lunedì 27 febbraio 2012

Il Castello Errante di Howl

Sophie Hatter, la primogenita di tre sorelle, è una ragazza timida che non conosce le proprie qualità, prigioniera com’è della convinzione che la figlia maggiore sia quella a cui è destinato meno successo nella vita.
Alla morte del padre, come previsto, a lei tocca lavorare come apprendista nella cappelleria di famiglia mentre alle sorelle minori è concesso, rispettivamente, di studiare presso una maga e di lavorare nella più famosa pasticceria della città. L’unico svago della giovane sono le chiacchiere delle clienti sulla terribile Strega delle Lande e sul mago Howl, un bellissimo giovane che ammalia le ragazze per mangiare i loro cuori. Questo mago possiede un castello semovente che si aggira fuori città, sulle colline, e sta terrorizzando tutta Market Chipping.
Purtroppo per Sophie, la noia e il lavoro ingrato non sono il peggio che le possa capitare. La Strega delle Lande, convinta chissà come che lei abbia una qualche relazione con Howl, la maledice e la trasforma in una vecchia novantenne.
Sophie abbandona la propria casa e si rifugia sulle colline, dove finisce per incontrare il famoso castello. Con la complicità del demone del fuoco Calcifer, compagno magico di Howl, Sophie entra e si installa nel castello come domestica tuttofare, convivendo con il giovane Michael, l’apprendista. Il mago risulta essere un giovane uomo tutt’altro che malvagio, ma vanitoso, incostante, piuttosto vigliacco. I suoi modi di fare e una maledizione che lo sta inseguendo trascineranno Sophie nelle più bizzarre avventure, alla ricerca di un mago, di un principe, di una soluzione al maleficio e allo scioglimento di un misterioso contratto che lega Howl al demone Calcifer, e che entrambi vorrebbero poter spezzare.
Tra spaventapasseri animati, uomini-cane, servitori arancioni, principesse neonate, sirene, mantelli cambiaforma, vestiti attraenti, melma verde, stivali delle sette leghe e stelle cadenti, c’è davvero di che perdere il senno!
Sophie riuscirà a tornare normale? Cosa farà dei suoi sorprendenti e inaspettati poteri? E il suo cuore, nascosto dietro le spoglie di una donna anziana, sarà davvero al sicuro da quel capriccioso e affascinante scapestrato che ha nome Howell Jenkins?
“Il Castello Errante di Howl”, edito dalla Kappa Edizioni, è un romanzo che vive a metà tra la favola e il fantasy, scritto dall’autrice inglese Diana Wynne Jones.
La storia è venuta alla ribalta qualche anno fa grazie alla trasposizione animata di Hayao Miyazaki, che ha reinterpretato la storia della Jones modificandola da metà in avanti, per seguire un tema anti-bellico e porre maggiore attenzione al sentimento che inevitabilmente nasce tra Sophie e Howl nonostante il maleficio.
La storia originale ha un andamento molto diverso. La Strega delle Lande ha mietuto alcune vittime importanti che il mago deve – o almeno, dovrebbe – ritrovare. I personaggi corollari sono parecchi e le vicende legate a Howl decisamente più complesse. Il messaggio di fondo di questa favola, adatta ai bambini come agli adulti, è che l’apparenza inganna e che bisognerebbe fare molto più affidamento al cuore che a un bel viso o ad un aspetto orrendo.
La vicenda è permeata da un umorismo molto “british” e la stessa mentalità si ravvisa in taluni modi di fare di Sophie, come -–per fare un esempio – nella serena razionalità con cui la giovane prende atto della sua nuova vecchiaia e dei cambiamenti radicali che questa le imporrà. Per il resto, sia lei che Howl possiedono un caratterino focoso che gran parte delle volte prende il sopravvento.
D’altra parte tutto ruota attorno al fuoco: Calcifer e il patto che ha stretto con Howl sono il perno attorno a cui gira l’intera vicenda. Il demone è un essere a metà tra Bene e Male, ma alla fine così umano nelle sue reazioni da risultare irresistibilmente simpatico.
La Jones inserisce inoltre un dettaglio che, se non nuovo, si innesta bene nel contesto e offre una spiegazione più esauriente al carattere sempre in fuga di Howl: il nostro mago arriva da un altro mondo. Per la precisione, dal nostro. La sua vera casa è nel Galles e lui è fuggito nel mondo di Sophie per esercitare la sua arte in pace (e fare strage di cuori, ovviamente).
Gli andirivieni da un mondo all’altro sono costruiti bene, poco caricati. Le interferenze non sono spiacevoli né tolgono atmosfera al romanzo.
La prosa del “Castello Errante” è piacevolissima, scorrevole, familiare come una torta fatta in casa. Voglio il seguito!

venerdì 24 febbraio 2012

Il Canzoniere Eddico

Esistono poche testimonianze dirette riguardo la mitologia dei popoli del nord. Il nucleo di conoscenze che poi si sparse tra Sassoni, Danesi, Scandinavi, Normanni e Vichinghi islandesi ha subito parecchie modifiche prima di giungere a noi. Non solo ogni popolo ha tramandato queste conoscenze in maniera parzialmente diversa, ma la tradizione orale nel corso dei secoli ha inevitabilmente fatto sì che il numero di questi cambiamenti aumentasse.
Quando, infine, le tradizioni sono state messe per iscritto, il tramite (vale a dire, lo scrittore) ha apportato ulteriori modifiche di tipo letterario, che hanno contaminato il nucleo di sapere originario. Altri secoli di incuria hanno condotto alla perdita di frammenti più o meno ampi di questi testi.
Ciò che ci è pervenuto, però, permette di farsi un’idea abbastanza precisa della mitologia nordica e delle principali gesta eroiche dell’antico passato.
Volendo riassumere in poche, scarne parole, secondo il mito la Creazione, formata da Nove Mondi, si sostiene attraverso il Grande Frassino, l’albero della Conoscenza Yggdrasil. I mondi sono popolati da creature quali Giganti, Nani e Elfi. I Vani sono i primi Dei, a cui si affiancano i potenti Asi, che vivono nel regno di Asgard.
Odino è il loro signore, colui che si è impiccato all’Albero per ottenere la Conoscenza attraverso la Morte. I suoi figli e compagni vivono al suo fianco, interagendo con il mondo degli Uomini. Tra loro, che rappresentano l’Ordine, vive Loki, un semi-dio caotico e imprevedibile la cui progenie mostruosa un giorno condurrà al Ragnarok, la predetta Apocalisse.
Il Canzoniere Eddico (edito da Garzanti) è una raccolta di poemi in versi che ci arriva dalla tradizione islandese ed echeggia l’omonima Edda di Snorri (una raccolta in prosa) e la famosa Saga dei Nibelunghi. Per avere una visione chiara delle tematiche trattate occorrerebbe leggere tutti e tre i testi, ma questa ampia raccolta di materiale è godibile di per sé.
Il Canzoniere si può dividere in tre parti. La prima ci narra la cosmogonia nordica e ci illustra quale sarà la fine predetta del mondo, evocando l’ultima battaglia degli Asi. La seconda raccoglie alcune avventure e disavventure divine, nonché i saggi consigli del dio Odino su ciò che fa retta la vita di un uomo e sul potere delle Rune. La terza, infine, è la lunga versione islandese della storia di Sighurdr (Sigfrido) e della sua vita avventurosa, dell’Anello del drago Fafnir e delle lotte tra i Nibelunghi e Attila, re degli Unni.
I poemi eddici non sono di facile comprensione. Richiedono una lettura molto attenta, metodica, senza la paura di fermarsi e tornare indietro a rileggere qualcosa. L’appunto però non deve spaventare il lettore: lo stile di questi poemi è accattivante, in una certa misura moderno nel tratteggiare i rapporti tra i personaggi, senza l’ampollosità o la freddezza di altre letterature medievali. Un ampio glossario in fondo al libro è un ottimo “compagno di viaggio”, punto a favore dell’edizione Garzanti.
Gli eroi e gli Dei del Nord sono persone pratiche, con i piedi per terra, sempre pronte a fare a botte, a bere e a godersi i piaceri della vita. Le gare di insulti sono esilaranti e compaiono spesso a preludio di uno scontro vero e proprio, offrendo uno spaccato di vita realistico e ficcante.
Gli Asi non sono molto diversi dagli uomini su cui vegliano. Anch’essi sono preda di impulsi e gelosie, amori e litigi. Che dire, ad esempio, del dio Thor costretto a travestirsi da donna per andare a recuperare il suo Martello rubato da un gigante? O di Odino, che si traveste da barcaiolo per avere l’occasione di dirne di tutti i colori al figlio testardo?
Al contempo, i sentimenti degli eroi sono puliti, onorevoli, saldi. Si parla addirittura di amore oltre la morte, consentendoci di intuire che anche i popoli del nord credevano nella possibilità della reincarnazione. Un fatalismo di fondo pervade tutta la letteratura eddica, conducendo quasi sempre l’eroe a una morte gloriosa.
La storia degli Asi è stata di recente riproposta nel film “Thor” tratto dai fumetti Marvel e sarà tra poco di nuovo sugli schermi con “The Avengers”. Per chi è interessato alla saga, potrebbe essere piacevole leggere l’origine di questo mito.
Per chi ama, come me, la mitologia e scava per trovare le radici del fantasy contemporaneo da Tolkien in poi…un testo da non perdere!

sabato 18 febbraio 2012

Iniziazione ai culti celtici

“Iniziazione ai culti celtici” è un piccolo volume edito dalla Edizioni Mediterranee, facente parte di una collana dedicata appunto all’introduzione delle antiche religioni. Le autrici, Daniela Bortoluzzi e Ada Pavan Russo, tentano di riassumere in maniera comprensibile anche ai non iniziati un vasto e complesso sistema cultuale le cui origini si perdono nella notte dei tempi e le cui tracce tangibili provengono quasi completamente da testimonianze esterne (romane e greche, soprattutto).
I Celti erano un popolo di probabile provenienza indoeuropea, che si insediò in Europa e la occupò da nord a sud, da est a ovest, diversificando le proprie forme artistiche e sociali fino a creare una frattura netta tra i Celti continentali e quelli insulari, emigrati in Irlanda e nelle isole britanniche. Alcuni aspetti della loro cultura, però, rimasero peculiari.
I Celti ebbero modo di confrontarsi con numerose civiltà, da cui trassero ciò che sembrava loro valido: Greci, Romani, Sassoni. Furono anche in grado di comprendere parzialmente e riutilizzare i complessi megalitici eretti millenni prima da una diversa e ancora pressoché sconosciuta civiltà.
Il pantheon celtico era multiplo e vario, ma gli innumerevoli Dei erano solo aspetti diversi delle stesse essenze. Secondo la loro visione escatologica, il mondo era governato da tre principi: la Forza, la Saggezza e l’Amore. Sopra ad essi stava una divinità unica e inconoscibile. L’anima umana ne era un frammento e per ricongiungersi all’Origine doveva superare le prove terrene. Credevano nella reincarnazione e in diversi livelli di esistenza, “mondi” in contatto tra loro che interagivano con il piano materiale e terreno della vita fisica.
Tramite con questi mondi e custode della conoscenza (orale) era il druido, o la druidessa. Più che sacerdoti, essi erano punti di riferimento imprescindibili, figure che affiancavano e legittimavano chi deteneva il potere. Essi conoscevano le rune, segni di scrittura magica, e utilizzavano la musica per conservare e divulgare la sapienza.
La Natura era specchio delle forze dello spirito e come tale veniva tenuta in gran conto e venerata. La vita era scandita da feste rituali che avevano effetto propiziatorio verso le forze della Natura e servivano da collante sociale, coinvolgendo tutti nei riti del ciclo stagionale.
Il breve saggio si articola in tre parti. Nella prima, viene introdotta e analizzata la vasta sequela di simboli magici, soprattutto quella legata al mondo animale. Nella seconda parte si passa invece alla simbologia runica legata agli alberi e alla loro sfera di influenza nella vita umana. Le feste sacre vengono elencate e descritte dal punto di vista rituale. La terza parte, infine, introduce nomi e valenze delle divinità centrali del pantheon celtico, cercando di collocare questa religione all’interno del più ampio panorama europeo.
Benché nato con ottimi scopi, questo saggio è di qualità carente. Le informazioni che vengono fornite non sono sempre esatte, soprattutto a causa di una ristretta visuale antropologica da parte delle autrici. Non si fatica a notare che entrambe si rifanno alla rinascita new-age dei culti celtici e, più in particolare, ai culti wiccan della Grande Madre.
Per quanto questa figura sia di eccezionale importanza, continuare a farvi riferimento in toni nostalgici (con critica implicita alla religione cristiana successiva) non fa buona prova di obiettività da parte delle autrici, né di reale comprensione della complessità spirituale del culto antico. Anche i piccoli riti che vengono proposti alla fine di ogni sezione sono palesemente incantesimi wicca, che non dovrebbero trovarsi in un libro che afferma di trattare dei Celti.
Le frasi finiscono spesso con i tre puntini di sospensione, una scelta stilistica discutibile che fa pensare di trovarsi a leggere il diario personale di una ragazza più che un saggio. Si fa inoltre una confusione incredibile tra divinità celtiche, greche, romane e sassoni, in un miscuglio che potrebbe confondere un lettore non ancora iniziato all’argomento. I chiarimenti sulle inevitabili influenze che i “vicini di casa” ebbero sul pantheon celtico arrivano troppo tardi, solo nelle ultime pagine del saggio.
Vi sono comunque alcune parti interessanti e gran parte delle informazioni rimangono esatte.
Una lettura per chi già conosce l’argomento. Quando avrete finito – come me - di storcere il naso, avrete comunque a vostra disposizione un veloce saggio di consultazione sulla simbologia della religione celtica.

sabato 11 febbraio 2012

Un diamante da Tiffany

Parliamo di un libro non di mia proprietà, quest’oggi. Trattasi di regalo a mia madre per Natale…
Un libro scritto specificatamente per le donne da una scrittrice (Karen Swan) che ha lavorato nella moda per anni e pubblicato in una bella edizione cartonata con copertina rossa dalla Newton&Compton.
I temi trattati in questo romanzo sono molto settari, non è certo una lettura adatta a un pubblico di uomini. Non solo per la centralità della storia sentimentale (che di solito non è nella top-ten del lettore maschio), quanto proprio per la visione totalmente femminile di ogni argomento: dal matrimonio, all’idea del viaggio e dell’esperienza avventurosa, al mondo del lavoro e del mantenimento della bellezza/giovinezza.
Cassie è una bella donna di trent’anni, sposata da tempo con un nobile scozzese. La vita sedentaria l’ha portata a trascurarsi un po’, ma l’arrivo delle sue tre amiche del cuore per la sua festa d’anniversario la convince a fare del suo meglio per mostrare al marito le sue doti. Sforzo inutile: proprio quella sera, Cassie viene a sapere che il marito la tradisce con una sua amica del posto, e che i due hanno addirittura avuto un figlio.
Le amiche di Cassie la trascinano via da casa e decidono di curare il suo tracollo con una terapia d’urto: per aiutarla a trovare un nuovo posto nel mondo, la ospiteranno per alcuni mesi a turno, offrendole un lavoro e nuove esperienze che possano risollevarle il morale e darle la forza di trovare la propria strada. Un aiuto inaspettato arriva da Harry, fratello di una delle ragazze, che promette di fornirle una lista di cose da fare a qualunque costo in ogni città in cui soggiornerà.
Cassie finisce dapprima a New York, dove l’amica Kelly la introduce a forza nel frenetico mondo della moda. Tra abiti neri e tinte bionde, uscite notturne, super-alcolici, corse nel parco e sensuali fotografi di moda, Cassie viene travolta da un’ondata di sensazioni che la lasciano euforica ma non meno confusa di prima. Ne esce però con un regalo prezioso: una sorpresa di Henry, preparata per lei al negozio di Tiffany.
Parigi le si mostrerà tramite la visione della vita dell’amica Anouk, un mondo fatto di placida cura di sé, arte e cucina d’alta classe, ma la colpirà con una delusione imprevista e con il trauma della morte di un amico. Cassie lascia la città in preda all’angoscia.
L’ultima tappa è Londra, dove l’amica Suzy la accoglie in un ambiente familiare, rallegrato dal prossimo arrivo di una bambina. Ma qual è il posto di Cassie? Cosa vuole fare davvero della sua vita? E perché Henry sta entrando sempre più nella sua mente e nel suo cuore, ben al di là delle misteriose liste e dei piccoli doni floreali che la attendono in ogni città? Lui dovrebbe sposarsi con un’altra e lei non ha ancora ottenuto il divorzio da suo marito, il quale desidera riallacciare la loro relazione.
Per Cassie è arrivato il momento di decidere.
L’autrice si destreggia con estrema facilità attraverso l’ambientazione modaiola nelle tre città che fanno da sfondo alla storia, tratteggiando atteggiamenti, piccole e grandi manie, dettami fashion con palese competenza e non senza una sana dose di ironia, cosa che rende molto gradevole la lettura.
Per quanto le “liste” siano compilate dal personaggio maschile di riferimento, le tappe che vi sono segnate seguono quasi sempre un gusto più femminile e delicato di quelle che potrebbero essere - più realisticamente - le scelte di un uomo. Ogni tanto questa femminilità straripante appesantisce un po’ il racconto, rendendolo a tratti zuccheroso, artificioso.
Anche la protagonista di quando in quando diventa difficile da digerire. Spesso si rivela senza carattere, disposta a essere spostata di qua e di là come un oggetto e a fare da cavia a qualunque cosa passi per la testa alle sue amiche (all’autrice, in ultima analisi…). Purtroppo è palese che si tratta di cadute di stile nate dalla necessità di introdurre certi argomenti o il ritorno di alcuni personaggi in certi punti della trama. La meccanicità di taluni passaggi inficia a tratti il godimento semplice e senza pretese che si può ottenere dalla lettura di “Un diamante da Tiffany”.
Nel complesso, però, la prosa della Swan è buona, scorrevole, simpatica. Offre spunti per farsi qualche risata e regala scorci interessanti sul mondo della moda, americano ed europeo. La storia d’amore è un prevedibile ma tenero lieto fine.
Un regalo carino per la fidanzata, magari per l’ormai prossimo S.Valentino. Per le lettrici, una parentesi romantica e un po’ scanzonata da concedersi alla fine di una giornata pesante.

lunedì 6 febbraio 2012

Beowulf

Hrōđgār, re degli Scyldingas, è afflitto da un problema che pare irrisolvibile: la sua splendida reggia, il Cervo, ogni notte viene presa d’assalto dal terribile orco Grendel, il quale fa strage di tutti coloro che incontra. Nessuno sembra in grado di eliminare questo flagello e la corte del re diserta il luogo di festa, lasciandolo alle bizze notturne del mostro.
Inaspettatamente, dal mare giunge una compagnia di coraggiosi Geati, guidati dall’imponente Beowulf, un guerriero dal fisico immane e dalla forza leggendaria. Egli sfida Grendel e lo sconfigge a mani nude, strappandogli un braccio e costringendolo alla sua ultima fuga nelle paludi. Questo gli porta onore alla corte del re, ma la gioia dura poco: la notte seguente, la madre di Grendel cerca e trova la sua vendetta sugli Scyldingas.
Beowulf è costretto a recarsi nel suo territorio per combatterla e, dopo un duro scontro in armi, riesce a ucciderla. Hrōđgār lo ricopre di preziosi e ne fa suo figlio onorario, poi i Geati tornano in patria per portare novella delle proprie gesta.
Ad anni di distanza, Beowulf è ormai un anziano re della sua gente. Lo attende, però, un ultimo scontro sovrumano contro un drago che, derubato di parte del suo immenso tesoro, si è svegliato e sta sfogando la propria ira sugli innocenti. E’ uno scontro tra titani. Beowulf vince, anche grazie al supporto di un giovane parente, ma lo scontro è stato troppo duro. Egli stesso muore, portando via con sé un’epoca di grandi gesta eroiche.
Composizione in versi della tradizione nordica, questo poema nasce in ambiente anglo-sassone e viene scritto in una lingua già in disuso, prettamente poetica e ricchissima di espedienti atti alla memorizzazione dei versi, che con tutta evidenza dovevano essere recitati in pubblico.
La storia di Beowulf, come evidenziato dalla lunga introduzione e poi dalle note di traduzione, si può dividere sostanzialmente in tre parti: il suo arrivo al Cervo e la lotta con Grendel, la battaglia contro la madre di Grendel e il ritorno a casa, gli ultimi giorni di regno di Beowulf e la sua lotta contro il drago. Ogni parte inizia con un breve riassunto di quella che la precede, segno che con tutta probabilità il racconto era pensato per prolungarsi lungo tre diverse “sessioni”, oppure che ogni parte di esso poteva essere narrato in maniera indipendente.
Questa epica storia del Nord eviscera quali fossero i concetti basilari di una vita degna di essere raccontata ai posteri: grandi imprese di valore, dialettica spigliata e intelligente, cuore generoso.
Beowulf, un giovane dalla prestanza fisica sovrumana, vive quasi al limite della società, non tanto distante dall’orco Grendel o dal misterioso Drago. Le sue caratteristiche fisiche lo rendono diverso dagli altri e per questo facile al sospetto, o al dileggio altrui. Con le sue imprese epiche, Beowulf si ritaglia di forza uno spazio nel mondo in cui riesce a entrare a stento. La sua mente acuta e la sua generosità lo rendono imbattibile tanto quanto la possanza del suo corpo. Se vuole essere accettato, deve eccellere.
Le avventure che non vanno a incrociare il suo cammino, vengono ricercate attivamente, a costo di mettersi in viaggio. La ricerca, la conoscenza tramite l’esperienza diretta sono atteggiamenti molto apprezzati nelle culture nordiche.
Il poema sa essere ironico, le discussioni spesso sono attraversate da un sottile ma deciso senso dell’umorismo che dà un valore aggiunto a questa epica, allontanandola dalle seriose gesta di altri eroi famosi. Al contempo c’è spazio per la pietà, nonostante i massacri, verso Grendel e il suo vivere al di fuori di un mondo che in fondo desidera – con le sue luci, la sua musica, la sua convivialità- e per questo odia.
I paesaggi brumosi e cupi del nord sono tratteggiati con chiarezza quasi pittorica. Ampio spazio viene dedicato alla descrizione e alla valorizzazione dei prodotti d’arte e artigianato, al lavoro certosino che il decorativismo sassone richiedeva nonché al valore che gli oggetti assumevano nel tempo, durante il passaggio di generazione in generazione. Questa cura dava vita agli oggetti, rendendoli a volte degni di portare un nome proprio (succedeva spesso con le spade) e di suscitare ammirazione nei secoli.
Beowulf è una lettura incantevole, riportata in auge negli ultimi anni da alcune versioni cinematografiche e d’animazione ma ancora relegata all’apprezzamento di una nicchia di appassionati. Questa bella versione della Einaudi, con testo originale a fronte, può essere un’ottima occasione per chiunque di colmare la lacuna.

domenica 29 gennaio 2012

Vampiri e Lupi Mannari

Vampiri e Lupi Mannari si possono incontrare in forme peculiari ma sostanzialmente identiche in quasi tutte le civiltà del nostro pianeta. Il motivo?
Il Lupo Mannaro rappresenta la natura bestiale, istintuale dell’essere umano. Vive al limite della società, di cui fa parte solo nei momenti in cui mantiene il raziocinio, per uscirne completamente e diventare “altro” quando la belva prende il sopravvento.
La figura del lupo è prettamente nordico-europea e non si trova in altre culture. Questo perché la trasformazione in animale viene concepita attraverso la fauna tipica del luogo sociale in cui la “malattia” si presenta. Dalle nostre parti era il lupo ad essere il principale antagonista di caccia e predatore, perciò è diventato l’incarnazione della belva per eccellenza. In altre culture ci si trasforma in orso, tigre, lince o leopardo. Spesso questa ambiguità tra uomo e animale non è nemmeno un difetto; anzi, è sintomo di elezione sciamanica e viene ricercata attivamente per entrare in comunicazione con stati di coscienza particolari.
Nella nostra civiltà, al contrario, il lato ferino è sempre stato negato e allontanato, perciò la figura del mannaro è associata a comportamenti negativi e anti-sociali (omicidi, stupri, distruzione, associazione con il Demonio).
Il Vampiro, invece, incarna il terrore dell’Uomo per la morte e l’aldilà. Il Vampiro è un morto irrequieto, un corpo che non riposa ma torna in mezzo ai vivi, invidiandone la vita e per questo portandola via a chi prende di mira attraverso la suzione del sangue e, in talune culture, del seme maschile.
Il cadavere animato può essere più o meno cosciente della nuova vita, più o meno legato alla propria tomba e ai familiari, di solito prime vittime degli assalti del non-morto. Il Vampiro può essere stato in odore di stregoneria, durante la sua vita, oppure essere segnato fin dalla nascita da caratteristiche fisiche o tabù particolari (nascita con la placenta o con i denti già spuntati, presenza di una piccola coda, nascita in corrispondenza di festività sacre). Altre volte ancora, a diventare Vampiro è un uomo che si è macchiato di efferati delitti.
Il Vampiro rappresenta il totale sovvertimento delle leggi naturali e come tale suscita orrore.
Erberto Petoia prende in esame queste due figure tanto popolari nelle tradizioni antiche come nell’horror contemporaneo con un saggio edito dalla Newton&Compton: “Vampiri e Lupi Mannari – le origini, la storia, le leggende di due tra le più inquietanti figure demoniache, dall’antichità classica ai giorni nostri”.
Petoia analizza entrambe le figure più da un punto di vista antropologico che misterico, ricercando spiegazioni razionali alla creazione di queste figure estranee a una società ordinata.
Il percorso di ricerca segue un iter storico, partendo dalle documentazioni risalenti alle civiltà più antiche per arrivare alla nascita della società contemporanea. L’autore raccoglie traduzioni di testi mitologici, cronache, perfino atti giudiziari veri e propri, prove di tradizioni dure a scomparire persino dopo l’avvento dell’Illuminismo e del razionalismo.
Il saggio si conclude con una raccolta di estratti dei grandi romanzi che hanno dato origine alla letteratura horror, offrendo uno spaccato di come la superstizione ha fornito spunti e materiale per figure letterarie ancora adesso di straordinario successo.
Il saggio è ben strutturato, di facile lettura per qualunque tipo di acquirente, dall’appassionato al curioso del momento. Suddiviso in capitoli brevi composti da estratti letterari commentati in breve con una piccola introduzione, il libro si mantiene fresco, mai pesante, una lettura che in caso di interruzione può essere ripresa senza tema di perdere il filo del discorso.
Il testo è inoltre corredato di illustrazioni in bianco e nero, che rendono la grafica piacevole a vedersi.
A questo testo manca, purtroppo, un approfondimento di tipo misterico/esoterico, nonché una casistica che arrivi ai giorni nostri e una disamina cinematografica, oltre che letteraria. Nel mondo contemporaneo  sia i Vampiri che i Lupi Mannari trovano ancora spazio, ulteriormente trasformati. Sarebbe stato interessante portare comparazione ed evoluzione di queste due figure fino al presente. Nonostante queste mancanze, consiglio la lettura di questo saggio a tutti coloro che vogliono saperne di più da un punto di vista storico.

martedì 24 gennaio 2012

22/11/'63

La danza è vita.

Quanti di noi hanno pensato almeno una volta nella vita: “Se solo potessi tornare indietro nel tempo, cambierei molte cose”?
A Jake Epping, un giovane insegnante, viene dato modo di realizzare questo desiderio. Non per sé, ma per il bene di tutta l’umanità. Un compito pesante? Ben più di quanto si potrebbe pensare, perché il passato NON VUOLE essere cambiato.
Nel magazzino della tavola calda di Al, un amico di Jake, esiste una sorta di bolla temporale che catapulta chi ci finisce dentro nel 1958. Ogni viaggio è il primo viaggio: quando si tenta di sbucare di nuovo nel passato, tutto si azzera e si ricomincia daccapo. Nel futuro, inoltre, trascorrono solo due minuti tra andata e ritorno, qualsiasi sia l’ammontare di tempo che si vive nel passato. Al ha tentato di utilizzare questa inquietante magia per compiere un azzardo: salvare la vita al Presidente Kennedy ed evitare, in questo modo, i disordini razziali e la guerra in Vietnam degli anni ’60. Un male incurabile lo sta però uccidendo e Al è tornato nel futuro per passare il testimone a Jake.
Il giovane uomo accetta l’ingrato compito e si trasferisce nel passato. Gli anni passano e Jake porta avanti le sue indagini su Oswald, colui che a meno di complotti segreti dovrebbe essere l’effettivo assassino di John Kennedy. Per spiare il suo obiettivo Jake diventa il suo alter-ego George, un uomo capace di destreggiarsi anche in ambienti poco piacevoli, di fidarsi del suo istinto di sopravvivenza e, all’occorrenza, uccidere.
Al contempo, per mimetizzarsi, accetta il ruolo di insegnante in una sonnolenta cittadina del Texas. Questo è il suo errore, o – forse- la sua salvezza. E’ a scuola che Jake si sente davvero realizzato, insegnando e introducendo gli studenti all’esperienza teatrale. Inoltre è in questo ambiente che incontra Sadie, la nuova bibliotecaria, una donna che diventerà per lui la cosa più importante, il vero amore.
Il momento cruciale si avvicina, il Tempo fa di tutto per fermarlo e Sadie rischia di essere travolta dal micidiale macchinario che Jake ha messo in moto. Come può un uomo scegliere tra amore e dovere? Si può davvero cambiare il passato o è stata tutta fatica inutile? E chi gli assicura che il “mondo nuovo” sarà davvero migliore del futuro che sta tentando di cancellare?
Questa la trama dell’ultima fatica di Stephen King (Sperling&Kupfer), un poderoso tomo che affronta con coraggio e una certa spericolatezza il delicato e sempre attuale (almeno in America) tema dell’omicidio Kennedy, legandolo a doppio filo con il vecchio cliché fantascientifico dei viaggi nel tempo.
Ho letto le recensioni al romanzo prima di riceverlo in regalo e le ho trovate in gran parte critiche. All’autore viene imputato scarso approfondimento verso i fatti storici e una certa superficialità nella trattazione del tema dei viaggi nel tempo, con tutte le domande e le incongruenze che una situazione del genere apre.
Dopo la lettura posso affermare quanto già immaginavo: i critici sono una gran noia. Se desiderassi sapere con esattezza come si è arrivati all’omicidio Kennedy, non comprerei questo romanzo, ma un saggio storico o giornalistico. Ugualmente, se fossi interessata ai paradossi dei viaggi del tempo mi andrei a leggere i più recenti dibattiti di fisica. Questo è un romanzo, un’opera di fantasia nata per far sognare, non per sciorinare date o dettagli tecnico-scientifici. C’è da godersi la lettura e basta.
Ritengo anch’io che la lunghezza sia eccessiva, in alcuni momenti King si è un po’ lasciato andare al prolisso, ma nel complesso la storia scivola via facilmente, senza oberare il lettore di dettagli e andando a toccare le corde giuste nei sentimenti. La capacità di commuovere non è mai mancata a questo autore. Nel finale, le citazioni ai classici di fantascienza come “1984” sono una strizzata d’occhio agli appassionati del genere.
Il concetto alla base del romanzo è che, per quanto tutto in noi chieda rimedio agli incidenti, alle disgrazie, alle cattive azioni, ogni evento accade per una ragione. Un’armonia, per dirla come King. Interferire con questi processi potrebbe portare disastri inimmaginabili, ben più gravi del danno che abbiamo cercato di riparare. Una visione forse fatalista, ma al contempo profonda: tutto ci fornisce una lezione, un’esperienza, sentimenti su cui riflettere per andare avanti e, forse, diventare persone migliori. Perfino le perdite più incolmabili.
Vi auguro buona lettura.

martedì 17 gennaio 2012

1984


La Guerra è Pace.
La Libertà è Schiavitù.
L’Ignoranza è Forza.

Il 1984, per molti, è solo uno dei tormentati, vivaci, chiassosi anni di un’epoca che si barcamenava tra tensioni a livello internazionale e speranza - nonostante tutto - in un futuro migliore. Un’epoca in cui il computer aveva iniziato a imporsi, in cui si cominciava a vedere la fine della Guerra Fredda. Un anno colorato, pieno di musica e di denunce sociali quanto di guerre e manovre politiche.
Se parlo di Grande Fratello, invece, la maggior parte dei lettori andrà subito con la mente a quel reality di pessimo gusto in cui un gruppo di esseri umani di varia estrazione sociale (ci si chiede dove vadano a pescarli…) risiede in una casa per tot tempo sotto l’occhio costante delle telecamere. Piaccia o meno questo genere di intrattenimento, il nome evoca subito il programma televisivo.
Quando George Orwell scrisse “1984”, però, tratteggiava un futuro ancora lontano e non esistevano format televisivi che scrutassero l’intimità dei concorrenti. Possiamo solo tirare un grandissimo sospiro di sollievo constatando che il genere umano ha preso una strada differente da quella descritta nel romanzo (anche se, accendendo la tv, qualche dubbio sorge); tanto più perché Orwell dipinge un futuro dannatamente plausibile.
I più recenti sviluppi politico-economici danno da pensare.
Nell’immaginario anno 1984, il dominio del mondo è diviso tra tre superpotenze: Oceania, Eurasia ed Estasia. Esse sono in costante stato di guerra e si equiparano per potenza, mezzi e ideologia politica. La guerra è diventata eterna, perché nessuno ha una forza sufficiente a battere le altre due potenze. Lo stato di cose, comunque, è una panacea per mantenere la disciplina, le restrizioni, l’ignoranza: in una parola, il potere.
Winston Smith è un membro del Partito Esterno a Londra, e come tale vive e reagisce in ogni istante della sua vita, spiato dai grandi schermi su cui si susseguono comunicazioni ufficiali e il volto eterno del Grande Fratello, icona di speranza e vittoria. L’uomo svolge il suo lavoro con dovizia, segue i momenti di Odio collettivo, si comporta esattamente come un qualunque membro del Partito. Quello che lo rende diverso è ciò che si agita nella sua testa.
Winston non riesce a esercitare il bipensiero, il sistema di autoconvincimento che aiuta a dimenticare in fretta ogni contraddizione nelle comunicazioni del Partito. Lui ricorda tutto, nota le incongruenze. Questo lo porterà gradualmente a comportarsi in maniera stravagante, ad allacciare una relazione proibita con una compagna e perfino a cercare di entrare nell’elusivo gruppo di ribellione al Partito.
Si troverà a giocare una partita impari, formica contro un colosso, nel disperato tentativo di dimostrare che il cuore di un uomo è più forte della forza bruta del potere.
Il soffocante disprezzo per l’individualità, il pensiero e i sentimenti umani creano in questo romanzo la più credibile e allarmante incarnazione di quello che è il concetto di massa. L’uomo diventa un minuscolo ingranaggio, il cui unico scopo è collaborare con gli altri per far funzionare l’immane meccanismo. Quando la verità viene ribaltata, pervertita, negata, tutto può essere ogni cosa e il suo contrario, di momento in momento.
Non c’è nulla di definito se non il Partito e la propria subordinazione al suo mantenimento. La Storia viene distrutta, riscritta continuamente. L’ignoranza è il fondamento su cui si erige la piramide di potere in cui pochi eletti gestiscono l’Impero, non per sé in quanto individui ma, ancora una volta, in quanto emanazioni del Partito e pertanto destinati all’immortalità.
Leggendo il romanzo si viene assaliti da un terrore atavico, dato dalla constatazione di quanto il concetto di verità sia fragile come cristallo, soggetto alle decisioni di chi tiene in mano il potere. Ne siamo fin troppo consapevoli oggi, in cui per contro abbondano le teorie cospirazioniste di chi non crede al giornalismo internazionale e ai comunicati ufficiali. Alla paura si affianca un senso di soffocamento nel rendersi conto di quanto siamo andati vicino a vivere situazioni così estreme; i fondamentalismi di sinistra (o destra) non sono così lontani nella nostra memoria e rimangono pronti per ogni evenienza dietro l’angolo della facciata democratica.
“1984” è una storia dolceamara, romantica e crudele al tempo stesso. Stimola il desiderio di pensiero autonomo e determinazione del sé, la voglia di combattere contro i soprusi e l’ottusità. Parallelamente, instilla un senso di fatalità, una sorta di stanchezza verso la cecità e la lentezza di reazione della massa. Dovrebbe essere una lettura consigliata già nelle scuole secondarie, in parallelo con lo studio dei nazionalismi degli ultimi due secoli.
E’ un capolavoro, senza mezzi termini.