sabato 18 febbraio 2012

Iniziazione ai culti celtici

“Iniziazione ai culti celtici” è un piccolo volume edito dalla Edizioni Mediterranee, facente parte di una collana dedicata appunto all’introduzione delle antiche religioni. Le autrici, Daniela Bortoluzzi e Ada Pavan Russo, tentano di riassumere in maniera comprensibile anche ai non iniziati un vasto e complesso sistema cultuale le cui origini si perdono nella notte dei tempi e le cui tracce tangibili provengono quasi completamente da testimonianze esterne (romane e greche, soprattutto).
I Celti erano un popolo di probabile provenienza indoeuropea, che si insediò in Europa e la occupò da nord a sud, da est a ovest, diversificando le proprie forme artistiche e sociali fino a creare una frattura netta tra i Celti continentali e quelli insulari, emigrati in Irlanda e nelle isole britanniche. Alcuni aspetti della loro cultura, però, rimasero peculiari.
I Celti ebbero modo di confrontarsi con numerose civiltà, da cui trassero ciò che sembrava loro valido: Greci, Romani, Sassoni. Furono anche in grado di comprendere parzialmente e riutilizzare i complessi megalitici eretti millenni prima da una diversa e ancora pressoché sconosciuta civiltà.
Il pantheon celtico era multiplo e vario, ma gli innumerevoli Dei erano solo aspetti diversi delle stesse essenze. Secondo la loro visione escatologica, il mondo era governato da tre principi: la Forza, la Saggezza e l’Amore. Sopra ad essi stava una divinità unica e inconoscibile. L’anima umana ne era un frammento e per ricongiungersi all’Origine doveva superare le prove terrene. Credevano nella reincarnazione e in diversi livelli di esistenza, “mondi” in contatto tra loro che interagivano con il piano materiale e terreno della vita fisica.
Tramite con questi mondi e custode della conoscenza (orale) era il druido, o la druidessa. Più che sacerdoti, essi erano punti di riferimento imprescindibili, figure che affiancavano e legittimavano chi deteneva il potere. Essi conoscevano le rune, segni di scrittura magica, e utilizzavano la musica per conservare e divulgare la sapienza.
La Natura era specchio delle forze dello spirito e come tale veniva tenuta in gran conto e venerata. La vita era scandita da feste rituali che avevano effetto propiziatorio verso le forze della Natura e servivano da collante sociale, coinvolgendo tutti nei riti del ciclo stagionale.
Il breve saggio si articola in tre parti. Nella prima, viene introdotta e analizzata la vasta sequela di simboli magici, soprattutto quella legata al mondo animale. Nella seconda parte si passa invece alla simbologia runica legata agli alberi e alla loro sfera di influenza nella vita umana. Le feste sacre vengono elencate e descritte dal punto di vista rituale. La terza parte, infine, introduce nomi e valenze delle divinità centrali del pantheon celtico, cercando di collocare questa religione all’interno del più ampio panorama europeo.
Benché nato con ottimi scopi, questo saggio è di qualità carente. Le informazioni che vengono fornite non sono sempre esatte, soprattutto a causa di una ristretta visuale antropologica da parte delle autrici. Non si fatica a notare che entrambe si rifanno alla rinascita new-age dei culti celtici e, più in particolare, ai culti wiccan della Grande Madre.
Per quanto questa figura sia di eccezionale importanza, continuare a farvi riferimento in toni nostalgici (con critica implicita alla religione cristiana successiva) non fa buona prova di obiettività da parte delle autrici, né di reale comprensione della complessità spirituale del culto antico. Anche i piccoli riti che vengono proposti alla fine di ogni sezione sono palesemente incantesimi wicca, che non dovrebbero trovarsi in un libro che afferma di trattare dei Celti.
Le frasi finiscono spesso con i tre puntini di sospensione, una scelta stilistica discutibile che fa pensare di trovarsi a leggere il diario personale di una ragazza più che un saggio. Si fa inoltre una confusione incredibile tra divinità celtiche, greche, romane e sassoni, in un miscuglio che potrebbe confondere un lettore non ancora iniziato all’argomento. I chiarimenti sulle inevitabili influenze che i “vicini di casa” ebbero sul pantheon celtico arrivano troppo tardi, solo nelle ultime pagine del saggio.
Vi sono comunque alcune parti interessanti e gran parte delle informazioni rimangono esatte.
Una lettura per chi già conosce l’argomento. Quando avrete finito – come me - di storcere il naso, avrete comunque a vostra disposizione un veloce saggio di consultazione sulla simbologia della religione celtica.

sabato 11 febbraio 2012

Un diamante da Tiffany

Parliamo di un libro non di mia proprietà, quest’oggi. Trattasi di regalo a mia madre per Natale…
Un libro scritto specificatamente per le donne da una scrittrice (Karen Swan) che ha lavorato nella moda per anni e pubblicato in una bella edizione cartonata con copertina rossa dalla Newton&Compton.
I temi trattati in questo romanzo sono molto settari, non è certo una lettura adatta a un pubblico di uomini. Non solo per la centralità della storia sentimentale (che di solito non è nella top-ten del lettore maschio), quanto proprio per la visione totalmente femminile di ogni argomento: dal matrimonio, all’idea del viaggio e dell’esperienza avventurosa, al mondo del lavoro e del mantenimento della bellezza/giovinezza.
Cassie è una bella donna di trent’anni, sposata da tempo con un nobile scozzese. La vita sedentaria l’ha portata a trascurarsi un po’, ma l’arrivo delle sue tre amiche del cuore per la sua festa d’anniversario la convince a fare del suo meglio per mostrare al marito le sue doti. Sforzo inutile: proprio quella sera, Cassie viene a sapere che il marito la tradisce con una sua amica del posto, e che i due hanno addirittura avuto un figlio.
Le amiche di Cassie la trascinano via da casa e decidono di curare il suo tracollo con una terapia d’urto: per aiutarla a trovare un nuovo posto nel mondo, la ospiteranno per alcuni mesi a turno, offrendole un lavoro e nuove esperienze che possano risollevarle il morale e darle la forza di trovare la propria strada. Un aiuto inaspettato arriva da Harry, fratello di una delle ragazze, che promette di fornirle una lista di cose da fare a qualunque costo in ogni città in cui soggiornerà.
Cassie finisce dapprima a New York, dove l’amica Kelly la introduce a forza nel frenetico mondo della moda. Tra abiti neri e tinte bionde, uscite notturne, super-alcolici, corse nel parco e sensuali fotografi di moda, Cassie viene travolta da un’ondata di sensazioni che la lasciano euforica ma non meno confusa di prima. Ne esce però con un regalo prezioso: una sorpresa di Henry, preparata per lei al negozio di Tiffany.
Parigi le si mostrerà tramite la visione della vita dell’amica Anouk, un mondo fatto di placida cura di sé, arte e cucina d’alta classe, ma la colpirà con una delusione imprevista e con il trauma della morte di un amico. Cassie lascia la città in preda all’angoscia.
L’ultima tappa è Londra, dove l’amica Suzy la accoglie in un ambiente familiare, rallegrato dal prossimo arrivo di una bambina. Ma qual è il posto di Cassie? Cosa vuole fare davvero della sua vita? E perché Henry sta entrando sempre più nella sua mente e nel suo cuore, ben al di là delle misteriose liste e dei piccoli doni floreali che la attendono in ogni città? Lui dovrebbe sposarsi con un’altra e lei non ha ancora ottenuto il divorzio da suo marito, il quale desidera riallacciare la loro relazione.
Per Cassie è arrivato il momento di decidere.
L’autrice si destreggia con estrema facilità attraverso l’ambientazione modaiola nelle tre città che fanno da sfondo alla storia, tratteggiando atteggiamenti, piccole e grandi manie, dettami fashion con palese competenza e non senza una sana dose di ironia, cosa che rende molto gradevole la lettura.
Per quanto le “liste” siano compilate dal personaggio maschile di riferimento, le tappe che vi sono segnate seguono quasi sempre un gusto più femminile e delicato di quelle che potrebbero essere - più realisticamente - le scelte di un uomo. Ogni tanto questa femminilità straripante appesantisce un po’ il racconto, rendendolo a tratti zuccheroso, artificioso.
Anche la protagonista di quando in quando diventa difficile da digerire. Spesso si rivela senza carattere, disposta a essere spostata di qua e di là come un oggetto e a fare da cavia a qualunque cosa passi per la testa alle sue amiche (all’autrice, in ultima analisi…). Purtroppo è palese che si tratta di cadute di stile nate dalla necessità di introdurre certi argomenti o il ritorno di alcuni personaggi in certi punti della trama. La meccanicità di taluni passaggi inficia a tratti il godimento semplice e senza pretese che si può ottenere dalla lettura di “Un diamante da Tiffany”.
Nel complesso, però, la prosa della Swan è buona, scorrevole, simpatica. Offre spunti per farsi qualche risata e regala scorci interessanti sul mondo della moda, americano ed europeo. La storia d’amore è un prevedibile ma tenero lieto fine.
Un regalo carino per la fidanzata, magari per l’ormai prossimo S.Valentino. Per le lettrici, una parentesi romantica e un po’ scanzonata da concedersi alla fine di una giornata pesante.

lunedì 6 febbraio 2012

Beowulf

Hrōđgār, re degli Scyldingas, è afflitto da un problema che pare irrisolvibile: la sua splendida reggia, il Cervo, ogni notte viene presa d’assalto dal terribile orco Grendel, il quale fa strage di tutti coloro che incontra. Nessuno sembra in grado di eliminare questo flagello e la corte del re diserta il luogo di festa, lasciandolo alle bizze notturne del mostro.
Inaspettatamente, dal mare giunge una compagnia di coraggiosi Geati, guidati dall’imponente Beowulf, un guerriero dal fisico immane e dalla forza leggendaria. Egli sfida Grendel e lo sconfigge a mani nude, strappandogli un braccio e costringendolo alla sua ultima fuga nelle paludi. Questo gli porta onore alla corte del re, ma la gioia dura poco: la notte seguente, la madre di Grendel cerca e trova la sua vendetta sugli Scyldingas.
Beowulf è costretto a recarsi nel suo territorio per combatterla e, dopo un duro scontro in armi, riesce a ucciderla. Hrōđgār lo ricopre di preziosi e ne fa suo figlio onorario, poi i Geati tornano in patria per portare novella delle proprie gesta.
Ad anni di distanza, Beowulf è ormai un anziano re della sua gente. Lo attende, però, un ultimo scontro sovrumano contro un drago che, derubato di parte del suo immenso tesoro, si è svegliato e sta sfogando la propria ira sugli innocenti. E’ uno scontro tra titani. Beowulf vince, anche grazie al supporto di un giovane parente, ma lo scontro è stato troppo duro. Egli stesso muore, portando via con sé un’epoca di grandi gesta eroiche.
Composizione in versi della tradizione nordica, questo poema nasce in ambiente anglo-sassone e viene scritto in una lingua già in disuso, prettamente poetica e ricchissima di espedienti atti alla memorizzazione dei versi, che con tutta evidenza dovevano essere recitati in pubblico.
La storia di Beowulf, come evidenziato dalla lunga introduzione e poi dalle note di traduzione, si può dividere sostanzialmente in tre parti: il suo arrivo al Cervo e la lotta con Grendel, la battaglia contro la madre di Grendel e il ritorno a casa, gli ultimi giorni di regno di Beowulf e la sua lotta contro il drago. Ogni parte inizia con un breve riassunto di quella che la precede, segno che con tutta probabilità il racconto era pensato per prolungarsi lungo tre diverse “sessioni”, oppure che ogni parte di esso poteva essere narrato in maniera indipendente.
Questa epica storia del Nord eviscera quali fossero i concetti basilari di una vita degna di essere raccontata ai posteri: grandi imprese di valore, dialettica spigliata e intelligente, cuore generoso.
Beowulf, un giovane dalla prestanza fisica sovrumana, vive quasi al limite della società, non tanto distante dall’orco Grendel o dal misterioso Drago. Le sue caratteristiche fisiche lo rendono diverso dagli altri e per questo facile al sospetto, o al dileggio altrui. Con le sue imprese epiche, Beowulf si ritaglia di forza uno spazio nel mondo in cui riesce a entrare a stento. La sua mente acuta e la sua generosità lo rendono imbattibile tanto quanto la possanza del suo corpo. Se vuole essere accettato, deve eccellere.
Le avventure che non vanno a incrociare il suo cammino, vengono ricercate attivamente, a costo di mettersi in viaggio. La ricerca, la conoscenza tramite l’esperienza diretta sono atteggiamenti molto apprezzati nelle culture nordiche.
Il poema sa essere ironico, le discussioni spesso sono attraversate da un sottile ma deciso senso dell’umorismo che dà un valore aggiunto a questa epica, allontanandola dalle seriose gesta di altri eroi famosi. Al contempo c’è spazio per la pietà, nonostante i massacri, verso Grendel e il suo vivere al di fuori di un mondo che in fondo desidera – con le sue luci, la sua musica, la sua convivialità- e per questo odia.
I paesaggi brumosi e cupi del nord sono tratteggiati con chiarezza quasi pittorica. Ampio spazio viene dedicato alla descrizione e alla valorizzazione dei prodotti d’arte e artigianato, al lavoro certosino che il decorativismo sassone richiedeva nonché al valore che gli oggetti assumevano nel tempo, durante il passaggio di generazione in generazione. Questa cura dava vita agli oggetti, rendendoli a volte degni di portare un nome proprio (succedeva spesso con le spade) e di suscitare ammirazione nei secoli.
Beowulf è una lettura incantevole, riportata in auge negli ultimi anni da alcune versioni cinematografiche e d’animazione ma ancora relegata all’apprezzamento di una nicchia di appassionati. Questa bella versione della Einaudi, con testo originale a fronte, può essere un’ottima occasione per chiunque di colmare la lacuna.

domenica 29 gennaio 2012

Vampiri e Lupi Mannari

Vampiri e Lupi Mannari si possono incontrare in forme peculiari ma sostanzialmente identiche in quasi tutte le civiltà del nostro pianeta. Il motivo?
Il Lupo Mannaro rappresenta la natura bestiale, istintuale dell’essere umano. Vive al limite della società, di cui fa parte solo nei momenti in cui mantiene il raziocinio, per uscirne completamente e diventare “altro” quando la belva prende il sopravvento.
La figura del lupo è prettamente nordico-europea e non si trova in altre culture. Questo perché la trasformazione in animale viene concepita attraverso la fauna tipica del luogo sociale in cui la “malattia” si presenta. Dalle nostre parti era il lupo ad essere il principale antagonista di caccia e predatore, perciò è diventato l’incarnazione della belva per eccellenza. In altre culture ci si trasforma in orso, tigre, lince o leopardo. Spesso questa ambiguità tra uomo e animale non è nemmeno un difetto; anzi, è sintomo di elezione sciamanica e viene ricercata attivamente per entrare in comunicazione con stati di coscienza particolari.
Nella nostra civiltà, al contrario, il lato ferino è sempre stato negato e allontanato, perciò la figura del mannaro è associata a comportamenti negativi e anti-sociali (omicidi, stupri, distruzione, associazione con il Demonio).
Il Vampiro, invece, incarna il terrore dell’Uomo per la morte e l’aldilà. Il Vampiro è un morto irrequieto, un corpo che non riposa ma torna in mezzo ai vivi, invidiandone la vita e per questo portandola via a chi prende di mira attraverso la suzione del sangue e, in talune culture, del seme maschile.
Il cadavere animato può essere più o meno cosciente della nuova vita, più o meno legato alla propria tomba e ai familiari, di solito prime vittime degli assalti del non-morto. Il Vampiro può essere stato in odore di stregoneria, durante la sua vita, oppure essere segnato fin dalla nascita da caratteristiche fisiche o tabù particolari (nascita con la placenta o con i denti già spuntati, presenza di una piccola coda, nascita in corrispondenza di festività sacre). Altre volte ancora, a diventare Vampiro è un uomo che si è macchiato di efferati delitti.
Il Vampiro rappresenta il totale sovvertimento delle leggi naturali e come tale suscita orrore.
Erberto Petoia prende in esame queste due figure tanto popolari nelle tradizioni antiche come nell’horror contemporaneo con un saggio edito dalla Newton&Compton: “Vampiri e Lupi Mannari – le origini, la storia, le leggende di due tra le più inquietanti figure demoniache, dall’antichità classica ai giorni nostri”.
Petoia analizza entrambe le figure più da un punto di vista antropologico che misterico, ricercando spiegazioni razionali alla creazione di queste figure estranee a una società ordinata.
Il percorso di ricerca segue un iter storico, partendo dalle documentazioni risalenti alle civiltà più antiche per arrivare alla nascita della società contemporanea. L’autore raccoglie traduzioni di testi mitologici, cronache, perfino atti giudiziari veri e propri, prove di tradizioni dure a scomparire persino dopo l’avvento dell’Illuminismo e del razionalismo.
Il saggio si conclude con una raccolta di estratti dei grandi romanzi che hanno dato origine alla letteratura horror, offrendo uno spaccato di come la superstizione ha fornito spunti e materiale per figure letterarie ancora adesso di straordinario successo.
Il saggio è ben strutturato, di facile lettura per qualunque tipo di acquirente, dall’appassionato al curioso del momento. Suddiviso in capitoli brevi composti da estratti letterari commentati in breve con una piccola introduzione, il libro si mantiene fresco, mai pesante, una lettura che in caso di interruzione può essere ripresa senza tema di perdere il filo del discorso.
Il testo è inoltre corredato di illustrazioni in bianco e nero, che rendono la grafica piacevole a vedersi.
A questo testo manca, purtroppo, un approfondimento di tipo misterico/esoterico, nonché una casistica che arrivi ai giorni nostri e una disamina cinematografica, oltre che letteraria. Nel mondo contemporaneo  sia i Vampiri che i Lupi Mannari trovano ancora spazio, ulteriormente trasformati. Sarebbe stato interessante portare comparazione ed evoluzione di queste due figure fino al presente. Nonostante queste mancanze, consiglio la lettura di questo saggio a tutti coloro che vogliono saperne di più da un punto di vista storico.

martedì 24 gennaio 2012

22/11/'63

La danza è vita.

Quanti di noi hanno pensato almeno una volta nella vita: “Se solo potessi tornare indietro nel tempo, cambierei molte cose”?
A Jake Epping, un giovane insegnante, viene dato modo di realizzare questo desiderio. Non per sé, ma per il bene di tutta l’umanità. Un compito pesante? Ben più di quanto si potrebbe pensare, perché il passato NON VUOLE essere cambiato.
Nel magazzino della tavola calda di Al, un amico di Jake, esiste una sorta di bolla temporale che catapulta chi ci finisce dentro nel 1958. Ogni viaggio è il primo viaggio: quando si tenta di sbucare di nuovo nel passato, tutto si azzera e si ricomincia daccapo. Nel futuro, inoltre, trascorrono solo due minuti tra andata e ritorno, qualsiasi sia l’ammontare di tempo che si vive nel passato. Al ha tentato di utilizzare questa inquietante magia per compiere un azzardo: salvare la vita al Presidente Kennedy ed evitare, in questo modo, i disordini razziali e la guerra in Vietnam degli anni ’60. Un male incurabile lo sta però uccidendo e Al è tornato nel futuro per passare il testimone a Jake.
Il giovane uomo accetta l’ingrato compito e si trasferisce nel passato. Gli anni passano e Jake porta avanti le sue indagini su Oswald, colui che a meno di complotti segreti dovrebbe essere l’effettivo assassino di John Kennedy. Per spiare il suo obiettivo Jake diventa il suo alter-ego George, un uomo capace di destreggiarsi anche in ambienti poco piacevoli, di fidarsi del suo istinto di sopravvivenza e, all’occorrenza, uccidere.
Al contempo, per mimetizzarsi, accetta il ruolo di insegnante in una sonnolenta cittadina del Texas. Questo è il suo errore, o – forse- la sua salvezza. E’ a scuola che Jake si sente davvero realizzato, insegnando e introducendo gli studenti all’esperienza teatrale. Inoltre è in questo ambiente che incontra Sadie, la nuova bibliotecaria, una donna che diventerà per lui la cosa più importante, il vero amore.
Il momento cruciale si avvicina, il Tempo fa di tutto per fermarlo e Sadie rischia di essere travolta dal micidiale macchinario che Jake ha messo in moto. Come può un uomo scegliere tra amore e dovere? Si può davvero cambiare il passato o è stata tutta fatica inutile? E chi gli assicura che il “mondo nuovo” sarà davvero migliore del futuro che sta tentando di cancellare?
Questa la trama dell’ultima fatica di Stephen King (Sperling&Kupfer), un poderoso tomo che affronta con coraggio e una certa spericolatezza il delicato e sempre attuale (almeno in America) tema dell’omicidio Kennedy, legandolo a doppio filo con il vecchio cliché fantascientifico dei viaggi nel tempo.
Ho letto le recensioni al romanzo prima di riceverlo in regalo e le ho trovate in gran parte critiche. All’autore viene imputato scarso approfondimento verso i fatti storici e una certa superficialità nella trattazione del tema dei viaggi nel tempo, con tutte le domande e le incongruenze che una situazione del genere apre.
Dopo la lettura posso affermare quanto già immaginavo: i critici sono una gran noia. Se desiderassi sapere con esattezza come si è arrivati all’omicidio Kennedy, non comprerei questo romanzo, ma un saggio storico o giornalistico. Ugualmente, se fossi interessata ai paradossi dei viaggi del tempo mi andrei a leggere i più recenti dibattiti di fisica. Questo è un romanzo, un’opera di fantasia nata per far sognare, non per sciorinare date o dettagli tecnico-scientifici. C’è da godersi la lettura e basta.
Ritengo anch’io che la lunghezza sia eccessiva, in alcuni momenti King si è un po’ lasciato andare al prolisso, ma nel complesso la storia scivola via facilmente, senza oberare il lettore di dettagli e andando a toccare le corde giuste nei sentimenti. La capacità di commuovere non è mai mancata a questo autore. Nel finale, le citazioni ai classici di fantascienza come “1984” sono una strizzata d’occhio agli appassionati del genere.
Il concetto alla base del romanzo è che, per quanto tutto in noi chieda rimedio agli incidenti, alle disgrazie, alle cattive azioni, ogni evento accade per una ragione. Un’armonia, per dirla come King. Interferire con questi processi potrebbe portare disastri inimmaginabili, ben più gravi del danno che abbiamo cercato di riparare. Una visione forse fatalista, ma al contempo profonda: tutto ci fornisce una lezione, un’esperienza, sentimenti su cui riflettere per andare avanti e, forse, diventare persone migliori. Perfino le perdite più incolmabili.
Vi auguro buona lettura.

martedì 17 gennaio 2012

1984


La Guerra è Pace.
La Libertà è Schiavitù.
L’Ignoranza è Forza.

Il 1984, per molti, è solo uno dei tormentati, vivaci, chiassosi anni di un’epoca che si barcamenava tra tensioni a livello internazionale e speranza - nonostante tutto - in un futuro migliore. Un’epoca in cui il computer aveva iniziato a imporsi, in cui si cominciava a vedere la fine della Guerra Fredda. Un anno colorato, pieno di musica e di denunce sociali quanto di guerre e manovre politiche.
Se parlo di Grande Fratello, invece, la maggior parte dei lettori andrà subito con la mente a quel reality di pessimo gusto in cui un gruppo di esseri umani di varia estrazione sociale (ci si chiede dove vadano a pescarli…) risiede in una casa per tot tempo sotto l’occhio costante delle telecamere. Piaccia o meno questo genere di intrattenimento, il nome evoca subito il programma televisivo.
Quando George Orwell scrisse “1984”, però, tratteggiava un futuro ancora lontano e non esistevano format televisivi che scrutassero l’intimità dei concorrenti. Possiamo solo tirare un grandissimo sospiro di sollievo constatando che il genere umano ha preso una strada differente da quella descritta nel romanzo (anche se, accendendo la tv, qualche dubbio sorge); tanto più perché Orwell dipinge un futuro dannatamente plausibile.
I più recenti sviluppi politico-economici danno da pensare.
Nell’immaginario anno 1984, il dominio del mondo è diviso tra tre superpotenze: Oceania, Eurasia ed Estasia. Esse sono in costante stato di guerra e si equiparano per potenza, mezzi e ideologia politica. La guerra è diventata eterna, perché nessuno ha una forza sufficiente a battere le altre due potenze. Lo stato di cose, comunque, è una panacea per mantenere la disciplina, le restrizioni, l’ignoranza: in una parola, il potere.
Winston Smith è un membro del Partito Esterno a Londra, e come tale vive e reagisce in ogni istante della sua vita, spiato dai grandi schermi su cui si susseguono comunicazioni ufficiali e il volto eterno del Grande Fratello, icona di speranza e vittoria. L’uomo svolge il suo lavoro con dovizia, segue i momenti di Odio collettivo, si comporta esattamente come un qualunque membro del Partito. Quello che lo rende diverso è ciò che si agita nella sua testa.
Winston non riesce a esercitare il bipensiero, il sistema di autoconvincimento che aiuta a dimenticare in fretta ogni contraddizione nelle comunicazioni del Partito. Lui ricorda tutto, nota le incongruenze. Questo lo porterà gradualmente a comportarsi in maniera stravagante, ad allacciare una relazione proibita con una compagna e perfino a cercare di entrare nell’elusivo gruppo di ribellione al Partito.
Si troverà a giocare una partita impari, formica contro un colosso, nel disperato tentativo di dimostrare che il cuore di un uomo è più forte della forza bruta del potere.
Il soffocante disprezzo per l’individualità, il pensiero e i sentimenti umani creano in questo romanzo la più credibile e allarmante incarnazione di quello che è il concetto di massa. L’uomo diventa un minuscolo ingranaggio, il cui unico scopo è collaborare con gli altri per far funzionare l’immane meccanismo. Quando la verità viene ribaltata, pervertita, negata, tutto può essere ogni cosa e il suo contrario, di momento in momento.
Non c’è nulla di definito se non il Partito e la propria subordinazione al suo mantenimento. La Storia viene distrutta, riscritta continuamente. L’ignoranza è il fondamento su cui si erige la piramide di potere in cui pochi eletti gestiscono l’Impero, non per sé in quanto individui ma, ancora una volta, in quanto emanazioni del Partito e pertanto destinati all’immortalità.
Leggendo il romanzo si viene assaliti da un terrore atavico, dato dalla constatazione di quanto il concetto di verità sia fragile come cristallo, soggetto alle decisioni di chi tiene in mano il potere. Ne siamo fin troppo consapevoli oggi, in cui per contro abbondano le teorie cospirazioniste di chi non crede al giornalismo internazionale e ai comunicati ufficiali. Alla paura si affianca un senso di soffocamento nel rendersi conto di quanto siamo andati vicino a vivere situazioni così estreme; i fondamentalismi di sinistra (o destra) non sono così lontani nella nostra memoria e rimangono pronti per ogni evenienza dietro l’angolo della facciata democratica.
“1984” è una storia dolceamara, romantica e crudele al tempo stesso. Stimola il desiderio di pensiero autonomo e determinazione del sé, la voglia di combattere contro i soprusi e l’ottusità. Parallelamente, instilla un senso di fatalità, una sorta di stanchezza verso la cecità e la lentezza di reazione della massa. Dovrebbe essere una lettura consigliata già nelle scuole secondarie, in parallelo con lo studio dei nazionalismi degli ultimi due secoli.
E’ un capolavoro, senza mezzi termini.


martedì 27 dicembre 2011

Alchimia & Mistica

La Storia dell’Arte raccoglie in sé ben più di un solo campo della conoscenza. Un vero storico dell’arte, difatti, per comprendere le opere dei secoli passati o quelle contemporanee dovrebbe possedere conoscenze di storia, letteratura, epica, filosofia, estetica, teologia, storia delle religioni e – udite,udite- magia.
Il sapere esoterico, quell’insieme di nozioni che si rifanno al mondo dello spirito in modo più o meno svincolato dai pensieri religiosi convenzionali e che uniscono scienza e magia, è sempre stato intimamente connesso alla creazione dell’opera d’arte.
Molti artisti si sono fatti portavoce di conoscenze arcane affidandole alle loro creazioni oppure criptandole per gli iniziati all’interno di esse. Questo aspetto della Storia dell’Arte è stato poco considerato per molti anni, a fronte dell’imporsi del sistema razionalistico nella società moderna, ma pian piano questo bagaglio culturale inestimabile sta tornando a galla e viene studiato con il dovuto rispetto.
“Il Museo Ermetico - Alchimia & Mistica” di Alexander Roob, edito con Taschen, è per l’appunto un museo su carta che raccoglie opere pittoriche, scultoree e miniature il cui filo conduttore è la Grande Opera alchemica, il corpus di conoscenze ermetiche e le teorie che su di esse si sono sviluppate nel Medioevo e oltre.
Sull’alchimia se ne sono dette di tutti i colori. Si sa che era una “scienza” alquanto empirica che aveva come scopo ultimo la creazione della pietra filosofale, capace di trasformare qualsiasi cosa in oro e conferire l’immortalità. Questa, in realtà, è una lettura decisamente grezza degli scopi alchemici e si rifà principalmente alla scuola più pratica di questa disciplina. La moderna chimica deriva, d’altronde, dagli esperimenti alchimistici. Le stesse teorie newtoniane sono nate grazie all’alchimia.
L’Alchimia è prima di tutto una scienza dello Spirito, di ciò che è invisibile ma governa le leggi del Cosmo. Le sperimentazioni fisiche, scientifiche, sono solo il loro riflesso nel mondo reale dei Quattro Elementi, il Mondo delle Forme che l’essere umano abita con il suo corpo di carne. Il lavoro dell’alchimista si sviluppa in parallelo nello spirito e nella realtà, con lo scopo di raggiungere attraverso più gradi di sublimazione (nigredo, albedo, rubedo) il lapis, la pietra filosofale, la conoscenza perfetta di tutte le cose (il che, nella concezione escatologica cristiana, conduce alla riunificazione con Dio).
Dopo un’introduzione ampia ed esauriente volta a far conoscere la materia a chi vi si accosta per la prima volta e a rinfrescare la memoria a chi neofita non è, il Museo cartaceo si suddivide in quattro grandi argomenti: Macrocosmo, Opus Magnum, Microcosmo e Rotazione.
Per ogni argomento vengono presi in analisi i singoli aspetti, i nomi degli Elementi dell’Opera, il significato dei Pianeti e dei simboli, degli strumenti e degli obiettivi. Ogni voce del Museo Ermetico consta di una spiegazione e di numerose immagini di opere d’arte o stampe corredate da didascalie che ne forniscono dati e significato.
La lettura di questo testo è destinata a una nicchia di appassionati d’arte o di esoterismo; ciononostante riesce a conservare una notevole freschezza nella trattazione dell’argomento. Il testo a corredo delle immagini si mantiene su un livello di chiarezza che non ne mina la completezza e allo stesso tempo permette a chiunque di procedere alla lettura senza eccessiva difficoltà, nonostante la comprensione di temi tanto complessi sia sicuramente un affare che richiede ben più di una semplice sessione di analisi.
La stampa a colori su carta lucida permette di godere dei colori di oniriche e mistiche opere di grandissimi artisti antichi e contemporanei come dei nitidi bianchi e neri dei bulini e delle stampe, spesso antesignane tracce del percorso astronomico e chimico del pensiero scientifico.
La Taschen offre, come sempre, un prodotto stupendo ad un prezzo scandalosamente basso. Da premiare.

venerdì 16 dicembre 2011

La Saga di Shannara

Quando si parla di Terry Brooks e della sua opera magna, vale a dire la trilogia composta da “La Spada di Shannara”, “Le pietre magiche di Shannara” e “La canzone di Shannara”, bisogna partire dal presupposto di camminare su un terreno minato.
Brooks è un autore molto amato da una larga fetta di affezionati del fantasy e la sua continua ascesa in vetta alle classifiche di vendita ne è la prova. Al contempo, esiste un consistente zoccolo duro di appassionati che, se non lo detesta, perlomeno è ben lungi dal metterlo nell’Olimpo dei Grandi di questo genere. Per quale motivo? Analizziamo nel dettaglio.
Terry Brooks è un buono scrittore. Ha una prosa corretta, abbastanza scorrevole. Dà molta attenzione alle descrizioni di luoghi e dettagli, crea personaggi definiti e le sue storie sono costruite con precisione, senza pressapochismo o confusione. Spesso ha idee originali, sa essere divertente (come nella Saga di Landover, che tratterò più avanti nel tempo) e non si risparmia nel cercare di rendere più chiaro possibile al lettore in quale ambiente si sta muovendo.
Al contempo, la sua scrittura è fin troppo lineare, senza scossoni. Non ci sono né alti né bassi, si procede in acque tiepide di cui non si può dire né troppo bene né troppo male. Un po’ poco per uno scrittore della sua fama. Le parti descrittive sono a volte tanto lunghe da indurre alla noia, i dialoghi sembrano inseriti più per necessità di cambiare registro di quando in quando che per una vera intenzione di dar parola ai personaggi. Questi, dal canto loro, pur se ben tratteggiati faticano a trovare la loro vera essenza e a risaltare quanto basta da suscitare una vera simpatia in chi legge.
Non ho l’autorità di decretare se Brooks sia o no uno scrittore che merita il suo successo- tra l’altro ho apprezzato alcune sue opere- ma su una cosa non transigo: se mi trovassi davanti l’editore che gli ha pubblicato “La Spada di Shannara”, gliene canterei quattro e gli farei i complimenti per averci buggerati tutti presentandoci Shannara come la più grande novità del suo tempo. Il primo romanzo della saga, infatti, è una brutta copia de “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, senza nemmeno un vero tentativo di nascondere la cosa.
Sotto le mani di Brooks, la trama si fa noiosa, allungata come un brodo, del tutto priva della potenza e dei significati di cui Tolkien si era fatto latore. Cambiare nomi e dettagli è inutile quando la scansione degli eventi rimane la stessa, palese a chiunque abbia letto entrambi i libri. Il romanzo racconta di Shea Ohmsford, ragazzo in parte elfo, che viene mandato da un misterioso druido di nome Allanon alla ricerca della Spada di Shannara per poter sconfiggere il redivivo Signore degli Inganni. Il libro è stato con tutta evidenza costruito passo passo su uno schema ricavato dal romanzo di Tolkien. E’ sorprendente come questo libro abbia potuto essere anche solo preso in considerazione dal mondo editoriale. L’unico dettaglio degno di nota è l’ambientazione, un mondo che si scoprirà erede del nostro, distrutto dalle guerre, in cui gli uomini convivono ora con le creature del mito.
La saga riprende un po’ fiato nel secondo episodio, che si svolge circa cinquant’anni dopo le vicende di Shea. Il protagonista, stavolta, è il nipote Wil, il quale dovrà accompagnare la giovane elfa Amberle in una disperata missione alla ricerca del Fuoco di Sangue per permettere la rinascita dell’Eterea, l’albero magico che trattiene i demoni in un limbo tramite un divieto che sta cedendo. Sarà Allanon, come sempre, a tirare le fila dell’impresa. Benché anche questo romanzo inizi sottotono e le battaglie siano un evidente richiamo a quelle più viscerali del Fosso di Helm e di Minas Tirith, da metà in avanti la storia assume connotati propri, i sentimenti dei personaggi diventano meno schematici e più sentiti. Anche la figura del druido Allanon si discosta da quella del saggio Gandalf per velarsi di un’inaspettata fragilità.
Ne “La canzone di Shannara”, finalmente, Brooks prende una direzione tutta sua e racconta le vicende di Bri e Jair, i figli di Wil, in maniera più coinvolgente e con meno rimandi a Tolkien. La figura di Allanon viene eviscerata in profondità, conferendo un maggiore spessore umano alla vicenda.
Leggere Shannara oppure no? Ai posteri l’ardua sentenza. Se non avete ancora letto il Signore degli Anelli, siete di bocca buona oppure ritenete giusto dare almeno un’occhiata alle saghe che hanno portato il fantasy dove è oggi, allora la risposta è sì. Se siete ipercritici come la sottoscritta, lasciate perdere. Esistono tanti libri meravigliosi, a questo mondo…

lunedì 12 dicembre 2011

Il Signore delle Mosche

Ci troviamo su un’isola. Sì, esatto: un’isola deserta e incontaminata, nel bel mezzo dell’oceano. Una terra fatta per i naufraghi, se mai ne è stata inventata una. Difatti, questo sono i protagonisti del romanzo che vi accingete a leggere: naufraghi scampati a uno spaventoso incidente aereo. Fin qui, niente di nuovo.
Il cliché, però, viene subito evitato dalla natura di questi naufraghi. I sopravvissuti sono bambini di tutte le età, inizialmente in fuga da un Paese in guerra, che non hanno ben chiaro né dove fossero diretti né cosa è successo all’aereo che li stava trasportando. Sanno solo di essere stati scaricati in mare durante un attacco e di essere soli…chissà per quanto tempo.
L’isola, fortunatamente, sembra fatta apposta per accogliere i bambini nel più pacifico dei modi, permettendo di pensare positivamente al loro futuro. Ampie spiagge bianche, mare caldo, frutta abbondante. Il luogo ideale per una vita fatta di giochi, innocenza, meraviglia.
Sembra questo il contesto in cui muovono i primi, scanzonati passi Ralph, il biondo ragazzo carismatico, Piggy, il grassone miope sempre agitato e preso in giro da tutti, Jack, il capo-coro con manie di grandezza, e tutti gli altri piccoli.
Ralph viene insignito del ruolo di capo, sancito dal possesso di una meravigliosa conchiglia dal suono potente. Sarà lui a decidere come scandire la giornata dei bambini, a conferire ruoli e missioni e- su suggerimento di Piggy- a fare in modo che si possa accendere un fuoco per le segnalazioni, in maniera da essere ritrovati e salvati al più presto.
L’isola, però, è grande e misteriosa. Occorre esplorarla, verificarne i limiti, e i bambini avranno anche bisogno di una dieta alimentare che preveda il consumo di carne, quando possibile. Per questo motivo, i ragazzi più grandi decidono di esplorare l’isola. Scoprono così che la situazione non è tutta rose e fiori: nel folto sembra nascondersi qualcosa di oscuro e terrificante, forse una bestia d’incubo da cui bisogna assolutamente stare alla larga.
Inoltre, Jack diventa capo dei cacciatori e ben presto le sue rischiose avventure lo rendono più affascinante di Ralph agli occhi degli altri. Comincia così una degenerazione che si diffonderà come una malattia, fino ad arrivare alla follia pura incarnata nel nuovo idolo: la testa mozzata di un verro, attraverso cui si manifestano la voce e la volontà del Signore delle Mosche.
In questo terrificante romanzo del 1954, William Golding infrange il mito dell’infanzia innocente e “buona per natura”, dimostrando che in un ambiente selvaggio e privo di controllo anche gli infanti si comportano come gli adulti: creano gruppi, si scontrano, prendono comportamenti sempre più anarchici e distruttivi fino a sfociare nella violenza più efferata.
D’altra parte, ha una sua logica. I bambini esprimono senza filtri tutto ciò che provano, siano sentimenti positivi, come il cameratismo e il senso del gioco, oppure negativi, come la paura e la rabbia. L’uomo adulto è tale perché, in teoria, è riuscito a dominare le proprie pulsioni e a sottometterle alla ragione. Il fatto che il mondo sia nel bel mezzo di una guerra micidiale mostra, nel romanzo, come il livello degli adulti non sia poi molto differente da quello dei bambini. Viene solo ricoperto da una patina di maggiore serietà e civiltà, quando i processi psichici e sociali sono invece identici.
Golding è implacabile nel mostrare quanto poco può il raziocinio contro l’istinto. La caccia attrae, tenta, trascina tutti. Perfino Ralph desidera prendervi parte e resiste più per confusione e paura che per forza di volontà. Piggy, che incarna l’unico adulto presente sull’isola, diventa il bersaglio, il capro espiatorio di una situazione sempre più al limite.
Il Male si incarna nella testa di verro, nelle mosche che gli ronzano attorno e gli danno voce, ma il confine tra la Bestia demoniaca e l’orrore insito nella natura umana si confonde e si perde, lasciando aperta all’interpretazione la sua natura.
La speranza è lasciata nelle mani di un ragazzo che in fondo, a parte la bellezza e il carisma, non possiede né l’intelligenza né la forza per imporsi. Non riesce nemmeno a difendere il suo braccio destro, né il fuoco che dovrebbe richiamare l’aiuto degli adulti. Impotente, vede il paradiso trasformarsi in un inferno da cui non c’è scampo.
Una caduta negli abissi dell’animo umano, un romanzo indimenticabile e mozzafiato che dovrebbe essere presentato più spesso ai giovani lettori.

lunedì 5 dicembre 2011

Il Teatro giapponese

Il Teatro Giapponese è così profondamente ancorato alle tradizioni del magico Paese orientale da essere pressoché incomprensibile a tutti i profani. Difficile quindi che nasca un interesse tale da spingere ad approfondire la questione, anche per chi di teatro si occupa (ma solo nella sua accezione ‘occidentale’) o per i patiti del Giappone.
Nel suo “Il teatro giapponese”, stampato presso PAGINE, Pietro Seddio cerca di scrivere un saggio che sia da introduzione a un argomento veramente molto complesso, che necessita di molta pratica visuale oltre ad uno studio teorico.
Il teatro in Giappone affonda le sue radici nella tradizione religiosa, come anche in occidente, ma la sua evoluzione ha preso una strada molto diversa, tanto da diventare mezzo di comunicazione prevalentemente gestuale e spirituale. Il teatro occidentale è un teatro della parola, di analisi psicologica, in cui lo scorrere della vicenda ha un’importanza fondamentale. Quello orientale tradizionale ha valori e tempistiche completamente differenti. La trama è schematica, i gesti sono codificati, simbolici. Spiriti e personaggi in carne e ossa si susseguono sulla scena, in un continuo alternarsi di passato e presente. Le rappresentazioni sono accompagnate dalla musica, spesso la parte vocale è cantata (come nel nostro melodramma).
Seddio, riconoscendo la difficoltà dell’argomento trattato, inizia cercando di dare una panoramica sintetica ma esaustiva della storia del Giappone e delle sue radici religiose e culturali. Si sofferma particolarmente sull’analisi dello shintoismo, la religione animista locale praticata più come atteggiamento verso il Creato che come fede vera e propria, e del Buddhismo, giunto in Giappone dall’India e dalla Cina e affermatosi per lungo tempo come Religione di Stato.
Furono proprio i monaci i primi a diventare attori e registi di spettacoli paragonabili alle nostre rappresentazioni sacre medievali. Influenzati dalla musica e dalle danze coreane e cinesi, i giapponesi presero spunto dalle civiltà vicine per creare poi qualcosa di prettamente nazionale, peculiare dal principio alla fine.
L’autore entra poi nel dettaglio, spiegando origini e caratteristiche dei principali generi teatrali tradizionali.
Il primo della lista è il teatro No, oggi molto conosciuto anche in Occidente, anche se poco compreso. Il No è un teatro d’elite, per pochi, nato nei templi e nelle corti e portato avanti nei secoli con pochissime modifiche. Lo spazio scenico è quadrato, i posti per il protagonista e il narratore sono fissi ai due angoli del palco. Una passerella unisce le quinte al palco, consentendo il passaggio degli attori. Una sorta di veranda laterale ospita il coro. La recitazione segue schemi ben precisi, gli attori sono riccamente abbigliati e indossano maschere che ne identificano il carattere (volendo fare un paragone ardito, come nella nostra Commedia dell’Arte).
Gli argomenti trattati sono sacri, o tratti dalle antiche leggende e dai miti della terra giapponese. Di quando in quando vengono messe in scena storie di grandi eroi o santi. Solo gli attori maschi possono recitarvi.
Il secondo grande genere teatrale tradizionale è il Kabuki, nato in epoche successive in ambienti popolari. Inizialmente fatto da donne, prostitute, in seguito fu loro proibito e portato avanti prima da fanciulli (a loro volta usati per il piacere altrui) e poi da uomini, che si divisero i ruoli facendo nascere la figura dell’onna-gata, l’attore specializzato in ruoli femminili.
Il Kabuki è un teatro più passionale, fatto di amore, scontri, attualità, tanto da aver avuto fama di scabroso. Il tema del sacrificio è spesso presente, riflesso della cultura giapponese, ma le rappresentazioni conservano momenti di divertimento, gioia. La danza e la musica sono affiancate da una recitazione che si rifà alla tradizione delle marionette (ningyo-shibai). I costumi di scena sono curati e splendidi, la scenografia e il palco spesso vengono dotati di congegni e trabocchetti per ottenere spettacolari effetti speciali.
L’ultimo capitolo tratta dell’occidentalizzazione del teatro in Giappone, con la nascita di produzioni più vicine alla nostra concezione teatrale. Segue un glossario per aiutare il lettore a destreggiarsi attraverso i tanti termini giapponesi.
Purtroppo la recensione a questo saggio non può dirsi positiva. Una volta apprezzato lo sforzo e il coraggio nel presentare al pubblico italiano questo argomento di nicchia, su cui si trova pochissimo materiale, le critiche positive possono dirsi concluse.
Il testo è scritto male, pieno sia di errori di battitura che sintattici. E’ evidente la mancanza di un controllo di qualsiasi tipo sul testo prima della stampa. Le nozioni non teatrali sono fornite con poca chiarezza e spesso, conoscendo almeno in parte la situazione religiosa giapponese, viene il dubbio che l’autore non ne abbia colto il profondo significato esoterico.
Dispiace la totale mancanza di accenni al moderno Takarazuka, un teatro di sole donne che mette in scena spettacoli grandiosi e molto kitsch dal grandissimo successo.
Inoltre i termini giapponesi sono traslitterati malissimo, spesso nemmeno nello stesso modo da una pagina all’altra. L’autore ignora, o ha fatto a meno di utilizzare, la comune traslitterazione delle sillabe nipponiche.
La lettura è consigliata solo ai veri appassionati dell’argomento, che potranno utilizzare il saggio per farsi un’idea e continuare poi le ricerche altrove. In caso contrario, stasera leggetevi un romanzo d’avventura o guardatevi un film!