua sensibilità. Molti i lutti, dovuti principalmente al male serpeggiante dell’uso di droga. Si scopre un uomo acculturato, un vorace lettore che sa sorprendere con citazioni imprevedibili.
Stupende le dissertazioni sui trucchi alla chitarra, sui tentativi fatti per scoprire un certo suono, un riff sfuggente, anche se forse apprezzabili solo da chi conosce la musica e suona uno strumento. Bellissimi i momenti di collaborazione creativa con altri musicisti. La prosa conserva sempre un’autoironia che impedisce al testo di diventare stanco o ripetitivo, fornendo numerosi spunti per la risata e coinvolgendo il lettore senza alcuna captatio benevolentiae.
Imperdibile per coloro che amano i Rolling Stones e il panorama musicale degli anni ’60.

martedì 11 febbraio 2014

Fuori e dentro il borgo

Oggi mi occupo di una raccolta di racconti intitolata “Fuori e dentro il borgo”, edita da Baldini&Castoldi, scritta da uno dei più famosi personaggi della canzone italiana. Sto parlando di Luciano Ligabue, cantante e autore rock che vi sfido a non aver sentito almeno nominare.
Che il cantante piaccia o meno, che si sia suoi fan oppure no, si sappia che Ligabue sa scrivere anche in prosa, e bene. Ha un linguaggio che sembra nato apposta per la forma racconto; non si tratta nemmeno di narrativa vera e propria, quanto di una sorta di trasmissione orale della memoria messa poi in stampa.
Nella raccolta che vi presento, Ligabue dà voce a uno spaccato di umanità verace, vitale. Nelle sue pagine si affastellano personaggi che incarnano “maschere” comuni a tutte le piccole realtà. Lo spaccone, il drogato, quello che ha successo con le donne, il gruppo musicale del paese, la vicina di casa stramba, la protagonista di un fatto di cronaca…Parla di gente vera, che vive o ha vissuto, e la restituisce senza fronzoli, consegnandoci brevi flash tratteggiati con maestria e crudo verismo.
Il linguaggio è gergale, a volte aspro, duro, volgare, ma mai eccessivo. Segue l’andamento della narrazione, affianca con la dovuta sincerità personaggi e situazioni molto quotidiani, che ci restituiscono l’atmosfera di un paese della provincia di Reggio Emilia, come tanti altri, con i suoi personaggi caratteristici e quelle atmosfere infantili e adolescenziali che oggi sembrano perdute per sempre, eppure non sono ancora così lontane nel tempo.
C’è molto teatro in questi racconti, non so se volutamente o per un fortunato intuito. C’è la fabula, l’inestimabile momento di rievocazione e scambio del ricordo, un passaggio dal narratore all’ascoltatore (in questo caso, al lettore) di eventi passati, che così vengono salvati dal trascorrere del tempo e dalla sua tendenza a cancellare tutto e restituirlo all’oblio.
I brevi testi sembrano fatti apposta per essere letti ad alta voce, magari recitati come monologo. Funzionano, sono diretti e spontanei, privi di tanta artificiosità letteraria mascherata da gergo quotidiano che infesta larga parte della scrittura che vuole raccontare la vita “vera”.
Alcuni racconti ci trasportano nel periodo dell’infanzia del musicista, raccontando bravate giovanili oppure offrendo un ritratto fatto di pochi, semplici tratti delle persone che hanno segnato la sua vita o gli sono stati d’esempio. Spesso si tratta di parenti. Toccante l’omaggio, ad esempio, alla zia Rachele, di cui Ligabue stimava la forza di carattere e la coerenza.
Vi sono accenni all’esperienza radiofonica che è stata raccontata anche nel film “Radio Freccia”, per la precisione nel racconto “Radio fu”, il cui titolo già dice tutto su come terminò quell’avventura. Una piccola perla è il racconto “La Cianciulli e l’Ermelina”, dove Ligabue adotta un formato su due colonne per narrare contemporaneamente di donne dal destino molto differente, unite da una conoscenza comune e dall’avere più o meno la stessa età: la serial-killer Cianciulli, che uccideva le amiche e ne faceva a pezzi i corpi per ricavarne sapone, e la nonna Ermelina, la cui passione indefessa era il gioco del lotto.
Oltre ad aprire finestre sul suo passato, Ligabue si mostra senza timore anche nel presente. Sono parecchi i racconti (a volte quasi in forma di libero scorrere del pensiero) che trattano dei momenti sul palco – vedi “Primomaggio” o “Lucianone e Lucianino”- oppure del dietro le quinte o ancora delle interviste (sempre uguali, a ben guardare). Ne viene fuori un’esistenza sicuramente esaltante e piena di soddisfazioni, ma anche stressante, a volte così esigente da portarlo all’insofferenza (“Non sei diverso dalle altre puttane”).
Vi sono poi i racconti-ritratto, quelli che si incentrano su un personaggio caratteristico del paese o che gravita attorno all’entourage del cantante. Incarnazioni di figure quasi archetipiche, costoro vengono tratteggiati senza pietà, sia nelle storie più divertenti – come nel racconto “Fantastico Savana”, che raccoglie le balle raccontate in dialetto da un reduce di guerra - che in quelle più drammatiche, intense (“Il girotondo di Freccia”).
Una lettura non facile quanto può sembrare, da gustare pian piano, senza correre. Una bellissima raccolta di racconti in cui si respira un’Italia che fu e una sana dose di rock.

lunedì 20 gennaio 2014

La Regina scalza

Reduce dalla lettura di “La cattedrale del mare” (potete leggere la recensione qui), in cui rivelavo di aver trovato nella scrittura di Ildefonso Falcones dei lati positivi che speravo potessero evolversi nelle opere successive, mi sono accinta alla lettura degli altri due romanzi scritti da questo autore.
“La mano di Fatima” non mi ha favorevolmente colpita, anzi. Per quanto la prosa fosse scorrevole e l’argomento di sicuro interesse (la rivolta moresca in Spagna), non ho avvertito alcuna affezione per i personaggi. L’elefantiaca dimensione del romanzo non ha aggiunto nulla alla trama e il mio interesse è scemato sempre più col proseguire della lettura. Contrariata, in quanto ritengo che questo autore spagnolo sia capace di ben altro, mi sono intestardita e ho caricato a testa bassa il terzo romanzo, “La regina scalza”. Il rapporto con questa storia è stato decisamente più intenso, ed ecco quindi la recensione.
Il romanzo prende in esame due piaghe rimaste nella storia d’Europa come macchie indelebili, su cui però spesso si fa un colpevole silenzio. Ricordiamo senza fallo gli orrori dei lager e dei genocidi del XX secolo, ma ci siamo scordati che episodi analoghi si sono verificati a più riprese nell’arco dei secoli, nella civiltà occidentale.
“La regina scalza” tratta sia della schiavitù dei neri, deportati dall’Africa e mandati a lavorare nelle piantagioni coloniali americane, diventando meri oggetti di proprietà la cui unica possibilità di essere liberi – di norma – era la morte, sia le contraddizioni e l’emarginazione del popolo zingaro, giunto in Europa da qualche secolo e fin da subito perseguitato per il disordine sociale di cui si è sempre fatto promotore.
Falcones cerca di gettar luce su questi aspetti imbarazzanti della storia spagnola (e non solo) facendoci vivere la situazione dal di dentro, scegliendo come protagoniste una schiava liberata, la bella e insicura Caridad, e la sfrontata zingarella Milagros, cui la vita insegnerà che i capricci hanno breve vita e la dignità è molto difficile da conservare.
Attraverso l’arco di alcuni anni, si dipanano le vicende di queste due amiche. La prima, abituata a subire e ad eseguire gli ordini, riscoprirà la propria femminilità, la bellezza dei propri canti dolorosi, la capacità di scegliere da sé il proprio destino, e troverà un uomo da amare senza essere costretta a diventare un oggetto sessuale, una bambola muta e obbediente. La piccola Milagros, ballerina e cantante assisterà invece all’arresto e alla persecuzione della propria gente. Impuntandosi su un matrimonio sconveniente con una famiglia rivale, pagherà sulla propria pelle la scelta sbagliata, perdendo la libertà e la dignità.
Falcones tenta l’azzardo di scegliere due donne come protagoniste, e riesce nell’intento di renderle vere e profonde, capaci di attirare il lettore nelle loro vicende e far desiderare di saperne di più, di leggere ancora qualche pagina prima di posare il libro sul comodino. Le descrizioni storiche e geografiche sono inserite con maggiore naturalezza rispetto alla prima opera, a volte perfino con l’utilizzo di dialoghi, mai troppo didascalici.
Lungo la trama si muovono molteplici personaggi, tutti dotati di una personalità propria, ben definita. L’orgoglio gitano si respira in ogni riga che Falcones dedica loro, pur nella descrizione priva di tatto dei loro difetti e dei loro mille modi di aggirare la legge. La pena e la desolazione di Caridad rispecchia il vuoto della schiavitù. La musica è il legante delle loro storie, espressione del dolore come della gioia, arte meravigliosa che restituisce umanità anche ai reietti, agli ultimi della società.
Le note dolenti iniziano a un centinaio di pagine dalla fine. A parte il crescendo di violenza (le descrizioni molto grafiche di stupri e omicidi non mancano e, a mio avviso, sono spesso gratuite), sul finire ho ritrovato i difetti che mi avevano fatto storcere il naso con “La cattedrale del mare”. I personaggi mutano considerevolmente in funzione di ciò che l’autore ha deciso di fare accadere e psicologie così ben modellate pagine prima sfumano e si sfaldano ai bordi, facendo perdere il contatto con le vicende narrate.
Si chiude con un finale quasi poetico, un’immagine davvero toccante, ma questo non cancella il calo di qualità dell’ultima parte del romanzo. Un libro divorato al 75%. Ci siamo quasi.