lunedì 20 agosto 2012

Intensity

“Intensity” di Dean Koontz è un thriller edito in Italia dalla Sperling & Kupfer, un romanzo d’azione che si immerge nella psicologia di un pericoloso maniaco omicida e di una donna che nella vita ha sempre dovuto recitare il ruolo di vittima, ma che per una volta decide di prendere in mano la situazione e cavarsela con le proprie forze.
Chyna ha vissuto un’infanzia disastrata. La madre l’ha trascinata con sé attraverso gli Stati Uniti, in una vita nomade e sregolata al fianco di uomini sempre diversi ma accomunati da un tratto: la tendenza al caos, alla violenza gratuita, all’amore per le armi e la morte. Chyna ha assistito a cose orribili e lei stessa si è salvata più volte solo grazie ad un istinto di sopravvivenza in costante allenamento.
Ora che è donna e si è fatta una vita normale, lontana dalla madre, China desidera solo condurre un’esistenza di cui possa essere fiera. Purtroppo sembra che il destino voglia beffarla a qualunque costo. Mentre si trova in vacanza da un’amica, infatti, la giovane donna assiste impotente ad alcuni efferati omicidi. Lei stessa si salva a stento, terrorizzata, dal maniaco che rapisce la sua amica Laura.
Chyna, rifiutandosi di essere vigliacca, tenta di salvare l’amica recuperandola dal camper dell’assassino, ma finisce per rimanervi prigioniera all’insaputa dell’omicida, senza per altro poter fare più niente per Laura. Ormai può solo fuggire, alla prima occasione. Purtroppo per lei, l’assassino non è un comune maniaco. Edgler Vess crede di essere qualcosa in più di un normale essere umano. Qualcosa di eletto, superiore. Egli, infatti, non si limita a vivere. Lui gusta la vita, la divora, la palpa, la fa sua attraverso i cinque sensi. Ama la sensazione del dolore e gode nell’infliggerlo agli altri; l’azione dell’uccidere esalta la sua sensibilissima percezione del mondo.
E’ per un puro caso che Chyna viene a conoscenza, una volta sgusciata via dal camper, del segreto più orribile di quell’uomo già abbastanza terrificante: egli tiene prigioniera una sedicenne, la bella Ariel, segregata in cantina. Per non si sa quale ragione, Edgler desidera farla partecipe della sensazione della “intensità”, vuole condividere con lei i suoi efferati delitti, in attesa che cresca per…cosa? Violentarla? Ucciderla?
Non sono affari di Chyna, che è riuscita a stento a conservare la propria vita. Cosa può fare lei, per quella ragazza, se non chiamare la polizia? Eppure, la somiglianza tra la situazione della giovane Ariel e la sua infanzia negletta cancellano dalla mente della donna ogni pensiero razionale. Non può lasciarla da sola e solo lei può condurre la polizia nel nascondiglio del mostro. Chyna si mette così all’inseguimento di Edgler Vess, iniziando una partita mortale.
Il thriller di Koontz è caratterizzato in ogni sua sfaccettatura da alti e bassi. La prosa, per esempio, ha il pregio di una certa ricerca stilistica nel narrare le vicissitudini di Chyna tramite il normale passato remoto in uso nella narrativa, per passare al tempo presente quando il punto di vista si sposta all’interno della mente di Edgler, che vive appunto nell’immediato della sensazione. Questa ottima idea, anche se non nuova, viene sciupata da passaggi piuttosto stranianti tra scene crude e scarne, dove ogni parola ha il suo peso e la sua misura, ad ampi passaggi di tono lirico-poetico in una pallida imitazione di decadentismo che stonano nell’incunearsi tra una scena d’azione e l’altra. In parte anche a causa di una traduzione non felicissima, queste discrepanze si notano soprattutto all’inizio del romanzo, quando ancora si è impegnati a “farsi la bocca” con la storia.
Se il cattivo della situazione è plausibile e veramente terrificante nella sua ordinata violenza, la protagonista risulta priva di spessore, un personaggio letterario e poco aderente alla realtà. Difatti l’autore continua a giustificare le azioni avventate di Chyna tramite lunghi ragionamenti, riflessioni, ricordi traumatici del passato, che finiscono per diventare ripetitivi e ottengono come unico effetto di far capire al lettore che il romanzo si dipana non in maniera logica ma al servizio dei climax che l’autore ha intenzione di inserire. Pure, le scene d’azione sono forti e sanguigne, fanno accelerare i battiti.
“Intensity” è una lettura senza tante pretese, da affrontare senza spirito critico, per il puro gusto di sfogliare un libro sotto l’ombrellone. Godibile, ma niente di che: un’occasione perduta.

lunedì 13 agosto 2012

L'esorcismo

L’esorcismo è il rito attraverso cui si opera una liberazione dalla possessione sul corpo di un uomo o una donna, tormentati da entità malvagie e diaboliche. I posseduti, di solito, si rivolgono alle autorità ecclesiastiche solo dopo aver tentato ogni altra strada. L’esorcismo non è un rito afferente in maniera esclusiva al Cristianesimo, ma esiste in molte altre culture, con valenze differenti.
Il saggio “L’esorcismo” edito da Xenia e scritto da Massimo Centini vuole offrire informazioni più dettagliate riguardo un fenomeno che la gran parte di noi conosce solo in maniera distorta, attraverso la mediazione cinematografica dei film dell’orrore.
Inizialmente, l’autore mette l’accento sulla differenza insita nel rito dell’esorcismo rispetto a una normale benedizione. Mentre la seconda ha come scopo quello di attirare energie positive sulla persona oggetto della benedizione, e questo indipendentemente dalla sua condizione psico-fisica al momento, l’esorcismo è un rito magico-religioso che si opera solo in presenza conclamata di energie negative, che hanno preso possesso di una persona e vanno scacciate.
Vengono cercate tracce dell’esorcismo nelle sacre scritture, per valutare come il rito si è evoluto nel tempo, e si analizza il rito corrente per la religione Cristiana, regolato da precise norme cui l’esorcista deve attenersi.
L’autore offre anche una disamina dei differenti stati alterati di coscienza, che potrebbero essere segnale di possessione diabolica oppure condizione ideale affinché l’interessato si trovi in pericolo. Si studia la natura del Diavolo, o dei numerosi demoni responsabili della possessione, analizzando i loro scopi e i segni ricorrenti sul corpo dell’indemoniato in base ai documenti antichi che ci sono pervenuti.
Viene sottolineato più volte il fatto che gran parte delle volte il posseduto non è tale, bensì una persona la cui mente è sconvolta da una qualche patologia psicologica. Oggi, la scienza ha i mezzi per riconoscere gran parte di queste alienazioni e gli stessi esorcisti tendono a formarsi una cultura a livello psichiatrico per non farsi trarre in inganno. Anche l’antica caccia alle streghe, in fondo, gran parte delle volte si sarebbe risolta con una diagnosi di demenza, schizofrenia o ossessione della presunta strega, ben lontana da qualsiasi possessione diabolica.
Nemmeno sante e beate sono rimaste lontane da sospetti di rapporti con il Maligno, esposte com’erano al suo potere a causa dei frequenti stati d’estasi. Il Diavolo, infatti, viene descritto in tutti i documenti come esperto nel camuffamento, tanto da presentarsi persino nella veste di Gesù Cristo pur di ingannare l’anima che ha scelto di corrompere.
Per quanto interessante, il saggio non riesce ad essere esaustivo su alcuno dei sentieri imboccati dall’autore. Nonostante venga specificato più volte, ad esempio, che l’esorcismo non è un fenomeno solo occidentale e cattolico, non c’è una descrizione di riti differenti da quello Romano, una seria indagine antropologica sulla possessione non diabolica e sul modo di affrontarla presso altre culture.
Si immagina, allora, che almeno la visione cattolico-cristiana dell’evento venga trattata in maniera completa, con descrizione non solo del rito, ma anche della preparazione del sacerdote e di una casistica che funga da esempio.
Purtroppo anche questa speranza viene frustrata. Non c’è alcuna casistica e il rito viene descritto tramite citazioni dai testi che regolano tale pratica. Piuttosto l’autore preferisce parlare di argomenti di dubbia valenza quali i presunti messaggi satanici registrati sui dischi rock o trattare brevemente di pochi casi d’omicidio in Italia legati in qualche modo a confusi rituali satanici.
In breve, il testo offre sicuramente un discreto primo approccio alla materia, ma non è sufficiente a farsi un’idea precisa di cosa sia l’esorcismo. Suggerisco, per gli interessati, di approfondire altrove dopo la lettura di questo saggio.

mercoledì 8 agosto 2012

Fidati!

Heather e Andrew sono giovani. Hanno solo diciassette anni, un’età in cui i colpi di testa non sono rari e avere fiducia che gli interessi dureranno più a lungo di qualche mese è piuttosto difficile. Questi potrebbero essere i motivi a giustificazione dell’avversione totale che i genitori di entrambi provano verso la loro relazione, ma la verità è più semplice e gretta: lei ha la pelle nera, lui è bianco. Quest’unione “non s’ha da fare”.
Osteggiati dalle famiglie, i due giovani inglesi decidono di concedersi un po’ di tregua partendo per una vacanza, loro due soli, in viaggio per l’Europa da un ostello all’altro. Questo appianerà i dissidi e forse riuscirà anche a sancire un legame sul piano fisico, in maniera da rendere indissolubile il loro amore.
Purtroppo le cose non vanno come previsto. L‘incubo irrompe nelle vite dei due ragazzi sotto forma di un vampiro, Julius, che li irretisce e poi riduce Andrew in fin di vita. L’accorata preghiera di Heather, la profondità dei suoi sentimenti, inducono Julius a porre rimedio…a modo suo. Egli, infatti, trasforma Andrew in un vampiro.
Da questo momento, la vita di Heather si trasforma in uno scivolo verso l’inferno. La relazione tra i due non potrà più essere quella di un tempo. Andrew, però, non accetta di essere separato dalla sua ragazza e tanto dice, tanto fa, che Heather si abbandona al suo bacio di vampiro e torna al suo fianco come non morta.
Il patto di sangue perverte il loro amore in un malsano possesso da parte di Andrew, cui i poteri hanno dato alla testa, mettendo in luce lati oscuri del suo carattere. Heather cerca disperatamente di mantenere la propria umanità, il rapporto pur conflittuale con la propria famiglia, ma questo la conduce sempre più lontana dal giovane che un tempo amava. Possibile che le cose non possano più tornare come prima? Possibile che l’unica cosa che riservi loro il futuro sia la morte?
Questa è, in breve, la trama del romanzo “Fidati!” di Malorie Blackman, edito da Mondadori, una storia per ragazzi sui vampiri che unisce la tradizione alla visione moderna del “succhiatore di sangue”, sulla scia dei romanzi di Anne Rice, capace di condurre una normale vita sociale nei momenti in cui non è in caccia.
La commistione funziona bene, senza togliere nulla al mistero sanguinario del vampiro tradizionale (il romanzo è stato scritto al principio degli anni ’90, ben prima di saghe come Twilight e simili) ma allo stesso tempo slegandolo dal cliché di bare, cimiteri e camere da letto di vergini terrorizzate.
Godibile per ogni tipo di lettore, la storia è comunque dedicata agli adolescenti e a chi ancora ricorda i turbamenti e il modo di affrontare le avversità in questi anni di passaggio dall’infanzia all’età adulta. E’ essenziale calarsi di nuovo in quella forma mentis per seguire con la dovuta partecipazioni le vicende di Heather e Andrew, i cui problemi altrimenti perderebbero di urgenza e intensità.
Gli scontri con i genitori, le riunioni con gli amici, i bulli sempre pronti a scatenare una rissa, le piccole ripicche, le gelosie, l’illusione meravigliosa che l’amore durerà per sempre e saprà superare qualsiasi ostacolo…E’ un’età che brilla di luce propria. Anche per questo è ancora più orribile che Heather ed Andrew vengano catapultati nella tenebra quando hanno vissuto ancora così poco della vita umana. Diventa troppo facile dimenticare ciò che si era.
Tra le righe si respira una Londra che si è appena lasciata alle spalle gli anni ’80, una generazione di ragazzi più presente e ambiziosa di quella corrente, una città cosmopolita eppure ancora piena di pregiudizi e conservatorismo molto europeo.
La prosa della Blackman non si perde in troppe descrizioni inutili, utilizzando la prima persona per darci uno scorcio il più possibile limpido dell’animo di Heather, delle sue paure e dei suoi sentimenti. L’azione scorre veloce, chiara come la proiezione di un film. A parte alcune piccole cadute di tensione, il romanzo è un invito alla lettura tutta d’un fiato.
Una tenera storia dell’orrore, una parentesi nostalgica su una generazione di vent’anni fa.

giovedì 2 agosto 2012

Fiabe irlandesi

L’Irlanda è una nazione che si fregia di una storia lunga e travagliata. Una storia fatta di tradizione, di origini straordinarie e magiche, di indefessa resistenza verso la dominazione straniera, di sentimento religioso intenso e profondo.
Se l’Irlanda è riuscita a passare quasi indenne attraverso la dominazione britannica e la sistematica umiliazione delle proprie origini e della propria tradizione culturale è anche grazie ad alcuni letterati della borghesia protestante che, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, hanno cercato in tutti i modi di recuperare quanto rischiava di andare irrimediabilmente perduto.
Ecco quindi fiorire studi sulla lingua gaelica, sulla musica, sulla danza e sul folklore, compiuti in modo più o meno scientifico in base ai documenti – filtrati attraverso la straordinaria cultura monastica irlandese, tanto elevata da essere esempio per il resto d’Europa per un ampio periodo del Medioevo – ma soprattutto alla testimonianza diretta dei ceti “bassi”, ancora immuni al contagio della lingua inglese e della industrializzata cultura britannica.
William Butler Yeats (1865 – 1939) fu uno dei più importanti letterati d’Irlanda. Di buona famiglia, protestante, autore poetico e teatrale, portò agli estremi la ricerca del folklore locale, già avviata da altri letterati tra cui la madre di Oscar Wilde, a sua volta scrittrice di fama.
Egli riuscì a raccogliere una considerevole mole di materiale narrativo, in parte mediato dalla penna di altri scrittori, in parte tradotto dall’irlandese e, in alcune occasioni, documentato tramite l’ascolto diretto di individui che raccontavano esperienze personali o di conoscenti. Questo notevole lavoro di documentazione sfociò in due distinte raccolte: “Fiabe e racconti popolari delle campagne irlandesi” e “Fiabe irlandesi”.
La casa editrice Newton Compton ne ha messo in stampa una versione completa, unendo i due testi in un unico volume che prende il titolo dal secondo tomo, un’ottima traduzione che rispetta sia le note dell’autore che le parti nel dialetto gaelico, lasciate come nel testo originale.
Nella raccolta sono presenti leggende, favole (che forse un tempo avevano una diversa forma e contenevano messaggi andati perduti con il tempo) e testimonianze, nonché ballate poetiche e musicali. Questa varietà all’origine dei testi si evidenzia anche nelle diverse caratteristiche della prosa, che cambia continuamente volto.
Si passa dalle narrazioni fiabesche, palesemente letterarie, a racconti dallo spiccato umorismo irlandese, fatto di sarcasmo a volte anche pungente, irrisorio tanto verso i buoni quanto verso i cattivi. Le narrazioni in prima persona conservano un tono popolano e sono molto più inframmezzati da termini ed esclamazioni dialettali, che l’autore si premura poi di tradurre per il lettore. Altre storie possiedono ancora tracce dello spirito epico con cui venivano tramandate in origine.
I temi sono molti e Yeats ha diviso le storie a seconda del soggetto trattato. Gli antichi dei, per esempio, si sono trasformati in fate e folletti, esseri dispettosi o benevoli che entrano sovente nelle faccende umane e che non amano essere oggetto di conversazione. Alcuni spiriti si affezionano alle famiglie e le seguono per generazioni. Altri possiedono ricchezze, altri ancora desiderano solo il male di coloro che sono tanto sfortunati da trovarli sulla propria strada.
Vi sono poi racconti sui Santi e sul Diavolo, voce della potenza cattolica nel Paese. Satana compare molto spesso nelle storie (spesso con il familiare nomignolo Nick) e solo l’astuzia può salvare dal cadere nella sua trappola. Più che il Principe delle Tenebre, sembra un affarista dell’Inferno, a sua volta un folletto dannoso e dispettoso.
C’è anche un capitolo sulle apparizioni di fantasmi, anime inquiete fin troppo desiderose di mostrarsi ancora ai viventi. Si parla, inoltre, dei mondi paralleli, quelli dell’Eterna Giovinezza o della Morte, tracce delle antiche credenze religiose celtiche.
Tutti insieme, questi elementi straordinari vanno a forgiare il muliebre volto di un’Irlanda pagana e cattolica allo stesso tempo, forse l’unico luogo al mondo ove la tradizione celtica è riuscita a sposarsi con la religione europea in perfetta armonia, senza scossoni particolari, ricavando dall’unione qualcosa di speciale che non ha eguali.
Una parentesi di sogni e di sorrisi con qualche brivido d’inquietudine.

sabato 28 luglio 2012

La Chiave di Salomone

Accostarsi ai testi esoterici della tradizione ebraica prevede non solo una decisa apertura mentale ma anche una conoscenza di base dei testi sacri della religione da cui si è sviluppato il Cristianesimo e della concezione escatologica in evoluzione tra l’antico e il nuovo Ebraismo. In parole povere, occorre avere una certa confidenza con la Bibbia.
Salomone fu, nella Storia o nella leggenda, un grande Re, figlio di Davide e suo successore sul trono di Gerusalemme. Dio gli elargì un’incredibile sapienza sulle cose del mondo e dello spirito, concedendogli quanto di norma era severamente vietato all’uomo: non solo accedere ai segreti che si celano oltre la dimensione fisica ma utilizzare queste misteriose forze perché potessero obbedire ai suoi voleri.
La Clavicula Salomonis (Chiave di Salomone) è un testo che la tradizione vuole scritto dal Re stesso allo scopo di educare il figlio ai grandi misteri, perché vi si accostasse con il giusto rispetto e con la conoscenza iniziale sufficiente a domarne le forze per evitare che sul regno del Popolo Eletto si abbattesse l’ira di Dio.
Il suo scopo, purtroppo, non venne raggiunto. La Bibbia racconta che durante il regno dell’erede di Salomone scoppiò una guerra che portò alla divisione del regno (nelle due nazioni di Israele e Giuda) e la sapienza esoterica si perse per lungo tempo.
Il trattato è stato riscritto e contaminato molte volte nell’arco dei millenni, ha offerto spunti per molti testi esoterici successivi e ancora oggi è ritenuta una lettura fondamentale per chi si accosta alla magia evocativa, anche se permangono dubbi sulla sua effettiva antichità.
Il testo insegna a conoscere il mondo dello spirito, a sapere quali forze invocare in soccorso a seconda del risultato che si desidera ottenere, delle ore del giorno o della notte in cui si effettua l’evocazione. Gli spiriti possono essere chiamati utilizzando la volontà dell’evocatore unita a segni particolari che lo legano all’obbedienza.
Il mago, inoltre, deve saper disegnare i giusti circoli entro cui effettuare l’evocazione perché essa abbia effetto. Il testo ne illustra diversi, spiegando le loro peculiarità. Se e quando la potenza evocata si manifesta, occorre apostrofarla con le parole più adatte, mostrando assoluto rispetto. Il testo offre delucidazioni anche su questo aspetto della faccenda.
L’edizione in questione è curata dalla Zorro Editore e la traduzione dall’inglese è di Gabriele Giorgi. Il lavoro svolto - nonostante una citazione di Dan Brown in copertina che sarebbe stata da evitare- sembra essere buono, in quanto viene specificato che la versione andata in stampa è stata approntata comparando le versioni più antiche della Clavicula di cui abbiamo conoscenza, vale a dire alcuni manoscritti medievali e rinascimentali, separando così le radici comuni del testo (più attendibili) da eventuali aggiunte o modifiche riscontrabili solo in una particolare versione (probabili contaminazioni successive).
Questo testo va affrontato con la giusta dose di rispetto, ma evitando i facili entusiasmi di chi pensa di poter esercitare con la lettura e l’imitazione magia di questo tipo. Per chi crede e pratica la magia, quella evocativa è la più pericolosa fra tutte; è da approcciare con cautela e solo in seguito a uno studio approfondito delle materie esoteriche e spirituali.
Per chi non si applica in questo genere di attività, rimane una lettura interessante che offre uno spaccato alternativo della tradizione ebraica, notoriamente contraria alla magia e al contatto con il mondo dello spirito ma paradossalmente alla base di tanta tradizione esoterica occidentale.
Un buon punto di partenza per avvicinarsi a una diversa branca della conoscenza.

lunedì 23 luglio 2012

Lamento di una maggiorata

Questo libro è dedicato a tutte le infelici, là fuori, che sopportano giorno dopo giorno il peso (psicologico, ma anche dannatamente fisico) di un seno enorme, giunonico, ingombrante. Non si tratta di uno sfogo che possa generare simpatia in una donna con un seno normale o inesistente. Non è una tragedia che possa essere compresa da chi un seno grosso se l’è andato a cercare con il lumicino, facendosi riempire il petto di silicone ora sfoggiato con una soddisfazione abbastanza grottesca (voglio dire…è finto e si vede!).
Parlando da donna che è sempre stata preceduta dal proprio seno, “Lamento di una maggiorata” non sarà del tutto condivisibile nemmeno dalla categoria presa in esame. E’ comunque un modo ironico e schietto di trattare un argomento che mette in imbarazzo tante giovani donne, là fuori, e su cui non tutte riescono a scherzare.
Simona Siri pubblica il suo divertente sfogo, a metà tra l’autobiografia e la dissertazione psicologica sui danni prodotti dal portarsi appresso una tale mole, con la casa editrice Tea.
Ci racconta delle sue velleità di ballerina classica, amaramente ridimensionate da una insegnante bacchettona ma anche dall’evidente impedimento fisico che un gran seno comporta, rovinando non solo le linee del corpo ma diventando protagonista di indesiderati “movimenti tellurici” e conseguenti incidenti di percorso traumatici.
Analizza come il complesso del seno grande abbia condizionato tutta la sua adolescenza e come la società di oggi sia poco attenta alla categoria delle maggiorate. Provate ad andare a comprare un vestito, una canotta o della biancheria intima una volta superata la terza misura, coppa C! Per trovare sufficiente posto al seno, vi scoprirete coperte da un delirio di stoffa informe che vi farà sentire un elefante anche se portate la taglia 40!
Passa poi ad analizzare il suo rapporto con gli uomini e il rapporto di questi ultimi con il seno in generale…e il suo in particolare! Che l’uomo ne sia attratto è una verità vecchia come il mondo. L’autrice cerca disperatamente di capirne il perché, lei che tanto lo odia, anche se involontariamente finisce per servirsene per tenere legate a sé le proprie conquiste.
Il seno è nemico e amico, compagno d’avventure e scomodo ostacolo alle ambizioni, simbolo di un genere di donna in cui l’autrice non si identifica eppure parte integrante della sua esistenza.
Alla fine si rimane piuttosto deluse dalla decisione dell’autrice. Dopo tutti gli anni trascorsi a cercare di comprendere come accettare il proprio corpo, sfruttarlo a proprio vantaggio invece di subirlo come una condanna, a valutare le reazioni di uomini e donne di fronte a cotanta generosità di natura, si assiste a una resa.
Il percorso compiuto si arena sulla decisione di sottoporsi a una operazione di mastectomia e ridurre chirurgicamente quel seno mai veramente accettato e avvertito come parte di sé. Il “nemico n°1” verrà ridotto ai minimi termini e tanti saluti.
Per una lettrice che, come me, vive con lo stesso problema dell’autrice (un seno sproporzionato per la propria struttura fisica) la cosa fa storcere parecchio il naso. Si tratta di vita vera, senza alcun dubbio, ma il sospetto nato già dalle prime pagine – che, cioè, Simona Siri sia ancora prigioniera del suo complesso del seno grosso e che non abbia mai superato le insicurezze dell’adolescenza – diventa certezza leggendo le ultime righe.
Non è un bel messaggio verso chi, magari, è ancora nel pieno di queste incertezze, questi imbarazzi apparentemente ingestibili. In realtà, per quanto il seno grosso sia una dannata scocciatura e l’industria della moda ci ignori totalmente costringendoci a salti mortali per riuscire a vestirci in maniera decente, esistono modi di esaltare la propria “dote naturale” per apparire al meglio. Bisognerebbe essere in grado di accettarsi per ciò che si è tirando fuori il meglio da quello che si ha, invece di pensare che l’unica soluzione sia il bisturi di un chirurgo.
Comunque, per quanto il messaggio finale sia un po’ discutibile, la lettura è scorrevole, divertente, senza pensieri. L’autrice ha una prosa simpatica e accattivante, spiritosa e autoironica. Ci si affeziona alle sue vicissitudini, alle persone che entrano nella sua vita e trovano una parte in questa “odissea del seno grosso”, ci si ritrova a tifare per lei nei momenti di difficoltà e di incertezza.
Una perfetta parentesi di svago estiva, un regalo spiritoso per chi porta la croce di essere “tettona”. Prima, però, accertatevi che l’amica in questione possieda la necessaria capacità di prendersi un po’ in giro, mi raccomando!! Buona lettura!

lunedì 16 luglio 2012

Arte e percezione visiva

L’arte visiva, perché sia efficace, deve rispondere a requisiti che soddisfino – o mettano in discussione con proprietà di mezzi – le facoltà percettive del fruitore dell’opera. Oggigiorno ci si improvvisa artisti senza avere conoscenza né teorica né intuitiva di questa fondamentale materia, motivo per cui circola tanta pseudo-arte di discutibile valore. In generale, tanto più il risultato percettivo è univoco e comprensibile, tanto più l’artista è riuscito nel suo intento.
Quali sono queste leggi percettive? Come si diventa coscienti di esse e del loro utilizzo nell’arte? E’ possibile trovare dei punti fermi da cui partire per ottenere delle basi univoche, universali?
Il trattato “Arte e percezione visiva” di Rudolf Arnheim si prende l’onere di rispondere a queste domande, complicate sotto ogni punto di vista e oggetto di uno studio ancora da approfondire. In un ampio volume edito in Italia da Feltrinelli, l’autore risale alla base delle facoltà percettive dell’essere umano, cercando attraverso l’analisi artistica e la sperimentazione diretta su un campionario di fruitori di porre delle basi costituite da regole fisse.
Avvalendosi di numerose immagini e esempi a contorno del testo, Arnheim si interroga sul discernimento dell’immagine cercando di separare la percezione visiva che va a sedimentarsi attraverso l’esperienza (condizionata dall’ambiente culturale e dall’educazione visiva del fruitore) da quella innata dell’essere umano, che obbedisce a talune regole sempre identiche indipendentemente dal background della persona presa in esame.
Per fare ciò, l’autore offre ampio spazio all’analisi dell’evoluzione del tratto e della rappresentazione artistica del bambino, dal primo sgorbio ai disegni più complessi. Ciò che inizialmente si manifesta come movimento puro (pensate agli scarabocchi a circolo continuo) con il tempo si trasforma in una rappresentazione della forma, di solito circolare. Il cerchio, infatti, è la forma più semplice che la nostra mente concepisca.
Inizialmente il bambino sarà in grado di comprendere solo le direzioni orizzontali e verticali, le più semplici, arrivando per gradi ad assimilare il concetto di diagonale. Inoltre, per il bambino il mondo viene rappresentato non nella ricerca di una verosimiglianza formale ma in quanto significato, summa dell’oggetto d’interesse, cosa che si ritrova in molta arte che noi definiamo primitiva o immatura.
L’analisi di Arnheim rivaluta questo modo di percepire e rappresentare la realtà facendo notare come anche la rappresentazione realistica dell’arte occidentale non sia altro, a conti fatti, che un coacervo di convenzioni percettive, le quali ci rimandano una visione della realtà ma non la rappresentano affatto per quello che è (pensiamo alla prospettiva, allo scorcio, alle deformazioni del corpo umano del tutto plausibili a livello pittorico ma non riscontrabili nella realtà).
Il saggio si articola attraverso diversi capitoli che prendono in esame differenti aspetti della composizione artistica e dei fattori percettivi.
Si parla della forma, dello spazio, della dinamica e dell’impressione del movimento, trattando gli aspetti prettamente tecnici. Ci sono capitoli sullo sviluppo e sull’espressione che analizzano il processo formativo della percezione artistica. Si parla inoltre del colore e della luce, aspetti fondamentali per la comprensione visiva.
Il linguaggio del saggio è, per forza di cose, piuttosto complicato. Arnheim si sforza di utilizzare un vocabolario che non sia troppo specifico, di nicchia, ma gli argomenti trattati sono difficili e la lettura del saggio richiede una grande attenzione, una concentrazione “da studio” ben diversa da quella di una semplice lettura e, magari, la stesura di appunti in parallelo per essere sicuri di aver capito i punti fondamentali di ogni capitolo. Fortunatamente, le tante illustrazioni aiutano a tradurre visivamente le teorie percettive analizzate e avvicinano a una maggiore comprensione delle opere d’arte.
Si tratta di una lettura fondamentale per gli studenti d’arte, ma anche per psicologi (infantili e non), educatori e per chi lavora nel campo della pubblicità. Un saggio che richiede pazienza e qualche sforzo ma che saprà ripagare chi vi si applicherà seriamente.

martedì 10 luglio 2012

Se il sole muore

Non è un reportage giornalistico, anche se chi lo scrive è una giornalista in missione speciale presso – nientemeno – la NASA. Troppo umano, troppo personale. Allora un diario? In parte. Sicuramente vi è segnato tutto quanto l’autrice ha fatto, pensato, indagato; tutte le persone che ha conosciuto, le conversazioni, le discussioni, perfino le litigate che hanno costellato il suo lungo viaggio in più riprese. Una cronaca di viaggio, quindi? Un viaggio dello spirito, più ancora che fisico. Un viaggio verso il futuro possibile, verso un mondo che sembra non avere più bisogno del passato, un mondo duro e tecnologico che nella sua apparente freddezza nasconde le scintille di un sogno vecchio come l’umanità: superare se stessi, sfidare Dio.
“Se il Sole muore” di Oriana Fallaci è tutto questo e molto più, ma a conti fatti può essere definito una lunga, dettagliata e toccante lettera a suo padre, acceso nemico dell’avventura spaziale che non riesce a capire l’interesse della figlia per quei dannati aggeggi che profanano lo Spazio e per quegli uomini che non sanno comprendere quanto sia bello e giusto rimanere sul Pianeta Terra.
La Fallaci prese tanto sul serio questa diatriba con il padre da partire per gli Stati Uniti ed entrare a stretto contatto con tutto ciò che concerneva la nuova avventura spaziale. Siamo nei primi anni ‘60, l’uomo si prepara ad andare sulla Luna, la tecnologia si evolve a ritmi frenetici, quasi spaventosi. La società americana si è completamente piegata alla nuova era spaziale: niente è più interessante o utile se non correlato alla corsa allo spazio.
L’autrice si trovò catapultata in un mondo in cui i bambini parlavano di propellenti per razzi con la competenza di adulti, lavorare per la NASA era come far parte di una setta religiosa e ogni traccia di bellezza naturale veniva cancellata per far spazio al nuovo, all’artificiale, a ciò che era veloce e comodo. Un trauma, per una donna cresciuta tra le colline del Chianti, che la farà tendere per qualche tempo verso le convinzioni paterne.
Poi, però, la Fallaci fu messa a contatto con quelli che pensava eroi: gli astronauti. E qui inizia la vera e propria comprensione del sogno dello spazio: dal dialogo e dalla vicinanza con persone alla fin fine normali, a volte anche troppo, ma che per questo sapranno essere ancora più preziose, coraggiose, speciali.
Con il suo solito stile ironico, pronta a prendersi gioco di tutto (perché in primo luogo prende in giro se stessa) come a commuoversi e commuoverci con i suoi sogni e il suo senso del bello, del prezioso da riscoprire nell’uomo, la Fallaci compone una sinfonia di accompagnamento verso la Luna, il Futuro, ciò che diverremo (o che si desiderava diventare…purtroppo non stiamo mai al passo con i nostri sogni).
Questa stupenda lettera al padre è scritta in un italiano inframmezzato da pungenti tocchi di toscano, utilizzato senza remore anche nel riportare parole di gente anglofona che con l’Italia non ha nulla a che fare. E’ il carattere che vi si adatta, il carattere baldanzoso e un po’ incosciente di quegli States che ci arrivano tramite la penna della Fallaci, quel Paese che voleva schizzare nel futuro sui razzi figli delle armi che avevano flagellato l’Europa sotto il nazismo. Un orrore trasformato in sogno, trasformato a sua volta in delirio che non può che avverarsi traumaticamente o sfumare in qualcosa di più calmo e razionale.
Sono le persone, vere e senza filtri, che rendono speciale questo testo che sembra una storia di fantasia ma non lo è: Ray Bradbury, lo scrittore che riusciva a guardare al futuro amando perfino la paura che esercitava su di lui; Donald Slayton, costretto da un minuscolo difetto cardiaco a rinunciare alla Luna e accontentarsi con coraggio di un lavoro dietro alla scrivania; Theodore Freeman, un poeta nella tuta d’astronauta, che morì in un incidente aereo senza aver mai potuto volare nello Spazio; Charles Conrad, detto Pete, sempre pronto a scherzare su tutto e a sollevare il morale a chi gli stava attorno; e Oriana stessa, una donna straordinaria capace di calarsi in questo ambiente per lei straniero fino a diventarne parte e comprenderlo, offrendocene poi un ritratto nitido come una fotografia a colori.
Un libro speciale, splendido, forse uno dei migliori che io abbia mai letto.

venerdì 6 luglio 2012

Angeli dell'abisso

“Angeli dell’abisso” è un romanzo a sfondo storico di Enrique Serna, pubblicato da Edizioni E/O; un acquisto improvvisato, scelto come regalo per la stupenda copertina (errore che non bisognerebbe mai compiere) ma risultato un ottimo acquisto.
E’ ambientato in Messico, durante la dominazione spagnola, in un momento in cui la presenza azteca sul territorio era ancora radicata, anche se a fatica, e tentava di mantenere le proprie tradizioni, combattendo l’invasore e in particolar modo la nuova religione del Cristo e della Madonna, che stava togliendo al popolo non solo la libertà ma – peggio ancora - le proprie radici.
Gli aztechi, infatti, dopo i massacri del passato avevano iniziato ad assuefarsi alla dominazione, a trovare un posto nella nuova società trapiantata dalla Spagna, diventando di fatto servi dei dominatori e facendosi coinvolgere dal proselitismo cattolico, portato avanti dai missionari con le buone o con le cattive.
E’ in questa atmosfera tesa che si muovono i due protagonisti del romanzo, giovanissimi figli di un Paese bigotto e ripiegato su se stesso: Crisanta, una giovane creola figlia di un’attrice fuggita di casa, e Tlacotzin, un ragazzo azteco.
Mentre la ragazzina tenta in ogni modo di seguire le tracce materne, ostacolata dal padre ubriacone e in apparenza profondamente religioso (ma capace di approfittare della figlia in un raptus di violenza), Tlacotzin si trova a incarnare la dicotomia del suo intero popolo.
Cresciuto dal padre, sacerdote delle antiche tradizioni, in giovane età viene portato dalla madre in una missione, ribattezzato Diego ed educato alla religione cattolica. Il lavaggio del cervello lo porta a rinnegare gli antichi Dei. La morte del padre, però, lo getta in una crisi di coscienza cui l’incontro con Crisanta darà il colpo di grazia.
I due, innamorati, fuggono insieme per fare gli attori girovaghi. Il malanimo di un ecclesiastico, un padre domenicano vizioso e pieno d’ambizione, spezzerà l’idillio e li costringerà a separarsi. Tlacotzin si riavvicina alla religione antica, macchiandosi di crimini contro la Chiesa, proprio mentre Crisanta si spaccia per finta beata inscenando crisi mistiche – grazie alle sue doti d’attrice – per spillare soldi agli aristocratici.
Le loro azioni finiranno per mettere a rischio le loro stesse vite, in un finale toccante e avventuroso, degna conclusione di una trama mai scontata.
Lo stile di Serna è ironico, deciso, senza fronzoli inutili né ampollosità. La storia si dipana con una semplicità accattivante, che invita a continuare la lettura fino in fondo. Senza pause, senza stancarsi, alternando momenti di preoccupazione per i due protagonisti a sonore risate per i piccoli e grandi imprevisti che costellano la loro vicenda.
I personaggi sono tutti tratteggiati con accurata precisione, regalando ritratti di tipi umani perfettamente plausibili. L’ecclesiastico ipocrita, gli aristocratici dalla doppia faccia, le vecchie beghine, il capocomico poeta e conquistatore di fanciulle. Ogni personalità possiede qualcosa di speciale, vivo, vibrante.
Il romanzo, oltre ad essere una lettura avvincente, spiritosa, piena d’avventura, è anche una fonte inesauribile di informazioni su argomenti interessanti e poco trattati, quali la situazione messicana negli anni d’oro della Spagna, l’attività missionaria nei Paesi conquistati, la disperata resistenza culturale di un popolo che stava per essere cancellato dalla Storia, il fenomeno delle estasi religiose e la beatificazione per consenso popolare.
Serna ci presenta uno spaccato storico che non è familiare al lettore e, più in generale, allo studente occidentale, abituato a considerare gli eventi dal punto di vista europeo.
Una lettura adatta a qualsiasi palato, perfetto perfino sotto l’ombrellone. Vi assicuro che non resterete delusi.

giovedì 28 giugno 2012

La grande storia delle Crociate

“La grande storia delle Crociate” di Jean Richard si prende l’onere di spiegare, in un poderoso volume, modi e tempi di quella che è stata miraggio e principio fondante di un’ampia parte del tardo Medioevo: la Crociata, ovvero la spedizione militare – o pellegrinaggio in armi – per liberare i luoghi sacri della religione cattolica.
Si tratta di un argomento affatto semplice. I libri scolastici scandiscono con precisione illusoria le spedizioni verso l’Oriente, offrendo date precise e nomi di condottieri a capo delle spedizioni. La realtà fu molto meno definita e le partenze si svolsero spesso in maniera confusionaria, a scaglioni, tanto che il numero delle Crociate effettive dovrebbe essere maggiore di quello canonico.
Il saggio si dilunga in una descrizione a tutto campo della situazione che ha fatto da sfondo al fenomeno della crociata, durato secoli e, per questo motivo, protrattosi attraverso una serie di sommovimenti politici e sociali da tenere in conto per comprendere le dinamiche delle numerose spedizioni in medio-oriente.
Non ci si è recati in Terrasanta per combattere sempre lo stesso nemico, né per perseguire gli stessi fini. Benché le bolle papali insistessero sulla liberazione di Gerusalemme e dei luoghi santi, infatti, spesso le urgenze furono ben altre e i musulmani incarnarono di volta in volta nemici o alleati, a seconda delle situazioni correnti. I paragrafi dedicati alle alleanze allacciate e sciolte sono disseminati lungo tutto il saggio, nel tentativo di far comprendere la mutabilità delle dinamiche.
Viene analizzato il sistema feudale in uso nell’Occidente cristiano di fine XI secolo, lo scisma che portò ad avere due guide della Chiesa (uno a Roma, l’altro ad Avignone), la rottura con la Chiesa orientale e le tensioni con l’impero bizantino, che contrapponeva la fastosa Costantinopoli all’egemonia della Roma papale. La capitale dell’Impero d’Oriente possedeva inoltre un tesoro composto da reliquie e chiese che faceva gola a molti, senza contare che la politica sempre ambigua dei suoi imperatori metteva spesso in difficoltà i crociati.
Le missioni verso Gerusalemme comportarono anche la comparsa di situazioni non precedentemente messe in conto: la nascita di regni, ducati e contee attraverso la spartizione dei territori riconquistati (ai musulmani, ma a ben vedere anche all’impero bizantino, che ne rivendicava l’originario possesso).
Nascono vere e proprie dinastie regali, almeno all’apparenza sottomesse alla grandezza dei reami europei d’origine e, come sempre, al volere del Papa. In realtà, questo sviluppo della situazione conduce a guerre intestine, lotte di potere, intrighi dinastici che aiuteranno con il tempo a disgregare ciò che la prima crociata era riuscita a costruire.
Non manca una disamina accurata della condizione dei potentati musulmani, delle dinamiche di forza interne ed esterne al grande dominio degli “infedeli” e come questi si relazionassero al possesso della Terrasanta e di Gerusalemme in particolare.
Le contraddizioni della Crociata si evidenziano fin da subito, diventando spesso un combattimento interno contro ebrei, eretici e chiunque attenti – o si crede voglia attentare – alla grandezza e all’unità della Chiesa Cattolica.
Il difetto di questo saggio tanto completo risiede in una prosa che non tiene in gran conto le ovvie difficoltà che un lettore può trovare accostandosi per la prima volta in maniera seria alla trattazione dell’argomento. La Storia non aiuta: molti personaggi fondamentali portano lo stesso nome, pur provenendo da luoghi diversi e ponendosi più o meno in luce durante i fatti delle Crociate. Si finisce per fare una gran confusione, ritrovandosi spesso a chiedersi di quale dei tanti omonimi si stia parlando in quel particolare momento.
Le carte geografiche inserite mostrano chiaramente gli itinerari dei crociati, ma non i possedimenti né i confini dei nuovi stati latini d’Oriente, cosa che lascia nella mente solo immagini confuse, non supportate da una reale comprensione territoriale e strategica.
Se non avete mai letto altro sulle crociate, non cominciate da questo saggio. Consigliato come approfondimento per chi si interessa da tempo alla materia e ha avuto modo di conoscere con una certa profondità i fatti gerosolimitani.