venerdì 31 maggio 2013

La Bibbia del Diavolo

La sete di conoscenza è uno dei tratti distintivi della mente umana. Per ottenere la Conoscenza e il potere che ne deriva, gli uomini hanno sorpassato i propri limiti, hanno scatenato guerre e messo in discussione religioni. Adamo ed Eva, nella tradizione veterotestamentaria, sono stati cacciati dal Paradiso Terrestre per aver assaggiato indebitamente dall’Albero della Conoscenza.
Esiste (nella realtà, non solo nella finzione letteraria) un testo misterioso e affascinante chiamato Codex Gigas. Esso è un manoscritto illustrato di immani dimensioni, redatto nelle vicinanze di Praga da un monaco penitente (probabilmente attraverso venti e più anni di lavoro), entrato nella multiforme collezione dell’imperatore alchimista di Praga, Rodolfo II d’Asburgo, e passato successivamente nella mani degli svedesi durante la Guerra dei Trent’Anni.
Il testo si poneva l’ambizioso, quasi eretico proposito di racchiudere in un singolo testo l’intero scibile della conoscenza umana ed è famoso per una peculiare illustrazione del demonio, accompagnata da alcune pagine scurite in maniera misteriosa, cosa che ha dato origine al nomignolo “Bibbia del Diavolo”.
E’ da questa curiosità storico-artistica e dal desiderio di narrare un periodo ben definito dell’Impero Asburgico che nasce “La Bibbia del Diavolo” di Richard Dübell, edito in Italia da Piemme, a metà tra il romanzo storico e il mistery esoterico. L’autore confessa che, in origine, il suo scopo era narrare del controverso sovrano che fece di Praga la capitale della magia, dell’alchimia e dell’astrologia, passando alla Storia come un collezionista maniacale (celeberrima la sua Wunderkammer, le cui meraviglie sono ormai sparse un po’ in tutta Europa) e un pessimo governante. Si è trovato, alla fine, a contare maggiormente sui personaggi nati dalla sua fantasia, i quali però si muovono in un mondo realmente esistito, a fianco di personaggi di indubbia valenza storica, politica e religiosa.
La Bibbia del Diavolo, scritta da un monaco penitente che ha stipulato un patto col demonio, è un terribile concentrato di conoscenza volta al Male. Esiste un Ordine di monaci il cui compito è custodirla e nasconderla a chiunque, anche in seno alla Chiesa stessa. I giovani Agnes, Cyprian e Andrej, ognuno per propri motivi, vengono coinvolti nella lotta sanguinosa per il possesso di questo codice, trovandosi infine a combattere insieme per la propria vita e affinché esso non cada nelle mani delle anime traviate che lo stanno cercando per utilizzarne l’infinito potere.
La prosa di Richard Dübell è estremamente piacevole, immediata, senza né fronzoli né tentativi di educare il lettore offrendogli dettagli storici a mucchi, bensì inserendo una panoramica della situazione sociale e territoriale legata al progredire della trama, che rimane centrale e mai messa da parte a favore di lunghe descrizioni. Questo porta a conoscere l’Impero e il clima della Controriforma in modo progressivo, mai invadente, come se si narrasse di un qualunque mondo fantastico da scoprire poco a poco e non di un periodo storico da insegnare come se si fosse a scuola.
I dialoghi sono molto spontanei, vivaci, decisamente moderni, senza alcun tentativo di renderli più ricercati o arzigogolati nell’illusione di offrire in tal modo la sensazione di trovarsi in un passato lontano. Questo permette un’affezione immediata ai personaggi, senza alcuna barriera dovuta alla lontananza temporale e culturale.
Una particolarità di Dübell è nel suo suggerire più volte gli avvenimenti, invece di raccontarci ogni singolo istante. Spesso la vicenda si dipana per episodi, con parentesi di silenzio su ciò che è accaduto nel frattempo; di questi avvenimenti non narrati si ha notizia tramite accenni successivi. Questo modo di raccontare può non essere gradito a chi è abituato a seguire una narrazione lineare e dettagliata, ma possiede un suo fascino (pare di seguire un testo teatrale, che ovviamente pone l’attenzione solo sui fatti salienti della vicenda, o i frammenti di un sogno). Anche l’ormai abusato tema delle oscure trame di alcuni rami della Chiesa Cattolica non risulta troppo fastidioso né eccessivamente stereotipato.
Un bel connubio di Storia e Mistero, una boccata d’ossigeno tra i tanti romanzi dello stesso genere che hanno fatto “flop”.

venerdì 24 maggio 2013

Il mistero dell'ermellino

Oggi vi parlo del romanzo di una mia concittadina, Giuse Iannello, una storia che unisce il mistero storico a quello – forse più prosaico, ma sempre attuale – del funzionamento del cuore femminile. “Il mistero dell’Ermellino”, edito da Albatros, narra la storia di Marisa, una donna arrivata alla soglia dei cinquant’anni e invitata ad una cena di coscritti, organizzata all’interno della Cavallerizza del castello di Vigevano. Qui, tra volti noti che non vedeva da tempo, slideshow di vecchie fotografie e pettegolezzi altrui, il suo passato la riassale, portandola agli eventi che hanno segnato la sua giovinezza e, a conti fatti, tutta la sua vita.
Marisa ricorda il primo, vero amore per Marco, un giovane musicista da cui viene lasciata in favore di un’altra donna, una relazione in cui lei aveva posto tutte le sue speranze e che l’ha marchiata per sempre con un senso indefinito di insoddisfazione. Anche la sua passione per la scrittura viene incanalata solo in parte nella direzione desiderata, quando accetta di lavorare per il signor Bardogli, appassionato di Storia, nell’antico edificio conventuale in Corso Milano.
Proprio in quel luogo, la sua vita cambia…o, quantomeno, si trova a un punto di svolta. E’ lì che conosce Mauro, un uomo che farà di tutto per trovare un posto nel cuore di lei. E’ lì che comincia a farsi domande su se stessa, su coloro che la circondano e sui limiti che lei stessa si pone nel rapportarsi agli altri. Proprio nel convento, infine, verranno ritrovate alcune pergamene risalenti al Rinascimento, vergate da un frate domenicano che narra della propria missione volta a recuperare il corpo del defunto Ludovico il Moro, la cui sepoltura rimane ancora oggi sconosciuta. Questo ritrovamento la coinvolgerà in un’indagine densa di mistero, che chiederà una scelta a suo modo coraggiosa.
Grazie a questo percorso della memoria, la Marisa del presente riesce finalmente a giungere alla risposta che tanto ha cercato. Ma non sarà troppo tardi?
La prosa di Giuse Iannello è fresca, molto scorrevole, caratterizzata dalla capacità di descrivere in maniera “pittorica”, consentendo cioè al lettore di visualizzare con vivida nitidezza quanto descritto senza trovarsi oberati di dettagli. La storia si dipana attraverso le portate di una cena; ogni episodio, quindi, è preceduto dall’arrivo di una pietanza, descritta in modo tale da esaltarne sia l’aspetto estetico che quello papillare, palesando l’intenzione di sottolineare l’importanza del cibo a livello sia sensoriale che sociale, come momento di aggregazione. Grazie a entrambe le sollecitazioni, infatti, Marisa affonda nei propri ricordi e ne pesca le risposte giuste.
Il romanzo è molto sensoriale, con un’insistenza non spiacevole su sapori, suoni, odori e colori. D’altra parte, l’autrice si dedica anche alla produzione artistica, e questo probabilmente ha contagiato il suo stile letterario.
La pecca sta nei dialoghi, che di quando in quando tendono a diventare forzati, didascalici. La necessità di fornire molti dettagli storici al lettore ha generato frasi eccessivamente prolisse e formali, con un uso del linguaggio adatto più al testo scritto che alla conversazione.
L’ambientazione, come già detto, è Vigevano, città un tempo di fervente attività e ora chiusa nella propria sonnolenza, caratterizzata però da un passato storico rilevante. Essa è stata dimora di pregio dei Visconti e degli Sforza, che vi hanno tenuto corte in quello che è ancora oggi uno dei più grandi castelli d’Europa. Giuse Iannello fa omaggio alla propria città e al suo coinvolgimento nei grandi fatti della storia, parlando di situazioni e luoghi cari a ogni vigevanese; crea un’atmosfera di “casa” che ammorbidisce il romanzo e gli dona un che di caldo, di accogliente, anche per chi non conosce i luoghi della narrazione.
Altro tema portante è la valenza del ricordo, che si trasforma facilmente in trappola se vi rimaniamo morbosamente attaccati. Il passare del tempo distorce le cose e porta all’idealizzazione di ciò che si è perso, impedendoci di vivere un’esistenza completa. Marisa dovrà fare i conti proprio con questo fossilizzarsi dell’anima e trovare il coraggio di guardare avanti, portando con sé le proprie esperienze senza rimanere a fissarle, impietriti e nostalgici, per il resto della vita.
Una gradevole variazione sul tema del mistero storico. Rimaniamo in attesa di una seconda opera.

sabato 18 maggio 2013

Il fantasma di Canterville

Oscar Wilde è un autore che difficilmente può risultare ignoto, anche a chi non legge o non frequenta il teatro. La sua fama, il suo passato di dandy e fine esteta con il dono di giocare con le parole, ha superato i secoli e le barriere fra chi fruisce dell’arte (qualunque essa sia) e chi no. Il suo nome, nonostante l’infamia della galera che la Gran Bretagna gli riservò, è giunto fino a noi avvolto da quell’aura di frizzante irriverenza che ne fa un personaggio intramontabile.
Parlando di letteratura, di Wilde sono molto conosciute le sue commedie teatrali (“L’importanza di chiamarsi Ernesto”, o Onesto in talune traduzioni) create grazie ad arguti dialoghi e personaggi nati per schernire il bel mondo nel quale lo stesso Wilde era tanto ben inserito, oppure il suo unico romanzo, quel capolavoro de “Il ritratto di Dorian Gray”, incentrato sulla figura di un giovane bellissimo che si tuffa nella depravazione dello spirito, certo di uscirne indenne grazie all’incantesimo che lo lega al proprio ritratto.
L’autore irlandese, però, fu anche poeta e narratore di fiabe, nonché scrittore di racconti, forse influenzato dalla produzione letteraria della madre, convinta sostenitrice del recupero delle tradizioni mitologiche e favolistiche d’Irlanda. La raccolta pubblicata in questa edizione di Giunti contiene quattro storie brevi. In Italia, essa prende il nome da “Il fantasma di Canterville”, forse una delle più conosciute storie di spettri del nostro secolo, mentre in patria porta il titolo del primo racconto della raccolta.
Si comincia con “Il delitto di Lord Arthur Savile”, pungente satira sul deviato senso di responsabilità dei giovanotti di buona società nella Londra del tempo. Arthur sta per sposare Sybil e vive senza tanti pensieri, baciato dalla fortuna. Tutto cambia quando, a un ricevimento, il cartomante della padrona di casa gli legge il futuro sulle linee della mano. Arthur, infatti, è destinato a commettere un omicidio. Disperato, il giovane prende una ferrea risoluzione: se al destino non si può sfuggire, meglio sbarazzarsi subito di questa seccatura e solo dopo, una volta liberatosi di questa Spada di Damocle, sposare la sua dolce promessa. Iniziano così assurdi e goffi tentativi per uccidere conoscenti e parenti vari, nel vano tentativo di affrettare il destino e coronare il proprio sogno d’amore.
Wilde ci lascia a bocca aperta per l’innocente fervore del giovane Arthur, del tutto estraneo ai sensi di colpa per l’omicidio e preoccupato solo all’idea di creare futuri fastidi alla fidanzata. Coronare il suo sogno d’amore con l’omicidio sembra un dovere da compiere – paradossalmente – per dimostrare di essere un uomo d’onore e di parola. L’ipotesi di sforzarsi di cambiare il destino non sfiora nemmeno la mente di Arthur, in un paradosso divertente e sconcertante allo stesso tempo.
Segue “La Sfinge senza segreti”, una storia d’amore basata su un mistero senza soluzione. L’incontro casuale di due vecchi amici sarà l’occasione per il racconto di un amore sfortunato verso una giovane donna dalle abitudini misteriose, che prima irretiscono e poi frustrano l’amante, fino ad una tragica conclusione.
Il terzo racconto è la colonna portante della raccolta, vale a dire “Il fantasma di Canterville”, satira bruciante sulla differenza di modi e pensiero tra americani e inglesi, dileggio irriverente delle storie di fantasmi tanto in voga all’epoca e al contempo profondo, commovente momento di riflessione sulla morte e su ciò che si cela oltre il momento tanto temuto da ogni essere umano. La storia narra della famiglia americana Otis che si trasferisce nel castello inglese dei Canterville, ove da secoli spadroneggia il fantasma di Sir Simon, un antenato macchiatosi dell’omicidio della moglie. Gli Otis, però, sono scettici fin nel midollo e mettono in totale crisi lo spettro, con tutto il suo repertorio di apparizioni spaventose. Sarà la giovane figlia degli Otis, Virginia, ad avvicinare il fantasma e a intuire il suo dramma, offrendogli il proprio aiuto.
Chiude la raccolta “Un milionario modello”, la storia di un povero giovane con aspirazioni di matrimonio che, impietosito dal mendicante cencioso trovato a far da modello all’amico pittore, si priva delle poche monete che possiede. Scoprirà di aver fatto la carità a qualcuno che può cambiargli la vita.
Quattro chicche, imperdibili per gli estimatori di Wilde e ottime per chi vuole avvicinarlo per la prima volta.

sabato 11 maggio 2013

Non solo armi - Pasubio 1915 - 1918

Fino a qualche anno fa, qui a Vigevano, esisteva un Museo che ospitava una sezione dedicata a un’ampia collezione di oggettistica e divise della Prima Guerra Mondiale, soprattutto italiane e austro-ungariche. Era una stanza delle meraviglie e degli orrori; soprattutto, era una stanza che ricordava le imprese di uomini costretti a fare una vita tremenda su un fronte micidiale come quello alpino.
In quella singola camera, piena fino all’inverosimile, era conservata testimonianza di tante vite e tante morti, per insegnare qualcosa alle generazioni che la guerra non l’hanno mai vissuta.
Poi, come un vento di tempesta, l’Assessore di turno è passato con lo schiacciasassi e ha smantellato tutto quanto, asserendo che certi musei servono solo ad inneggiare alla guerra. Fortunatamente, non tutti rifiutano di capire lo scopo di una iniziativa simile e c’è chi si prodiga per fare in modo che la memoria non muoia e il sacrificio di tanti non diventi un fantasma scomodo.
Nei luoghi che hanno vissuto direttamente la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, la questione del ricordo e della diffusione della conoscenza di quegli eventi fondamentali è molto sentita. Esistono molti musei, mostre temporanee, itinerari studiati appositamente per far visitare i luoghi delle battaglie (più una guerra di posizione, in realtà) e le opere di ingegneria che hanno consentito a tanti soldati di vivere e combattere in quota, in condizioni ambientali estreme.
Le battaglie e le opere dell’uomo, inoltre, hanno modificato il territorio e ancora oggi un occhio esperto può riconoscere gli scavi delle trincee, i crateri delle granate solo parzialmente nascosti dalla nuova vegetazione e dall’erosione degli agenti atmosferici, i fori nella montagna scavati dai soldati, confusi tra le grotte naturali.
La zona del Pasubio, soprattutto, tiene molto caro il suo passato bellico, raccontando la storia degli uomini che hanno combattuto tra le sue cime attraverso numerose iniziative. Il Museo Storico Italiano di Rovereto in collaborazione con il Tiroler Kaiserjägermuseum di Innsbruck, ad esempio, nel 2002 ha pubblicato con Nicolodi Editore una raccolta fotografica che vuole offrire testimonianza di diversi aspetti della vita del soldato in quota, riunendo nello stesso volume sia le testimonianze relative alle milizie italiane che a quelle austro-ungariche.
Il volume, infatti, è redatto sia in italiano che in tedesco, in maniera da essere fruibile da appassionati di entrambi i Paesi. In questo modo, gli antichi nemici possono confrontarsi in maniera neutrale, osservando come fossero simili i loro sforzi e le privazioni.
La pubblicazione è realizzata su carta lucida, le foto da archivio sono stampate con un’ottima risoluzione e ognuna di esse è corredata da una didascalia esaustiva. Le foto sono state suddivise per capitoli tematici, ognuno dei quali viene dapprima sviscerato tramite un breve testo, che fornisce al lettore le informazioni essenziali, e poi narrato attraverso le sole immagini.
La lunga introduzione offre la possibilità di leggere stralci di un vero diario dal fronte, quello di Francesco Laich, musicista arruolato dapprima con compiti non distanti dalla sua professione, poi prestato agli ingrati lavori del semplice soldato. Seguono mappe fotografiche dettagliate delle cime interessate dallo scontro tra i due eserciti, per passare quindi alla raccolta di foto vera e propria.
La galleria fotografica mostra diversi aspetti della guerra d’alta quota: dalla geografia dei due fronti
ai baraccamenti, dal triste spettacolo di ciò che restava dopo le battaglie ai momenti di riposo e svago dei soldati. Vi si trovano ritratti di generali come di soldati semplici, di inverni crudeli e di allegri bagni estivi nei torrenti. Paesi sventrati, montagne crivellate, manti bianchi che seppelliscono tutto e rendono il paesaggio irriconoscibile. Croci bianche dopo la conta dei morti.
La guerra tira fuori il peggio e il meglio degli uomini; una piccola porzione di ciò che si è consumato sulle nostre montagne può essere conosciuto e, forse, compreso attraverso queste testimonianze dell’epoca, senza più odi patriottici ma considerando tutti vittime in ugual modo di una guerra orribile che non dovrebbe mai essere dimenticata.

martedì 30 aprile 2013

Quattrocento

Mostrando lo stesso oggetto, la stessa opera d’arte, lo stesso edificio a due persone diverse, spesso se ne otterrà un giudizio differente, quando non del tutto divergente. Non mi era mai capitato, però, di trovarmi di fronte a una valutazione antitetica -rispetto alla mia percezione di tutta una vita - nel rapportarmi a un’intera città.
“Quattrocento” di Susana Fortes, edito da TEA, è ambientato a Firenze, una città che per me è sempre stata fonte di speranza nel futuro, ispirazione artistica, infinite possibilità. La Fortes, invece, dipinge Firenze come il nero calderone di ogni bruttura, le vie gorgoglianti sangue di secoli, la tenebra nascosta nell’animo umano. Firenze diventa la dimora dell’orrore, esemplificato nei suoi tragici fatti storici e protrattosi fino ad oggi, come un codice genetico indelebile che maledice l’intera città e i suoi abitanti.
Ana Sotomayor è una studentessa spagnola, alloggiata nel capoluogo toscano, che sta preparando una tesi sul pittore Pierpaolo Masoni, attivo nella bottega del Verrocchio. Visto il suo coinvolgimento con l’episodio della Congiura dei Pazzi, il famoso attentato ai fratelli Lorenzo e Giuliano de’ Medici, la ragazza studia i quaderni lasciati dal pittore affiancandovi ricerche sul tragico evento storico e interessandosi sempre più alla vicenda. Nell’indagine la supporta il professor Rossi, amico di suo padre, uomo schivo e tanto più anziano di lei che diventa una presenza fondamentale nel suo cuore.
Le ricerche di Ana, però, toccano da vicino misteri che devono restare inviolati, mettendo lei e il professore in pericolo di vita. Il tragico passato non ha ancora cessato di influenzare il presente e ci sono verità che la Chiesa non vuole vengano rivelate.
Questa è la trama che si allaccia ai giorni fatidici dell’attacco ai Medici, narrati attraverso gli occhi di Masoni e del giovane Luca, il suo apprendista, in un continuo alternarsi di passato e presente, di una Firenze antica che è arrivata fino a noi con ammodernamenti che non ne hanno modificato la sostanza. Un mistero in cui arte, fede e politica si mescolano al sangue.
Lo stile narrativo della Fortes è piuttosto particolare, una prosa che suggerisce più che raccontare, a tratti poetica, nonostante si soffermi volentieri sul particolare morboso. Il romanzo inizia subito pregno di mistero. Ana è già al lavoro, le sue perplessità sulle memorie di Masoni e sulla congiura sono ben presenti fin dalle prime pagine. Questo toglie qualcosa al romanzo, in quanto il livello di tensione parte già alto e rimane sullo stesso piano praticamente per tutto il tempo della lettura, uniformando troppo la soglia d’attenzione.
Inoltre il giallo è strutturato in maniera tale da lasciare un vago senso di confusione, la sensazione di essersi persi qualche passaggio o di non aver ben compreso gli indizi. In realtà, ciò non è colpa del lettore, quanto della scrittrice. Nella sua foga di creare un alone di mistero, la Fortes inserisce personaggi, indizi e situazioni che quasi sempre brillano per un istante e poi si perdono come meteore, lasciando poco o niente di utile per dipanare la matassa. C’è troppa carne al fuoco, troppe situazioni non risolte. Anche il vizio di infilare qua e là frasi di anticipazione sui fatti futuri (“…se ne sarebbe pentita in seguito…”, “…avrebbe capito troppo tardi…” e simili) dopo un po’ stanca.
A questi difetti si aggiunge un gusto per il macabro, lo splatter fine a se stesso che non trova particolare giustificazione pur nella descrizione del crudo omicidio di Giuliano e nella battaglia che ne seguì. Si avverte un gusto per il sangue, per il torbido, che stona troppo con l’immagine comune di Firenze. Invece di aprirci una finestra sui segreti tenebrosi della città, stuzzicando quindi il nostro interesse, la Fortes vuole costringerci a fare il bagno in pozzanghere di sangue e fango.
Pur con la compagnia di bello stile e proprietà di linguaggio, quindi, si rimane per quasi quattrocento pagine legati a una storia a cui sembra sempre mancare qualcosa, un evento risolutivo, uno scopo vero e proprio. Per quanto mi concerne, un romanzo senza cime né abissi, che rincorre senza particolare costrutto la fame di mistero legato alla Storia che tanto attira il mercato editoriale in questo momento.
Da leggere quando proprio non avete altro sottomano.

mercoledì 24 aprile 2013

Narnia

E’ una prerogativa del gioco dei bambini quello di scoprire mondi dietro ogni cosa che a noi pare scontata, quotidiana. Osservandoli nel pieno delle loro attività, la nostra parte adulta scuote il capo con condiscendenza; quella bambina, ricorda e rimpiange la potenza della fantasia, capace per intere ore di modificare la struttura stessa della realtà.
C.S.Lewis, con la saga di “Narnia”, ci restituisce proprio la potenza immaginativa del bambino, creando romanzi che possono essere letti dai più piccoli come da quegli adulti che hanno conservato in sé il senso del gioco e del meraviglioso. Di recente, la saga è tornata alla ribalta grazie alle produzioni cinematografiche della Disney. Esse, pur avendo il merito di aver portato alla lettura dei romanzi le nuove generazioni, hanno parzialmente snaturato le atmosfere di Narnia, trasformando la fiaba e il suo messaggio in qualcosa che somigliasse di più al fantasy eroico, maggiormente in voga al momento e sicuramente più spettacolare a livello visivo.
Le storie di Lewis, infatti, benché annoverino battaglie, storie di cappa e spada, scontri con mostri e streghe, non si basano su questi contenuti con intenti epici simili, per intenderci, alle atmosfere del Signore degli Anelli (il cui autore, Tolkien, fu contemporaneo e amico personale di Lewis), bensì come metafora del diventare adulti, delle responsabilità, della presa di coscienza del proprio ruolo e del coraggio in ognuno di noi, oltre che della lotta continua contro le paure e i cattivi sentimenti.
Tanti anni fa, quando ero ancora bambina, la Mondadori aveva pubblicato nella collana per i più piccoli il primo titolo: “Il Leone, la Strega e l’armadio”. La storia narra di quattro fratelli – Peter, Susan, Edmund e Lucy- separati dai genitori a causa della guerra (siamo nell’Inghilterra della Seconda Guerra Mondiale) e ospiti di un lontano parente. Nella nuova casa, la piccola Lucy scopre un armadio magico che mette in comunicazione con il mondo di Narnia, terra abitata da esseri fatati e animali parlanti, in cui vige sempre l’inverno a causa della maledizione della Strega Bianca. Una leggenda dice che l’estate tornerà quando quattro figli di Adamo ed Eva siederanno sul trono di Cair Paravel, benedetti da Aslan, il Leone che governa su tutto dal suo regno d’oltremare. Lucy e i fratelli vengono così coinvolti nella guerra per il potere di Narnia. A loro è affidato il compito di riportare la vita e la libertà al mondo magico, seguendo il magnifico Aslan, il quale incarna nella sua forma di leone qualcosa di più antico, profondo e luminoso.
Esiste un prologo, scritto più avanti nel tempo e intitolato “Il nipote del mago”, che racconta come Narnia è stata creata e in che modo gli Uomini e la Strega Bianca vi sono giunti.
Dopo il primo romanzo, nucleo della saga intera e bastante a se stesso, Lewis scrive un racconto legato solo parzialmente alle vicende del primo romanzo, intitolato “Il cavallo e il ragazzo”. Esso tratta della fuga di un giovane schiavo e di una ragazzina nobile in compagnia di due cavalli parlanti di Narnia. Tutti loro vogliono lasciare Calormen, un regno simile agli antichi sultanati arabi, per raggiungere la favoleggiata terra magica. Finiranno per fare del loro meglio per salvare un intero regno che sta per essere invaso.
Segue “Il principe Caspian”, in cui i nostri protagonisti ufficiali tornano a Narnia per aiutare il giovane Caspian contro lo zio malvagio, favorendo il suo insediamento sul trono e il ritorno della pace nel regno. La storia, più fantasy delle altre, è caratterizzata dalla dolceamara certezza che Peter e Susan stanno diventando adulti e che le loro avventure nel regno magico stanno finendo. Si passa poi a “Il viaggio del veliero”, in cui Edmund e Lucy tornano a Narnia insieme al recalcitrante cugino Eustachio e seguono Caspian in un viaggio attraverso i mari, verso il regno di Aslan. Si tratta di un vero e proprio percorso iniziatico dello spirito, portato avanti per metafore pensate per un’erudizione elevata. Per un bambino, si tratta solo di un magico viaggio verso la Luce.
“La sedia d’argento” è un’estemporanea avventura di Eustachio, tornato a Narnia per aiutare un figlio di Caspian insieme alla compagna di scuola Jill. La coppia di protagonisti non ha l’appeal di quelli originari, perciò la fiaba è da pensare come testo a sé, basato più sulla sequenza degli eventi straordinari che sull’effetto nostalgia del filone principale.
Si termina, infine, con un finale di per sé drammatico in “L’ultima battaglia”, in cui il regno di Narnia va incontro al suo destino e tutti – anche i più adulti- tornano al cospetto di Aslan, la cui natura finalmente si palesa, rivelando il profondo messaggio spirituale che l’autore ha intessuto fin dal primo romanzo.
Ogni lettura dei romanzi mette in luce nuovi aspetti della scrittura di Lewis. Saltano subito all’occhio l’amore per la fantasia e per i bambini. Segue il messaggio spirituale, fondamentalmente cristiano e basato sulla contrapposizione tra Luce e Tenebre, nella costante ricerca del Bene, del perdono e del sacrificio. Si nota poi la contrapposizione tra Occidente e Medio-Oriente, incarnati dagli Uomini di Narnia e Arken da una parte, e dai Calormeniani dall’altra, in un’atmosfera che ricorda sempre di più il periodo delle Crociate.
Una saga con molteplici piani di lettura, una favola straordinaria e profonda. Buon viaggio!

mercoledì 17 aprile 2013

L'ultimo giorno

Cosa si cela oltre il baratro della morte? Davvero la nostra esistenza si riduce ai giorni che vengono concessi da vivere qui, sulla Terra, per poi cessare definitivamente e tornare al nulla nel momento del trapasso? Eppure, innumerevoli testimonianze, in ogni cultura, ci raccontano di esperienze straordinarie vissute da chi è stato ad un passo dalla morte. La sensazione di fluttuare fuori dal proprio corpo, in grado perciò di vedere tutto quanto accade intorno. L’ingresso in un lungo tunnel buio, oltre il quale brilla una luce più forte di qualunque altra. Immergersi quindi nella luce e ritrovarsi a camminare sotto un limpido cielo azzurro, verso il suono gioioso di acqua corrente oltre la quale attende una persona cara, come se ci stesse aspettando da tempo.
Su questa visione tanto diffusa quanto straordinaria, che forse cela ciò che ci attende al momento del trapasso, si fonda e si costruisce il romanzo di Glenn Cooper, autore della trilogia della Biblioteca dei Morti, edito da Nord.
Amante dei misteri, anche stavolta Cooper sceglie un tema strettamente legato alla morte e al destino dell’anima, costruendovi sopra un’indagine dell’FBI che lega i fatti soprannaturali ad altri molto più terreni.
Cyrus è un agente FBI dalla vasta cultura letteraria, la cui vita è straziata dal tumore al cervello della figlia, Tara, una bambina che è ormai allo stadio terminale. Alex è un brillante scienziato, specializzato nello studio del cervello umano, il quale porta avanti rischiosi esperimenti volti a scovare e utilizzare la sostanza che si attiva nel cervello al momento della morte fisica e che, forse, mette in contatto con l’esperienza del viaggio nell’Aldilà.
Alex, infatti, ha vissuto in prima persona l’esperienza da bambino, in un incidente stradale in cui ha perso entrambi i genitori, e da allora non pensa ad altro che a trovare il modo di ricongiungersi con loro. Per fare ciò, si spinge pian piano all’omicidio, diventando quindi l’indagato numero uno per Cyrus anche in mancanza di prove.
Alex riesce nel suo intento, sintetizza una sostanza capace di offrire l’esperienza di pre-morte e questa si diffonde come una droga micidiale, sotto il nome di “bliss”. Il suo impatto sulla società è tremendo: la gente perde la voglia di vivere, i suicidi aumentano vertiginosamente e Alex, in un delirio di onnipotenza, diventa profeta di una setta che predica l’abbandono della vita terrena. Cyrus, insieme a una psicoterapeuta specializzata nel trattamento dei casi terminali, dovrà riuscire a fermare il suo delirio di onnipotenza prima che avvenga una strage.
Come gli è abituale, Glenn Cooper sceglie di imbastire la sua trama su un argomento controverso e di fortissimo impatto emozionale. E’ capitato a tutti di chiedersi cosa si cela oltre la morte. Cosa accadrebbe, però, se avessimo la certezza di un aldilà, di un luogo migliore in cui ricongiungerci con i nostri cari ed essere ammessi alla presenza di Dio? Non perderemmo interesse per una vita in fin dei conti difficile, costellata di perdite e disgrazie?
Il messaggio che dovrebbe filtrare è che, probabilmente, se non possediamo risposte certe è proprio perché la vita terrena ha uno scopo; deve essere, perciò, vissuta fino in fondo, cosa che non accadrebbe se fossimo costantemente tormentati dal desiderio di raggiungere un luogo migliore.
Purtroppo Cooper, come ormai pare sia sua prerogativa, parte da presupposti eccellenti per confezionare un romanzo a conti fatti semplicistico. I suoi personaggi sono piuttosto bidimensionali, poco profondi per quanto ben ritagliati per ricoprire i ruoli prescelti. Il tema - che aprirebbe innumerevoli possibilità di sviluppo sul spiano spirituale, sociale e scientifico – viene a conti fatti lasciato un po’ allo sbaraglio, trattato in modo superficiale nonostante la presenza di dettagli scientifici, senza contare l’approccio fondamentalmente cristiano/cattolico alle visioni dell’aldilà, cosa non precisa se si riferisce alle esperienze di pre-morte conosciute.
Cooper scrive bene e ha ottime idee. Purtroppo sembra aver preso per vizio un certo atteggiamento “di comodo”. Si avverte la sensazione che l’autore non si sia impegnato più di tanto, adagiandosi sulla buona idea iniziale per poi darle una direzione piuttosto scontata e corredandola di un finale deludente e pressapochista. Un vero peccato, in quanto ritengo che Cooper potrebbe essere capace di cose migliori.
Un romanzo senza grandi pretese, per chi ama questo genere di argomenti o vuole trascorrere qualche ora piacevole immerso nella lettura.

venerdì 12 aprile 2013

Storia del teatro

Come tutti i manuali che trattano una materia in maniera esaustiva, anche Storia del Teatro di Oscar G.Brockett edito da Marsilio tende a intimidire il lettore con il suo aspetto imponente, da libro di testo universitario.  Non ci si può, per ovvi motivi, aspettare qualcosa di diverso: la materia è talmente ampia da richiedere per forza di cose una panoramica ponderosa, per poter offrire una educazione minima della materia.
Il Teatro, infatti, non è solo prosa o poesia. Esso è legato indissolubilmente alla Letteratura, all’Arte (pensiamo alle scenografie e ai costumi), alla Danza e alla Musica. Occorre addentrarsi in molti campi della conoscenza artistica per iniziare a comprendere la Storia del Teatro e imparare ad orientarsi attraverso questo mondo muliebre e controverso.
Il manuale che vi vado a presentare, purtroppo al momento fuori catalogo, ha un pregio che si rivela fondamentale nei testi di questo tipo: è redatto con un linguaggio semplice, diretto, senza fronzoli né verbosità proprie della critica artistica in generale.
Esso fornisce al lettore le nozioni essenziali presentandole con uno stile narrativo, piacevole, quasi si stesse leggendo un romanzo storico più che un testo didattico. L’autore ha un atteggiamento paritario nei confronti di tutte le arti che concorrono al lavoro teatrale e al suo sviluppo, permettendo un approccio corretto allo studio della materia e agli eventuali approfondimenti futuri. Viene dato ampio spazio alla nascita e alla valenza delle figure di attori e capocomici (poi diventati registi) e non ci si basa solo sul Teatro occidentale, ma si prendono in esame anche forme di spettacolo provenienti da culture molto diverse dalla nostra.
Il testo è diviso in macro-capitoli che si dipanano attraverso le varie fasi della Storia. All'interno di essi, la trattazione è – dal Medioevo in avanti - affrontata viaggiando di Paese in Paese, analizzando nel dettaglio la cultura dello spettacolo peculiare a ogni regione. Ogni capitolo “geografico” è a sua volta diviso in paragrafi, per facilitare la lettura e la comprensione.
Si parte cercando di definire il Teatro e di individuare la sua origine, cosa affatto facile e e che ha messo alla prova più di un antropologo. Certo è che il suo legame con la sfera del rito è forte e si manifesta sia nel Teatro occidentale (con una forza che è andata stemperandosi nei secoli) che in quello Orientale, ancora oggi fortemente legato allo spirito e ai riti religiosi.
Si passa poi alla base di ciò che fa del Teatro europeo un “teatro di parola”: la tradizione greca e, per imitazione e continuazione, quella romana. Si assiste alla nascita dei due generi principali: la tragedia e la commedia. Vengono presentati gli autori di cui abbiamo notizia, con annotazioni sulle loro opere e sulle innovazioni che hanno portato al Teatro.
Dopo il periodo Classico si passa al Medioevo e al tentativo di soppressione di tutte le forme di spettacolo, che rinascono però in chiave cattolica per mezzo delle rappresentazioni sacre. Rimane comunque un rifiuto netto verso l'arte della recitazione come professione, mentre la partecipazione annuale alle rappresentazioni era incoraggiata per tutta la popolazione.
Dal Rinascimento le cose cambiano e inizia il lungo viaggio del teatro moderno, dapprima in un recupero fin troppo ostentato della tradizione classica, per poi sfociare nella grandiosità del teatro cinque-seicentesco (pensiamo al teatro inglese di Shakespeare o alla tradizione italiana della Commedia dell'Arte). La velocità delle innovazioni, la quantità di autori e testi, la riscoperta delle tradizioni popolari e la capacità inventiva si fa via via più serrata, dando centinaia di spunti di approfondimento e titoli utili alla lettura o alla visione di messe in scena. Più avanti ci si spinge fino in America, terra depositaria e poi innovatrice della tradizione europea.
La magia finisce con l'ultimo capitolo, dedicato ai decenni più recenti, scritto da autori diversi allo scopo di completare l'opera. Il linguaggio si fa contorto, i riferimenti rivolti agli addetti ai lavori e non solo si respira fin troppo un'aria di schieramento ideologico ben definito, ma viene operata una scelta molto opinabile su ciò che è Teatro e ciò che non lo è (non c'è traccia della tradizione del varietà, del musical americano che non sia “impegnato”, del teatro di prosa non sperimentale o politicizzato). Le ultime pagine sono l'unica nota stonata in un volume splendido che invita ad essere riletto più volte.

mercoledì 27 marzo 2013

Il falco delle nevi

Il Canada non è una terra facile. I suoi inverni possono essere terribilmente rigidi, la neve la fa da padrone per tutto il lunghissimo inverno. Le sue montagne sono luoghi aspri, che non perdonano. In questo contesto, le leggi della natura seguono il loro corso, senza guardare in faccia nessuno. Il girifalco femmina che si sta ambientando su queste montagne, spinto verso sud dai venti, sa perfettamente che tutta la sua vita ruota attorno alla capacità di cacciare. Se qualcosa non funzionasse nella sua perfetta struttura di cacciatrice, l’attenderebbe solo la morte.
Essa gli si presenta sotto forma dell’Uomo, armato di fucile. Ellis sta perdendo le redini della propria vita, incapace negli affari, e vendere il girifalco a un impagliatore è la soluzione più veloce per far su un po’ di grana facile.
Su quei monti, però, non s’aggira in solitudine. A Little River è tornato dopo tanti anni Michael Somers, ex-detenuto in cerca dei ricordi dei propri genitori. L’uomo ha avuto una crisi nervosa che l’ha portato a sparare un colpo all’amante della moglie e a minacciare – almeno all’apparenza- moglie e figlia neonata, ed ora sta cercando di rifarsi una vita, anche se si sta scontrando con la totale ostilità dei suoi concittadini.
Così, quando Ellis spara al girifalco, colpendolo a un’ala, Michael lo salva e lo porta dal veterinario, deciso a prendersene cura. Tra l’animale e l’uomo si crea un rapporto speciale, mentre il girifalco affronta il lungo processo di guarigione e allenamento, e in esso Michael riversa tutta la propria voglia di tornare alla vita.
Alle loro vicende si intrecciano anche quelle del giovane Jamie, un bambino divenuto muto dopo la morte del padre in un incidente di caccia. Il girifalco aiuterà sia l’uomo che il bambino a ritrovare se stessi e a tornare alla vita.
Il romanzo “Il falco delle nevi” di Stuart Harrison tratta principalmente del rapporto dell’essere umano con la natura selvaggia e le sue leggi aspre, a volte crudeli. La narrazione, per gran parte della prima metà del romanzo, si incentra essenzialmente sul rapporto di Michael con il girifalco e sulle regole della falconeria. Avere cura di un animale tanto fiero e selvaggio, riportarlo alla vita libera, diventa per Michael un modo per riscattarsi ma anche, direi principalmente, per ritrovare dentro di sé quei valori e quell’obiettività nei riguardi del proprio passato che siano in grado di liberarlo dai fardelli dei propri errori e farlo diventare un uomo migliore.
Questo si riflette poi in Jamie, che a sua volta emerge gradualmente dal silenzio che si è autoimposto, incantato dal percorso di guarigione e liberazione del girifalco.
Nella seconda metà del romanzo, la qualità della trama perde un po’ di smalto, pur se la prosa di Harrison rimane molto piacevole. Il rapporto con l’animale viene evidenziato meno spesso, lasciando ampio spazio alle avventure sentimentali dei personaggi coinvolti: la moglie di Ellis che cerca una via di fuga dal matrimonio ormai in crisi; Susan, la madre di Jamie, che non sa decidere tra la stabilità che le offre Coop – il poliziotto locale- e l’attrazione che prova per Michael. Per quanto sia palese che anche i rapporti umani debbano avere il loro spazio nella vicenda, queste pagine mancano di tensione.
Inoltre, la rivalità tra Coop e Michael per Susan non arriva mai a un vero confronto, non trova un culmine narrativo degno di questo nome. Coop avrà un tentennamento di troppo durante un momento di tensione finale e questo sancirà la sua uscita di scena, ma il personaggio si barcamena senza costrutto tra il positivo e il negativo, finendo per risultare poco interessante e quindi un antagonista di scarso appeal. Ellis incarna invece la degradazione che culmina nell’intento omicida, come a evidenziare che chi non rispetta la natura difficilmente avrà poi rispetto per se stesso e i propri simili.
Il punto di forza rimane la competenza e la partecipazione con cui Harrison descrive la vita del girifalco, l’ambiente naturale in cui vive e a cui verrà restituito una volta guarito. Decidere di trattare di una pratica antica e ormai quasi dimenticata come la falconeria con tanta passione è un punto a favore che spinge a valutare positivamente, nel complesso, tutto il romanzo.
Per chi ama la natura!

mercoledì 20 marzo 2013

Enciclopedia delle tecniche di sartoria

Quante (o quanti) di noi sanno cucire? Quanti sanno avviare e utilizzare in maniera proficua una macchina da cucire o una tagliacuci? E quanti sono in grado di confezionarsi da soli gli abiti che indossano?
Credo che la risposta sia “pochi”. Le nostre nonne potevano essere delle maghe con ago e filo, ma le nuove generazioni sono abituate a comprare i vestiti in negozio e ad adattarsi a questi. Infatti, non è più l’abito ad essere su misura del corpo di chi lo indossa ma è il compratore che si deve dannare per trovare qualcosa che gli stia bene in mezzo al mucchio di indumenti con forme standard dettate dalla moda del momento. Questo, spesso, porta a trovarsi addosso roba informe, o troppo stretta, o piena di difetti che rovinano le linee del corpo.
Non so voi, ma io ho pensato spesso a quanto più semplice sarebbe se fossi in grado di creare da me vestiti che soddisfino il mio gusto e al contempo mi cadano perfettamente addosso. Inoltre, volendo mettere da parte queste velleità sartoriali, spesso è necessario rifare un orlo, cucire una cerniera, applicare una toppa…piccole riparazioni per cui sarebbe bello non dover più cercare una sarta. E’ questo il motivo che mi ha spinto a comprare l’ “Enciclopedia delle tecniche di sartoria”, edita da Il Castello e scritta da Lorna Knight, insegnante inglese.
Con un formato accattivante, simile a quello di un quaderno ad anelli contenente schede di appunti a tema, e con una grafica colorata e semplice, il tomo invita all’acquisto e sembra subito accessibile anche al principiante.
La prima parte fornisce alcune informazioni di base da cui partire. Per prima cosa, vengono elencati e descritti i ferri del mestiere, il materiale minimo di cui si necessita per mettersi all’opera. Quasi tutti gli strumenti nominati sono presenti anche in fotografia, ulteriore aiuto per consentire al principiante di effettuare gli acquisti senza difficoltà. Viene poi descritta in linea generale la macchina da cucire e il suo funzionamento, comparandola alla più professionale e complessa tagliacuci. Seguono consigli e dettagli su aghi, fili e vari prodotti di merceria, dando una panoramica di ciò che si può ottenere utilizzando lo strumento adatto.
Si passa quindi alla spiegazione della grafica dei cartamodelli e di come apportare le modifiche per adattarli alle forme del corpo. Per fare ciò, viene insegnato dapprima come prendere le misure in maniera precisa e quindi come adoperarle per fare le opportune modifiche. Questa parte è fondamentale per il lavoro successivo, quindi va letta e seguita con estrema attenzione.
Per chiudere questa sezione, vengono forniti consigli sui capi d’abbigliamento più adatti alle diverse corporature, in maniera da esaltarne i pregi e non i difetti, e un elenco dei principali capi d’abbigliamento, con le varianti più comuni.
La seconda parte passa alle esercitazioni pratiche e tratta delle tecniche di cucito. Vengono presentati diversi sistemi per cucire orli o parti d’abito, passando poi ai diversi sistemi per rifinire le cuciture di modo che il tessuto non si sfilacci. Viene insegnato come cucire cerniere, creare pince, applicare elastici e rivestimenti, tutte nozioni utili anche solo per le piccole riparazioni.
La sezione successiva è più complicata e, anche se corredata da disegni che spiegano passo passo come procedere, di difficile comprensione nella lettura se non vi si affianca subito il lavoro pratico. Si parla, infatti, delle tecniche di sartoria vere e proprie. Il testo insegna come procedere nella realizzazione delle varie parti del capo in fase di confezionamento: maniche, cinture, orli, scolli e colletti, applicazione di bottoni, asole e tasche…Gli esercizi sono molti e andrebbero testati tutti su tessuto di risulta per essere sicuri di averli ben compresi, prima di mettersi veramente all’opera.
L’ultimo capitolo offre una serie di idee per decorare i propri capi: dalle cuciture decorative già inserite nei programmi della macchina da cucire, all’applicazione di stoffe, perline o pizzi.
Chiude il volume un elenco dei tessuti in commercio, con breve descrizione e suggerimento sul loro utilizzo più corretto, e un piccolo glossario.
Nel complesso, un ottimo acquisto per chi vuole mettersi all’opera. Seguendo le lezioni passo passo, si può imparare molto.