martedì 11 febbraio 2014

Fuori e dentro il borgo

Oggi mi occupo di una raccolta di racconti intitolata “Fuori e dentro il borgo”, edita da Baldini&Castoldi, scritta da uno dei più famosi personaggi della canzone italiana. Sto parlando di Luciano Ligabue, cantante e autore rock che vi sfido a non aver sentito almeno nominare.
Che il cantante piaccia o meno, che si sia suoi fan oppure no, si sappia che Ligabue sa scrivere anche in prosa, e bene. Ha un linguaggio che sembra nato apposta per la forma racconto; non si tratta nemmeno di narrativa vera e propria, quanto di una sorta di trasmissione orale della memoria messa poi in stampa.
Nella raccolta che vi presento, Ligabue dà voce a uno spaccato di umanità verace, vitale. Nelle sue pagine si affastellano personaggi che incarnano “maschere” comuni a tutte le piccole realtà. Lo spaccone, il drogato, quello che ha successo con le donne, il gruppo musicale del paese, la vicina di casa stramba, la protagonista di un fatto di cronaca…Parla di gente vera, che vive o ha vissuto, e la restituisce senza fronzoli, consegnandoci brevi flash tratteggiati con maestria e crudo verismo.
Il linguaggio è gergale, a volte aspro, duro, volgare, ma mai eccessivo. Segue l’andamento della narrazione, affianca con la dovuta sincerità personaggi e situazioni molto quotidiani, che ci restituiscono l’atmosfera di un paese della provincia di Reggio Emilia, come tanti altri, con i suoi personaggi caratteristici e quelle atmosfere infantili e adolescenziali che oggi sembrano perdute per sempre, eppure non sono ancora così lontane nel tempo.
C’è molto teatro in questi racconti, non so se volutamente o per un fortunato intuito. C’è la fabula, l’inestimabile momento di rievocazione e scambio del ricordo, un passaggio dal narratore all’ascoltatore (in questo caso, al lettore) di eventi passati, che così vengono salvati dal trascorrere del tempo e dalla sua tendenza a cancellare tutto e restituirlo all’oblio.
I brevi testi sembrano fatti apposta per essere letti ad alta voce, magari recitati come monologo. Funzionano, sono diretti e spontanei, privi di tanta artificiosità letteraria mascherata da gergo quotidiano che infesta larga parte della scrittura che vuole raccontare la vita “vera”.
Alcuni racconti ci trasportano nel periodo dell’infanzia del musicista, raccontando bravate giovanili oppure offrendo un ritratto fatto di pochi, semplici tratti delle persone che hanno segnato la sua vita o gli sono stati d’esempio. Spesso si tratta di parenti. Toccante l’omaggio, ad esempio, alla zia Rachele, di cui Ligabue stimava la forza di carattere e la coerenza.
Vi sono accenni all’esperienza radiofonica che è stata raccontata anche nel film “Radio Freccia”, per la precisione nel racconto “Radio fu”, il cui titolo già dice tutto su come terminò quell’avventura. Una piccola perla è il racconto “La Cianciulli e l’Ermelina”, dove Ligabue adotta un formato su due colonne per narrare contemporaneamente di donne dal destino molto differente, unite da una conoscenza comune e dall’avere più o meno la stessa età: la serial-killer Cianciulli, che uccideva le amiche e ne faceva a pezzi i corpi per ricavarne sapone, e la nonna Ermelina, la cui passione indefessa era il gioco del lotto.
Oltre ad aprire finestre sul suo passato, Ligabue si mostra senza timore anche nel presente. Sono parecchi i racconti (a volte quasi in forma di libero scorrere del pensiero) che trattano dei momenti sul palco – vedi “Primomaggio” o “Lucianone e Lucianino”- oppure del dietro le quinte o ancora delle interviste (sempre uguali, a ben guardare). Ne viene fuori un’esistenza sicuramente esaltante e piena di soddisfazioni, ma anche stressante, a volte così esigente da portarlo all’insofferenza (“Non sei diverso dalle altre puttane”).
Vi sono poi i racconti-ritratto, quelli che si incentrano su un personaggio caratteristico del paese o che gravita attorno all’entourage del cantante. Incarnazioni di figure quasi archetipiche, costoro vengono tratteggiati senza pietà, sia nelle storie più divertenti – come nel racconto “Fantastico Savana”, che raccoglie le balle raccontate in dialetto da un reduce di guerra - che in quelle più drammatiche, intense (“Il girotondo di Freccia”).
Una lettura non facile quanto può sembrare, da gustare pian piano, senza correre. Una bellissima raccolta di racconti in cui si respira un’Italia che fu e una sana dose di rock.

mercoledì 5 febbraio 2014

Le terzine perdute di Dante

L’eccezionale scoperta di Riccardo Donati promette di essere anche la sua condanna. Conducendo nuovi studi su una copia del Roman de la Rose, il giovane insegnante scopre alcune righe autografe del grande Dante Alighieri. Il passo successivo è un impulso a cui non si può sottrarre: trafugare il manoscritto dalla biblioteca per poterlo studiare con maggiore calma e capire se il suo futuro sta per essere illuminato dalla luce radiosa di una scoperta fondamentale.
Purtroppo, questo atto dà il via al crollo della vita di Riccardo, che si vede dapprima seguito, quindi in pericolo di vita. Uomini sconosciuti gli stanno alle calcagna, probabilmente a causa delle terzine del sommo poeta. Sarà una donna, Agostina, a salvargli la vita e aiutarlo nella fuga, grazie a una rete di amiche molto speciali pronte a nasconderlo. L’importanza delle terzine, però, supera ogni previsione: si tratta nientemeno che di una profezia, vergata da Dante stesso, che ammonisce contro un’imminente catastrofe.
Questa, in breve, la trama di “Le terzine perdute di Dante”, scritto da Bianca Garavelli e pubblicato da Baldini&Castoldi. Il romanzo si articola in un alternarsi tra le vicende di Riccardo Donati al giorno d’oggi e la Parigi che ospita Dante durante il suo esilio da Firenze, quando viene in contatto con filosofie passabili d’eresia e prende il via la stesura dei messaggi più profondamente spirituali della sua Commedia.
Contrariamente a romanzi come il “Codice Da Vinci” di Brown, scanditi in un’alternanza da feuilleton che dopo un po’ perde di mordente, gli spostamenti dal presente al passato non si danno il cambio di capitolo in capitolo – se non nelle primissime fasi – ma seguono con più armonia il dipanarsi delle vicende narrate, legando le vicende di Riccardo a quelle dantesche.
L’autrice si muove con disinvoltura e palese amore all’interno del mondo di Dante Alighieri, immergendo il lettore in una Parigi antica e stimolante, fatta di dibattiti intellettuali, inquisizioni e scontri all’arma bianca. Il poeta si palesa come uomo toccato dal dono della visione e per questo ambito da ogni “fazione” del pensiero spirituale. Saranno le donne della sua vita, Beatrice e Marguerite Porete, a condurre Dante verso la missione cui è predestinato.
Il protagonista odierno, invece, è il prototipo dell’intellettuale, il topo di biblioteca a suo agio solo in mezzo ai libri, che si trova gettato nei peggiori guai della sua vita. Pavido, debole, fondato sul raziocinio ma labile di sentimento, Riccardo non è esattamente l’uomo ideale.
Non stupisce, quindi, che la sua guardia del corpo in questa storia dai ruoli invertiti sia proprio una donna. Sportiva, decisa, mascolina quando serve ma dotata di un fascino degno del suo sesso (che il protagonista faticherà parecchio a percepire), Agostina è l’angelo custode di Riccardo e lo tirerà costantemente fuori dai guai. Si scoprirà poi che l’amica di sempre altri non è che un membro della confraternita al femminile (i cui nomi iniziano tutti per A) che da sempre protegge il messaggio dantesco e combatte perché la terribile profezia non si avveri. La Ragione priva di sentimento, la corsa alla conoscenza a qualunque costo, diventa il nemico da combattere per evitare la distruzione.
La donna è figura centrale in questo romanzo, incarnazione angelica che conduce al divino e sprone in grado di consentire l’espressione di quanto di meglio si cela nell’animo e nella mente dell’uomo. Sia la congrega di donne che si stringe attorno a Riccardo per difendere lui e la sua incredibile scoperta, sia le due fanciulle che segnano la vita di Dante, consentono ai protagonisti di sbocciare, di trovare la loro via nel mondo.
La prosa attenta e concreta della Garavelli perde un po’ di tono in alcuni momenti di dialogo, più che altro nelle parentesi di Riccardo Donati. Di quando in quando, la parlata si fa un po’ artificiosa, poco spontanea. Inoltre, capita che Riccardo commetta imprudenze troppo palesi, con l’evidente intento di condurlo a determinati eventi della trama, cosa che avrebbe dovuto essere condotta con mezzi più sottili.
Un modo non banale di approcciare il mistero storico, condotto da una scrittrice che possiede una vasta cultura letteraria utilizzata senza autocelebrazione. Una scrittura alla portata di tutti, che apre le porte alle meraviglie celate nell’opera dantesca ai lettori di qualsiasi livello culturale.

lunedì 27 gennaio 2014

Compartimento 11


La scrittura di Francesco Amato è più nera della copertina scelta dall’editore. Più torbida, fonda, brulicante di Male. E’ relativamente facile narrare l’orrore. Molto meno lo è renderlo plausibile, lasciare che vi si immerga la vita di tutti i giorni. Durante la nostra esistenza incontriamo ripetutamente situazioni e persone che vivono al limite di questo mondo di tenebra. Spesso superano addirittura il confine, eppure non ci soffermiamo, lasciamo che l’esperienza scivoli via senza toccare davvero i nostri sensi se non nel subconscio, dove crediamo di essere in grado di nascondere la polvere sotto al tappeto.
Eppure, se ci fermiamo a pensare, quanti episodi di quotidiana malvagità ci sfilano davanti agli occhi? Il pregio della narrazione letteraria è quello di costringerci a soffermarci anche su ciò che non desideriamo vedere, sui volti nascosti e sui pensieri reconditi che portano al caos, alla follia, alla morte. Amato ci getta in una pozza di sangue e pazzia e ci lascia immersi fino al collo per tutta la durata di “Compartimento 11” (Tullio Pironti Editore).
Con una encomiabile maestria, l’autore tratta argomenti difficili che presuppongono una riflessione preparatoria di elevata profondità. Il piccolo Daniele vive in un paese campano ancora impregnato dei riti e dei precetti del cattolicesimo, in una famiglia in cui la devozione profonda della madre si scontra con la possessione diabolica della nonna, una folle che cita a memoria passi biblici e che è stata protagonista di un impressionante esorcismo.
La morte della madre e un’esperienza umiliante gli faranno valicare il confine della follia e lo renderanno certo di essere destinato a compiere dei rituali di sangue per mondare (e mondarsi) dal peccato.
Non è dato sapere se le visioni del bambino, le voci che sente e la trasfigurazione degli eventi quotidiani dipendano da un reale contatto con piani “altri” oppure se si tratta di un manifestarsi della tara ereditata geneticamente dalla nonna impazzita. Fatto sta che il piccolo crea attorno a sé un mondo parallelo che lo allontana sempre più dalla realtà e che lo spinge ad addentrarsi in una tenebra fitta, continuamente nutrita dalle azioni orribili perpetrate dagli adulti che lo circondano (il lubrico Padre Boris, la madre gettatasi sulle rotaie, la folle legata al letto dal proprio marito perché non faccia del male a se stessa e agli altri).
Il valore del sangue quale veicolo del ciclo vita/morte e la sacralità del rito del sacrificio si radicano in Daniele in un’estasi religiosa, diversa dal godimento meramente sessuale del macellaio che lo introduce al piacere dell’uccidere ma ugualmente esaltata e pericolosa. Il momento del trapasso della vittima diventa omaggio a Dio e portale verso stati di trascendenza che possano dare un senso a un vivere già condannato, corrotto.
La narrazione si sposta avanti e indietro nel tempo, in un fluire sconnesso di ricordi. Ciononostante, la prosa pulita di Amato non cede alla confusione. L’intreccio è perfettamente impostato, senza momenti di incertezza o incongruenza.
Per tutto il romanzo rimane senza risposta certa l’identità dei compagni di ventura di Daniele, quella Compagnia Dannata – la Banda degli Angeli – che lui costituisce in orfanotrofio accanto a Isabel, Emma e Altro, altrimenti detto Il Copista. Un gruppo dedito a sacre missioni di sangue, ognuno dotato di una personalità ben definita e di un ruolo preciso. Persone reali? Fantasmi di una mente malata? Oppure molteplici facce di un’anima in pezzi?
Sarà il commissario Elio Tortora a dover dare una risposta a questi quesiti, più un attonito spettatore di un dramma troppo grande che un vero antagonista, sullo sfondo di una tratta ferroviaria che è diventata ormai parte delle vicende sanguinose del protagonista.
Un romanzo viscerale, che chiede di essere letto senza interruzioni. Una lettura sofferta, intelligente e spietata.

lunedì 20 gennaio 2014

La Regina scalza

Reduce dalla lettura di “La cattedrale del mare” (potete leggere la recensione qui), in cui rivelavo di aver trovato nella scrittura di Ildefonso Falcones dei lati positivi che speravo potessero evolversi nelle opere successive, mi sono accinta alla lettura degli altri due romanzi scritti da questo autore.
“La mano di Fatima” non mi ha favorevolmente colpita, anzi. Per quanto la prosa fosse scorrevole e l’argomento di sicuro interesse (la rivolta moresca in Spagna), non ho avvertito alcuna affezione per i personaggi. L’elefantiaca dimensione del romanzo non ha aggiunto nulla alla trama e il mio interesse è scemato sempre più col proseguire della lettura. Contrariata, in quanto ritengo che questo autore spagnolo sia capace di ben altro, mi sono intestardita e ho caricato a testa bassa il terzo romanzo, “La regina scalza”. Il rapporto con questa storia è stato decisamente più intenso, ed ecco quindi la recensione.
Il romanzo prende in esame due piaghe rimaste nella storia d’Europa come macchie indelebili, su cui però spesso si fa un colpevole silenzio. Ricordiamo senza fallo gli orrori dei lager e dei genocidi del XX secolo, ma ci siamo scordati che episodi analoghi si sono verificati a più riprese nell’arco dei secoli, nella civiltà occidentale.
“La regina scalza” tratta sia della schiavitù dei neri, deportati dall’Africa e mandati a lavorare nelle piantagioni coloniali americane, diventando meri oggetti di proprietà la cui unica possibilità di essere liberi – di norma – era la morte, sia le contraddizioni e l’emarginazione del popolo zingaro, giunto in Europa da qualche secolo e fin da subito perseguitato per il disordine sociale di cui si è sempre fatto promotore.
Falcones cerca di gettar luce su questi aspetti imbarazzanti della storia spagnola (e non solo) facendoci vivere la situazione dal di dentro, scegliendo come protagoniste una schiava liberata, la bella e insicura Caridad, e la sfrontata zingarella Milagros, cui la vita insegnerà che i capricci hanno breve vita e la dignità è molto difficile da conservare.
Attraverso l’arco di alcuni anni, si dipanano le vicende di queste due amiche. La prima, abituata a subire e ad eseguire gli ordini, riscoprirà la propria femminilità, la bellezza dei propri canti dolorosi, la capacità di scegliere da sé il proprio destino, e troverà un uomo da amare senza essere costretta a diventare un oggetto sessuale, una bambola muta e obbediente. La piccola Milagros, ballerina e cantante assisterà invece all’arresto e alla persecuzione della propria gente. Impuntandosi su un matrimonio sconveniente con una famiglia rivale, pagherà sulla propria pelle la scelta sbagliata, perdendo la libertà e la dignità.
Falcones tenta l’azzardo di scegliere due donne come protagoniste, e riesce nell’intento di renderle vere e profonde, capaci di attirare il lettore nelle loro vicende e far desiderare di saperne di più, di leggere ancora qualche pagina prima di posare il libro sul comodino. Le descrizioni storiche e geografiche sono inserite con maggiore naturalezza rispetto alla prima opera, a volte perfino con l’utilizzo di dialoghi, mai troppo didascalici.
Lungo la trama si muovono molteplici personaggi, tutti dotati di una personalità propria, ben definita. L’orgoglio gitano si respira in ogni riga che Falcones dedica loro, pur nella descrizione priva di tatto dei loro difetti e dei loro mille modi di aggirare la legge. La pena e la desolazione di Caridad rispecchia il vuoto della schiavitù. La musica è il legante delle loro storie, espressione del dolore come della gioia, arte meravigliosa che restituisce umanità anche ai reietti, agli ultimi della società.
Le note dolenti iniziano a un centinaio di pagine dalla fine. A parte il crescendo di violenza (le descrizioni molto grafiche di stupri e omicidi non mancano e, a mio avviso, sono spesso gratuite), sul finire ho ritrovato i difetti che mi avevano fatto storcere il naso con “La cattedrale del mare”. I personaggi mutano considerevolmente in funzione di ciò che l’autore ha deciso di fare accadere e psicologie così ben modellate pagine prima sfumano e si sfaldano ai bordi, facendo perdere il contatto con le vicende narrate.
Si chiude con un finale quasi poetico, un’immagine davvero toccante, ma questo non cancella il calo di qualità dell’ultima parte del romanzo. Un libro divorato al 75%. Ci siamo quasi.

martedì 14 gennaio 2014

Essere attore

Il mestiere dell’attore è un mistero e difficilmente si accontenta di essere definito tale. Un mestiere è fatto di tecnica, esercizio quotidiano, abilità dettata dall’abitudine al lavoro. Per un attore, però, questo non è sufficiente. Il lavoro che gli si richiede coinvolge mente, corpo e spirito; chiede talento e istinto, che non possono essere del tutto sostituiti dalla tecnica, la quale va solo ad affinare le doti iniziali. Chiede un sacrificio costante, un ininterrotto rimettersi in gioco e reinventarsi. Non è per tutti.
Certo, c’è chi vive sul palco proprio come vivrebbe in ufficio: con dedizione al lavoro e mestiere si guadagna la pagnotta. Tra questi attori ve ne sono anche di indubbia qualità e non per questo motivo vanno denigrati. Il “vero” attore, però, va molto oltre questo onesto modo di approcciare il mestiere. Ricerca continua e una passione indomabile fanno del Teatro il fulcro di una vita, spesso a discapito del privato. L’arte teatrale chiede grandi sacrifici, quasi mai dà di che vivere dignitosamente. Eppure, è Amore.
Il saggio che vi presento oggi è un compendio di numerose interviste a grandi del teatro italiano raccolte dalla giornalista Annamaria Pertosa. Risalenti agli inizi degli anni ’80, queste interviste offrono uno spaccato della situazione del Teatro Italiano in un’epoca di transizione, quando ancora erano in vita gran parte dei mattatori dei decenni d’oro (da Gassman alla Borboni, da Albertazzi a Dario Fo) e si profilava all’orizzonte la nuova generazione di attori, che all’epoca ancora doveva affermarsi e tra cui oggi riconosciamo dei “mostri sacri” non meno grandi dei loro predecessori, anche se purtroppo meno numerosi di un tempo (Gigi Proietti, Loretta Goggi, etc.).
Edito da La Spiga, il testo si propone di offrire uno spaccato del mondo dello spettacolo italiano attraverso le voci dei diretti interessati, toccando alcuni argomenti ben definiti.
Viene chiesto, ad esempio, se si percepisce come tale il recente “boom” del teatro, un apparente ritorno del pubblico nelle sale dopo un periodo di abbandono e disinteresse. Le risposte al riguardo sono molto varie e le percezioni altrettanto differenziate. I più ottimisti speravano che la percezione fosse azzeccata e che la marea stesse cambiando. Altri, più lungimiranti, ritenevano fosse solo una parentesi di costume, una moda, e il tempo ha dato loro ragione (oggi, ad esempio, sembrano attirare solo gli spettacoli musicali).
Si parla dei pro e dei contro dei Teatri Stabili, centri di genio ma anche di grandissimi sperperi di denaro pubblico. Gli allestimenti faraonici, le scelte del testo dettate quasi sempre dai dictat del politico di turno, avevano già gettato discredito sui lavori degli Stabili, contrapposti alle sperimentazioni dei privati senza un soldo che finivano per scomparire. Si salva da questo fuoco di fila l’opera di Strehler, additato da tutti come un genio.
Parlando di genialità, la giornalista interroga gli attori su alcuni colleghi che, in un modo o nell’altro, si sono guadagnati una fama particolare. Si parla di Paola Borboni, da tutti apprezzata per le sue doti artistiche e per la fermezza con cui non ha mai esitato a sacrificare le proprie sostanze e se stessa per il teatro. Viene analizzata l’opera di Eduardo De Filippo e la difficoltà con cui si riusciva a pensare, all’epoca, alle sue opere prive della presenza dell’autore in scena. Ancora molto ancorati alla sua interpretazione, molti attori avevano pronosticato la scomparsa del suo teatro dalle scene, cosa che poi non si è verificata.
Un argomento su cui le opinioni si diversificano moltissimo è la reale valenza artistica di Carmelo Bene, da alcuni ammirato, da molti criticato per i suoi divismi fine a se stessi che lo allontanano dall’Arte.
Viene valutato l’apporto del regista nella creazione dello spettacolo e come il periodo del regista-dittatore stesse finendo per tornare a un più auspicabile equilibrio tra il suo lavoro e quello dell’attore in scena.
I brani più belli, però, si trovano in risposta a cos’è per ciascuno l’Attore, cosa ha significato diventarlo e vivere con questa etichetta. Cosa ha portato a ciascuno, cosa ha sottratto alle loro vite.
Una piacevole raccolta di testimonianze, con alcuni brani su cui chi fa teatro sarebbe bene si fermasse a riflettere.

martedì 7 gennaio 2014

L'isola dei monaci senza nome


Un nuovo autore italiano si sta facendo un nome scrivendo romanzi di ambientazione storica la cui trama gira attorno a misteri, indagini e segreti da custodire. Sto parlando di Marcello Simoni, uno scrittore che le recensioni amano oppure odiano. Il modo migliore di valutare quale campana dice il vero è leggendo una delle sue opere.
“L’isola dei monaci senza nome” è edito con Newton Compton. Narra le vicende del giovane Cristiano d’Hercole, figlio di una donna cristiana e di un pirata musulmano, che passa per essere custode di un segreto in grado di mettere in crisi la cristianità. Il giovane ignaro sarà edotto dal padre Sinan solo al momento della morte di quest’ultimo, durante un’incursione volta a rapirlo. Egli abbandona il nome cristiano, torna alla vecchia religione e si imbarca alla ricerca del segreto paterno, animato più da vendetta che altro, legato volente o nolente a grandi nomi storici e alle tensioni fra Occidente e Oriente.
Chi sarà il primo ad arrivare al grande segreto, al Rex Deus? Riuscirà il giovane Sinan ad avere la sua vendetta e l’amore della bella Isabel de Vega, della quale è invaghito?
Purtroppo, quando un genere invade il mercato, decidere di scrivere un romanzo che appartenga a quella famiglia diventa rischioso. In primo luogo, avviene un’inflazione dei temi portanti che già di suo può condurre a noia il lettore assiduo. In secondo luogo, la prevedibile comparazione con altri romanzi dello stesso genere chiede un livello qualitativo medio-alto per poter soddisfare gli appassionati.
Simoni non raggiunge questo risultato. La sua proprietà di linguaggio non basta a mascherare la scarsa profondità dei personaggi e la pretestuosità della trama, che diventa un coacervo di rimandi ai temi più inflazionati del mistero storico: i Templari, il Sator, le sette segrete, i catari…
Tutto ruota attorno a questo “segreto”. Veniamo catapultati nelle sue spire fin dal principio, senza introduzione, senza possibilità di trovare più aree di interesse nella nostra lettura. Tutto e tutti si muovono in funzione del segreto che distruggerà dalle fondamenta la religione cristiana. La cosa riesce a farsi un tantino snervante già dopo cinquanta pagine, perché i continui rimandi con frasi a effetto lasciano comunque il lettore all’oscuro in un continuo stuzzicare senza offrirsi, come una carota che continui a oscillare davanti al nostro naso: tentiamo di morderla finché non cominciamo a perdere interesse.
La prosa di Simoni è stilisticamente molto buona, chiara e precisa. E’ la sua capacità narrativa che presenta delle pecche. I suoi personaggi sono molto bidimensionali. Ci vengono presentati sotto una certa ottica, mossi da determinate intenzioni e guidati da sentimenti ben precisi, e tali rimangono per tutta la durata del romanzo. Non ci sono parentesi che possano creare un’affezione verso coloro di cui si seguono le avventure e manca totalmente una crescita psicologica che conferisca loro maggiore spessore. Il giovane Cristiano/Sinan passa in poche pagine da insicuro figlio adottivo del Signore di Piombino a spietato corsaro vendicativo, uso a ogni arma, alla navigazione e all’arte dell’intrigo come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita.
Inoltre l’erudizione storica dell’autore si manifesta nel modo peggiore, vale a dire con una sequela ininterrotta di termini specifici inerenti l’arte della navigazione, l’abbigliamento, le armi e le istituzioni religiose e di governo che possono risultare ostiche al lettore medio e non danno nulla di più alla storia in sé, conferendole anzi una certa aria da saggio storico non particolarmente piacevole. Non vi sono descrizioni chilometriche, questo no, ma il tono complessivo dà l’idea di rivolgersi a un pubblico con un elevato livello di istruzione umanistica, contrariamente al tema e alla promozione della casa editrice, pensata invece per la massa.
Un romanzo d’avventura non particolarmente riuscito.

giovedì 26 dicembre 2013

L'oscurità degli angeli

Bianca Garavelli, stimata esperta dell’opera di Dante Alighieri, è anche scrittrice di romanzi e racconti. La sua passione per la letteratura non le concede di essere semplice spettatrice e critica della produzione altrui, ma la spinge a cimentarsi nella narrazione, offrendo al lettore un sorprendente spaccato su un universo immaginifico multiforme, a volte anche selvaggio e brutale, figlio di molteplici influenze e di una sensibilità particolare.
La prima cosa che salta agli occhi è il debole della Garavelli per il fantastico, per la deviazione dalla norma. Con un gusto forse più maschile che femminile, l’autrice immerge i suoi personaggi in realtà che convivono con il mistero – quando va bene – se non con il puro orrore, il paranormale. Nelle sue opere, il confine tra la realtà materiale e piani d’esistenza più elusivi, incorporei, di rado manca. Il contatto a volte è delicato, pieno di una speranza quasi fanciullesca, innocente come il prodotto della fantasia di un bambino. La commistione provoca gioia, la capacità di guardare al futuro sotto una nuova luce.
Più spesso, l’inserirsi di questo mondo “altro” è violento e porta sofferenza, esperienze traumatiche, a volte anche la morte. Le forze che si aggirano ai limiti della nostra capacità di percezione possono essere troppo dirompenti e selvagge per essere controllate e spingono alla follia.
Se questa è la parte “maschile” della prosa di Bianca Garavelli, elementi di Terra e di Fuoco che si manifestano nella sua scrittura, non meno evidente e dotata di una sua peculiarità è la sua parte “femminile”, come a voler chiudere il cerchio degli Elementi.
Pur nei temi a volte forti, l’autrice conserva una dolcezza di donna che trova espressione nel trattare dei rapporti interpersonali, in temi più vicini al mondo dei bambini. Il suo approccio alle esperienze infantili, ai sentimenti di lutto o di malinconia da rielaborare (come in “Le rose di dicembre” o “La bambina che amava i rondoni”), viene messo in atto con rispetto e profondità di sentimenti, una partecipazione emozionale che commuove senza scadere nel melenso, perché sincero e non ricercato ad arte. Si evince, poi, una sorta di timidezza della Garavelli quando si parla dei rapporti uomo/donna, come se l’autrice trovasse in questo difficoltà di espressione non presenti in altri casi. Si avverte un leggero ritrarsi, come un non volersi scoprire. In questi momenti, evidenti soprattutto nel lungo racconto “L’amico di Arianna”, la prosa diventa più ermetica, meno spontanea, come se l’amore fosse qualcosa di troppo elusivo e complesso per essere adeguatamente espresso a parole.
La raccolta di racconti che vi vado a presentare, “L’oscurità degli angeli” edito da Giuliano Ladolfi Editore”, si muove lungo il fil rouge del mistero che si insinua nella vita di tutti i giorni.
“L’amico di Arianna” è una storia d’amore tormentata, un viaggio nella follia che si spinge al di là del possibile, creando un ponte straordinario tra essere umano e animale. Tutto ruota attorno alla figura del lupo e ai suoi istinti di feroce cacciatore, che trovano una risonanza nell’anima di una ragazza appena affacciatasi alle gioie della vita. “Qui tollis peccata mundi” è un racconto più breve, decisamente arcano, che ruota attorno a un’altra figura animale: il gatto. Una piccola storia disturbante, sfaccettata.
“Le rose di Dicembre” narra di un miracolo natalizio per un bambino che ha in cuore un desiderio impossibile. “Amnesia” è una bravissima parentesi di tempo dilatato, distorto, privo di connotazione. Un momento di totale scomparsa di ogni ricordo, che si scioglie in dolore al tornare della memoria. “L’olivo della strega” riunisce elementi magici con il tema del ritorno alle proprie radici, alle tradizioni di famiglia. La ricerca del sé del passato, dei momenti in cui ancora il futuro non aveva preso una precisa direzione, accomuna i successivi due racconti: “Treni”, la visione di un bivio fondamentale; “Gli anni”, la ricerca di un ricordo, lacerati tra la paura e la speranza di trovare tutto come un tempo.
Chiudono la raccolta “La bambina che amava i rondoni”, una vera e propria fiaba sul finire dell’estate, ambientata nella sua Vigevano, e “E sua nazion sarà tra feltro e feltro”, omaggio a Dante e alla sua Commedia.

venerdì 20 dicembre 2013

Storia della Bellezza

In un volume che è al contempo libro d’arte, compendio di citazioni letterarie, poetiche e filosofiche e saggio d’analisi di un concetto che definire sfuggente è poco, Umberto Eco tenta l’opera ardita di offrire al lettore, artista o meno che sia, una Storia della Bellezza.
Il concetto di “cosa è Bello” ha attraversato le epoche in una continua mutazione, seguendo i cambiamenti sociali e di pensiero. Il concetto di Bello, perciò, è lungi dall’essere immutabile e riassumibile in una sequenza di norme oggettivamente stabili. Bellezza è soggettività, per quanto molte correnti abbiano cercato di renderla asservita alle leggi della razionalità.
Ad aggiungere complicazione alla faccenda, il concetto del Bello in una determinata epoca è sempre stato lontano da una caratterizzazione univoca, come spesso ci viene insegnato a scuola. Le diverse arti e il pensiero filosofico hanno di sovente seguito strade e standard differenti pur nello stesso contesto sociale e storico, creando un mosaico non regolare di concetti e gusto tra cui è difficile districarsi.
Il volume “Storia della Bellezza”, edito da Bompiani, parte con il curare proprio l’estetica del prodotto editoriale. Un bel formato quadrato per un mattone di oltre quattrocento pagine in carta lucida, con immagini di alta qualità a colori per un prezzo accessibile. Un’ottima scelta, vista la considerevole mole di foto di opere d’arte che costella il saggio di Eco.
Il testo è diviso in capitoli che riassumono un periodo storico o una specifica corrente di pensiero, dall’antichità dell’epoca classica alla società dei mass-media del giorno d’oggi. Il linguaggio non è semplice, né i temi trattati sono alla portata di tutti, ma una lettura paziente e le numerosissime citazioni dalle fonti sono sufficienti a superare l’apparente ostacolo.
Quasi ogni autore o testo citato da Eco, infatti, trova il suo spazio in uno specchietto a fondo pagina, quando non cattura completamente la scena occupando più pagine di seguito. Questo consente di seguire con maggiore consapevolezza l’evolversi del discorso e offre spunti di approfondimento di grande interesse. Sono citati testi storici, scritti di importanti filosofi, ma anche brani di poeti e romanzieri che hanno affrontato i temi cardini dell’estetica del proprio tempo.
La cosa che salta all’occhio è che il genere umano si è quasi sempre barcamenato attraverso tre estremi, nel proprio gusto verso il Bello: la proporzione (razionalità pura), il movimento (l’imperfezione che crea attenzione e stimola la mente dell’osservatore), la decadenza (il fascino dell’orrido, della trasgressione, della morte).
Attraverso il lungo viaggio di Umberto Eco, queste tre facce si ripresentano più volte, non sempre pure e incontaminate, ma ciclicamente tese a imporsi sulla “visione” degli artisti e dei committenti. Un picco estremo in una di queste direzioni tende, dopo un certo periodo di tempo, a far vertere l’ago della bilancia su un altro estremo, come se avvenisse una sorta di “rivolta silenziosa” nei confronti di ciò che si sta imponendo come dogma.
Le cose si complicano con l’approssimarsi degli ultimi due capitoli, dedicati alla contemporaneità. Entrare nel XX secolo, e quindi nella società del consumismo e dei mass-media, disintegra ogni certezza su cosa sia Bello, in un mosaico apparentemente insensato di stili, idee, concetti e apparenze. La modernità ha sdoganato ogni possibile versione della Bellezza, facendo coesistere concetti anche diametralmente opposti, in una totale libertà di scelta e adesione a canoni dalla durata incerta (brevissima come illimitata).
Il “finale” del saggio vuole essere comunque costruttivo, ma alla sottoscritta lascia un po’ l’amaro in bocca. Quando tutto è Bello, niente è Bello. Quale sarà la nostra prossima strada?

Faccio presente che questo volume ha un gemello, “Storia della Bruttezza”. Da mettere subito in lista acquisti!

giovedì 12 dicembre 2013

La cattedrale del mare

Eccoci di nuovo a parlare di un romanzo a sfondo storico, anche se nel caso specifico manca il connotato misterico o cospiratorio che tanto va di moda di questi tempi e su cui ho già detto la mia in altri casi. Attenendosi alla Storia come unica protagonista, sulla scorta di romanzi ormai datati ma sempre eccezionali e sinceri come “I pilastri della terra” di Ken Follett, e portando avanti l’obiettivo (non dichiarato ma palese) di raccontare il passato della propria terra attraverso le voce dei suoi personaggi, Ildefonso Falcones scrive il suo primo successo, “La cattedrale del mare”, edito in Italia da Longanesi.
Il romanzo gravita attorno al protagonista, Arnau Estanyol, la cui vita è legata a doppio filo alla costruzione della chiesa di Santa Maria del Mar e attraverso le cui vicende si viene a conoscere la situazione di Barcellona in particolare, ma in fondo della Catalogna tutta, nel XIV secolo.
Arnau è figlio di un servo della gleba, la cui moglie è stata stuprata e usata come serva dal signorotto locale. Il padre salva il neonato da morte certa e fugge con lui a Barcellona. Se riusciranno a vivere in città un anno e un giorno senza farsi catturare, saranno dichiarati cittadini e uomini liberi. Grazie ai tanti sacrifici del padre, che si mette a lavorare per il parente Grau Puig, Arnau riesce a crescere e a diventare un bambino sano e volenteroso, anche se la vita è aspra e dura, piena di umiliazioni.
Presto Arnau dovrà affrontare il crudele mondo degli adulti, adotterà come fratello minore un bambino sfortunato quanto lui e vedrà morire il padre in uno dei tumulti cittadini. Comincerà allora la sua faticosa strada da uomo, prima come bastaix (scaricatore di porto e portatore di pietre per la chiesa), poi come soldato e quindi come ricco e influente uomo cittadino. Conoscerà le donne fondamentali della sua vita, alcune per la gioia, altre per ostacolare il suo cammino. La rovina, però, è sempre dietro l’angolo e Arnau è destinato ad affrontare più prove di quante possa immaginare.
Ne “La cattedrale del mare” viene dipinta una Barcellona d’altri tempi, che si può respirare sotto la superficie della città odierna e il cui carattere orgoglioso e conscio dei propri privilegi si evidenzia nelle battaglie combattute con il governo centrale per ottenere di nuovo una sorta di indipendenza. La città prende vita nelle pagine del romanzo, contendendo il ruolo di protagonista ad Arnau Estanyol da una parte, e al tempio in costruzione, quella Santa Maria del Mar che si erge pian piano negli anni della narrazione, tempio alla Madonna e chiesa del popolo semplice, di quei lavoratori legati al mare per la loro sopravvivenza.
La straordinaria accoglienza data a questo scrittore deriva probabilmente dalla schiettezza con cui lascia trasparire da ogni riga il suo intento didattico, più che narrativo, sempre con uno stile semplice, di dialogo con il lettore più che accademico e pedante. Le informazioni vengono elargite ad ampie mani ma non risultano mai noiose, né ridondanti.
Questo è al contempo il suo pregio e il suo difetto. Per quanto Falcones crei dei personaggi dotati di una vita propria e li renda capaci di suscitare affezione ed emozioni nel lettore, non si può fare a meno di notare come in parecchi punti la psicologia e le azioni degli stessi prendano una piega più o meno forzata, quando l’autore decide di introdurre un argomento specifico nella narrazione. Tornano, così, personaggi magari perduti molto tempo prima, che prendono a comportarsi in maniera differente da come li si era conosciuti, ora al servizio di una svolta narrativa pensata a tavolino.
Questo rende un po’ meccanico il progredire della vicenda, lasciando la sensazione che l’autore ogni tanto giochi al massacro col povero Arnau; nei momenti in cui le disgrazie al protagonista si affastellano senza requie, solo per poter indagare fino in fondo le conseguenze di una norma dell’epoca o per introdurre un evento che ha segnato la storia di Barcellona, in quanto lettrice ho provato una certa irritazione e il contatto con il romanzo si è sfilacciato.
In generale, comunque, un romanzo piacevole e molto più godibile di tanti dello stesso genere. Falcones è un autore da indagare più a fondo, che potrebbe arrivare a scrivere storie di grande peso letterario. Ho a disposizione anche i successivi “La mano di Fatima” e “La regina scalza”. Spero di potervi aggiornare rilevando quel miglioramento puramente narrativo che mi farebbe amare la sua scrittura.

lunedì 2 dicembre 2013

Grammatica della fantasia

Scrivere favole e filastrocche per bambini non è un lavoro semplice. Si tende a dimenticare che i bambini sono il pubblico in assoluto più esigente, che non si può accontentare con un prodotto poco efficace o nato da un impulso meccanico e svogliato. Uno dei grandi della letteratura per l’infanzia del nostro Paese è senza dubbio Gianni Rodari, maestro di scuola e scrittore che negli anni ’70 ha raccolto le sue esperienze e le sue riflessioni sull’argomento nel piccolo saggio “Grammatica della fantasia” (Edizioni Einaudi), sottotitolo “Introduzione all’arte di inventare storie”.
Rodari, in queste pagine, spazia attraverso diversi argomenti, non tutti strettamente collegati alla scrittura. Da una parte cerca di analizzare i meccanismi di creazione della fiaba, sia dal punto di vista strutturale (citando filologi di grande levatura come Vladimir Propp) che attraverso giochi di associazione e concatenazione di parole. Dall’altra prende in analisi le metodologie di interazione tra l’adulto e il bambino, sia nella figura del genitore che dal punto di vista dell’educatore. Essendo maestro, Rodari lascia ampio spazio alle sue proposte di modifica della routine scolastica.
Offre spunti per numerosi giochi con le parole che possono aiutare il bambino a crearsi una fiaba da sé oppure in gruppo, in classe. Svela qualche utile meccanismo per creare associazioni di parole in rima, in modo da comporre filastrocche, e spiega la magia degli indovinelli, come questi stimolino la capacità logica e l’inventiva del bambino e come formularne di nuovi.
Molto interessanti sono i meccanismi di partenza che danno origine alla fiaba. Si parte dal binomio fantastico di parole apparentemente non collegate tra loro, che messe a confronto possono dare origine a situazioni o personaggi originali. Viene poi consigliata la tecnica dell’estraniamento, che permette la rivalutazione di un oggetto o una situazione con un’ottica completamente nuova (Rodari fa l’esempio delle fiabe di Andersen, spesso incentrate su oggetti di uso comune resi senzienti). Un altro stratagemma sta nel sovra o sotto dimensionare cose e persone.
Un ulteriore sistema di creare storie per bambini può essere quello di “sbagliare” consapevolmente le favole già esistenti oppure creare dei seguiti o dei cross-over. La frase “cosa succederebbe se…” può aprire porte su migliaia di mondi nuovi.
Rodari consiglia anche di utilizzare le cose di casa in modo creativo e diverso, facendole diventare protagoniste o strumenti di avventure da costruire insieme ai propri figli. Si parla inoltre del delicato tema del tabù. Le “parole degli adulti”, le funzioni corporali, le situazioni imbarazzanti, sono evitate dal bambino a causa dell’educazione ricevuta e diventano terreni minati che possono creare disagio. Rodari invita a lasciare che i bambini esplorino i territori proibiti, mettendoli appunto in favola, in maniera da superare gli imbarazzi e le reticenze e dare a queste “zone oscure” un nuovo significato, estrapolandole da un contesto totalmente negativo.
Lasciano un po’ d’amaro in bocca alcune di queste considerazioni, sebbene debbano essere lette e valutate nell’ottica del periodo storico in cui Rodari è vissuto e nella visione liberale e sperimentale degli anni ’70. Lo scrittore politicizza in maniera decisa le sue idee, dichiarandosi apertamente di sinistra in più di un’occasione. Inoltre, propugna una libertà del bambino contro ogni regola preconcetta, incentiva l’uso di tutti gli oggetti di casa (compresi quelli fragili, fa niente se si rompono), delle parolacce in libertà (per potersene appropriare e quindi disfarsene una volta superato l’effetto tabù) e un superamento di interrogazioni, pagelle, valutazioni a scuola, sognando una libera forma d’apprendimento creativo.
Al lettore di oggi, che ha sotto gli occhi le nuove generazioni cresciute proprio con eccessiva libertà e pochissimo rispetto, questo genere di utopie possono far storcere un po’ il naso. La libertà senza spirito critico porta solo al caos.
Nonostante queste divergenze di vedute, un libro consigliatissimo a chi lavora con l’infanzia, ma anche al genitore creativo che desidera ravvivare in casa i momenti della fiaba e del gioco.