giovedì 21 novembre 2013

La mia Istanbul


I diari di viaggio sono un genere poco gettonato, in questo periodo, ma personalmente li ho sempre amati. Non solo ti portano in luoghi lontani; ti avvicinano all’anima di individui che non conosci. Ti permettono di accostarti alla loro esperienza personale, alle loro avventure come alle domande e ai pensieri che nascono durante esperienze vissute tanto lontano da casa. Da essi si può imparare qualcosa, o trovare spunti di riflessione anche importanti.
Il viaggio fatto da soli non funziona come fuga dal nostro quotidiano, dai problemi che ci assillano, ma offre la possibilità di valutarli e ragionarci sopra da un punto di vista più calmo, oggettivo. Un viaggio può aiutare a trovare soluzioni, a conoscersi meglio attraverso il nuovo che ci circonda, a dipanare quei nodi che le abitudini hanno intrecciato dentro di noi.
In “La mia Istanbul” di Francesca Pacini, edito con Edizioni Ponte Sisto, ho trovato il connubio desiderato di bella prosa ed esperienza di viaggio, verità dei fatti e cammino spirituale. La scrittrice non solo dipinge a tinte vivide una città che è diventata la sua meta d’elezione, una seconda casa che non cessa mai di affascinarla e arricchirla, ma ci permette di accostarci a temi che oggi sono di estrema attualità e che ci vengono proposti senza il filtro dei pregiudizi occidentali: la società moderata musulmana, il ruolo e le abitudini delle donne, la cultura islamica in generale.
Una prosa a tratti onirica, ogni capitolo è un dipinto realizzato usando le parole come colori. L’amore di Francesca Pacini per ciò che descrive e per il suo viaggio – dell’anima e del pensiero, oltre che del corpo - è palpabile in ogni frase e le restituisce quell’afflato di sincerità che il lettore non può che apprezzare, godendosi la proprietà di linguaggio e la sua musicalità non solo nel piacere della bella scrittura ma godendo dello sforzo – non artificioso – di rendere con le parole più adatte, gli accenti migliori, ciò che è stato veramente visto, respirato, gustato. Soprattutto, amato.
Istanbul, per sua natura, è un ponte tra Occidente e Oriente, un luogo liminare ove si uniscono due continenti, da una parte e dall’altra di un braccio di mare che ha visto accadere innumerevoli gesta degli uomini. Come tale, conserva in sé numerose contraddizioni e mostra al visitatore sia la sua parte musulmana tradizionale che quella più spregiudicata e godereccia dei quartieri del divertimento. Occorre capirne entrambi i volti per entrare nell’atmosfera di questa città magica, ricchissima di Storia e segnata da sanguinose battaglie.
Ogni parentesi di questa esperienza crea un momento di meditazione, dà forma a una domanda su cui sarebbe il caso di fermarsi a riflettere per il tempo necessario ad aprire la mente a diverse forme di pensiero, a culture differenti. L’odio e l’incapacità di accettare le altrui abitudini derivano soprattutto da una cecità radicata dalla convinzione che il proprio modo di vivere sia il solo a poter essere etichettato come “giusto”. La Pacini si avvicina alla realtà musulmana con la mente aperta, senza rinnegare le proprie tradizioni ma disponibile a cercare di comprendere quelle altrui.
Riveste per lei grande significato la possibilità di approcciare un nuovo modo di concepire e vivere la femminilità, senza intenti polemici ma in un’analisi personale di ciò che è diventato il corpo della donna nella cultura occidentale e la valenza che riveste invece nella cultura musulmana. Come sempre, ciò che non si ha possiede un fascino tentatore. Per le musulmane, il desiderio di una maggiore libertà di costume. Per la donna occidentale senza pregiudizi, un ritorno a quel minimo di pudicizia, di consapevolezza delle differenze oggettive tra uomo e donna e quel rispetto reciproco senza ostentazione del corpo che le lotte femministe hanno travisato e cancellato, andando oltre gli intenti iniziali e appiattendo, in qualche modo, la figura della donna.
La mistica sufi riveste un ruolo essenziale nell’attrarre costantemente la Pacini a Istanbul. Il fuoco interiore dei dervisci, la loro danza che unisce al trascendente e supera le leggi della materia, conserva per lei un’importanza fondamentale, conducendola – insieme ai riti dell’hammam – a percepire una dimensione spirituale più ampia, lontana dal tran-tran frenetico del mondo materiale.
Il contatto con le povere ma dignitose famiglie curde, con modi di vivere tradizionali e con donne tentate dall’Occidente, le interminabili camminate lungo le strade sempre imprevedibili di Istanbul, conducono Francesca Pacini – e noi con lei – in un viaggio di sogno, un’esperienza che disgrega e rinnova, in un tentativo riuscito di mettere in parole un’affinità elettiva.

giovedì 14 novembre 2013

Gli Impressionisti

La corrente artistica degli Impressionisti ha fatto da spartiacque, relegando all’antico il lungo percorso verso la “bella pittura” e la maniera accademica per inoltrarsi nel concetto di colore, percezione e interpretazione personale del concetto di rappresentazione, cosa che ha poi condotto alle avanguardie e all’arte contemporanea.
Questo nuovo modo di concepire la pittura fu figlio non solo del genio di un gruppo di artisti dall’animo ribelle e senza alcuna paura di sperimentare, ma anche dei tempi. La Francia della metà dell’Ottocento era pervasa dalla voglia di cambiamento, di lasciarsi alle spalle il passato, la burocrazia, le pastoie sociali. Era una Francia che voleva divertirsi, lasciarsi andare, inoltrarsi nella modernità e nelle nuove scoperte tecnologiche. L’Accademia, con i suoi esercizi di maniera privi di contenuti e di novità, divenne l'emblema di ciò che andava cambiato alla radice.
Questo, come ovvio, generò un netto rifiuto da parte delle istituzioni e costrinse gli artisti a imparare a “vendersi” da sé, organizzando in proprio le esposizioni, prendendo contatto con mercanti d’arte e collezionisti, allacciando relazioni con scrittori e giornalisti che potessero far loro una pubblicità positiva, avvicinandoli al grande pubblico, che – come ovvio – non capiva la loro pittura e la malgiudicava. Fu il primo passo verso un moderno mercato dell’arte, anche se gli sforzi degli Impressionisti non trovarono seguito se non dopo la loro morte, quando il panorama artistico aveva ormai imboccato una svolta epocale e i loro lavori vennero valutati per cifre altissime.
Il bel libro della Giunti che vi sto presentando offre, oltre ad un pregevole prodotto editoriale in carta lucida e moltissime immagini a colori, un riassunto ben congegnato di ciò che è stata questa corrente, di chi fossero gli artisti che ne facevano parte e quali fossero non solo le loro tecniche ma anche i loro obiettivi, raccolti poi dai successivi adepti della loro scuola. Le pagine a sinistra contengono il testo, ricco di dettagli, e piccole immagini di riferimento. Le pagine a destra sono dedicate alle stampe di grande formato e alle schede di approfondimento.
Si parte con una parentesi sui predecessori degli Impressionisti, coloro che hanno aperto la via per il cambiamento. Oltre ad un’analisi della Parigi di metà secolo, si parla quindi del Realismo, prima pietra di scandalo nell’ambiente artistico francese. La scuola di Barbizon da una parte, con la predicazione della pittura di paesaggio en plain air contrapposta al lavoro in studio insegnato in Accademia, e artisti come Courbet e Corot tanto attenti a rappresentare la realtà quotidiana senza filtri di buon gusto e maniera, influenzarono profondamente temi e modi dell’Impressionismo.
Vengono quindi raccontate le vicissitudini riguardanti le mostre impressioniste: come sono nate, chi vi ha partecipato, quali sono state le reazioni del pubblico e della critica. Vengono anche sviscerati i contrasti interni al movimento, che hanno modificato più volte l’organico di coloro che esposero sotto il nome di “impressionista”. Un capitolo a parte è dedicato ai luoghi di ritrovo di questi artisti, principalmente locali cittadini e studi privati, ove si faceva salotto e si accendevano discussioni sull’evoluzione dell’arte che coinvolgevano anche letterati e giornalisti.
Si analizzano poi i soggetti preferiti (paesaggi ma anche scorci della movimentata vita di città e del mondo del lavoro), le tecniche pittoriche utilizzate e l’avvento del mezzo fotografico, i personaggi altrettanto famosi che hanno gravitato attorno all’ambiente impressionista (vedi il poeta Baudelaire o il romanziere Zola). Si chiude con le brevi biografie dei principali artisti del gruppo, corredate da una galleria fotografica aggiuntiva, e di coloro che porteranno altra innovazione partendo dalle loro orme: i “puntinisti” Seurat e Signac, quel Gaugain che cercherà fuori dalla Francia la sua ispirazione, e Vincent Van Gogh, rivoluzionario e sfortunato artista.
Un bellissimo regalo per tutti gli amanti dell’arte.

mercoledì 6 novembre 2013

L'esperimento del dottor Ox

Jules Verne (1828 – 1905) fu uno scrittore francese che coniugò la fantasia alla scienza, creando romanzi e novelle che cementarono le fondamenta della moderna fantascienza e fecero (ancora fanno) sognare bambini e adulti. Suoi titoli intramontabili come “20.000 leghe sotto i mari”, “Dalla Terra alla Luna” e “Il giro del mondo in 80 giorni”. Il racconto che vi vado a presentare oggi mette in luce, oltre agli interessi per cui Verne è famoso, un’ironia tagliente ed esilarante che lo rende ancora più vicino alla cultura contemporanea.
“L’esperimento del Dottor Ox” racconta le vicissitudini di una cittadina delle Fiandre, Quiquendone, così tranquilla fin dai primordi della sua fondazione che spesso la gente si dimentica della sua esistenza, tanto che essa non compare nemmeno sulle carte geografiche.
La vita a Quiquendone è la quintessenza della vita fiamminga nelle esagerazioni caricaturali del resto del mondo: pacata, lenta, ponderata. Qualunque decisione viene procrastinata per anni, decenni, nel timore di affrettare troppo i tempi e prendere la decisione errata. I fidanzamenti durano anni e anni, senza quasi alcun rapporto tra gli innamorati, che così avranno tutto il tempo di abituarsi all’idea del matrimonio. Le chiacchierate si dipanano in lunghe ore fatte soprattutto di pause di riflessione. Ogni casa è esempio d’ordine, calma e silenzio.
In un tale contesto, è appena stata presa una decisione che porterà un po’ di modernità – ma solo un po’- in un luogo quasi fuori dal tempo. Il borgomastro Van Trikas e il consigliere Niklaus, infatti, hanno finalmente concordato che Quiquendone avrà l’illuminazione a gas per adeguarsi ai tempi.
Il lavoro di allacciamento di tutti gli edifici cittadini, impresa non da poco, è stato affidato a uno scienziato straniero, il dottor Ox, giunto da poco in città insieme al suo assistente. A quanto pare, il dotto scienziato conosce un sistema alternativo di illuminazione a gas che consentirà alla brava gente di Quiquendone di avere una splendida luce risparmiando in moneta sonante.
Ciò che gli sventurati cittadini non sanno, è che Ox non ha alcun interesse a fornire semplicemente la luce alla città dietro compenso. Il suo vero scopo è usare l’intera, flemmatica cittadinanza di Quiquendone come cavia per un importante esperimento scientifico. I collegamenti per il gas posizionati in tutti gli edifici, infatti, serviranno a saturare l’aria di ossigeno per valutarne gli effetti sulla flora e sulla fauna, ma soprattutto sulla psiche degli esseri umani.
Le prime avvisaglie che qualcosa di arcano si sia messo in movimento viene dalla crescita rigogliosa, perfino mostruosa di piante e frutti, che raggiungono dimensioni pazzesche per poi morire velocemente. Di seguito si riscontra un’irritabilità mai vista negli animali. Poi, finalmente, sono le persone a dare segni di squilibrio.
I calmi e letargici cittadini cominciano a discutere animatamente, ad accelerare i tempi, a dar vita a feste mai viste, a litigare. Ad un certo punto, infiammati gli animi, perfino a dar luogo a risse e a cercare un pretesto per dichiarare guerra alle città vicine! Quali saranno le conseguenze del pericoloso esperimento del dottor Ox?
Verne basa il racconto sul doppio volto della scienza, che non esita a diventare dannosa pur di raggiungere i propri scopi di conoscenza, trasformandosi in una piaga quando il suo scopo dovrebbe essere quello di servire l’umanità. Ox è lo scienziato disposto a sacrificare tutto e tutti pur di sperimentare le proprie teorie. I cittadini sono semplici cavie da laboratorio, ignare di quanto sta avvenendo.
Al contempo, lo scrittore dileggia queste placide vittime senza pietà, in una parodia del popolo bue che si fa guidare qua e là dal burattinaio senza nemmeno un sentore che qualcosa non vada, che gli eventi siano manipolati dall’alto. L’ironia francese verso i vicini fiamminghi qui viene portata all’eccesso, con una dichiarata intenzione grottesca. Al contempo vi si può leggere dell’ironia anche verso i concittadini di Verne, in quanto i fiamminghi dopati con l’ossigeno somigliano moltissimo ai francesi infiammati ad ogni buona occasione di protesta.
Un racconto divertente e dissacrante, godibilissimo nonostante l’abbondante secolo che ci separa, ancora pericolosamente attuale nei riguardi di quella scienza che fa dell’umanità la sua cavia da laboratorio.

venerdì 1 novembre 2013

Per interposta persona

Oggi parliamo di un autore che ho scoperto e recensito qualche tempo fa, sperando di avere l’opportunità di leggere ancora qualcosa di suo e notare i miglioramenti che le sue trovate narrative promettevano. Non sono stata delusa da questa seconda lettura di un’opera di Massimiliano Venturini, scrittore con la predisposizione al “giallo all’italiana”.
“Per interposta persona – Il ritorno del Passatore”, edito da Italic, narra le rocambolesche vicende di un giovane romagnolo che, a causa di una perfetta omonimia con il bandito ottocentesco Stefano Pelloni (citato anche da Pascoli in “Romagna”, che l’autore ha omaggiato all’inizio del libro), con il tempo finisce per credersi la sua reincarnazione e avvia una carriera di ladro scaltro e vendicativo, prendendosi con la forza quelle soddisfazioni che la vita gli ha negato.
A mettergli i bastoni fra le ruote, un uomo non meno intelligente di lui: l’ispettore Randello, convinto della colpevolezza di Pelloni fin dal principio della sua carriera di ladro, gli starà sempre addosso per approfittare della prima sbavatura nei suoi piani e sbatterlo in galera.
Questo nuovo Passatore, pur con le sue ingegnose parentesi criminali, conserva in realtà un’ingenuità che fa quasi tenerezza. Abituato a vivere in estrema povertà, cresciuto senza davvero conoscere gli affetti familiari, ha un rapporto sbagliato sia con il denaro che con il suo prossimo, gentil sesso in testa.
La maschera del Passatore gli offre inaspettatamente un modo per rapportarsi con il mondo da vincitore, invece che da vinto. Gli dà il coraggio di tentare bizzarre avventure amorose, lo spinge alla rivalsa verso coloro che ostentano il proprio denaro. Lo fa sentire potente, imprendibile, finalmente in grado di confrontarsi con il mondo da una posizione di superiorità. L’anonimato del lavoro al bar gli torna utile e si prende le sue soddisfazioni materiali con una certa parsimonia, tutto sommato.
La fame di sfide, però, lo porta a rischiare sempre di più e sempre più spesso, pur sapendo di avere un mastino alle calcagna (e in questo il ladro si eleva nel rispettare profondamente il proprio avversario “dalla parte della legge”). Forse c’è un inconscio desiderio di essere fermato, tanto da sbandierare il proprio soprannome agli ultimi rapinati, come lasciando un biglietto da visita ad uso e consumo dell’ispettore Randello. Una personalità vera e vivace, profondamente italiana.
Venturini trova nella scrittura in prima persona una forma narrativa che gli è congeniale e che valorizza la territorialità della parlata, pur senza volute insistenze sul gergo dialettale e con la premura di fornire spiegazioni dei termini locali quando utilizzati. Il tutto, però, inserito con eleganza nella narrazione stessa, senza note a piè di pagina.
Molti dei difetti presenti ne “Il ritorno degli Dei” qui scompaiono del tutto, palesando una maturazione dello scrittore e una pregevole attenzione dell’editore per il prodotto. A una trama valida e interessante, infatti, Venturini aggiunge una prosa senza difetti sintattici o refusi di stampa, permettendo finalmente una lettura scorrevole che consente al lettore di godersi senza ostacoli le trovate dell’autore e le vicissitudini di questo particolare protagonista.
Dalla prosa di Venturini emerge un amore tutto italiano per il cibo. Pur senza diventare parossistico, il piacere della buona tavola traspare dalle righe – mai mancanti – che descrivono i pasti dei personaggi, un soffermarsi che con poche parole sa risvegliare il senso del gusto e renderci partecipi di questa esaltazione per il gusto e la vista.
Altra trovata interessante, la sfilata di personaggi che frequentano il bar di Pelloni e che costituiscono uno sfaccettato spaccato di umanità nostrana. Dal professore di fisica al venditore di gioielli, dall’impiegato di banca al beghino affetto da cleptomania, dalla ragazza con mire di convivenza alla donna volgare e subdola che tenta ogni uomo che entra nel locale. Ognuno di loro ha qualcosa da dire, il proprio contributo da dare. Spesso il giovane criminale parla citando i propri clienti, che hanno sempre qualcosa da insegnarli, qualche perla di saggezza o sapienza con cui arricchire la propria cultura.
Una lettura davvero piacevole, una bella conferma del talento di Massimiliano Venturini.

lunedì 21 ottobre 2013

Il lavoro dell'attore su se stesso

Il metodo Stanislavskij: tutti coloro che si sono avvicinati al teatro anche solo a livello amatoriale ne hanno sentito parlare. Moltissimi attori e registi si vantano di utilizzarlo, ma gran parte delle volte si tratta di un fraintendimento di ciò che chiede tale metodo. Non si tratta, infatti, della semplice, totale immedesimazione nel personaggio, come molti credono. Il metodo è composto da molte fasi, gran parte delle quali razionali e costruite a tavolino, che si uniscono a una ricerca dell’immedesimazione nella parte. E’ un percorso difficile e anche rischioso per la psiche dell’attore, che deve esercitare un grande controllo su se stesso.
Konstantin Stanislavskij nacque 150 anni fa in Russia e fin dall’infanzia fu educato al mondo teatrale e musicale. Attore e regista, non soddisfatto del manierismo che imperava nel teatro del suo tempo, si applicò per creare un metodo di lavoro alternativo, che portasse a una recitazione più “naturale”. Non disinvolta, ma volta a ricreare la realtà, senza artifici o esagerazioni innaturali. Scrisse due tomi in cui riassunse il suo pensiero sul teatro tramite lezioni: “Il lavoro dell’attore su se stesso” e “Il lavoro dell’attore sul personaggio”. I suoi insegnamenti confluirono nel metodo Strasberg dell’Actor Studio, che però travisò non poco il pensiero di Stanislavskij. A oggi, sono ben pochi coloro che possono affermare di usare davvero questo metodo.
Lo scopo dei due tomi è offrire uno scorcio su quello che dovrebbe essere il training di un attore secondo Stanislavskij, un percorso fatto di compiti ben precisi, recupero e utilizzo delle emozioni, totale consapevolezza di quanto avviene una volta sul palco.
“Il lavoro dell’attore su se stesso” è una sequenza di lezioni viste attraverso il punto di vista di un allievo, nuovo iscritto alla scuola. Il regista Arkadij Nikolaevic Torcov (che poi è Stanislavskij stesso) cercherà attraverso esercizi ben mirati ed esperienze a volte complesse di mostrare alla classe cosa si richiede ad un attore e quali sono le trappole a cui prestare attenzione.
La prima cosa che Stanislavskij ricerca, infatti, è la verità dell’interpretazione. Vero sentimento, vera intenzione. Niente manierismi né cliché, che trasudano finzione e costituiscono solo un codice artefatto che con la recitazione c’entra poco o nulla. Un conto è acquisire il mestiere ed essere in grado di replicare la medesima performance più e più volte con la stessa partecipazione; un altro è recitare in maniera meccanica e vuota, pensando solo a portare a casa il risultato.
Nella prima sequenza di lezioni, il lavoro di Stanislavskij si basa soprattutto su questo: verità d’azione e di sentimento. I temi trattati sono molteplici e cercano di dare voce a tutti i campi di lavoro dell’attore su se stesso che secondo Stanislavskij sono fondamentali.
Viene mostrata, ad esempio, la differenza tra una recitazione inutilmente enfatica e senza scopo e la stessa scena recitata con un obiettivo ben preciso. Si dà grande importanza alla stimolazione dell’immaginazione. Per un attore è fondamentale andare oltre ciò che è scritto sul copione. Occorre essere in grado di immaginare un prima e un dopo, un contesto, saper visualizzare quanto circonda il proprio personaggio.
Parla poi di due temi estremamente importante: il compito e “il magico se”. L’attore, in scena, non deve aggirarsi senza scopo. Esistono compiti psicologici e compiti fisici che vanno definiti fin dall’inizio. Questo non solo rende molto più efficace la recitazione in scena, ma costituisce anche un aiuto non indifferente per la memoria. Utilizzando il “…e se…” come stimolo alla creazione e visualizzando con precisioni i propri compiti in scena, l’attore stimola al contempo creatività e un piano d’azione che gli consenta di mantenere sempre la concentrazione oltre una certa soglia.
Viene stimolata la memoria emotiva. Un attore deve essere in grado di riportare alla mente sensazioni, emozioni e sentimenti che possono essergli utili nella costruzione del personaggio. Non è necessario aver vissuto le stesse esperienze di colui che si interpreta: basta trovare una chiave personale che metta l’attore sulla sua stessa lunghezza d’onda. L’emozione rievocata può diventare un danno per l’attore, se lasciata libera di esprimersi senza razionalità. L’attore deve sempre avere il controllo sulle proprie emozioni, per impedire che queste si manifestino in modo tale da rovinare la sua performance. L’attore è veicolo dell’emozione, non serve a nessuno che ne sia sopraffatto. Questo è il più grande fraintendimento a cui il concetto di immedesimazione può portare.
Il secondo volume è una raccolta di appunti più o meno codificati lasciati da Stanislavskij in forma non definitiva e segnano un’ulteriore evoluzione del suo pensiero, che conferisce maggiore importanza ai compiti fisici quali catalizzatori dell’immedesimazione psicologica. Vengono prese in esame alcune messe in scena, a volte sotto forma di lezione ed altre come flusso libero di pensieri.
Due letture essenziali per chi si occupa di teatro.

lunedì 14 ottobre 2013

Joyland

Il primo, vero amore ha in sé un potere straordinario. Può riempirci di una gioia incontenibile, di sogni meravigliosi. E’ in grado di dare la forza di sopportare molti sacrifici pur di ottenere la felicità con la persona amata, ogni ostacolo può essere superato con la semplice tenacia. Allo stesso tempo, il primo amore può trasformarsi nel nostro peggior nemico. Se questo sentimento puro e potente viene improvvisamente svilito e il suo filo rosso viene tranciato dall’altra metà, ci si ritrova sperduti, feriti a morte, in balia di pensieri autodistruttivi.
Certe emozioni sono in grado di scuotere profondamente un adulto, figuriamoci un ragazzo alla sua prima, vera esperienza amorosa. Devin ha messo tutto se stesso in questo amore, solo per vedersi lasciare quasi con indifferenza. Ora, svuotato e sconvolto, privato di tutti i suoi progetti per il futuro, il ragazzo ha un gran bisogno di ritrovare la voglia di vivere e di sanare le proprie ferite. Cosa può esserci di meglio che andare a lavorare in un parco di divertimenti, dove il prodotto più venduto è proprio la felicità?
King ha una passione per i luna park. A parte la maschera di clown di It, incubo tra i più vividi creati dall’autore americano, ricordiamo emblematica anche la piccola giostra che fa da sfondo nel prologo de “Il talismano” o l’appuntamento del protagonista di “La zona morta” con la fidanzata, appena prima dell’incidente che cambierà la sua esistenza. Il parco di divertimenti è un luogo liminare, dove l’allegria e il gioco vivono in una dimensione a metà tra il sentimento spontaneo e il business. Chi vi lavora è al servizio della gente e al contempo si approfitta della credulità e delle mani bucate del visitatore.
Fidarsi o non fidarsi del magico mondo colorato che promette tanto divertimento? Questo ambiguo sentimento, già evidenziato da scrittori come Ray Bradbury (non a caso, a sua volta legato ai temi dell’infanzia e all’ambivalenza del mercato legato al divertimento e al gioco), conferisce all’ambientazione di questo romanzo un’aria decadente e di incerto equilibrio che ben si adatta con lo stato d’animo del giovane protagonista.
Devin viene a conoscere entrambi i volti di un luna park: sia la sua versione estiva, piena di gente, musica e di frenetico lavoro allo scopo di divertire, sia il volto invernale, fatto di silenzio spettrale, duro lavoro di manutenzione e attesa. Questo coincide con i due aspetti del suo sentimento, a ben guardare. Dapprima tutto sembra luminoso e gaio, benché pervaso da una sottile sensazione di forzatura; quando la maschera gioiosa cade, rimangono solo solitudine e desolazione.
Per quanto sia fondamentalmente una storia basata sull’amore adolescenziale e sulla crescita, King non si fa mancare quella nota paranormale che l’ha caratterizzato durante la sua produzione letteraria. Nel caso di Joyland, esso si manifesta nel mondo tangibile tramite tre canali.
Il primo è una chiromante di dubbia capacità, lavorante a Joyland, che però sarà in grado di mettere in guarda Devin da alcuni incontri e situazioni che condizioneranno il suo futuro. Il secondo è incarnato in un bambino, malato, residente con la giovane madre in una casa sulla spiaggia, lungo la via per Joyland. Il bambino è molto più adulto della sua età, consapevole della propria morte imminente e dotato della capacità di vedere nei pensieri altrui e di scorgere ciò che esiste su livelli diversi da quello terreno. Il suo coraggio e la sua amicizia saranno fondamentali per Devin.
Il terzo canale è quello che ha fatto sperare ai più che il racconto vertesse sull’horror: a Joyland c’è un fantasma. Non si tratta di una leggenda, c’è davvero! Una giovane donna, uccisa da un misterioso killer all’interno del Trenino dei Fantasmi, ancora intrappolata dopo la morte all’interno della giostra.
Queste incursioni nel paranormale, però, sono molto delicate, quasi un corollario alla storia di Devin. King dà molta più importanza ai suoi sentimenti, al legame con Joyland, con il bambino e alla presa di coscienza che è necessario andare avanti anche quando si crede di non avere più voglia di vivere. Un finale forse un po’ affrettato porta a svelare anche l’oscuro mistero che si cela dietro al parco di divertimenti che per un anno gli ha fatto da casa.
Un King ispirato, anche se il binario non è quello dell’horror. Un bel romanzo, dolce e avvolgente come un abbraccio.

lunedì 7 ottobre 2013

Asakusa Kid

Takeshi Kitano, nato nel 1947, è un personaggio caratterizzato da un eclettismo estremo. Attore, regista, pittore, poeta, nella sua vita non ha mai esitato a gettarsi in qualsiasi tipo di avventura che potesse arricchirlo artisticamente. Comico di successo, stupisce i propri fan diventando un attore cinematografico drammatico, per poi dedicarsi alla regia di numerosi film in grado di ottenere anche successo internazionale (vedi titoli come Zatoichi, L’estate di Kikujiro, Hana-Bi).
Un grave incidente in moto gli procura gravi problemi di salute (è costretto anche a ricorrere alla chirurgia plastica per il viso) ma la pausa forzata lo avvicina all’esperienza della pittura, che metterà a frutto.
Nel libro di cui stiamo per parlare, “Beat Takeshi” rievoca i primi tempi della sua carriera – o meglio, del suo apprendistato – raccontando come sia nata in lui la smania di diventare un attore e quali personaggi l’abbiano aiutato a diventare ciò che è oggi.
Il titolo di questo spaccato autobiografico è “Asakusa Kid” e in Italia è edito da Mondadori. La decisione di abbandonare tutto e di trovare un modo per salire sul palco attraversa la mente di Kitano durante gli anni dell’università. Anni buttati via, secondo la sua valutazione; anni passati a frequentare circoli di universitari che a parole promettono rivoluzioni culturali, genialità letterarie, e che invece non fanno che perdere tempo in divertimenti aspettando di terminare gli studi e prendere in mano le redini dell’attività di famiglia. Stanco dall’ambiente inconcludente e dalla sensazione di stare perdendo tempo, Kitano molla tutto e decide di dedicarsi al suo sogno, costi quel che costi.
Torna così ad Asakusa, un quartiere popolare che, durante la sua infanzia, era sinonimo di vestiti all’ultima moda, spettacoli, vitalità. Quando vi ritorna, Asakusa ormai è un quartiere provinciale e decadente, ancora pieno di locali per spettacoli ma ormai in forte declino. La sua prima missione è cercare un maestro, ma riceve solo rifiuti.
Per un colpo di fortuna, trova da lavorare al François, un locale di spogliarelli alternati a numeri comici diretti dal famoso Senzaburo Fukami. Pian piano, un po’ grazie all’insistenza e un po’ grazie a qualche colpo di fortuna, Kitano entra nelle grazie del Maestro, riesce a farsi insegnare i primi rudimenti e a fare il suo debutto sul palco, passando anche da mansioni di accoglienza e pulizia del teatro a quelle di direttore di sala. L’esperienza si rivela, oltre a una scuola di formazione artistica, un’occasione di scoperta di sfaccettati tipi umani.
Conosce il rutilante e decadente mondo delle spogliarelliste del locale, un gruppo di ragazze e donne non più giovanissime che in qualche modo lo adottano e si curano del fatto che riesca a mangiare a sufficienza. Conosce i loro compagni – papponi, per meglio dire – che fanno da agenti delle ballerine oppure vivono alle loro spalle come parassiti.
Impara a vivere di espedienti, a raggirare a sua volta il prossimo per racimolare un po’ di denaro con cui permettersi qualche vizio. L’ingenuo collega Inoue diventa suo amico e al contempo bersaglio dei suoi piani geniali e vittima delle sue frustrazioni quando le cose non girano per il verso giusto. Fa conoscenza con gli eccentrici personaggi che pullulano per Asakusa, compreso il barbone Kiyoshi, così chiamato in onore di un famoso comico che lo tratta sempre benevolmente.
L’attività frenetica, la fame e la mancanza di denaro non allontanano Kitano dal suo sogno. Anzi, accarezza l’idea di lasciare il François e mettere in piedi un duo comico. Finirà per farsi convincere dalla proposta di un suo collega, creando un duo manzai e iniziando una difficile gavetta che decollerà solo quando l’anticonformismo un po’ matto di Kitano diventerà la chiave di volta degli sketch del duo.
L’artista giapponese si svela in questo racconto/diario della sua giovinezza senza abbellimenti, senza dare di sé un’immagine patinata, bensì molto concreta e realistica. Offre al lettore uno spaccato della vita in Giappone negli anni ’70, le difficoltà di un ambiente ambiguo e sempre legato al malaffare, nonché un commovente omaggio al suo maestro e ai suoi insegnamenti, che rimangono vivi nel cuore di Kitano anche a tanti anni di distanza.

martedì 1 ottobre 2013

Giorgio Strehler o La passione teatrale

Il libro che vi vado a presentare oggi (chiedo scusa ma non ho trovato l’immagine di copertina) è un testo multiforme nato dalla trascrizione di un evento del 1990, la premiazione di Giorgio Strehler al Taormina Arte – Europa per il Teatro. Un po’ intervista, un po’ raccolta di saggi sul teatro, un po’ conversazione aperta su ciò che è stata l’esperienza del teatro di Strehler, questo magnifico testo edito con Ubulibri ci restituisce un evento storico e artistico di grande levatura.
Dopo una prima parte di presentazione dell’evento e delle motivazioni alla base sia della manifestazione che della premiazione, viene proposta una conversazione con Anatolij Aleksandrovic Vasil’ev, regista russo nato nel 1942 che in questa specifica occasione ricevette a sua volta un premio per le proprie esperienze teatrali.
Appassionato di Pirandello, Vasil’ev lavora con i propri attori utilizzando con generosità l’improvvisazione sul testo, poi codificata per la messa in scena ma sfruttata per dare nuovo respiro, una nuova vita ai testi presi in esame. Spesso le sue rappresentazioni non sono nemmeno andate in scena, osteggiate dal regime comunista, e ne rimane solo l’esperienza del lavoro. L’intervista lo porta a parlare della sua idea del teatro, delle sue esperienze e del difficile clima nel suo Paese natale, cosa che all’epoca lo faceva tentennare tra le offerte provenienti dal resto d’Europa e il desiderio, nonostante tutto, di ottenere un proprio spazio in Russia e offrire il lavoro di scena al pubblico del suo Paese.
A questo omaggio al nuovo che avanza, segue una sezione costituita da brevi saggi che hanno lo scopo di indagare le tematiche e i modi del teatro di Strehler. Si analizza la scelta dei testi da parte di questo regista iperproduttivo, le sue preferenze in fatto di autori (è un dato di fatto che spesso si instaura una sorta di ponte emotivo e artistico tra un regista e determinati autori teatrali), il suo quasi totale abbandono dei testi contemporanei per dedicarsi al repertorio “storico”. Viene rievocata la sua esperienza volta a creare un teatro europeo, con i lavori portati in scena in Germania e, soprattutto, in Francia. Si analizza la componente sociale /politica di una parte del suo lavoro, la sua idea di quello che è regia e le scuole di pensiero che hanno contribuito alla sua visione del Teatro.
Cominciano quindi le interviste, che riescono a dare – molto più dei saggi – uno spaccato artistico e profondamente umano dell’esperienza strehleriana e di ciò che lavorare con questo regista ha lasciato ad attori e addetti ai lavori.
In un dialogo aperto tra Strehler e i suoi collaboratori, si delinea il profilo di un professionista esigente fino a sfiancare chi gli sta attorno, istrionico, incapace di dirigere dalla sala senza fare su e giù dal palco innumerevoli volte. Un regista che affronta ogni testo come un viaggio che abbraccia letteratura, storia, arte, costume e che costringe tutti a seguirlo nella magia, appassionando e mettendo alla prova le forze di chi lavora al suo fianco. Un artista che conosce alla perfezione la parte di ognuno, le partiture musicali, i progetti di scena. Un genio che insieme a Paolo Grassi e a Nina Vinchi è riuscito a creare un polo teatrale di livello internazionale al Piccolo di Milano.
Si alternano nella rievocazione di episodi lavorativi e personali grandi nomi come Giulia Lazzarini, Ezio Frigerio, la stessa Nina Vinchi, Turi Ferro…Un dialogo aperto con Strehler, che li incoraggia, li contraddice, a volte persino si commuove nello scoprire quanto ha segnato l’evoluzione come artista di alcuni suoi collaboratori.
Segue un dialogo tra Giulia Lazzarini e Giorgio Strehler che parlano del lavoro svolto su “Elvira, o la passione teatrale” di Jouvet. A metà tra l’analisi critica della messa in scena e la lettura drammatizzata del testo, i due analizzano le tematiche di questa “lezione” di teatro ambientata a cavallo degli anni della Seconda Guerra Mondiale, portando in luce le difficoltà dell’interpretazione scenica e offrendo un bellissimo scambio tra regista e attrice, in parte “scenico” e in parte verità.
Con un discorso conclusivo, termina questo bellissimo documento. Per chi, come me, fa teatro o quantomeno lo ama, una lettura che fa desiderare ardentemente di aver potuto assistere in prima persona all’evento e che restituisce un’immagine sfaccettata di uno dei più grandi registi del secolo scorso.

martedì 24 settembre 2013

L'uovo


La fine del mondo. Quella vera, l’Apocalisse che ridurrà a niente la vita sulla Terra e i millenni di cultura del genere umano. Così, in pochi minuti, senza alcun preavviso, ogni cosa viene spazzata via. Non c’è tempo per tentare di trovare una soluzione, una via di salvezza; nessuna occasione per gli ultimi addii.
Un attimo prima c’è la Vita e l’Uomo governa il pianeta. Un attimo dopo, tutto è finito.
L’ecatombe viene vista in diretta da una base lunare, abitata da un piccolo manipolo di scienziati e volontari comandati dal cupo Odama. Spetterà a lui il compito di trovare un significato in tutto ciò, parlare con coloro che ne sono la causa ed essere protagonista dell’annientamento finale…o forse di una rinascita.
Questa, in breve, la trama di “L’uovo” di Rodolfo Viezzer, edito con Aracne, Un breve romanzo che unisce fantascienza e teologia, morale e scienza, in un viaggio tra le macerie di un pianeta che si risveglia sull’orlo della distruzione, non dissimile all’animo dello stesso protagonista, che dalla morte della compagna ha perso ogni interesse alla vita e a tutto ciò che lo circonda.
Secondo molte mitologie, l’Universo nasce da un Uovo. Pensare ai pianeti come gusci di creature che crescono al loro interno aspettando il momento della nascita è al contempo splendido e terrificante, troppo al di là della capacità di visualizzazione del genere umano.
Un essere gigantesco sotto la crosta terrestre provoca, per venire al mondo, l’estinzione di miliardi di vite. Odama si batte attraverso un confronto etico fatto di solo pensiero per insegnare all’intelligenza aliena fecondante quanto aberrante sia questa proporzione, quanto significhi in termine di danno cosmico. Anche una sola vita perduta, con il suo carico di esperienza e ricordi, è un danno incalcolabile.
Odama ed Ave. Adamo ed Eva. Un semplice acronimo, ma non così scontato. Ce ne si rende conto piano piano, proseguendo con la lettura. Ave è morta; era la luce nella vita di Odama, che ora vive senza speranza e senza più legami con tutto ciò che, sulla Terra, gli ricorda lei. Dentro di lui è avvenuto qualcosa di molto simile al disastro che si sta abbattendo sul pianeta e forse proprio per questo riesce a gestire tanto bene la situazione, a far continuare l’attività della base in sua custodia.
E’ l’unico ad avere la forza e il coraggio di indagare, quando si scopre che il cataclisma è stato indotto da creature che attendevano questo momento da milioni di anni.
L’analisi della psiche di Odama occupa nella narrazione un posto non meno fondamentale del destino a cui la Terra e l’Uomo stanno andando incontro, intrecciata indissolubilmente alle sorti del nostro mondo e della specie.
La particolarità di questo piccolo romanzo sta nell’ambiguità del momento, all’interno del flusso del Tempo, in cui tutta la vicenda si svolge. Potrebbe trattarsi del nostro futuro, neanche tanto lontano. Oppure, perché no, di un remotissimo passato di civiltà evoluta cancellata dallo sconvolgimento planetario, poi rinata grazie a una “seconda possibilità” in cui stiamo ricalcando le tappe precedenti…
L’autore non lo specifica. Forse nemmeno intendeva offrire una suggestione simile. Fatto sta che essa nasce nella mente del lettore fin dalle prime pagine e dona qualcosa in più a tutta la vicenda.
Nonostante la necessità di un editing un po’ più attento, una storia di fantascienza costruita con classe, di gradevolissima lettura, che offre molti spunti di riflessione.

martedì 17 settembre 2013

La fortuna viene a chi sorride


Ci vuole un bel coraggio per lasciare tutte le proprie sicurezze, un lavoro fisso e le abitudini di una vita e decidere di girare il mondo alla ricerca della conoscenza e della felicità, con la sola sicurezza di una vasta rete di amicizie internazionali costruita negli anni e le proprie abilità di artista di strada, sempre pronto a esibirsi per grandi e piccoli pur di strappare un sorriso.
Luca, il protagonista del romanzo-diario “La fortuna viene a chi sorride”, questo coraggio lo trova. Anzi, si mette in viaggio con una gran gioia nel cuore, desideroso di immergersi nell’atmosfera di Paesi lontani e conoscere gente nuova, abitudini differenti.
Assistiamo così alle sue peregrinazioni e leggiamo dei suoi contatti con gente di tutto il globo.
Per Luca (che poi altri non è che l’autore stesso sotto pseudonimo) i sorrisi sono il motore che fa girare il mondo. Le cose belle, la fortuna, sono attratte da chi sa sorridere e lui se ne rende prova vivente più e più volte durante l’intera narrazione.
Dopo un paio di tappe europee, Luca parte per l’India, dove peregrina da un luogo all’altro assaporando le abitudini del luogo, la cordialità della gente e dove trova conoscenze vecchie e nuove, tra cui giocolieri suoi colleghi. Ci porta in Thailandia, in Australia, e poi di nuovo nel Sud-Est asiatico, in un viaggio del corpo e dell'anima che lo riporterà in Italia per una fortunata (appunto) intuizione: un male invisibile gli sta minando la salute e minaccia la sua vita. Serviranno tutto il suo coraggio e la sua positività per ricominciare.
Sono due i punti di forza di questo libro, edito da “Il Ponte Vecchio”: il linguaggio e la variegata casistica umana che vi compare. Zaganelli trascrive i fatti e le conversazioni con lo stesso tono informale della vita di tutti i giorni, senza cercare di rendere più “letterario” il suo stile, conservando una freschezza e una immediatezza che si sposano perfettamente con il carattere del testo.
I volti, le voci e le abitudini che ci vengono mostrati di pagina in pagina, poi, sono un dipinto multicolore di un’umanità varia e traboccante di vita. Gente il cui intrinseco valore non risiede solo nella diversa cultura, ma nella capacità – da noi quasi scomparsa – di godere delle cose belle della vita, della conoscenza del prossimo per il puro gusto di avvicinare un altro essere umano, senza interessi reconditi.
A questa gente “bella” si contrappone, anche se non è intento dell’autore creare due categorie, un’umanità occidentale in viaggio per ritrovare se stessa, spesso confusa e non ancora pronta ad aprirsi davvero a esperienze diverse dal consueto se non per una forma di snobismo nel ritenersi “alternativo” e frequentare solo luoghi “di grido”.
La principale pecca, come purtroppo accade fin troppo spesso negli ultimi anni, è una mancata (o quantomeno approssimata) correzione delle bozze. Non mancano errori di battitura e di punteggiatura, che fortunatamente non tolgono nulla alla bellezza di questo diario di viaggio ma sicuramente risultano poco graditi.
Zaganelli ci regala uno scorcio luminoso della sua esperienza di vita. Da leggere tutto d'un fiato.