giovedì 31 gennaio 2013

Lettere a Theo

Quasi sempre, comprendere quali pensieri, ambizioni o sentimenti si celino dietro alla produzione di un artista si riduce, per forza di cose, a un mero esercizio di speculazione. Di norma, infatti, ciò che l’artista lascia al lavoro dei critici e all’attenzione del pubblico è la sua opera così com’è, veicolo a sé stante di tutto il lavoro fisico e mentale che l’ha preceduta.
Questo ingenera una certa dose di cautela nel formulare ipotesi (tranne nel caso di quei critici che sentono di aver colto il “vero significato” dell’opera, spacciando la propria visione soggettiva per un’analisi oggettiva e creando confusione nel fruitore medio). Comprendere l’opera di un artista diventa difficile come interpretare un sogno altrui.
Uno dei più famosi e quotati artisti che ci ha condotti all’arte delle avanguardie, Vincent Van Gogh, ci ha risparmiato la fatica di perderci in elucubrazioni lasciandoci un copioso corpus di lettere spedite al fratello minore Theo, una ponderosa mole di pagine scritte fino all’ultimo istante a quello che considerava il parente più simile a lui per temperamento, il migliore amico, nonché il commerciante ufficiale delle sue opere (che, però, non riuscì a renderlo né famoso né vendibile mentre era in vita).
Queste lettere vengono qui pubblicate dalla Ugo Guanda Editore in una selezione che spazia dagli anni del fervore religioso di Van Gogh, alla sua scoperta del talento artistico, alla faticosa vita di pittore disturbata e quindi distrutta dalla malattia mentale.
Le prime lettere sono quasi paternali, verbose, dense di citazioni bibliche ed evangeliche, ma di quando in quando spuntano descrizioni di luoghi visitati o persone conosciute che sono veri e propri quadri verbali, tanto sono descritti vividamente. Il colore, più che la forma, è il mezzo attraverso cui Van Gogh percepisce e descrive il mondo che lo circonda.
Questo si accentua ancora di più nelle lettere successive all’inizio della sua carriera di pittore, diventando il filtro preferenziale attraverso cui scoprire la realtà. Si viene catapultati in una iper-percezione, un sentire vibrante e potente fatto di luce, una sensazione continua di epifania verso il creato che forse era indice di una fragilità psicologica già in atto ma che si traduceva in esperimenti sorprendenti sulla tela.
Il denaro e i problemi di salute sono argomento di discussione fisso, due dei disagi che rosicchiavano di anno in anno la sua stabilità e la fiducia nel futuro. Lo stile, negli ultimi anni, si fa più sconnesso, reciso, ambiguo. Non che vi siano divagazioni prive di senso o segnali di follia, ma alla prosa ampia e narrativa si sostituiscono frasi più brevi, a volte ermetiche, di norma segno di depressione. Il tono si fa più brusco, come se ogni momento dedicato alla scrittura fosse da considerare perduto per la pittura.
Vincent Van Gogh nasce in Olanda nel 1853, da una famiglia molto religiosa. Il padre, infatti, è un pastore di anime, cosa che lo influenzerà tanto da fargli prendere la decisione di diventare predicatore. L’esperimento, durato anni, non ha grande successo. Vincent non è portato per la capacità di parlare a un pubblico, soffre gli insegnamenti accademici e li trova inutili o incompatibili con il semplice spirito cristiano che dovrebbe stare alla base dell’opera del predicatore.
Si avvicina agli umili, ai lavoratori che fanno vita più dura. A volte disegna, ma quasi per gioco. Viaggia, anche in Inghilterra, ma i fallimenti si accumulano e pesano sul suo spirito, che si fa sempre più malinconico e depresso. Anche il lavoro di mercante d’arte presso la Goupil finisce con un licenziamento.
Nel 1880, finalmente, decide di dedicarsi anima e corpo al talento artistico. Si butta nel disegno, imparando da vari maestri ma senza riuscire – anche in questo caso- ad adattarsi al pensiero accademico. Nonostante ciò, per molto tempo non si accosta alla pittura, conscio dei propri limiti e deciso a farsi prima una solida preparazione grafica, soprattutto sulla figura, il suo tallone d’Achille. E’ il colore, però, il suo vero regno. Una volta provato, non riesce più a farne a meno e si butta in una produzione frenetica.
Brutte delusioni sentimentali, le ristrettezze economiche, la consapevolezza di dipendere dall’aiuto del fratello e la totale mancanza di vendite acuiscono le turbe di un animo già di per sé ipersensibile, iniziando a minare la sua sanità mentale. Nel 1888 si trasferisce ad Arles, deciso a migliorare se stesso e la propria pittura con il clima del sud. Accarezza l’idea di creare un’associazione di pittori, convive per qualche tempo con Gauguin, ma sopravviene la crisi. Preda di raptus violenti (si taglia anche un orecchio), viene internato più volte, con suo sgomento e rassegnazione. Torna a dipingere con fatica ma nel 1890 si spara un colpo e muore nel giro di poco. Il fratello Theo morirà di malattia pochi mesi dopo.
Fino all’ultimo, il suo legame con il fratello si mantiene forte con questo scambio epistolare, documento di inestimabile valore per comprendere il lavoro di un artista che ha fatto epoca e commovente testimonianza del tormento di un uomo.

mercoledì 23 gennaio 2013

Medioevo superstizioso

Cosa divide il concetto di fede da quello di superstizione? Entrambi prevedono lo sforzo di credere che un evento si verificherà o verrà scongiurato, che si avrà un beneficio o un danno a seconda che il rituale venga compiuto in maniera corretta o meno. Dunque cosa separa in modo tanto netto i due concetti, almeno per ciò che riguarda la filosofia occidentale?
Jean-Claude Schmitt si prendere l’onere di dare una risposta a questa domanda nel suo saggio “Medioevo superstizioso”, in cui analizza la nascita e il radicarsi della definizione di ciò che è superstizione dall’avvento dell’era cristiana e poi durante tutto il Medioevo, fino a culminare nelle persecuzioni di eretici e streghe, tristemente famose.
La superstizione si basa su un principio molto chiaro di causa/effetto. Compiendo una determinata azione, otterrò un certo risultato. Oppure ancora, se mi si presenterà un certo segno, esso varrà come una precisa predizione degli eventi futuri. A volte, il rituale e il segno possiedono una relazione apparentemente logica o simbolica con l’effetto che si vuole ottenere o l’evento futuro predestinato, ma molto più spesso le due cose non paiono collegate in alcun modo e c’è da lambiccarsi il cervello per riuscire a capire come una superstizione simile sia nata e si sia radicata.
Per la Chiesa, la differenza tra fede e superstizione era netta. La prima prevedeva l’affidarsi completamente a Dio. Tutto è deciso da Lui, perciò è inutile e vano sia cercare di predire il futuro che trovare significati reconditi in ogni cosa che accade. Il vaticinio, come ogni genere di pratiche volte a scacciare malocchi o ingraziarsi le forze della natura, furono condannate fin dal principio, dapprima tacciando chi se ne macchiava di idolatria e stupidità, ma più avanti ritenendole vere e proprie azioni fuorvianti del Demonio.
Gran parte di ciò che veniva chiamato “superstitio” derivava dalle antiche religioni non ancora defunte, che riuscivano a sopravvivere attraverso riti e credenze che la Chiesa non riusciva a sradicare in alcun modo. L’autore ci porta l’esempio di molti santi la cui principale occupazione era girare per i territori in caccia di luoghi di culto pagani da radere al suolo, gente da riconvertire facendo loro aprire gli occhi sulla stupidità dei riti idolatri. Per concludere, un nuovo centro di culto (stavolta cristiano) veniva edificato sulle ceneri di quello vecchio.
Spesso questo non bastava a sradicare credenze troppo sentite, perciò la Chiesa trovò il sistema di sovrapporre a talune figure pagane, o festività troppo amate, dei corrispondenti che derivassero dalle ricorrenze religiose oppure dalle figure di santi, beati e personaggi evangelici le cui caratteristiche fossero simili alla divinità pagana da far dimenticare.
Questo atteggiamento di forte condanna e di lotta aggressiva al substrato delle superstizioni non fu una costante del Medioevo. Vi furono anche momenti di studio quasi antropologico di questo miscuglio di credenze pagane e non, una volontà di catalogarle e cercare di capirne le origini, la diffusione, il significato.
L’inurbamento creò a sua volta le proprie superstizioni, nate a causa della convivenza sociale di comunità sempre più grandi che avevano bisogno di sfogare in qualche modo le proprie paure, le frustrazioni. Furono i centri urbani, per esempio, a creare quei momenti di festa incontrollata (come il nostro Carnevale) in cui ogni ordine veniva sovvertito, con l’obiettivo non solo di sfogarsi ma anche di esorcizzare, in tal modo, le forze destabilizzanti del vivere sociale per tutto il resto dell’anno.
Nell’ambiente clericale, poi, ai detrattori si affiancavano prelati meno schizzinosi che non esitavano a praticare a loro volta particolari riti per fare scongiuri o divinazioni, usufruendo tra l’altro di un’autorità non da poco grazie alla veste ecclesiastica. Questi personaggi vennero sempre osteggiati e combattuti, rei di avvicinarsi fin troppo alle scienze occulte come l’alchimia. Con il tempo, il concetto di peccato come patto volontario col demonio portò a vedere ogni rito superstizioso come atto di stregoneria, con i risultati che ben conosciamo.
Un saggio conciso ma molto interessante su un aspetto fondamentale del pensiero cristiano medievale.

mercoledì 16 gennaio 2013

La leggenda del vento

Tra le opere immani di Stephen King, famoso anche per le dimensioni dei suoi romanzi, spicca senza ombra di dubbio la saga fantasy-western de La Torre Nera, scritta dall’autore americano nell’arco di una trentina d’anni e composta da ben sette romanzi.
La storia del pistolero Roland e della sua ricerca della Torre Nera, fulcro degli Universi, insieme al suo sgangherato gruppo di compagni raccolti nei punti di contatto tra i mondi, ha incantato e appassionato i lettori per molti anni, regalando grandi colpi di scena, avventura e molte lacrime. La saga ha avuto il suo corso e si è conclusa alcuni anni fa. Nessuno, a quanto pare nemmeno King, poteva immaginare che Roland non ci avesse ancora detto tutto.
In effetti, il viaggio del pistolero e del suo ka-tet è talmente lungo e vario che i buchi da riempire, volendo, sono tanti. King non sembra avere questo in mente nel mettersi a scrivere “La Leggenda del Vento”, ma il romanzo si colloca in un imprecisato momento di cammino tra il quarto e il quinto romanzo della saga. Si tratta di un piccolo imprevisto che costringerà i protagonisti a una sosta forzata, da riempire in qualche modo…magari con un racconto davanti al fuoco.
Comincia così, con l’arrivo di una micidiale tempesta di gelo chiamata starkblast, questa fiaba tripla, narrazioni contenute l’una nell’altra come matrioske.
Roland, infatti, racconta ai compagni di ventura un episodio della sua adolescenza, il quale racchiude a sua volta la narrazione di un’antica fiaba della sua terra, Gilead, che sua madre gli leggeva quand’era solo un bambino.
L’obiettivo dell’autore è quello di creare una storia che possieda una sua indipendenza dalle vicende della saga originale, in maniera da essere godibile anche da un lettore che non ne abbia mai letto una riga. Un traguardo nient’affatto facile da raggiungere, vista la complessità della storia di Roland e le molteplici caratteristiche fantastiche dei mondi che attraversa.
Per riuscirci, inizialmente King utilizza una prosa più scarna del suo solito, senza indulgere in spiegazioni, riassunti degli episodi precedenti, tratteggi psicologici dei personaggi. Ci catapulta in mezzo a Roland e ai suoi compagni offrendoceli a scatola chiusa, per quello che sono, con un occhio oggettivo che ricorda molto le pagine iniziali del primo romanzo. Non si cerca l’affezione, impossibile da ottenere con poche righe, ma solo di dipingere con poche pennellate il contesto da cui partirà la favola.
Proprio nell’iniziare il racconto di un Roland adolescente, il tono cambia e si fa più morbido, colloquiale, riportando alle reali atmosfere che caratterizzano la storia del pistolero. Il corpo centrale del romanzo, la fiaba che dà il titolo al tutto, è una chicca in cui King fa ciò che gli riesce meglio: confezionare un’avventura in cui speranze e paure dell’infanzia la fanno da padroni.
Roland racconta del suo viaggio a Debaria, nel tempo in cui era ancora un giovane pistolero, alla ricerca di un efferato assassino. Questi, purtroppo, non è un semplice uomo bensì uno skinman, un cambiaforma. Dopo l’ennesimo attacco sanguinoso, Roland prende in consegna il piccolo Bill, unico testimone rimasto in vita che potrebbe riconoscere la vera forma dell’assassino.
In attesa di veder sfilare i sospettati e per tenere Bill tranquillo, il giovane Roland gli racconta una favola che risale alla sua infanzia: la storia del piccolo Tim, un bambino coraggioso che vive ai margini della Foresta Infinita. Per salvare la propria madre dalla violenza del patrigno, Tim farà l’errore di fidarsi di un oscuro figuro venuto da Gilead e si inoltrerà nella Foresta a rischio della vita per incontrare il leggendario Maerlyn e ottenere da lui una cura per i danni alla vista subiti dalla madre. La fiaba è cruda, violenta, poco consolatoria, ma contiene quel grano di speranza di cui ogni bambino – e, di conseguenza, ogni adulto - ha bisogno. Sarà uno starkblast, una tempesta identica a quella che nel presente sta tenendo bloccati Roland e i suoi, ad offrire a Tim la possibilità di ottenere ciò di cui è in cerca. Il cerchio si chiude, le storie terminano una dietro l’altra e il cammino dei pistoleri riprende da dove si era interrotto.
Conoscendo bene la saga, non saprei affermare se King riesce nell’intento di offrire il romanzo anche a lettori ignari della Torre Nera. Per chi ha seguito con amore Roland e il suo ka-tet fino alla fine del viaggio, un dono gentile da leggere tutto d’un fiato.

mercoledì 9 gennaio 2013

Il decimo dono

La vita di Jane sta andando a rotoli. Dopo sette anni, la sua relazione illecita con Michael, marito della sua migliore amica, ha avuto bruscamente fine. Lui le ha dato il benservito, distruggendo ogni sua illusione, regalandole come dono d’addio un antico volumetto sull’arte del ricamo, di cui lei è appassionata.
Ad aiutare Jane a piangere tutte le sue lacrime, nonché a trovare di nuovo la forza di rimettersi in piedi e dedicarsi a qualcosa che non sia commiserarsi, ci pensa proprio il famigerato volumetto. La donna, infatti, scopre che al testo originale è sovrapposto il diario giornaliero di una fanciulla della Cornovaglia, Catherine Anne Tregenna, una ricamatrice dalle grandi ambizioni vissuta nel 1625.
La storia della ragazza, le sue frustrazioni per l’impossibilità di diventare qualcosa in più di una serva in casa di nobili e l’obbligo di sposare il cugino Rob, il progetto ambizioso di ricamare un paliotto d’altare disegnato da sé, portano Jane in un mondo che la aiuta a distrarsi. D’improvviso, sia il presente che il passato la sconvolgono nuovamente. Il marito di sua cugina Alison si suicida, costringendola a raggiungerla nella loro casetta in Cornovaglia. Il diario, poi, cambia improvvisamente rotta per passare al dramma avventuroso: Catherine, infatti, viene rapita insieme a parecchi concittadini da un gruppo di pirati della Barberia, spintisi fino alle coste inglesi per fare bottino.
Come se non bastasse, Michael si mette sulle sue tracce, in apparenza per riallacciare la relazione ma in realtà per sottrarle il volumetto. Il dono è stato un errore, uno scambio di testi, in quanto Michael si era accorto dell’antico diario ed è intenzionato a venderlo e ricavarci del denaro.
Jane, sempre più coinvolta dalle vicende di Catherine, decide di partire per il Marocco, ricalcando il viaggio disperato della ragazza per trovarne traccia laggiù. Scoprirà così, come già la fiera fanciulla diventata proprietà del rais Al Andalusi, una civiltà diversa, piena di sfaccettature ignote, e un uomo che saprà tirare fuori il meglio dal suo cuore, trasformandola in qualcuno di cui poter essere finalmente orgogliosa.
Questa, in breve, la trama del romanzo “Il decimo dono” di Jane Johnson, un intreccio di passato e presente, tra curiosità storiche riguardo alla lotta tra i regni della cristianità e la pirateria musulmana del XVII secolo, nozioni sull’arte del ricamo, magici paesaggi della Cornovaglia e misteri del Marocco. Nel suo costante andare e venire nel tempo, la storia si dipana con una coerenza rassicurante e azzeccata, in un costante parallelismo tra le vicende sfortunate di Jane e le letture dal diario di Catherine prima e dalle lettere del cugino Rob partito alla sua ricerca poi.
Pur con il palesarsi della doppia storia d’amore in terra musulmana (tra Catherine e il suo rapitore, l’affascinante e colto Al Andalusi, come tra Jane e la sua guida locale Idris), la trama non scade quasi mai nella banalità, riuscendo a tenere teso il filo dell’attenzione per almeno tre quarti della lettura. La tensione perde un po’ di mordente, purtroppo, sul finire, come se l’autrice fosse stata costretta a comprimere quest’ultima parte per rimanere entro un certo numero di pagine. Dictat dell’editore o sindrome da “fretta di finire”? Nonostante ciò, il giudizio complessivo dell’opera rimane positivo.
Pur contenendo tematiche più care al mondo femminile che a quello maschile, il romanzo è comunque godibile da un pubblico eterogeneo grazie al clima avventuroso della vicenda, agli splendidi luoghi che fanno da sfondo alle due storie e, soprattutto, all’accuratezza con cui vengono illustrate vicende storiche per noi piuttosto oscure.
Mentre, infatti, non avrebbe suscitato alcuno sgomento un attacco di pirati turchi sulle coste del Mediterraneo, potrà risultare nuovo a molti sapere che i corsari di Salè si spingevano tanto a nord ed erano diventati così aggressivi e spregiudicati da attaccare non solo i navigli che avevano la sfortuna di incrociare la loro rotta, ma perfino i villaggi sulla costa.
Lo scontro tra le due grandi religioni monoteiste, infine, viene dipinto senza pregiudizi o campanilismi, pur se con un occhio di riguardo per la cultura musulmana che in questo caso rappresenta il cambiamento, il fascino di ciò che non si conosce.
Una lettura consigliata a chi apprezza il connubio tra avventura e storia d’amore.

giovedì 3 gennaio 2013

Storia Universale del Costume

La Storia del Costume, vale a dire l’evoluzione dei capi d’abbigliamento, gli accessori, l’acconciatura e il make-up dai primordi della società umana ai giorni nostri, è una materia ampia e complessa che sarebbe errato sottovalutare, reputandola d’interesse esclusivo per chi oggi si occupa di moda. Essa, infatti, non solo richiede una conoscenza storica e antropologica notevole, ma offre una miniera di informazioni anche per chi lavora nel teatro, in televisione o, più in generale, si occupa d’arte e di ricerca storica.
L’analisi dell’abbigliamento fornisce informazioni sul clima, sulle abitudini, sulle preferenze estetiche che via via si sono radicate nel gusto per poi svanire ed essere sostituite. Racconta anche la situazione economica e politica, la differenza più o meno marcata tra le classi sociali. Evidenzia, infine, tipo e qualità delle materie prime utilizzate per confezionarli, mettendo in luce i progressi tecnici, i rapporti commerciali, i trucchi del mestiere, abilità che spesso con il tempo e l’industrializzazione si sono perdute.
Questa storia “parallela” dell’umanità non ha grande seguito nel nostro Paese, limitandosi ad essere insegnata nei corsi complementari in talune facoltà universitarie. Ne consegue che trovare testi adeguati ed esaustivi nella nostra lingua è impresa ardua (per trovare manuali completi bisogna rivolgersi alle pubblicazioni in lingua inglese, con l’ovvio ostacolo della lingua straniera).
E’ presente in commercio, però, un gigantesco volume che merita non solo l’attenzione di chi è interessato alla materia, ma anche l’investimento dei non pochi euro richiesti per l’acquisto. Ringraziando le Muse, la qui presente ha potuto usufruire di uno sconto galattico grazie alla sovracoperta strappata, ma dopo una singola occhiata al contenuto ho compreso che avrei sganciato tutti i soldi sull’unghia anche se fossi stata costretta a comprarlo a prezzo pieno.
“Storia Universale del Costume ” di Patricia Rieff Anawalt, infatti, racchiude non tanto la Storia del Costume in sé, alla quale viene dato comunque un certo spazio, ma una panoramica straordinaria delle abitudini d’abbigliamento di tutto il mondo. Una pecca delle analisi storiche, infatti, è che esse di norma si concentrano prevalentemente sul Costume occidentale. Aprendo le pagine di questo volume, invece, si inizia un viaggio straordinario intorno al mondo.
L’autrice, un’antropologa con il dono di una scrittura scorrevole e di piacevole lettura, ha suddiviso il testo in capitoli “regionali”, in maniera da analizzare con cura ogni popolo e i suoi costumi. Partendo dal Medio Oriente e dall’Egitto, che sono stati culla delle prime civiltà, il viaggio prosegue attraverso tutti i continenti, andando a ricercare dapprima le nozioni storiche essenziali a comprendere come si è evoluta la regione, la sua organizzazione sociale e quali influenze hanno permeato il suo gusto, e quindi i capi d’abbigliamento tradizionali, fotografati pezzo per pezzo oppure mostrati indosso ai nativi.
Spesso, disegni atti a mostrare il corretto modo di indossare le vesti corredano il testo. Ogni foto è accompagnata da una didascalia esaustiva circa i materiali, le dimensioni e, quando possibile, l’anno di fabbricazione del capo d’abbigliamento.
Vengono così alla luce stili e materiali del tutto sconosciuti alla nostra cultura, curiosità tribali conservate con ammirevole dedizione da piccole realtà etniche che, nonostante il dilagare della società industriale e dello stile occidentale, cercano per quanto possibile di tramandare alle nuove generazioni le proprie tradizioni. A questo si affiancano nozioni sulle tecniche di tessitura, sia per ciò che riguarda le materie prime e le tecniche di filatura e ricamo, che per le procedure di tintura e i materiali, a volte curiosi o perfino disgustosi, che vengono utilizzati per colorare i tessuti.
Ogni grande capitolo è suddiviso in paragrafi dedicati alle singole etnie. Per ognuna di esse viene fornita una notevole quantità di informazioni altrimenti difficilmente reperibili. Cartine geografiche a complemento del testo circoscrivono con precisione i territori presi in esame. La stampa perfetta e nitida su carta lucida, il grosso formato e la rilegatura con copertina rigida lo rendono una pubblicazione di pregio.
Lungi dall’essere una carrellata di fotografie, il tomo (edito da Mondadori) contiene una miniera di informazioni da leggere con cura, creando un azzeccato connubio tra volume d’arte e saggio antropologico.

lunedì 24 dicembre 2012

Billy Budd

Non è una cosa semplice accostarsi alla lettura dei romanzi di Herman Melville, scrittore americano che viene ritenuto uno dei padri fondatori della letteratura d’oltreoceano. I motivi per cui risulta ostico alla lettura sono gli stessi che durante la sua vita lo resero inviso al mercato letterario e al giudizio dei critici, relegandolo per lungo tempo nel triste limbo degli scrittori incompresi e misconosciuti, ma costituiscono anche la cifra stilistica inconfondibile che lo caratterizza e lo rende unico.
Melville fu per lungo tempo un uomo di mare e l’esperienza vissuta lo seguì per sempre attraverso i suoi scritti. Il suo romanzo più famoso, “Moby Dick”, è un’epopea dei mari conosciuta a chiunque. La lotta quasi soprannaturale tra l’uomo e la balena, tra Achab e Moby, ha il fascino terribile e ambiguo della lotta tra il Bene e il Male.
A collidere con l’ambientazione rude, prettamente d’azione, sul limite tra la vita e la morte come sempre capitava quando si andava per mare, Melville utilizza una prosa verbosa, prolissa, a tratti quasi involuta. Si tratta di una scelta precisa, operata con maestria, ma che richiede uno sforzo da parte del lettore. I concetti spesso vengono presentati tramite ampi giri di parole, negazioni di enunciati contrari. La narrazione ha un peso molto superiore rispetto al dialogo, che potrebbe in qualche modo alleggerire la pressione dell’oceano di parole, e ogni riferimento ha lo scopo di comporre un disegno dettagliato, una sorta di immenso dipinto del veliero in balia delle onde e del suo equipaggio.
Nei suoi romanzi, Melville tenta di dipingere attraverso il microcosmo interno di un veliero le dinamiche, le grandezze e gli abissi di cui è capace la razza umana. La sua visione cupa dell’esistenza fu un altro dei motivi che non contribuì al suo successo in un’America che si avviava verso il brillante progresso.
Nel breve romanzo in questione, scritto dall’autore prima di morire e parzialmente rimaneggiato dalla moglie, Melville racconta la storia di un agnello sacrificale, con precisi riferimenti spirituali, religiosi. E’ un inno all’innocenza e la riprova che essa finisce sempre per soccombere alla gretta invidia, alla cupa oscurità dell’animo umano, poco propensa a riconoscere e coltivare la Luce.
Billy Budd è un giovane marinaio che si imbarca su una nave da guerra della Marina Britannica, non per sua volontà ma per obbligo. Il fatto, che avrebbe potuto far nascere rancore nell’animo di chiunque, provoca solo una certa tristezza e un po’ di disorientamento nel ragazzo, che è fondamentalmente un innocente incapace di concepire pensieri negativi e, quel che è peggio, di riconoscerli negli altri.
Billy, infatti, è un semplice. Una sorta di angelo di mare, caratterizzato da un aspetto bellissimo che sulla precedente imbarcazione gli aveva fruttato il titolo di Bel Marinaio e l’affetto di tutto l’equipaggio. Capelli biondi, viso luminoso, occhi vivaci, una struttura fisica robusta ma contrassegnata da quel non so che di aristocratico che lo fa spiccare in mezzo agli altri. Oltre a ciò, è provvisto di una gran voglia di lavorare, disciplina e talento nel suo mestiere. Unico difetto: la tendenza a balbettare quando si agita.
Saranno proprio queste qualità positive, ma ancor di più la sua innocenza, a suscitare l’invidia del Maestro d’Armi John Claggart, che dapprima lo bersaglia di piccoli dispetti e poi, tramite un astuto stratagemma, si propone di denunciare il ragazzo al Capitano Vere, un uomo di saldi principi, per tentato ammutinamento e sobillazione. L’accusa infamante giunge in un momento di forte tensione nella Marina, a seguito di episodi drammatici di ammutinamento per le condizioni di vita sulle navi, che ha provocato un giro di vite nell’applicazione delle punizioni per qualsiasi infrazione.
Il Capitano non crede all’accusa di Claggart, ma Billy perde la parola di fronte a illazioni tanto infamanti e, per la frustrazione, sferra un colpo al Maestro d’Armi. Il pugno è così violento da uccidere Claggart. Pur con la morte nel cuore, sapendo che in un simile momento non ci si può permettere di essere clementi, Vere condanna Billy all’impiccagione per l’omicidio di Claggart.
La morte del giovane segna l’intero equipaggio. La storia si conclude con una poesia che racconta gli ultimi istanti di Billy, probabilmente il nucleo originario da cui si sviluppò tutto il romanzo.

martedì 18 dicembre 2012

Velieri

Il veliero, la magnifica imbarcazione dagli alberi svettanti, le vele spiegate al vento, che per secoli ha solcato mari e oceani diventando simbolo di libertà e avventura, è caratterizzato da una storia entusiasmante fatta di innovazioni, evoluzioni, sfide e battaglie. Purtroppo, nel nostro Paese esiste pochissimo materiale di consultazione sull’argomento, nonostante la nostra gente viva da sempre a stretto contatto con il mare.
Attilio Cucari, nel suo “Velieri – Storia e tipologie dei dominatori del mare”, propone un viaggio attraverso l’evoluzione del veliero dal Medioevo fino agli ultimi giganti degli oceani, scomparsi nel XX secolo. Il volume a colori, in un particolare formato quadrato, riassume le caratteristiche del manuale tecnico e del libro d’arte. Ogni tipologia di veliero viene dapprima presentata sotto il profilo storico e tecnico, grazie a brevi capitoli caratterizzati da un linguaggio semplice e diretto, che offre una conoscenza della nomenclatura specifica e non si presta né a fraintendimenti né a confusione da parte del lettore.
Dopodiché, si passa alla descrizione di alcune imbarcazioni appartenenti alla “famiglia” appena presa in esame. Ogni veliero è presentato tramite uno schematico elenco delle specifiche tecniche (dimensioni, tonnellaggio, armamento), un prospetto dello scafo e dei ponti e una descrizione spigliata e gradevole della sua storia, dal varo alle avventure per mare, fino all’eventuale affondamento o disarmo. Per chiudere in bellezza, ogni veliero è stato riprodotto a colori, nei minimi dettagli. Queste illustrazioni pregevolissime vanno a coronare un progetto encomiabile e consentono una comprensione superiore di quanto descritto a parole.
Il primo veliero vero e proprio fu la cocca, imbarcazione mercantile medievale utilizzata sia nelle acque del Mediterraneo sia nei mari del nord europeo. Lo scafo era composto di assi di legno, denominate fasciame, di norma sovrapposte bordo su bordo. Il ponte della nave presentava due parti rialzate, i castelli, una a poppa (il fondo della nave) e una a prua (la parte frontale). Le vedette e gli arcieri che difendevano l’imbarcazione da eventuali attacchi prendevano posto sulle coffe, piattaforme protette da parapetti che si trovavano sugli alberi della nave. La cocca presentava un solo albero centrale, detto albero di maestra, con vela quadra. Successivamente vennero introdotti altri due alberi, uno sul castello di poppa (mezzana) e uno su quello di prua (trinchetto). Le vele potevano essere quadre o triangolari (vele latine), governate tramite il sartiame, una complicata serie di corde e carrucole. Il timone era costituito da due remi fissati ai lati della poppa. In epoca successiva, invece, venne sviluppato un timone centrale alla poppa, detto timone alla navaresca. La cocca poteva già portare a bordo armi da fuoco pesanti.
L’erede della cocca fu la caravella, divenuta famosa per essere stata l’imbarcazione utilizzata nei viaggi verso le Americhe. Questo veliero nacque all’inizio del 1400 e la sua fortuna coincise con le grandi traversate oceaniche, per poi declinare verso il XVII secolo. La caravella aveva una forma panciuta e tonda. Di norma presentava tre alberi, con vele quadre e latine che le conferivano una grande velocità e agilità di manovra. In aggiunta, l’albero di bompresso, che si prolungava esternamente dalla prua, aveva una vela quadra chiamata civada. Le caravelle più grandi presentavano un cassero a poppa, vale a dire un castello sopraelevato rispetto a quello di prua.  Questo veliero era soggetto a problemi strutturali, ma nel complesso si trattava della nave più affidabile e innovativa in circolazione, almeno fino all’avvento della caracca.
Questo nuovo veliero, la cui fortuna durò dalla metà del XV alla metà del XVII secolo, ebbe origini prettamente mercantili. Aveva più ponti sovrapposti, castelli non sporgenti dallo scafo e una non disprezzabile capacità di artiglieria, disposta nella formazione a batteria, in file orizzontali sovrapposte lungo le fiancate della nave. Grazie allo scafo calafatato (impermeabile) la caracca possedeva un’ottima resistenza alle intemperie e trasportava un maggiore carico di merci, armi e soldati.
Si passa quindi al galeone, la prima nave a vela con decorazioni lignee e pittoriche sui casseri di poppa e prua. I castelli si fecero molto alti, il carico d’artiglieria aumentò considerevolmente e si poté piazzarlo su più ponti. Questi casseri così alti erano decorativi e capienti ma presentavano anche uno svantaggio: facevano resistenza al vento, frenando la velocità della nave.
Successivamente nacque il vascello. Venne adottato il timone comandato attraverso una ruota posta sul cassero di poppa. Il castello di poppa passò dalla forma quadrata a quella rotonda. Gli alberi vennero suddivisi in tre sezioni, chiamate albero maggiore, albero di gabbia e alberetto, tutte munite di vele quadre. Solo l’albero di mezzana portava una vela triangolare, poi divenuta trapezoidale e denominata vela aurica o randa. Più avanti ne vennero aggiunte altre. Lo scafo era suddiviso generalmente in tre ponti, mentre il carico di artiglieria decretava la classe del veliero nella sua funzione militare.
Parallelamente, entrò in servizio un nuovo tipo di veliero chiamato fregata, che solcò i mari fino alla metà del XIX secolo. Era una nave mercantile e bellica di grande agilità di manovra. Capace di manovre molto rapide, la fregata era molto utilizzata come scorta.
Il successo raggiunto nella ricerca della velocità massima spinse i costruttori alla creazione del clipper. Il suo nome deriva dal verbo inglese “to clip”, tagliare, ed è esplicativo del suo modo di fendere le onde alla massima velocità. I clipper avevano uno scafo allungato, con piccoli castelli a prua e a poppa. Gli alberi erano tre e montavano cinque vele quadre; quella di gabbia era divisa in due per facilitare le manovre. Questi velieri non avevano bisogno di un equipaggio numeroso e gareggiavano tra loro nel trasporto del tè e dell’oppio dall’Oceano Indiano.
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo il vapore soppiantò la navigazione a vela, ma per diversi anni si costruirono comunque imponenti navi fornite di alti alberi con una ricca velatura, in quanto la propulsione a vapore non era ancora perfezionata.
Oggi i velieri possono essere visti e vissuti solo tramite le ricostruzioni e le navi scuola. Questo libro costituisce uno splendido sistema per avvicinarsi alla magica sfida dell’uomo al mare.

lunedì 10 dicembre 2012

Dragonlance - Le Cronache

Ci sono libri che ti cambiano la vita. Una frase che sembra retorica ma che a conti fatti risulta vera per quasi tutti i lettori assidui. Incontri un libro che ti salta tra le mani in un determinato momento della tua vita e da quando ti immergi nelle sue pagine…non sei più lo stesso. O forse sei più “te stesso” di quanto lo eri prima dell’incontro fatidico.
Per me l’incontro è avvenuto a 14 anni con Dragonlance Saga, immane opera di letteratura fantasy del duo Weis&Hickman, mondo letterario del famosissimo gioco di ruolo Dungeons&Dragons. Per amor di verità, non fu con le Cronache – che vado a presentarvi- che iniziò la mia avventura in questo mondo di fantasia, ma con la trilogia seguente: le Leggende. Insieme costituiscono i libri principali della saga, che con essi potrebbe iniziare e finire. Gli autori e numerosi collaboratori, invece, vi hanno affiancato molti romanzi dedicati ai singoli personaggi e si sono ostinati a sfornare seguiti, coinvolgendo anche una seconda generazione di eroi, che hanno tolto smalto alla saga originaria e scavato la miniera anche quando le gemme avevano perso in purezza da tempo (tipico esempio di scontro tra interessi economici e valore letterario). Per quanto mi riguarda, quei libri “in più” sono stati rimossi dalla mente. Rimane il valore della saga principale, di cui vado a presentarvi la prima trilogia.
A Solace, meraviglioso paese costruito sulle cime degli alberi vallenwood, si ritrova dopo molti anni d’assenza un variegato gruppo di amici. Tanis Mezzelfo, tormentato giovane dal sangue misto che è sempre stato il capo indiscusso del gruppo, giunge insieme al burbero e anziano nano Flint Fireforge e allo spensierato Tasslehoff Burrfoot, un kender – sorta di gnomo- manolesta, senza paura e pieno di allegria. Alla taverna incontrano dapprima i gemelli Caramon e Raistlin, l’uno gigantesco guerriero sempre affamato e l’altro astuto mago malato e maledetto a causa della sua Arte, e poi l’amico Sturm Brightblade, guerriero di Solamnia per cui l’onore è la vita stessa. Manca solo Kitiara, sorella dei gemelli e amante del mezzelfo. La riunione diventa un caos nel tentativo di salvare da un ingiusto arresto una coppia di barbari che portano un bastone di cristallo azzurro. Questo trascina il gruppo in un viaggio della speranza alla ricerca degli antichi Dei, mentre attorno a loro si scatena una guerra orribile e creature draconiche distruggono la loro patria. Con nuovi amici e combattendo molti nemici, i nostri riusciranno perlomeno a trovare colui che un giorno riporterà la Luce nel mondo di Krynn. I draghi, però, sono stati sguinzagliati dalla Regina delle Tenebre e la guerra, senza un’arma per combatterli, sembra persa in partenza.
Questa la trama del primo romanzo, “I draghi del crepuscolo d’autunno”, che prosegue ne “I draghi della notte d’inverno” con un’inaspettata divisione del gruppo dopo una spedizione, finita quasi tragicamente a causa dell’attacco di uno squadrone di draghi. Divisi, quindi, senza sapere se gli altri sono ancora vivi, i nostri prendono diverse strade per cercare l’arma che possa consentire loro di combattere i messi della Regina Oscura. E’ un libro di conflitti, reali e interiori. Ognuno di loro si ritrova a dover dipanare i propri pensieri, affrontare paure e indecisioni. Tanis si trova lacerato tra l’amore per l’elfa Laurana e la passione per Kitiara, che li ha traditi servendo l’Oscurità. Il legame indissolubile dei gemelli viene troncato da Raistlin, che non esita a sacrificare tutto e tutti per il proprio tornaconto. L’arma viene trovata, ma il prezzo è altissimo e il finale non potrà essere che tragico. La battaglia, purtroppo, non è ancora finita.
In questo clima disperato, inizia “I draghi dell’alba di primavera”. Finalmente la Luce torna a toccare i cuori di chi è rimasto a combattere, palesando di averli prescelti da tempo. Tutti, però, sono cambiati o hanno perso qualcosa di fondamentale. La Regina sta per entrare nel mondo. Mentre i Cavalieri usano le Dragonlance contro gli eserciti alati, i nostri dovranno tentare l’ultima, disperata carta: trovare l’Uomo dalla Gemma Verde, chiave della presenza della Dea su Krynn. L’aiuto più insperato, quello che viene da coloro che hanno tradito, sarà fondamentale per tenere viva la speranza.
La forza delle Cronache non sta nella prosa, che inizialmente è un po’ meccanica e di quando in quando inciampa in piccole contraddizioni (frutto con tutta evidenza del procedere del gioco di ruolo che diede inizio al tutto, oltre che di una pessima traduzione dell’edizione Mondadori in mio possesso - molto più curata la versione Armenia), per diventare veramente piacevole solo dal secondo libro in avanti, quando si libera dalle convenzioni del role-play. Essa sta nella vitalità del mondo inventato dagli autori, nella tangibilità di un regno fantastico che prende forma e si fa di carne e sangue, reale come se potessimo entrarvi in qualsiasi istante. Soprattutto, la forza di questa saga sta nei personaggi e nelle relazioni che intercorrono tra di loro.
I protagonisti sono tratteggiati con disarmante umanità, amore palese. La loro psicologia è stata costruita con il cuore e non tramite il mero meccanismo di gioco. Non si può non ridere per le birichinate di Tasslehoff, sentire il cuore farsi piccolo piccolo quando per la prima volta questo bambino troppo cresciuto conosce la morte altrui e il sapore delle lacrime. Non si può non combattere a fianco di Sturm condividendo la sua disperata necessità di vivere e morire senza perdere l’unica cosa che lo tiene in piedi, quel senso dell’onore che dà significato a una vita altrimenti vuota. Non si può non essere lacerati dalla dicotomia di Caramon e Raistlin, il primo con la sua genuina ingenuità e il secondo vibrante di una malvagità sotto cui riposa un’anima torturata dalla sofferenza e dal disgusto di sé, da occhi che vedono solo morte.
Le Cronache di Dragonlance sono un viaggio meraviglioso e drammatico, che trovano degno seguito nelle Leggende, di cui vi parlerò più avanti.
Lasciate che questo gruppo di amici vi indichi la via. Non correrete il rischio di annoiarvi!

lunedì 3 dicembre 2012

Nascita dell'Occidente

Due saggi in uno per questa pubblicazione della Fondazione Achille e Giulia Boroli, due diverse voci che cercano di spiegare come sia nato il concetto di Occidente e quali significati questa parola ha avuto in passato, per poi riflettere su come il termine sia stato adottato nel contemporaneo.
Nonostante in copertina spicchi il nome di Alessandro Corneli, autore di “Nascita dell’Occidente”, in realtà il saggio inizia con una lunga trattazione di Marta Sordi, intitolata “Idea di Occidente in Grecia e Roma” (viene in effetti da domandarsi perché in copertina l’autrice venga appena nominata nel sottotitolo).
La storica ci introduce all’argomento iniziando con il puntualizzare come e dove sia nata la moderna concezione di storiografia. Fino all’avvento del pensiero filosofico greco e successivamente delle riflessioni romane, infatti, la cronaca degli eventi passati e contemporanei aveva ben poco di quell’oggettiva catalogazione e relazione di fatti che noi oggi associamo alla materia. Le cronache avevano un intento di insegnamento morale o esaltazione del potere costituito. La visione delle azioni umane era interamente soggettiva. Spesso, anzi, la realtà dei fatti veniva manipolata per consegnare ai posteri una versione che fosse favorevole al governo attuale o alle personalità coinvolte. Se si voleva relegare un avvenimento o una persona scomoda nell’oblio, bastava cancellarla completamente dalle cronache, avendo così la certezza che se ne sarebbe perso il ricordo.
Parte del pensiero occidentale si manifesta, invece, proprio nella ricerca dell’oggettività e nella comprensione della relazione tra gli eventi che caratterizza le cronache greche e romane (non che i difetti sopracitati siano definitivamente scomparsi, purtroppo). La Boroli cita numerosi autori dell’epoca, mostrandoci come l’argomento fosse molto sentito e fonte, a volte, di discussioni accese. I Greci avevano il vanto di aver sempre riportato in cronaca la propria Storia, mentre ai Romani si rimproverava l’ignorante silenzio dei primi secoli. I Romani, dal canto loro, si vantavano di essere nati come uomini d’azione, più che di parola, ma di aver superato i maestri una volta iniziato a tener computo dei fatti.
I Greci, in effetti, erano estremamente centralizzati. La purezza della stirpe per loro era tanto importante da chiudere fuori usi e costumi di tutto il resto del mondo. Se ciò preservava l’identità culturale, al contempo impediva di comprendere i fatti esterni alla Grecia nella loro completezza e a lungo andare li portò al collasso del sistema delle poleis. I Romani, invece, furono fin dall’inizio aperti agli usi dei popoli conquistati o con cui ebbero contatto, cosa che conferì loro una visione d’insieme molto più sfaccettata, portandoci un passo più avanti verso la moderna storiografia.
“Nascita dell’Occidente”, invece, si propone come fonte di molteplici spunti di riflessione sul concetto di Occidente, più che una trattazione completa delle trasformazioni politico-sociali europee, cosa che avrebbe richiesto uno sforzo molto più ponderoso.
Vengono analizzati i primordi di quelle innovazioni sociali che hanno condotto ai precetti fondamentali della moderna società, dal concetto di territorio delimitato da recinti o mura (e quindi di “stranieri” che vivono all’esterno di esso), alla nascita della scrittura e del suo peso nelle relazioni tra città e regni, alla formazione delle caste. Si parte dalla società mesopotamica e pian piano ci si sposta verso ovest insieme ai centri d’equilibrio del potere e delle civiltà dominanti, in un veloce viaggio lungo le tappe fondamentali della Storia.
L’autore si dilunga molto – giustamente – su come sia nato e si sia evoluto il concetto dello Stato, la gestione politica di società più o meno ampie accomunate dallo stesso linguaggio, gli stessi obiettivi, un’identità inconfutabile da proteggere, quasi sempre, da chi è diverso e perciò straniero. Viene valutata l’importanza del pensiero filosofico greco e della nascita della democrazia ateniese sulla successiva evoluzione del concetto statale, sulla differenza tra dialogo e oratoria nel fare politica.
L’avvento del Cristianesimo ha dato un’ulteriore impronta all’Occidente, unendolo sotto un unico pensiero religioso che per lungo tempo è stato anche collante sociale e giustificazione del potere assoluto dei regnanti. I nazionalismi, più di recente, hanno creato grandi Stati identitari che però, nel tempo, si stanno rivelando ingestibili, favorendo la spinta verso secessioni, federalismi e via di seguito, alla ricerca di organismi ridotti la cui gestione economica e politica sia più aderente alle reali necessità.
Per concludere viene analizzata l’origine del pensiero razzista, che ha drammaticamente segnato la storia politica internazionale per tutto il ventesimo secolo.
Il saggio, per quanto interessante, non è consigliato a chi non ha una buona visione d’insieme della Storia già in partenza, in quanto non segue un filo conduttore lineare e potrebbe creare dubbi o confusioni, nonostante la prosa pulita e non ridondante di Corneli. Stimolante spunto di riflessione, invece, per gli appassionati.

domenica 25 novembre 2012

L'Uccello Beffardo

Peter Foxglove, giovane rampante al servizio del Governo britannico, è convinto che il suo viaggio di lavoro a Zenkali, rigogliosa isola tropicale sita tra l’Oceano Indiano e il Pacifico, sarà una piacevole parentesi. In fondo, il suo incarico prevede solo di affiancare tale Hannibal Oliphant, consigliere del re dell’isola, la quale sta per ottenere l’indipendenza dall’Impero Britannico ed è coinvolta in fondamentali trattative per la costruzione di una base di importanza strategica.
Basterà il viaggio d’andata su una carretta del mare comandata da un gigantesco greco dall’ospitalità ingombrante e gestita da un equipaggio zenkalese con la testa tra le nuvole a distruggere le sue illusioni. Zenkali è un’isola tutta matta, i cui abitanti vivono in una dorata, amichevole e prosaica ingenuità. La follia sembra respirarsi con l’aria, perché anche gli occidentali che vi abitano sono tutti molto particolari.
Hannibal è un vulcanico concentrato di carisma e sapienza. Il re si fa irrispettosamente chiamare Kingy, governa con benevolo piglio dittatoriale e ha creato posti di lavoro fondando un servizio taxi con barroccini che sostituiscono le auto e un sistema di posta che consiste nel far correre qua e là dei messaggeri muniti di bastoncini biforcuti per consegnare i Libri (semplici foglietti di carta). Nel tempo libero crea cocktail micidiali.
Il Governatore è un timido senza nulla da dire, sua moglie un’eccentrica sorda come una campana che alleva galline faraone. Il giornale locale è gestito da un irlandese sempre ubriaco che inanella errori di stampa decisamente creativi. I missionari sull’isola vanno da belanti sacerdoti che predicano l’Apocalisse a una Reverenda americana che insegna ai suoi fedeli come costruire case o fabbricare bombe!
In tutto questo caos, Peter ha come unica alleata la giovane e bella Audrey, figlia d’Irlanda cresciuta sull’isola. Si accorge presto, però, di amare Zenkali e le sue bizzarrie; questo lo porta a non avere in grande simpatia il progetto della base militare, fortemente voluta da suo zio e da uno strisciante ministro locale, Looja.
Per puro caso, Peter stesso diventerà la causa di un’accesa diatriba sull’argomento. Durante una gita nella foresta, scopre con Audrey una valle nascosta in cui sopravvivono due specie viventi, credute estinte, di enorme importanza storica per Zenkali: l’albero Ombu e l’Uccello Beffardo, dio ancestrale della principale tribù dell’isola. La notizia fa scoppiare il caos e mette a rischio il progetto di inondazione delle valli per la base militare, facendo affluire a Zenkali un’incredibile quantità di gente pronta a dire la sua pro o contro il progetto.
La moderna lotta tra il Progresso e la Natura sta per avere inizio.
Lo scoppiettante, coloratissimo e dissacrante romanzo di Gerald Durrell ci conduce in un mondo di favola con abbastanza legami alla realtà da far sogghignare anche il lettore meno maligno. L’autore, con la sua prosa al vetriolo capace di dipingere nella mente del lettore tipi assurdi che riescono a incarnare perfettamente caratteri quasi archetipici, un po’ come fossero maschere di teatro, ci presenta un campionario umano del tutto folle, esilarante e dotato di disarmante simpatia.
Allo stesso tempo ficca il dito nella piaga degli arrivisti, i calcolatori, gli affaristi senza scrupoli, che qui appaiono sotto vesti quasi grottesche, come se faticassero nel non rivelare una natura tanto maligna perfino nei tratti nel volto o nella postura del corpo.
Le piccole manie, sull’isola si ingigantiscono tanto da diventare segnali identificativi del ruolo e del carattere delle singole persone, in una vertiginosa corsa verso il delirio.
Le descrizioni naturalistiche non si possono definire meno che meravigliose. Senza sommergere il lettore di dettagli, utilizzando colori così vividi da essere quasi accecanti, Durrell dipinge un’isola-tipo dell’Oceano Indiano e ce ne regala non solo la visione, ma anche il profumo, il sapore, la gioia di vivere. Il suo amore per la natura, i meravigliosi luoghi in cui la vita l’ha condotto, prendono sostanza sotto la sua penna, trasportandoci in un viaggio di favola che aprirebbe il cuore al più grigio cittadino.
“L’Uccello Beffardo” è un romanzo per tutti, un’avventura gioiosa che regala un minimo di ottimismo verso il futuro.