sabato 26 novembre 2011

La signora delle camelie

La signora delle camelieParliamo oggi di un altro classico, un romanzo che è stato fonte di ispirazione non solo letteraria, ma anche teatrale, musicale e cinematografica.
Mi riferisco a “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas figlio, un toccante romanzo di metà XIX secolo che, strano a dirsi vista la qualità dell’opera e la sua importanza, non viene spesso introdotto quale lettura obbligatoria durante il periodo scolastico. Forse ancora oggi non ci siamo del tutto liberati da un certo, opinabile pudore verso argomenti scomodi quali la prostituzione, la vendita del corpo della donna per denaro.
Per chi fosse ignaro di quanto sto dicendo, ecco un breve riassunto della trama.
Il romanzo racconta la travagliata storia d’amore di Armand Duval, giovane di buona famiglia ma senza una rendita benestante, con Marguerite Gautier, bella e famigerata mantenuta parigina. Il giovane si innamora di Marguerite ben prima di conoscerla di persona, idealizzandola su un sentimento di amore puro e sincero che viene schiaffeggiato con violenza dalla realtà dei fatti: l’amore di Marguerite è in vendita, il suo aspetto da gran dama è dato dai soldi ben spesi ricevuti dai vari amanti.
Nonostante questa disillusione, Armand non riesce a smettere di amare la donna, la cui vita sregolata ha fatto scivolare in una malattia di consunzione che sembra aggravarsi sempre più. L’attenzione costante di Armand per il suo benessere, la sua gentilezza e l’ardore del suo amore infine toccano il cuore di Marguerite, che lo prende come amante preferito, senza chiedergli denaro in cambio.
Armand inizia così una vita frenetica che mette a dura prova il suo amor proprio. Il pensiero di dividere la donna amata con altri uomini lo esacerba, pur sapendo di essere l’unico legato a Marguerite per sentimento, e si dà al gioco per guadagnare il necessario a mantenere i capricci di lei senza toccare un soldo delle “donazioni” degli altri amanti.
La situazione sembra evolversi al meglio quando i due si concedono una lunga parentesi in campagna. Finalmente soli, lontani dal caos parigino, gli innamorati giungono all’idillio e si illudono che esso possa durare per sempre. Ci penserà il padre di Armand a spezzare il sogno impossibile: una sua visita a Marguerite per convincerla a lasciare suo figlio prima di condurlo alla rovina finanziaria e sociale segnerà la fine della relazione.
A questo si aggiunge l’aggravarsi della malattia della giovane donna, che porterà a grandi passi verso un finale drammatico.
Scritto con una prosa fresca, moderna, a tratti riflessiva, il romanzo scivola via con piacevole facilità pur lasciando profonde tracce di commozione e partecipazione nella vicenda dei due amanti. Il tema scabroso è affrontato con delicatezza, cuore e una buona dose di senso pratico svincolato dai precetti bigotti dell’epoca. Questo è dovuto al fatto che l’autore, per scrivere il romanzo, si ispirò ad una donna realmente vissuta di cui si era profondamente invaghito e che morì in giovane età dopo una vita altalenante tra eccessi e malattia.
L’amore è solo uno dei fili conduttori della trama. Sopra ad ogni cosa impera il denaro, il materialismo di un’epoca che ha fatto da apripista alla nostra. Tutto può essere comprato e venduto, anche i sentimenti. Tutto ruota attorno alla disponibilità o alla carenza di denaro, al mercato dei beni, ai debitori e ai creditori. Uno spaccato impietoso della società contemporanea.
Poco dopo aver pubblicato “La signora delle camelie”, Dumas scrisse una versione teatrale che ebbe un ottimo successo. Questa, a sua volta, ispirò il grande Giuseppe Verdi, il quale decise di musicare la storia e, con qualche modifica alla trama e al carattere della protagonista, farne un melodramma.
Nacque così “La Traviata”, in cui la protagonista si chiama Violetta Valery e l’ago della bilancia si sposta sul puro amore più che sulla grettezza della società borghese.
Un romanzo senza tempo, impietoso e sentimentale, contraddittorio come la capricciosa e sofferente Marguerite.

mercoledì 23 novembre 2011

Le antiche civiltà antidiluviane

Quando si parla del remoto passato, di ciò che conosciamo riguardo al principio di ciò che chiamiamo Storia, scienziati ed eruditi si dividono fondamentalmente in due scuole di pensiero: i tradizionalisti e i revisionisti.
I primi raccontano che l’Uomo ha raggiunto livelli sociali e culturali tali da creare società complesse, mitologia, arte e scrittura quattro – cinquemila anni fa. Prima di allora, il genere umano era composto da esseri primitivi che per qualche milione di anni si sono evoluti fisicamente ma non a livello sociale – culturale.
I revisionisti contestano questa scuola di pensiero, reputandola antiquata e cieca di fronte ai nuovi reperti che contraddicono tali affermazioni, spostando la datazione di alcuni millenni indietro. Pecca dei revisionisti è, purtroppo, l’aggrapparsi disperatamente a una teoria cospiratoria che giustifichi l’ignoranza riguardo alle nuove scoperte oppure il partire per la tangente inglobando nell’equazione catastrofi cicliche, extraterrestri, antiche civiltà dotate di armi laser e veicoli volanti.
Questo eccesso di ardite ipotesi spesso fa passare completamente in secondo piano le legittime e interessanti domande che stanno alla base del movimento revisionista.
In “Le antiche civiltà antidiluviane” di Ian Lawton (Newton Compton Editore), l’ipotesi di civiltà precedenti quelle da noi considerate alla base della Storia viene presentata attraverso uno studio comparato delle mitologie mondiali, il lavoro dei revisionisti più o meno accaniti e sulla base del concetto karmico per cui la vita dell’Uomo sulla Terra ha uno scopo spirituale ben preciso, che la civiltà tecnologica tende a disgregare e pervertire.
Non temete comunque di trovarvi in mano un saggio che vi insegni a vivere in maniera retta e timorata di Dio. Qui si fa filosofia, tramite l’esoterismo e il mito, nonché l’analisi delle più recenti scoperte scientifiche.
Partendo dal concetto filosofico per cui il corpo umano è, sulla Terra, il ricettacolo ideale per ospitare l’anima e favorire la sua evoluzione, Lawton cerca di scoprire come e quando l’Uomo è diventato un essere dotato di parola e pensiero profondo e se è mai esistita una civiltà progredita – più spiritualmente che tecnologicamente- antecedente a quello che conosciamo come Diluvio Universale.
Tracce di una grande catastrofe per acqua si trovano praticamente in tutte le mitologie mondiali; questo è un particolare da tenere a mente. Nella prima parte del saggio, l’autore cerca di separare il mito dalla realtà evidenziando le somiglianze, quando non le identiche descrizioni di fatti, nelle antiche narrazioni. Si aiuta con il lavoro di altri antropologi e scienziati, mettendo in evidenza il comune ricordo ancestrale di una civiltà potente nello spirito poi degradatasi e spazzata via da un cataclisma.
Critico sia nei confronti dei tradizionalisti quanto dei revisionisti più accaniti, Lawton tenta di trovare prove a giustificazione della sua visione karmica del mondo senza sforare in ipotesi assurde e dando al lettore un panorama piuttosto esaustivo di quali sono le teorie alternative che oggi animano la comunità scientifica.
La seconda parte si spinge ancora più a fondo nella scienza e valuta i reperti archeologici, gli studi astronomici e geologici compiuti per definire modi e tempi di eventuali catastrofi sul nostro pianeta. Offre inoltre una cronistoria del mito di Atlantide e dei vari “continenti perduti”.
La terza parte è più esoterico-misterica e analizza nel dettaglio le varie scuole di pensiero e i loro obiettivi di conoscenza ed evoluzione spirituale, nonché le ultime scoperte della fisica quantistica.
Nonostante i buoni tentativi di obiettività, l’autore non sfugge qua e là ad un certo campanilismo verso il proprio modo di concepire la Vita, ma si perdona facilmente in quanto l’intero saggio si basa, in fin dei conti, su un punto di vista karmico. Il vero difetto dell’opera è un editing pasticciato; molto strano, per un testo edito dalla Newton Compton.
Consiglio questo testo a tutti coloro che sono interessati ad aprire nuovi orizzonti alla conoscenza, a chi si interessa di esoterismo e di antropologia. Se invece vi avvicinate per la prima volta a questi argomenti, meglio rivolgersi prima a saggi meno sfaccettati e onnicomprensivi, per evitare di confondersi in mezzo ai tanti nomi e alle più svariate teorie. Tenetelo buono per quando ne saprete un po’ di più.

lunedì 21 novembre 2011

Vlad Dracula

Vedendolo sullo scaffale della libreria ho avvertito una immediata attrazione. Amo la letteratura vampirica e ho una passione particolare per il personaggio storico di Vlad, principe di Valacchia. Allo stesso tempo, prima dell'acquisto sono stata tormentata da alcuni dubbi.
In primis la copertina, la cui scelta grafica – l’uso di uno splavido color rosa di fondo- è poco felice. Inoltre, quando compro la biografia di un personaggio storico mi muovo sempre con i piedi di piombo. Quante volte, invece che una biografia seria e contestualizzata storicamente, capita di ritrovarsi in mano una versione pesantemente romanzata che a conti fatti ha poco a che fare con la vita del nostro oggetto d’interesse?
Sempre più si assiste alla comparsa nelle librerie di pseudo-biografie che manipolano dettagli e avvenimenti a piacimento dell’autore, per conferire al personaggio in questione la capacità di attrarre l’interesse e aggiungere suspence o romanticismo alla più fredda sequenza di fatti della vita di un normale essere umano. Ho un certo odio verso questa trasformazione di persone ormai defunte in personaggi da romanzo e questo mi porta a tentennare nell’avvicinarmi alla sezione biografica delle librerie.
Fortunatamente, l’acquisto di questo romanzo, scritto da Michael Augustyn ed edito dalla Newton&Compton, è stato immune da ripensamenti e rimpianti. Per un prezzo decisamente economico ci si trova in mano una biografia di Vlad Dracula degna di questo nome, pur se qua e là l’autore si prende delle libertà nel supporre alcuni dettagli.
L’argomento viene trattato generalmente con obiettività, coerenza storica, approfondimento. La prosa scorrevole, semplice, priva di affettazioni, accompagna con fare gradevole il lettore lungo un ampio lasso della vita di Vlad Dracula, Principe di Valacchia, offrendo dettagliati scorci della situazione socio-politica di quell’Europa che diede i natali, sfruttò e poi condannò un personaggio sicuramente sopra le righe, che più avanti divenne parte essenziale di una delle più grandi leggende dell’horror contemporaneo.
Augustyn, inoltre, offre uno spaccato storico molto vivido senza cadere nella tentazione di ostentare la propria cultura. Quando un romanzo a sfondo storico diventa un interminabile elenco di descrizioni minuziose, un catalogo di armi, strategie, vestiario o personaggi corollari, vien voglia di chiedersi perché l’autore non abbia scritto un saggio, invece di infierire sul povero lettore a cui è stato fatto credere di trovarsi in mano un romanzo che non necessiti di note a piè di pagina.
“Vlad Dracula” non cade in questo tranello. Offre spunti culturali senza diventare un trattato socio-politico o un militaria.
La Valacchia era un principato “cuscinetto” che stava a metà tra l’Europa cattolica e il Vicino Oriente musulmano, due realtà in costante e feroce guerra. Era un regno di fede Ortodossa, quindi vessato da entrambe le fazioni, che desideravano solo inglobarlo.
Vlad fu mandato in ostaggio al Sultano dal padre, insieme al fratellino Radu. Le atrocità di cui fu spettatore esacerbarono un carattere già duro e gli insegnarono che solo la forza e la paura creano una società ordinata. L’abitudine del Sultano di impalare i suoi nemici fu da lui adottata e portata alla “perfezione”, tanto da guadagnargli il soprannome di Tepes (Impalatore) e una fama di mostro sanguinario che dura tutt’oggi, nonostante i suoi contemporanei non fossero poi molto più pietosi e sensibili.
La narrazione inizia al momento del primo ingresso di Vlad in Valacchia dopo la morte del padre, al seguito di quei musulmani di cui è ancora ostaggio. La storia prosegue narrando del suo affrancarsi dalla prigionia per conquistare da sé il proprio regno, della sua storia d’amore tragica terminata con il suicidio della sua sposa, della sua guerra interna contro ladri e boiardi e della sua lotta indefessa contro tutti i nemici esterni, a difesa del proprio popolo anche a costo di diventare un mostro.
Le sue azioni e le alleanze politiche che allaccerà lo porteranno ad essere addirittura scomunicato, cosa che dopo la sua morte in battaglia contribuirà a creare la leggenda della sua mutazione in vampiro. Su questi ultimi dettagli della vita del Principe di Valacchia, l’autore lascia libera la fantasia in un capitolo conclusivo che dà spazio al mito.
Per tutti gli appassionati di Dracula e per chi vuole avvicinarsi alle radici di una leggenda.

domenica 13 novembre 2011

Il Principe del Mare e del Fuoco (Il Signore degli Enigmi)

Morgon di Hed è il Principe regnante di una piccola isola rurale, dedita all’amore per la terra e per i suoi frutti più che alle arti o alla filosofia. Questo rende ancora più particolare, quasi preoccupante, l’intensa passione del giovane per lo studio degli Enigmi. Morgon è pari a un Maestro della Scuola di Caithnard e si destreggia con sorprendente agilità mentale e intuito attraverso il complesso sistema mnemonico e filosofico che è alla base di tutta la sapienza del mondo governato dal Supremo.
Tramite lo studio e la comprensione dei fatti antichi, tramandati attraverso domande, risposte e interpretazioni, i Maestri conoscono se stessi e l’animo umano e sono in grado di offrire risposte anche su ciò che di nuovo si manifesta nel mondo, privato della magia da molti secoli e retto dai Re in base alle elusive ma fortissime Leggi della Terra.
Esiste però un enigma senza risposta e proprio Morgon ne è il latore e protagonista: cosa significano le tre stelle rosse che gli segnano la fronte? Cosa significa il titolo Portatore di Stelle?
Per trovare la risposta a questo enigma, Morgon si imbarcherà in un viaggio lungo e pericoloso verso il Monte Erlenstar, dimora del Supremo. Al suo fianco avrà Deth, l’enigmatico e millenario arpista del Supremo, sua scorta e silenzioso spettatore di una ricerca che si rivelerà micidiale. Altri esseri, infatti, pretendono la risposta a quell’enigma: gli antichi Signori della Terra, esseri senza nome e senza legge, i cui poteri potrebbero distruggere ogni cosa.
Così inizia “Il Maestro degli Enigmi di Hed” di Patricia McKillip, primo volume della trilogia del Signore degli Enigmi edita dalla NORD.
L’autrice costruisce un mondo complesso e colorato come un mosaico, sempre sorprendente, descritto con dovizia di particolari non solo nelle sue caratteristiche evidenti, ma anche nei sentimenti che l’hanno plasmato, nella forza e nelle caratteristiche di popoli mai scontati, creati con cura e cuore. E’ evidente un lavoro certosino di costruzione della Storia di un intero mondo, di legami e intrecci basati su concetti filosofici e psicologici espressi per enigmi.
La prosa della McKillip è più portata alla descrizione che al dialogo, e si caratterizza per un’atmosfera quasi sempre grave, seria, che lascia poco spazio al sorriso e ancor meno alla risata, ma questo tratto – lungi dall’inficiare il piacere della lettura- rende anzi più cari i personaggi che si muovono fra Hed e il Monte Erlenstar, facendoci partecipi delle loro preoccupazioni, dei loro dolori. Il mondo è sull’orlo di una guerra che non sa di dover combattere e la tensione si respira in ogni riga, ogni parola.
I personaggi, poi, sono profondi e intensi, umani e sfaccettati. Le relazioni interpersonali vengono sviscerate nel profondo. L’amicizia, l’amore, i complessi rapporti di rancore e attrazione fanno da perno all’intera vicenda, dando ai romanzi una connotazione più emozionale di quanto il genere fantasy normalmente faccia.
Nel secondo romanzo della saga, “L’erede del mare e del fuoco”, la posizione di protagonista viene ceduta a Raederle di An, figlia del re Mathom di An, fidanzata di Morgon non solo per amore ma anche a causa di una sfida di enigmi vinta dal giovane uomo. Ella sta ancora attendendo, dopo un anno, che lui torni dal Monte Erlenstar. Le ultime notizie la mettono però in un tale allarme da spingerla ad un colpo di testa. Con l’aiuto di Lyra, principessa guerriera di Herun, e della sorella di Morgon, si imbarca a sua volta per avere le sue risposte. Il viaggio la metterà di fronte alla scioccante consapevolezza di possedere lo stesso sangue della potente stirpe che vuole uccidere Morgon. Anche il risveglio dei suoi poteri si rivela un enigma la cui risposta può essere la morte.
Le fila si ricongiungono nell’ultimo tomo, “L’arpista del Vento”, in cui Morgon e Raederle finiscono invischiati nello scoppio delle ostilità, aggravate dal risveglio dei Maghi da una lunga prigionia e dall’apparente scomparsa del Supremo. Chi è veramente questo elusivo personaggio che tiene in mano le redini del mondo intero? Come possono essere sconfitti i Signori della Terra? Soprattutto: qual è il legame tra il Portatore di Stelle e il Supremo stesso?
Romanzi unici, spettacolari. Una lettura indimenticabile.

martedì 8 novembre 2011

Richard Matheson - I migliori racconti

Richard Matheson, autore di “Io sono leggenda”, è stato uno dei Maestri cui si è inspirato il conosciutissimo (e ultra-produttivo) Stephen King, il Signore dell’Horror contemporaneo. Leggendo i suoi racconti, la somiglianza nello stile è evidente. Chi ama il genere non può esimersi dal leggere Matheson (la raccolta in questione è edita da Fanucci Editore), autore tra l’altro di diversi episodi della storica serie di telefilm “Ai confini della realtà”.
Permangono comunque delle differenze sostanziali nello stile di questi due scrittori.
Ad esempio, la prosa di King è senza pudore, d’impatto, ma conserva un’impronta di dolcezza, di importanza dei legami fra esseri umani che sa redimere o sottolineare l’ingiustizia dell’orrore comparso nella vita dei protagonisti. Matheson non ha tempo per queste sottigliezze: le trame dei suoi racconti sono pugni nello stomaco, sferrati senza troppi complimenti né scuse successive. Questo è quanto offerto dalla casa: sta al lettore decidere se prendere o lasciare.
E lasciare costituirebbe un vero e proprio delitto, un atto di vigliaccheria. Fantascienza, fantasy, thriller psicologico…non ci si fa mancare niente. Qualunque argomento tratti, Matheson si palesa come un chirurgo (non particolarmente delicato) della psicologia umana e delle sue paure.
Il lieto fine pare sia per l’autore una scelta troppo scontata. Anzi, la concezione stessa di “finale” viene stravolta e ridotta in frantumi. Parecchi di questi racconti terminano nel bel mezzo di quello che chiameremmo “momento topico”. Questa antologia di racconti è un viaggio sulle montagne russe: c’è da tenersi forte.
Si comincia con “Nato d’uomo e di donna”, un inquietante racconto in soggettiva di un bambino che sembra avere caratteristiche ben lontane da quelle di un normale essere umano, rinchiuso in cantina dai genitori perché nessuno lo veda. Il breve ed estraniante racconto ci mostra la sua prigionia e la nascita nella sua mente innocente e primitiva di un sentimento di rivalsa potenzialmente fatale.
“Duel”, da cui è stato anche tratto un film, gioca sulla mai dichiarata paura dell’automobilista di fronte ai giganti della strada, i camion tanto mastodontici quanto pericolosi, incombenti sulle altre quattroruote in circolazione. Titilla, inoltre, l’umano senso di spiazzamento di fronte alla violenza gratuita, all’attacco senza motivazione, metodico e implacabile.
Cambiando del tutto atmosfere, “La danza dei morti” racconta di un futuro post-bellico in cui i ragazzi in cerca dello sballo si sfidano ad assistere alla macabra danza di corpi rianimati tramite esperimenti che poco hanno di scientifico e molto di orrendo. Gli occhi innocenti di una ragazzina trascinata suo malgrado a uno di questi spettacoli saranno il filtro attraverso il quale il lettore potrà assistere all’aberrazione.
La fantascienza più insolita si manifesta in “L’uomo enciclopedico”. Avete mai pensato alla conoscenza come ad una cosa pericolosa per la sanità mentale? No? Si vede che non vi è mai capitato di incamerare informazioni dai libri che vi circondano come se il vostro cervello si fosse trasformato in una spugna mai sazia!
Protagonista del racconto successivo, “La casa impazzita”, è un’intera abitazione, che per anni ha subito e assorbito gli scoppi di rabbia del proprietario. Ora che perfino la moglie ha abbandonato l’uomo, lasciandolo solo, la casa decide di prendersi la sua vendetta.
“La legione dei cospiratori” è una storia di ossessione, di rabbia in costante crescita. Il protagonista di questo racconto, irritato dalle azioni altrui in maniera sempre crescente, comincia a sviluppare dapprima la sensazione, poi la certezza, di essere al centro di una grande cospirazione volta a fargli saltare del tutto i nervi. Una storia fin troppo plausibile che non stonerebbe tra i titoli di cronaca nera.
L’horror nella vita di tutti i giorni si manifesta invece in “I figli di Noè”. Sulla costa orientale dei modernissimi Stati Uniti, un automobilista incauto diventerà ostaggio e potenziale vittima di una piccola, misteriosa comunità circondata da un inquietante silenzio.
Chiudono la raccolta “Il nuovo vicino di casa”, storia del Male della porta accanto, e “La preda”, in cui un feticcio di guerra prende vita per dedicarsi allo scopo della sua esistenza: la caccia.
Buona lettura!

domenica 30 ottobre 2011

Il libro degli esercizi per attori

Il libro degli esercizi per attori. Il meglio del training internazionale in 600 esperienze praticheNel magico e piuttosto sottovalutato mondo del teatro filodrammatico (amatoriale, direbbero i detrattori), una delle cose più complicate è trovare il tempo, il modo e i mezzi per fermarsi un attimo a studiare. Le piccole compagnie senza fondi cercano di riempirsi l’agenda di serate per far entrare i denari necessari a comprare il materiale di scena, pagare l’affitto del locale in cui si fanno le prove, procurarsi i costumi…e via dicendo. Questo crea un’attività frenetica che lascia poco spazio all’apprendimento e al potenziamento delle proprie facoltà.
Proprio per questo motivo, un attore dovrebbe (uso il condizionale per mera cortesia, ma servirebbe l’imperativo) tentare di arginare manierismi e automatismi esercitandosi in proprio nei momenti di libertà, studiando la storia del teatro e della regia, leggendo copioni e guardando spettacoli altrui.
Purtroppo in Italia non c’è un gran fiorire di saggi dedicati al teatro e al lavoro dell’attore. Nonostante la nostra secolare tradizione, come sempre tendiamo a sottovalutare l’importanza della preparazione culturale di un “artista” (nel senso generico di “chi fa arte”).
Qui vi presento un compendio di esercizi che, se letto con attenzione e applicato alla propria esperienza attoriale, può essere utile per imporsi una disciplina di potenziamento e migliorare le proprie prestazioni, nonché un’ottima fonte di ispirazione per quei registi e insegnanti che intendono vivacizzare i momenti di formazione.
“Il libro degli esercizi per attori” (di Patrick Pezin, per Dino Audino Editore) propone, con parole semplici, un training di circa 600 esercizi che si rivolgono a diversi aspetti dell’attività attoriale. In quindici capitoli, vengono toccati i temi principali della formazione di un attore, ognuno dei quali viene sviscerato tramite numerose sfide. Alcuni di questi esercizi possono essere fatti da soli, o riadattati per esperienze che non prevedano supporto o collaborazione. Altri, invece, sono ideati apposta per coinvolgere l’intera compagnia (o classe) in maniera da creare interazione e intesa.
Il primo capitolo si occupa del training, o riscaldamento. Il riscaldamento è una fase molto importante, che rende più vivo e reattivo tutto il corpo e aiuta ad evitare tensioni che possano influire sulla performance oppure danni dovuti a movimenti fatti “a freddo”. Anche l’attore è soggetto a crampi e strappi muscolari! Si continua occupandosi della reattività del corpo dell’attore attraverso una serie di esercizi di biomeccanica, da quelli più semplici – gestibili anche da un attore amatoriale- a quelli più ginnici, da tenersi buoni per chi ha una solida preparazione fisica o fa già sport.
Il terzo, lunghissimo capitolo è completamente dedicato all’uso della voce. La voce è la migliore amica di un attore, va controllata, seguita, coccolata. Attraverso esercizi di respirazione, di emissione del suono e di controllo vocale, il capitolo cerca di offrire un riscaldamento completo per questo delicato strumento.
Si passa quindi al rapporto dell’attore con lo spazio, una cosa spesso sottovalutata, e al legame tra attori in scena. Una particolarità del teatro amatoriale è, spesso, la mancanza di interazione fra gli attori. I gesti, gli sguardi, le battute non sono diretti all’attore che ci sta di fronte con intenzione, come faremmo durante un vero confronto, ma in maniera generica, non mirata, cosa che rende finta la recitazione. Gli esercizi di questo capitolo cercano di aiutare a creare un legame più vero, credibile.
I tre capitoli successivi stimolano la capacità sensoriale e immaginifica dell’attore, attraverso il ricordo controllato di sensazioni fisiche reali da trasporre nella recitazione. E’ poi al vaglio il rapporto dell’attore con il tempo, il ritmo e il movimento. La reattività e la puntualità del gesto di un attore sono fondamentali; questi due capitoli danno modo di mettersi alla prova, da soli o in gruppo. Ci si riposa con un lungo capitolo sulle tecniche di rilassamento. Dopo due capitoli di rievocazione del ricordo e improvvisazione, si conclude con una lezione tipo di Radu Penciulescu.
Gli spunti che si possono ricavare dalla lettura di questo eserciziario sono innumerevoli. Assolutamente consigliato!

mercoledì 26 ottobre 2011

Cronache marziane

Se dico RAY BRADBURY, due titoli saltano subito alla mente: “Fahrenheit 451” e “Cronache marziane”. Questo scrittore statunitense, grande esploratore del fantastico, per molto tempo è stato a torto relegato nei ristretti confini dello scrittore di fantascienza. Niente di più errato. Non che Bradbury non abbia parlato di viaggi spaziali, alieni e pianeti da colonizzare…tutt’altro!
La differenza sta nel fatto che uno scrittore di fantascienza si divertirà a riempirci la testa di dettagli tecnici, nozioni scientifiche, curiosità antropologiche, biologiche e chimiche che diano credibilità a quanto narrato. Bradbury non è uno scrittore di questo tipo. C’è il razzo, ci sono gli astronauti, ci sono gli alieni: tanto basta. L’importante, per quest’uomo, è la storia in sé. E’ la fiaba che si nasconde dietro ogni cambiamento, ogni nuova scoperta.
Gran parte degli affezionati lettori di fantascienza (come di tutti gli altri “generi puri”) tende a essere molto fiscale nel catalogare cosa rientra nella categoria e cosa no. “Cronache marziane” è un capolavoro di fantasia e poesia, più che di fantascienza. La mancanza di sostrato scientifico nella prosa di Bradbury dimostra che creare futuri plausibili non era il suo scopo. Allo stesso tempo, la sua lucida analisi dell’atteggiamento colonialistico umano – soprattutto statunitense, in questo caso- non si discosta affatto dalla realtà, anzi la mette in luce con sconcertante preveggenza (ricordiamo che “Cronache marziane” ha visto la luce negli anni ’50).
Il romanzo, in verità una raccolta di racconti legati tra loro come perle di una collana, apre brevi e vivide finestre su sogni e incubi di sconcertante bellezza, cercando di stimolare nel lettore uno spunto alla riflessione, all’introspezione di sé e dei difetti congeniti dell’Uomo. Una storia di distruzione e disperazione, ma anche di fede.
“Cronache marziane” narra le vicissitudini del pianeta Marte dal 1999 al 2026, secondo il conteggio degli anni sulla Terra. Il quarto pianeta del Sistema Solare non è un globo rosso e morto, in attesa di nuovi colonizzatori, ma un mondo abitato, ricco di una sua civiltà peculiare.
Questa civiltà, più stratificata e antica di quanto facciano pensare i primi racconti, viene dapprima solo vagamente sfiorata dai primi pionieri dello Spazio mandati in avanscoperta (quasi tutti i visitatori terrestri vanno incontro, in un modo o nell’altro, a una brutta fine), ma a conti fatti non riesce a sfuggire alla totale devastazione che l’Uomo porta con sé. Nel caso specifico, è una normalissima malattia terrestre a falcidiare la popolazione marziana.
Comincia così la colonizzazione di un pianeta morto, su cui si aggirano ancora i fantasmi di un’epoca che fu. Marte accoglie l’Uomo senza pensarne né bene né male, mentre sulla Terra la gente alza con speranza gli occhi al cielo nel tentativo di allontanarsi da una società sempre più contaminata dalla violenza (rappresentata dall’incubo dell’atomica, in quei vertiginosi anni di tensione seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, e dal razzismo imperante).
Nella lotta continua tra il Materialismo e il Sogno, si consuma l’epopea marziana, con un finale dolceamaro.
La scrittura di Bradbury non è per tutti i palati. La sua prosa è sognante, immaginifica, a tratti ridondante e barocca come un testo di Oscar Wilde. La definizione che meglio si adatta alla scrittura di Bradbury è “pittorica”. Divagando spesso dalla linea continua della trama, lo scrittore usa la parola per dipingere nell’immaginazione del lettore quadri surreali come un’opera di Dalì, estranianti come un Tanguy, delicati come un Lee. Chi è abituato alla prosa diretta e spesso scarna degli ultimi vent’anni, potrebbe trovare la lettura di “Cronache marziane” ridondante, complicata, ma è una semplice questione di abitudine. Chi ha già sviluppato un forte legame con le arti visive, invece, non potrà far altro che amarlo fin da subito. E’ il romanzo su cui ogni illustratore vorrebbe avere l’onore di poter lavorare.
Leggetelo con calma, assaporando ogni racconto come fossero assaggi della cucina di un grande chef. Non ve ne pentirete.

domenica 23 ottobre 2011

I fantasmi di Milano

Tendiamo tutti a sottovalutare il luogo in cui siamo nati, la città che ci ospita abitualmente. Spesso la conosciamo poco o niente, nonostante una vita passata dentro di essa come parte di una comunità frettolosa, senza storia. Quali sono i tesori della vostra città? Quali i monumenti, le chiese? Quali popoli hanno preso possesso del suo territorio, quali nomi famosi vi sono nati oppure vi hanno trovato ad attenderli la Nera Signora?
Mi stupirei se più del dieci per cento di chi legge questo articolo sapesse rispondere con competenza. Non è un appunto alla cultura del cittadino medio: è un semplice dato di fatto. La maggior parte di questi eventi non viene tramandata. Diventa una curiosità da topo di biblioteca, da chi frequenta per studio o per passione gli antichi archivi.
Se poco si sa degli eventi storici, delle bellezze artistiche o religiose che ogni città trattiene in sé, ancora meno si conosce di norma dei suoi miti, le sue leggende, i suoi fantasmi.
Giovanna Furio, in “I fantasmi di Milano” (Newton&Compton), ci accompagna in un viaggio alternativo attraverso una Milano misteriosa, ben nascosta anche ai suoi cittadini dietro la patina di efficienza e modernità che caratterizza da più di un secolo il capoluogo lombardo. Città fattiva per eccellenza, Milano non indulge in fantasie e spiritismo, ma pur nella sua razionale quotidianità conserva dentro di sé almeno un paio di millenni di vicende che non possono non aver lasciato traccia nel mondo dello spirito.
Qualcuno le leggende se le sussurra, le passa sottobanco al vicino, al figlio, al nipote; gli spiriti e gli eventi fuori dalla norma difficilmente vengono dimenticati del tutto.
L’autrice, con certosina pazienza, è andata a caccia di queste labili tracce e ce le presenta in questo volume, illustrato con stampe d’epoca della Milano che fu e delle sue trasformazioni. Il libro è un vero e proprio itinerario attraverso la città; potrebbe essere utilizzato come guida alternativa per il turista fai-da-te interessato più al mito che all’arte.
La raccolta spazia dalle storie di edifici infestati a quelli di vie ancora oggi percorse da spettri più o meno propensi a interagire con i passanti, dal tipico e folcloristico fantasma del Castello Sforzesco a quello più originale del monaco straccione che si mette a inveire contro i peccati altrui davanti al Cimitero Monumentale. Si scoprono nuovi volti di luoghi che magari si attraversano tutti i giorni per andare a scuola o al lavoro senza dar loro una seconda occhiata.
Purtroppo non si fa una vera distinzione tra i vari tipi di fenomeni paranormali, cosa che per un “cacciatore di fantasmi” invece riveste una certa importanza. Per essere chiari, i fenomeni di apparizione non sono sempre legati al vero e proprio permanere di uno spirito senziente in loco. Esistono edifici che, in determinate condizioni ambientali, sono in grado di “riproporre” visioni di scene che si sono svolte al loro interno anche secoli prima. In questo caso si tratta non tanto di una manifestazione fantasmagorica, quanto di una finestra aperta sul passato. Questo avviene molto spesso nelle costruzioni più antiche, di solito in pietra.
Esistono poi casi di spiriti che si aggirano senza aver compreso il loro stato di defunti ed altri che interagiscono con il tempo presente, purtroppo non ancora in grado di liberarsi dalle costrizioni terrene.
L’approccio dell’autrice all’argomento è più storico/artistico che misterico. Anche le tappe dell’itinerario offrono molte più cognizioni sullo stile degli edifici e su eventi storici correlati all’apparizione che dettagli sulle modalità o le testimonianze della stessa. Spesso, anzi, i riferimenti fantasmagorici passano in secondo piano, citati quasi distrattamente a fine capitolo.
Questo inficia in parte la valutazione positiva del saggio; il titolo stuzzica l’attenzione di un diverso tipo di ricercatori, i quali rimarranno un po’ delusi dalla vaga trattazione dell’argomento. Sicuramente interessante, invece, se si inizia la lettura con lo scopo di conoscere meglio le vicende meneghine e le bellezze artistiche e architettoniche della città.
Una buona sufficienza, ma non molto di più.

sabato 1 ottobre 2011

Fosca

FoscaEcco il secondo dei nostri “classici”.
Questa è una di quelle letture che durante il periodo del Liceo o vengono imposte dai professori o vengono evitate come la peste. Personalmente, non avevo sentito nominare la “Fosca” di Igino Ugo Tarchetti fino a un paio di anni fa, quando in preda all’ennui (il male del nostro secolo) mi sono messa a leggere l’antologia del Liceo. All’epoca, la mia ex professoressa di italiano si soffermò talmente a lungo sulla figura di Giordano Bruno – qualcosa come sei mesi- che a conti fatti si può dire che se esiste una materia in cui sono carente è proprio la Storia della Letteratura Italiana. Da quando ho terminato l’Accademia sto rimediando in proprio…ma non dilunghiamoci.
Ebbene, nel capitolo dedicato alla Scapigliatura ho trovato un piccolo stralcio di “Fosca” e sono stata colta da una gran voglia di leggere il romanzo. Grazie ad una conoscente, finalmente sono riuscita nell’impresa.
Giorgio è un giovane dalla salute incerta, dedito alla vita militare. Durante un attacco della sua malattia, conosce Clara, una bella donna dal carattere amabile che, pur se sposata, si innamora di lui ricambiata. La coppia vive una proibita – per quanto intensa e pura- storia d’amore, che restituisce la salute a Giorgio e la felicità a Clara.
L’avviso di trasferimento del giovane in un paesino spezza l’idillio dei due, che si separano con la promessa di rivedersi presto. Nel paese, però, Giorgio cade nel gorgo dei possessivi sentimenti di Fosca, una donna preda di isterie, fisse e ossessioni che la stanno uccidendo di consunzione. Per quanto Giorgio cerchi di separarsi dalla donna che pretende il suo amore, le circostanze lo riconducono sempre da lei, e sempre più vicino, tanto che Giorgio stesso si ammala. I due procedono veloci verso un destino infausto, che forse nemmeno l’amore di Giorgio per Clara potrà evitare…
“Fosca” è un romanzo breve ma molto evocativo, dal linguaggio chiaro e spigliato nonostante la lontananza temporale dell’autore (ci si abitua subito agli arcaismi utilizzati da Tarchetti). Le descrizioni di Milano e della Pianura Padana sono splendide, ancora attuali, vivide e intense nel lugubre e decadente volto che assumono nei mesi invernali. I personaggi sono ben delineati, tratteggiati con moderna sincerità.
Pur se Clara rappresenta la Luce e Fosca l’Oscurità, come viene palesemente indicato dagli stessi nomi che portano, assegnare ad ognuna la propria casella sarebbe ingiusto e riduttivo. Entrambe sono donne con una personalità sfaccettata, anche se Fosca batte per profondità di caratterizzazione la sua avversaria. Le patologie mentali di cui è preda, e che man mano agiscono su Giorgio, sono sfinenti e irritanti anche per il lettore, che al pari del protagonista non riesce ad immaginarsi come levarsela di torno se non con l’intervento della Morte…e allo stesso tempo è impossibilitato ad augurarglielo, toccato volente o nolente dalle sue sfortune e dai suoi dolori.
Tarchetti scava a fondo nei sentimenti, svelandone le vacue superfici e i ribollenti abissi. Nella frenetica danse macabre di Fosca e Giorgio, Amore e Morte si inseguono, a malapena sfiorati dalla luce, in un gorgo oscuro che tutto corrompe e rende orribile, perfino il cuore di un innamorato.
Splendida lettura. Consigliato a chi ama il decadentismo e la scapigliatura, ma anche a chi apprezza le storie d’amore non scontate.

giovedì 29 settembre 2011

La Scuola dei Mostri - Ribblestrop

La scuola dei mostriCome definire questo romanzo?
Una storia per ragazzi? Limitativo, senza contare che molte parti possiedono un linguaggio e una tensione non adatti ai bambini. Un romanzo del mistero? Eppure la costruzione è quella propria di una fiaba. Un thriller? Allora che significato avrebbe il senso dell’assurdo che pervade ogni riga?
Ho tentato di classificare “La Scuola dei Mostri” (“Ribblestrop”, in originale, di Andy Mulligan per la Newton&Compton) per tutto il tempo che ho impiegato a leggerlo e non ci sono mai riuscita. Se volete tentare, accomodatevi. Per conto mio, ho deciso che, a un bel momento, la classificazione di genere può anche andare a farsi benedire.
Nè la copertina nè il titolo scelto per la traduzione italiana, d'altra parte, aiutano a farsi un'idea più chiara. Voltate pagina e andate al sodo.
Nell’antica e misteriosa magione di Ribblestrop Towers, esiste una scuola unica nel suo genere. Il Direttore è un uomo già diffidato dall’occuparsi di istruzione, ma guidato da grandi sogni di educazione alternativa. Tra i professori ci sono reduci di guerra e scienziate a caccia di tempeste. La padrona di casa è il tipo che scaglia teiere in testa alla gente, suo nipote nel tempo libero prepara pistole a pietra focaia e frecce per la balestra, e nei sotterranei si aggira una misteriosa congrega di monaci.
Le materie che si studiano in questa scuola hanno poco a che fare con la normale istruzione dell’obbligo: Geografia Pratica in giro per il parco della tenuta, Carpenteria con lo scopo di riparare il tetto, Geometria Applicata per preparare i pezzi che mancano al completamento dei lavori di edilizia. Si tratta più di una scuola di sopravvivenza, ma ai ragazzi iscritti sembra andare a meraviglia!
Parliamo un po’ degli studenti: un ragazzo colombiano preso di mira dai sequestratori, una ladruncola piromane, un gigante muto, tredici orfani tibetani e una coppia di amici ingenui e preda degli eventi. Cosa può venir fuori da una tale accozzaglia di esseri umani bizzarri? Niente di buono, senza alcun dubbio, soprattutto quando la già traballante scuola accoglie la nuova vice-direttrice, Miss Hazlitt, una vecchia secca e sgradevole che fa venire la pelle d’oca al solo incrociarne lo sguardo.
Ribblestrop nasconde più segreti di quanto chiunque potrebbe mai immaginare. La giovane Millie si perde nei sotterranei della magione, scoprendo suo malgrado un laboratorio scientifico allarmante. Gli studenti vengono analizzati dalla vice-direttrice come fossero cavie da laboratorio, mentre la polizia sembra coinvolta in loschi affari e la scomparsa di uno dei ragazzi si tinge di mistero.
Cosa sta accadendo nei sotterranei? Che significato hanno le medicine e gli esami a cui i bambini sono sottoposti? Usciranno tutti sani e salvi dagli eventi drammatici che attendono Ribblestrop? Ma, sopra a tutto, la scalcinata squadra di calcio della scuola riuscirà a battere la Scuola Superiore maschile sul campo?!
Mulligan trascina in una versione allucinata dell’ambiente scolastico inglese, tra risate, non-sense e momenti di tensione mai scontati. I personaggi sono perle di assurdità, pur conservando un realismo di fondo che suscita un piccolo brivido lungo la schiena. La prosa è diretta, chiara, schietta e senza fronzoli, sfrontata come lo sguardo di un ragazzino.
La trama cambia continuamente carattere, stupendo per la sua imprevedibilità, la sua capacità di cogliere sempre in fallo il lettore e le sue ipotesi. Si lotta invano contro il disorientamento, finché non si cede: stare al gioco è l’unico modo per farsi portare da Mulligan verso un finale con il botto.
Un romanzo per tutte le età!