domenica 30 ottobre 2011

Il libro degli esercizi per attori

Il libro degli esercizi per attori. Il meglio del training internazionale in 600 esperienze praticheNel magico e piuttosto sottovalutato mondo del teatro filodrammatico (amatoriale, direbbero i detrattori), una delle cose più complicate è trovare il tempo, il modo e i mezzi per fermarsi un attimo a studiare. Le piccole compagnie senza fondi cercano di riempirsi l’agenda di serate per far entrare i denari necessari a comprare il materiale di scena, pagare l’affitto del locale in cui si fanno le prove, procurarsi i costumi…e via dicendo. Questo crea un’attività frenetica che lascia poco spazio all’apprendimento e al potenziamento delle proprie facoltà.
Proprio per questo motivo, un attore dovrebbe (uso il condizionale per mera cortesia, ma servirebbe l’imperativo) tentare di arginare manierismi e automatismi esercitandosi in proprio nei momenti di libertà, studiando la storia del teatro e della regia, leggendo copioni e guardando spettacoli altrui.
Purtroppo in Italia non c’è un gran fiorire di saggi dedicati al teatro e al lavoro dell’attore. Nonostante la nostra secolare tradizione, come sempre tendiamo a sottovalutare l’importanza della preparazione culturale di un “artista” (nel senso generico di “chi fa arte”).
Qui vi presento un compendio di esercizi che, se letto con attenzione e applicato alla propria esperienza attoriale, può essere utile per imporsi una disciplina di potenziamento e migliorare le proprie prestazioni, nonché un’ottima fonte di ispirazione per quei registi e insegnanti che intendono vivacizzare i momenti di formazione.
“Il libro degli esercizi per attori” (di Patrick Pezin, per Dino Audino Editore) propone, con parole semplici, un training di circa 600 esercizi che si rivolgono a diversi aspetti dell’attività attoriale. In quindici capitoli, vengono toccati i temi principali della formazione di un attore, ognuno dei quali viene sviscerato tramite numerose sfide. Alcuni di questi esercizi possono essere fatti da soli, o riadattati per esperienze che non prevedano supporto o collaborazione. Altri, invece, sono ideati apposta per coinvolgere l’intera compagnia (o classe) in maniera da creare interazione e intesa.
Il primo capitolo si occupa del training, o riscaldamento. Il riscaldamento è una fase molto importante, che rende più vivo e reattivo tutto il corpo e aiuta ad evitare tensioni che possano influire sulla performance oppure danni dovuti a movimenti fatti “a freddo”. Anche l’attore è soggetto a crampi e strappi muscolari! Si continua occupandosi della reattività del corpo dell’attore attraverso una serie di esercizi di biomeccanica, da quelli più semplici – gestibili anche da un attore amatoriale- a quelli più ginnici, da tenersi buoni per chi ha una solida preparazione fisica o fa già sport.
Il terzo, lunghissimo capitolo è completamente dedicato all’uso della voce. La voce è la migliore amica di un attore, va controllata, seguita, coccolata. Attraverso esercizi di respirazione, di emissione del suono e di controllo vocale, il capitolo cerca di offrire un riscaldamento completo per questo delicato strumento.
Si passa quindi al rapporto dell’attore con lo spazio, una cosa spesso sottovalutata, e al legame tra attori in scena. Una particolarità del teatro amatoriale è, spesso, la mancanza di interazione fra gli attori. I gesti, gli sguardi, le battute non sono diretti all’attore che ci sta di fronte con intenzione, come faremmo durante un vero confronto, ma in maniera generica, non mirata, cosa che rende finta la recitazione. Gli esercizi di questo capitolo cercano di aiutare a creare un legame più vero, credibile.
I tre capitoli successivi stimolano la capacità sensoriale e immaginifica dell’attore, attraverso il ricordo controllato di sensazioni fisiche reali da trasporre nella recitazione. E’ poi al vaglio il rapporto dell’attore con il tempo, il ritmo e il movimento. La reattività e la puntualità del gesto di un attore sono fondamentali; questi due capitoli danno modo di mettersi alla prova, da soli o in gruppo. Ci si riposa con un lungo capitolo sulle tecniche di rilassamento. Dopo due capitoli di rievocazione del ricordo e improvvisazione, si conclude con una lezione tipo di Radu Penciulescu.
Gli spunti che si possono ricavare dalla lettura di questo eserciziario sono innumerevoli. Assolutamente consigliato!

mercoledì 26 ottobre 2011

Cronache marziane

Se dico RAY BRADBURY, due titoli saltano subito alla mente: “Fahrenheit 451” e “Cronache marziane”. Questo scrittore statunitense, grande esploratore del fantastico, per molto tempo è stato a torto relegato nei ristretti confini dello scrittore di fantascienza. Niente di più errato. Non che Bradbury non abbia parlato di viaggi spaziali, alieni e pianeti da colonizzare…tutt’altro!
La differenza sta nel fatto che uno scrittore di fantascienza si divertirà a riempirci la testa di dettagli tecnici, nozioni scientifiche, curiosità antropologiche, biologiche e chimiche che diano credibilità a quanto narrato. Bradbury non è uno scrittore di questo tipo. C’è il razzo, ci sono gli astronauti, ci sono gli alieni: tanto basta. L’importante, per quest’uomo, è la storia in sé. E’ la fiaba che si nasconde dietro ogni cambiamento, ogni nuova scoperta.
Gran parte degli affezionati lettori di fantascienza (come di tutti gli altri “generi puri”) tende a essere molto fiscale nel catalogare cosa rientra nella categoria e cosa no. “Cronache marziane” è un capolavoro di fantasia e poesia, più che di fantascienza. La mancanza di sostrato scientifico nella prosa di Bradbury dimostra che creare futuri plausibili non era il suo scopo. Allo stesso tempo, la sua lucida analisi dell’atteggiamento colonialistico umano – soprattutto statunitense, in questo caso- non si discosta affatto dalla realtà, anzi la mette in luce con sconcertante preveggenza (ricordiamo che “Cronache marziane” ha visto la luce negli anni ’50).
Il romanzo, in verità una raccolta di racconti legati tra loro come perle di una collana, apre brevi e vivide finestre su sogni e incubi di sconcertante bellezza, cercando di stimolare nel lettore uno spunto alla riflessione, all’introspezione di sé e dei difetti congeniti dell’Uomo. Una storia di distruzione e disperazione, ma anche di fede.
“Cronache marziane” narra le vicissitudini del pianeta Marte dal 1999 al 2026, secondo il conteggio degli anni sulla Terra. Il quarto pianeta del Sistema Solare non è un globo rosso e morto, in attesa di nuovi colonizzatori, ma un mondo abitato, ricco di una sua civiltà peculiare.
Questa civiltà, più stratificata e antica di quanto facciano pensare i primi racconti, viene dapprima solo vagamente sfiorata dai primi pionieri dello Spazio mandati in avanscoperta (quasi tutti i visitatori terrestri vanno incontro, in un modo o nell’altro, a una brutta fine), ma a conti fatti non riesce a sfuggire alla totale devastazione che l’Uomo porta con sé. Nel caso specifico, è una normalissima malattia terrestre a falcidiare la popolazione marziana.
Comincia così la colonizzazione di un pianeta morto, su cui si aggirano ancora i fantasmi di un’epoca che fu. Marte accoglie l’Uomo senza pensarne né bene né male, mentre sulla Terra la gente alza con speranza gli occhi al cielo nel tentativo di allontanarsi da una società sempre più contaminata dalla violenza (rappresentata dall’incubo dell’atomica, in quei vertiginosi anni di tensione seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, e dal razzismo imperante).
Nella lotta continua tra il Materialismo e il Sogno, si consuma l’epopea marziana, con un finale dolceamaro.
La scrittura di Bradbury non è per tutti i palati. La sua prosa è sognante, immaginifica, a tratti ridondante e barocca come un testo di Oscar Wilde. La definizione che meglio si adatta alla scrittura di Bradbury è “pittorica”. Divagando spesso dalla linea continua della trama, lo scrittore usa la parola per dipingere nell’immaginazione del lettore quadri surreali come un’opera di Dalì, estranianti come un Tanguy, delicati come un Lee. Chi è abituato alla prosa diretta e spesso scarna degli ultimi vent’anni, potrebbe trovare la lettura di “Cronache marziane” ridondante, complicata, ma è una semplice questione di abitudine. Chi ha già sviluppato un forte legame con le arti visive, invece, non potrà far altro che amarlo fin da subito. E’ il romanzo su cui ogni illustratore vorrebbe avere l’onore di poter lavorare.
Leggetelo con calma, assaporando ogni racconto come fossero assaggi della cucina di un grande chef. Non ve ne pentirete.

domenica 23 ottobre 2011

I fantasmi di Milano

Tendiamo tutti a sottovalutare il luogo in cui siamo nati, la città che ci ospita abitualmente. Spesso la conosciamo poco o niente, nonostante una vita passata dentro di essa come parte di una comunità frettolosa, senza storia. Quali sono i tesori della vostra città? Quali i monumenti, le chiese? Quali popoli hanno preso possesso del suo territorio, quali nomi famosi vi sono nati oppure vi hanno trovato ad attenderli la Nera Signora?
Mi stupirei se più del dieci per cento di chi legge questo articolo sapesse rispondere con competenza. Non è un appunto alla cultura del cittadino medio: è un semplice dato di fatto. La maggior parte di questi eventi non viene tramandata. Diventa una curiosità da topo di biblioteca, da chi frequenta per studio o per passione gli antichi archivi.
Se poco si sa degli eventi storici, delle bellezze artistiche o religiose che ogni città trattiene in sé, ancora meno si conosce di norma dei suoi miti, le sue leggende, i suoi fantasmi.
Giovanna Furio, in “I fantasmi di Milano” (Newton&Compton), ci accompagna in un viaggio alternativo attraverso una Milano misteriosa, ben nascosta anche ai suoi cittadini dietro la patina di efficienza e modernità che caratterizza da più di un secolo il capoluogo lombardo. Città fattiva per eccellenza, Milano non indulge in fantasie e spiritismo, ma pur nella sua razionale quotidianità conserva dentro di sé almeno un paio di millenni di vicende che non possono non aver lasciato traccia nel mondo dello spirito.
Qualcuno le leggende se le sussurra, le passa sottobanco al vicino, al figlio, al nipote; gli spiriti e gli eventi fuori dalla norma difficilmente vengono dimenticati del tutto.
L’autrice, con certosina pazienza, è andata a caccia di queste labili tracce e ce le presenta in questo volume, illustrato con stampe d’epoca della Milano che fu e delle sue trasformazioni. Il libro è un vero e proprio itinerario attraverso la città; potrebbe essere utilizzato come guida alternativa per il turista fai-da-te interessato più al mito che all’arte.
La raccolta spazia dalle storie di edifici infestati a quelli di vie ancora oggi percorse da spettri più o meno propensi a interagire con i passanti, dal tipico e folcloristico fantasma del Castello Sforzesco a quello più originale del monaco straccione che si mette a inveire contro i peccati altrui davanti al Cimitero Monumentale. Si scoprono nuovi volti di luoghi che magari si attraversano tutti i giorni per andare a scuola o al lavoro senza dar loro una seconda occhiata.
Purtroppo non si fa una vera distinzione tra i vari tipi di fenomeni paranormali, cosa che per un “cacciatore di fantasmi” invece riveste una certa importanza. Per essere chiari, i fenomeni di apparizione non sono sempre legati al vero e proprio permanere di uno spirito senziente in loco. Esistono edifici che, in determinate condizioni ambientali, sono in grado di “riproporre” visioni di scene che si sono svolte al loro interno anche secoli prima. In questo caso si tratta non tanto di una manifestazione fantasmagorica, quanto di una finestra aperta sul passato. Questo avviene molto spesso nelle costruzioni più antiche, di solito in pietra.
Esistono poi casi di spiriti che si aggirano senza aver compreso il loro stato di defunti ed altri che interagiscono con il tempo presente, purtroppo non ancora in grado di liberarsi dalle costrizioni terrene.
L’approccio dell’autrice all’argomento è più storico/artistico che misterico. Anche le tappe dell’itinerario offrono molte più cognizioni sullo stile degli edifici e su eventi storici correlati all’apparizione che dettagli sulle modalità o le testimonianze della stessa. Spesso, anzi, i riferimenti fantasmagorici passano in secondo piano, citati quasi distrattamente a fine capitolo.
Questo inficia in parte la valutazione positiva del saggio; il titolo stuzzica l’attenzione di un diverso tipo di ricercatori, i quali rimarranno un po’ delusi dalla vaga trattazione dell’argomento. Sicuramente interessante, invece, se si inizia la lettura con lo scopo di conoscere meglio le vicende meneghine e le bellezze artistiche e architettoniche della città.
Una buona sufficienza, ma non molto di più.

sabato 1 ottobre 2011

Fosca

FoscaEcco il secondo dei nostri “classici”.
Questa è una di quelle letture che durante il periodo del Liceo o vengono imposte dai professori o vengono evitate come la peste. Personalmente, non avevo sentito nominare la “Fosca” di Igino Ugo Tarchetti fino a un paio di anni fa, quando in preda all’ennui (il male del nostro secolo) mi sono messa a leggere l’antologia del Liceo. All’epoca, la mia ex professoressa di italiano si soffermò talmente a lungo sulla figura di Giordano Bruno – qualcosa come sei mesi- che a conti fatti si può dire che se esiste una materia in cui sono carente è proprio la Storia della Letteratura Italiana. Da quando ho terminato l’Accademia sto rimediando in proprio…ma non dilunghiamoci.
Ebbene, nel capitolo dedicato alla Scapigliatura ho trovato un piccolo stralcio di “Fosca” e sono stata colta da una gran voglia di leggere il romanzo. Grazie ad una conoscente, finalmente sono riuscita nell’impresa.
Giorgio è un giovane dalla salute incerta, dedito alla vita militare. Durante un attacco della sua malattia, conosce Clara, una bella donna dal carattere amabile che, pur se sposata, si innamora di lui ricambiata. La coppia vive una proibita – per quanto intensa e pura- storia d’amore, che restituisce la salute a Giorgio e la felicità a Clara.
L’avviso di trasferimento del giovane in un paesino spezza l’idillio dei due, che si separano con la promessa di rivedersi presto. Nel paese, però, Giorgio cade nel gorgo dei possessivi sentimenti di Fosca, una donna preda di isterie, fisse e ossessioni che la stanno uccidendo di consunzione. Per quanto Giorgio cerchi di separarsi dalla donna che pretende il suo amore, le circostanze lo riconducono sempre da lei, e sempre più vicino, tanto che Giorgio stesso si ammala. I due procedono veloci verso un destino infausto, che forse nemmeno l’amore di Giorgio per Clara potrà evitare…
“Fosca” è un romanzo breve ma molto evocativo, dal linguaggio chiaro e spigliato nonostante la lontananza temporale dell’autore (ci si abitua subito agli arcaismi utilizzati da Tarchetti). Le descrizioni di Milano e della Pianura Padana sono splendide, ancora attuali, vivide e intense nel lugubre e decadente volto che assumono nei mesi invernali. I personaggi sono ben delineati, tratteggiati con moderna sincerità.
Pur se Clara rappresenta la Luce e Fosca l’Oscurità, come viene palesemente indicato dagli stessi nomi che portano, assegnare ad ognuna la propria casella sarebbe ingiusto e riduttivo. Entrambe sono donne con una personalità sfaccettata, anche se Fosca batte per profondità di caratterizzazione la sua avversaria. Le patologie mentali di cui è preda, e che man mano agiscono su Giorgio, sono sfinenti e irritanti anche per il lettore, che al pari del protagonista non riesce ad immaginarsi come levarsela di torno se non con l’intervento della Morte…e allo stesso tempo è impossibilitato ad augurarglielo, toccato volente o nolente dalle sue sfortune e dai suoi dolori.
Tarchetti scava a fondo nei sentimenti, svelandone le vacue superfici e i ribollenti abissi. Nella frenetica danse macabre di Fosca e Giorgio, Amore e Morte si inseguono, a malapena sfiorati dalla luce, in un gorgo oscuro che tutto corrompe e rende orribile, perfino il cuore di un innamorato.
Splendida lettura. Consigliato a chi ama il decadentismo e la scapigliatura, ma anche a chi apprezza le storie d’amore non scontate.

giovedì 29 settembre 2011

La Scuola dei Mostri - Ribblestrop

La scuola dei mostriCome definire questo romanzo?
Una storia per ragazzi? Limitativo, senza contare che molte parti possiedono un linguaggio e una tensione non adatti ai bambini. Un romanzo del mistero? Eppure la costruzione è quella propria di una fiaba. Un thriller? Allora che significato avrebbe il senso dell’assurdo che pervade ogni riga?
Ho tentato di classificare “La Scuola dei Mostri” (“Ribblestrop”, in originale, di Andy Mulligan per la Newton&Compton) per tutto il tempo che ho impiegato a leggerlo e non ci sono mai riuscita. Se volete tentare, accomodatevi. Per conto mio, ho deciso che, a un bel momento, la classificazione di genere può anche andare a farsi benedire.
Nè la copertina nè il titolo scelto per la traduzione italiana, d'altra parte, aiutano a farsi un'idea più chiara. Voltate pagina e andate al sodo.
Nell’antica e misteriosa magione di Ribblestrop Towers, esiste una scuola unica nel suo genere. Il Direttore è un uomo già diffidato dall’occuparsi di istruzione, ma guidato da grandi sogni di educazione alternativa. Tra i professori ci sono reduci di guerra e scienziate a caccia di tempeste. La padrona di casa è il tipo che scaglia teiere in testa alla gente, suo nipote nel tempo libero prepara pistole a pietra focaia e frecce per la balestra, e nei sotterranei si aggira una misteriosa congrega di monaci.
Le materie che si studiano in questa scuola hanno poco a che fare con la normale istruzione dell’obbligo: Geografia Pratica in giro per il parco della tenuta, Carpenteria con lo scopo di riparare il tetto, Geometria Applicata per preparare i pezzi che mancano al completamento dei lavori di edilizia. Si tratta più di una scuola di sopravvivenza, ma ai ragazzi iscritti sembra andare a meraviglia!
Parliamo un po’ degli studenti: un ragazzo colombiano preso di mira dai sequestratori, una ladruncola piromane, un gigante muto, tredici orfani tibetani e una coppia di amici ingenui e preda degli eventi. Cosa può venir fuori da una tale accozzaglia di esseri umani bizzarri? Niente di buono, senza alcun dubbio, soprattutto quando la già traballante scuola accoglie la nuova vice-direttrice, Miss Hazlitt, una vecchia secca e sgradevole che fa venire la pelle d’oca al solo incrociarne lo sguardo.
Ribblestrop nasconde più segreti di quanto chiunque potrebbe mai immaginare. La giovane Millie si perde nei sotterranei della magione, scoprendo suo malgrado un laboratorio scientifico allarmante. Gli studenti vengono analizzati dalla vice-direttrice come fossero cavie da laboratorio, mentre la polizia sembra coinvolta in loschi affari e la scomparsa di uno dei ragazzi si tinge di mistero.
Cosa sta accadendo nei sotterranei? Che significato hanno le medicine e gli esami a cui i bambini sono sottoposti? Usciranno tutti sani e salvi dagli eventi drammatici che attendono Ribblestrop? Ma, sopra a tutto, la scalcinata squadra di calcio della scuola riuscirà a battere la Scuola Superiore maschile sul campo?!
Mulligan trascina in una versione allucinata dell’ambiente scolastico inglese, tra risate, non-sense e momenti di tensione mai scontati. I personaggi sono perle di assurdità, pur conservando un realismo di fondo che suscita un piccolo brivido lungo la schiena. La prosa è diretta, chiara, schietta e senza fronzoli, sfrontata come lo sguardo di un ragazzino.
La trama cambia continuamente carattere, stupendo per la sua imprevedibilità, la sua capacità di cogliere sempre in fallo il lettore e le sue ipotesi. Si lotta invano contro il disorientamento, finché non si cede: stare al gioco è l’unico modo per farsi portare da Mulligan verso un finale con il botto.
Un romanzo per tutte le età!

mercoledì 21 settembre 2011

Così triste cadere in battaglia

Così triste cadere in battaglia. Rapporto di guerraMorire per la propria Patria non è meno amaro che morire in qualsiasi altro modo. La Morte è la Morte, e quando sai che ti aspetta al varco non puoi fare a meno di provare tristezza per ciò che stai perdendo. Anche se sei un soldato giapponese, votato all’onore e alla difesa del popolo e dell’Imperatore.
Il generale Kuribayashi, a cui venne affidato l’ingrato – secondo la nostra logica comune- o forse l’onorato (nella mentalità giapponese votata al servizio) compito di combattere contro gli statunitensi per il controllo dell’isola di Iwo Jima, fu uno dei pochi militari giapponesi della Seconda Guerra Mondiale a sottolineare nelle sue parole non la gloria della battaglia, ma la tristezza di soldati che si lasciavano alle spalle mogli, figli, genitori e tutti i loro sogni per morire su una terra ingrata, in una battaglia persa in partenza.
Nonostante questa “debolezza sentimentale”, Kuribayashi fu un generale di polso, intelligente, pratico, un degno avversario dei marines, che ancora oggi lo ricordano con estremo rispetto. Una battaglia destinata ad essere persa in pochi giorni fu protratta per mesi abbandonando la tattica suicida banzai per passare alla guerriglia, e fu la totale mancanza di supporto da parte della Marina e dell’Aviazione a decretare il terribile sacrificio di tanti uomini coraggiosi. Iwo Jima era una desolazione vulcanica priva di acqua e divenne un vero girone infernale per entrambi gli schieramenti.
La battaglia per il controllo di Iwo Jima è indelebilmente impressa nella mente di giapponesi e statunitensi, che ancora oggi commemorano i caduti con cerimonie annuali, incontrandosi pacificamente su un’isola il cui terreno è disseminato di cadaveri. Quali erano le condizioni di vita dei soldati giapponesi mandati a morire in battaglia? Cosa si celava dietro ai comunicati ufficiali, alle versioni della stampa imperiale, ai giorni di agonia di questi soldati del Sol Levante?
Kakehashi Kumiko cerca di dare una risposta a queste domande tramite la lettura e l’analisi delle lettere del generale Kuribayashi alla famiglia che lo attendeva a casa: la moglie e i tre figli. In “Così triste cadere in battaglia” (Einaudi) l’autrice ripercorre attraverso le umane, toccanti, rivelatrici missive del generale non solo la preparazione del contingente allo sbarco degli americani sull’isola, ma anche gran parte delle fasi di battaglia con il supporto di frammenti di diari e lettere ritrovati sui cadaveri dei caduti.
L’analisi di una battaglia di immane impatto storico, innovativa rispetto alle normali procedure d’attacco e difesa giapponesi di fronte al nemico, mette in evidenza la razionale preparazione di Kuribayashi, la sua precisa visione della situazione e dei pericoli che attendevano i suoi uomini e il suo Paese dopo lo sbarco statunitense. In pieno contrasto con la Marina e l’Aviazione, Kuribayashi impiegò i suoi uomini, costretti su un’isola vulcanica desolata e priva di acqua che non fosse piovana, nella costruzione di rifugi sotterranei adatti alla guerriglia, scartando come obsoleto e autolesionista il tipico attacco sulla spiaggia volto a impedire lo sbarco, risoltosi sempre in un massacro. Scandalizzò i superiori rifiutando la carica suicida di prammatica e costringendo il suo piccolo esercito a combattere fino allo stremo, vietando il rituale della “morte onorevole”. I Marines presero Iwo Jima a costo di grosse perdite e una battaglia infernale.
Al di là della battaglia, le lettere offrono il ritratto degli uomini che si celavano dietro l’uniforme, con i loro affetti, preoccupazioni, sogni. Kuribayashi racconta le proprie azioni giornaliere e si interessa della salute dei suoi con la stessa cura con cui si occupa del campo di battaglia. Offre consigli e pareri alla moglie come ai figli, li aiuta a fare piccole riparazioni in casa, a decidere che comportamento tenere in caso di sconfitta del Giappone. Li esorta ad accettare la sua morte e ad andare sempre avanti.
L’autrice ci narra, senza campanilismi, il suo viaggio attraverso la vita di un uomo semplice e pratico che gli eventi hanno consegnato alla Storia. Un’ottima lettura anche per chi non possiede una particolare passione per i fatti di guerra.

lunedì 5 settembre 2011

Orgoglio e pregiudizio

Come prima recensione di un “classico”, mi è parso giusto iniziare da ORGOGLIO E PREGIUDIZIO di Jane Austen. Perché? Beh, perché affrontare la lettura di un romanzo che non sia uno dei moderni best-sellers impilati in libreria in pigne scintillanti oppure una di quelle letture ‘da spiaggia’ che non chiedono grande sforzo intellettuale, non è una scelta facile. Spesso, fin troppo, lo studio scolastico della letteratura italiana e straniera conduce i ragazzi a sviluppare un tale odio, una tale avversione verso tutto ciò che è ‘antico’ (ergo: noioso) da farli stare lontani dal genere vita natural durante.
Grave, gravissimo errore. Un errore nel quale ho avuto la tentazione di indulgere a mia volta, nei freschi anni dell’adolescenza. Fortunatamente, sono una a cui piacciono le sfide. Non potevo permettere ad alcuni romanzi di tenermi lontana a priori. Da un semplice atto di coraggio è nata la sezione “Letteratura” della mia personalissima biblioteca, che si sta ingrandendo tanto da essere diventata ingestibile. Queste recensioni sono rivolte, quindi, a chi ancora non è riuscito a vincere il pregiudizio che contribuisce al titolo di questo romanzo, che in tempi di ingenuità avevo giurato di non leggere mai.
“Orgoglio e pregiudizio” narra la storia di Elizabeth Bennet, una ragazza inglese di estrazione non indigente ma nemmeno particolarmente agiata, la cui famiglia è composta da un padre sarcastico e solitario, una madre frivola il cui unico scopo è maritare le figlie, e quattro sorelle. Jane, la maggiore, è un angelo di grazia e bontà. Mary, la mezzana, tenta senza molto successo di diventare una donna colta. Catherine e Lydia, le più giovani, sono due ochette senza cervello.
La loro vita piuttosto spensierata viene sconvolta da due avvenimenti. In primo luogo, l’arrivo del nuovo vicino, Mr.Bingley. Questi, un giovane simpatico e alla mano, si innamora ricambiato di Jane, ignaro della disapprovazione delle sue altezzose sorelle e di Mr.Darcy, il suo migliore amico, un uomo ricco e orgoglioso. Nello stesso tempo, i Bennet ricevono la visita del cugino che erediterà la loro tenuta, un curato noioso e pedante che desidera prendere in moglie Elizabeth.
Fraintendimenti non voluti e malelingue divideranno i ricchi signori londinesi dalla famiglia campagnola. Qualcosa cambierà nel cuore di Elizabeth quando proprio Mr.Darcy, il cui orgoglio ha causato tanto male a sua sorella Jane, le confesserà di amarla a dispetto delle sue umili origini? O sarà solo l’inizio di ulteriori guai?
Il romanzo, a dispetto della sua “veneranda” età, si legge tutto d’un fiato. Scorre con una prosa piacevole, fresca, molto attuale. Saltando amabilmente da un ballo all’altro, da una ricca magione alla successiva, la scrittura della Austen stilla ironia sulle buone maniere di facciata, sull’educazione affettata, sulle cerimonie vuote di una società basata essenzialmente sulla forma e non sul contenuto.
I personaggi, a grandi linee, possono essere divisi in tre grandi famiglie: i vani, gli orgogliosi e gli ottimisti a qualunque costo. Ogni difetto della buona società viene messo in grande evidenza, conferendo un frizzante umorismo alla trama.
Il senso pratico, il risultato materiale di ogni decisione prevale sul sentimento in qualunque circostanza, compreso il matrimonio. Elizabeth è una delle poche idealiste che ancora si scandalizza all’idea di prender marito per poter avere una posizione, una casa decente, un reddito che possa far invidia ad amici e vicini (cosa che, invece, non farà arricciare il naso alla sua migliore amica Charlotte).
Per quanto si possa classificare il romanzo nella categoria “rosa”, le storie sentimentali raccontate nel libro sono affatto scontate, bensì plausibili anche al giorno d’oggi. La Austen ci presenta gli innamorati timidi che preferiscono avvicinarsi pian piano, rendendo difficile all’altro comprendere a che punto sia l’interesse altrui; la coppia sciocca che per puro interesse o desiderio del momento arriva al punto di progettare una fuga d’amore; gli innamorati testardi che non sanno far altro che insultarsi e irritarsi a vicenda.
Il consiglio di leggerlo va anche a chi avesse già visto il recente film tratto dal romanzo. Per quanto sicuramente fedele, la lettura regala una visione più sfaccettata della vicenda e consente di inoltrarsi con maggiore profondità nella mente della protagonista e di chi le gravita attorno.

lunedì 29 agosto 2011

Storia di Neve

Storia di NeveUn romanzo che è al contempo storia, fiaba e vivido dipinto della montagna e delle sue regole aspre e antiche. Questo attende chi si appresta ad attaccare le 800 e rotti pagine del poderoso STORIA DI NEVE di Mauro Corona, edito con Mondadori.
Neve è una fanciulla speciale nata nel paesino montano di Erto, nella valle del Vajont. La vita, breve e costellata di dolori, le è stata concessa in funzione di uno scopo ben preciso: ella deve fare del bene, quanto più può, durante gli anni che il fato ha prestabilito. Neve è la parte immacolata e piena d’amore dell’antica strega Melissa, assassinata in maniera atroce e morta nell’odio, imprigionata in un inferno di ghiaccio in cui il Demonio le ha concesso di torturare per cinquecento anni gli abitanti del villaggio di Erto dopo la loro morte, perché possano espiare i loro peccati. Melissa, però, desidera concedere una possibilità alla propria parte buona; per questo, in una gelida notte di gennaio, nasce Neve, la bambina dei miracoli dalla pelle di bianco fino e il corpo che non sente il gelo.
Questa bambina diventa il motore di una valanga che coinvolge, nel bene o nel male, l’intero villaggio di Erto. I suoi miracoli, però, sono un’arma a doppio taglio. Il padre, Felice Corona Menin, decide di sfruttare la fama della figlia per fare soldi, macchiandosi di azioni sempre più orrende ed efferate. Inoltre, la missione della bambina la costringe a stare quanto più lontana possibile dalla sola cosa che può rendere veramente felici: l’amore. Condannata a pensare al prossimo invece che a se stessa, a Neve è severamente vietato amare un uomo. Quando nel paese nasce Valentino, la sua anima gemella, inizia una esistenza di privazioni, di sforzi per tenersi a distanza. Neve, infatti, a contatto con la sua metà si scioglie, perde acqua, svanisce pian piano come un pezzo di ghiaccio esposto al sole.
Cosa porterà questa creatura magica nel prosaico paese di Erto? I suoi ventinove anni di vita promettono di essere indimenticabili, nel bene o nel male.
Corona è uno scrittore sincero, senza fronzoli, che usa con sicurezza e senza pretese intellettuali il linguaggio diretto e antico della fiaba. Come una fiaba, infatti, Storia di Neve si dipana tra magie, misteri, povera vita quotidiana, streghe e orrori. Le favole, d’altra parte, sono piene di orrori. Questa non fa eccezione, l’uomo non può vivere senza e in presenza di miracoli il Male lavora alacremente sulla fetta di anime che gli spetta.
Gli abitanti di Erto sono come le montagne che governano la loro esistenza. Chiusi, incrollabili nel loro mutismo, nel rifiuto a lasciar entrare nei loro affari chiunque venga dall’esterno, laico, gendarme o esponente della Chiesa che sia. Quello che succede in paese resta in paese, si tratti di una disgrazia, di un omicidio o di un felice segreto. Solo i miracoli di Neve si spargono nelle valli come portati dai canti degli uccelli, ma questo perché il padre è un traditore, un uomo che farebbe qualsiasi cosa per denaro e per l’effimera gioia di essere il più potente e il più ricco della valle.
La magia corre come una lama sottile attraverso il paese, i monti, i corsi d’acqua. Permea ogni cosa, rivelandosi nel testardo rancore delle streghe di Erto, una per una violate e uccise e per questo fautrici di terribili vendette che si protraggono ben oltre la morte del loro corpo. Gli animali sono veicolo di forze terribili, incarnazioni di qualcosa che non si può né capire né fermare, pur in un’epoca ormai moderna come quella in cui si svolge la vicenda.
I bassi istinti degli esseri umani fanno a gara con i sentimenti più puri e dolci, prendendo spesso il sopravvento. Poter osservare non visti i silenzi degli abitanti di Erto è un onore alquanto dubbio. E’ la vicenda di un’intera comunità quella che si va a leggere, non tanto la storia della sfortunata Neve.
Vi aspetta un romanzo carico di significati, una bella lettura. Forse un po’ lungo, ma meritevole del tempo trascorso nelle sue pagine.

venerdì 12 agosto 2011

I Leoni morti

I leoni morti. La battaglia di BerlinoSiamo agli sgoccioli di ciò che per anni è stato il Male impersonificato, non solo in Europa ma in buona parte del mondo conosciuto. Il regime nazista sta crollando nella polvere delle strade di Berlino, tra le macerie dei suoi edifici sventrati, sul suono delle grida dei suoi cittadini che subiscono le atrocità dei nuovi arrivati, non gli americani ma i sovietici, primi a violentare la città che sembrava imprendibile, inarrivabile.
In questo allucinante scenario, mentre nel bunker ove sono rifugiati gli ultimi esponenti del regime ancora fedeli ad un Adolf Hitler sempre più debilitato nel fisico e nella mente si prendono le ultime, drastiche decisioni e si continua al di là di ogni razionalità a fare piani per non permettere ai bolscevichi di profanare i luoghi simboli del Reich, si muovono i soldati della SS Charlemagne, formata da volontari francesi che combattono sotto la bandiera tedesca con un’unica motivazione: tenere la minaccia Rossa lontana dall’Europa.
“I Leoni Morti” (RITTER), scritto da Saint-Paulien (uno pseudonimo) sotto forma di romanzo, racconta l’ultima resistenza di questo corpo delle SS tramite gli occhi del protagonista, il capitano Christian Gauvin. Visti come traditori da chi, in Francia, ritiene Hitler nient’altro che il nemico conquistatore, i soldati della Charlemagne combattono, al contrario, nella ferrea convinzione di stare facendo il meglio delle loro possibilità per difendere la propria Patria contro un nemico molto peggiore dei nazisti.
Gauvin, anzi, si troverà a riflettere spesso, nell’attesa di un nuovo, acceso scontro strada per strada, che il nazismo ha avuto fin dal principio un rapporto di colpevole collaborazione con il regime di Stalin e che quanto sta avvenendo nell’Est dell’Europa non è altro che il risultato di una politica volta troppo ad occidente invece che verso il nemico più forte e insidioso.
Partendo da queste premesse, “I Leoni Morti” ci porta a seguire gli sforzi e il coraggio di coloro che, parlando di fazioni avverse, erano all’epoca dalla parte del ‘nemico’. Il libro invita a vedere un momento decisivo della storia moderna attraverso un’altra ottica, non necessariamente da condividere ma possibilmente da valutare con attenzione, rispetto per l’eroismo e l’umanità a volte commovente presenti in tutti i soldati del mondo quanto la crudeltà e le efferatezze.
Mentre Hitler si suicida e gli ultimi rimasugli del governo nazista si disgregano, la Charlemagne combatte la propria battaglia contro l’orda comunista fino all’ultimo uomo, fedele alla propria ideologia fino alla fine.
E’ una lettura che consiglio (nonostante la presenza di numerosi refusi che fanno scadere la qualità del prodotto editoriale). La consiglio a chi è di destra, a chi è di sinistra, a chi come me è apolitico e vuole solo ampliare la propria conoscenza. Perché? Perché la Storia è scritta dai vincitori e questo significa che la realtà che ci viene propinata è sempre parziale. Nessuno è totalmente buono; nessuno totalmente malvagio. Crederlo è non solo ingenuo, ma pericoloso. Gli ultimi sessant’anni sono stati costruiti sulla base di una dicotomia Bene/Male così decisa che, se negli anni appena successivi alla guerra essa era giustificata dalla necessità di esorcizzare gli orrori vissuti, ora diventa un atto di ignoranza e culla di movimenti politico-attivisti che non sono migliori di ciò che insultano (da entrambe le parti).
Al contempo non sto inneggiando alla neutralità a tutti i costi. Ci sono atti che non possono essere perdonati, ci sono decisioni che una volta prese non perdono mai più la loro valenza di Male. Capire come si è arrivati a ciò, però, non è mai sbagliato. Rendersi conto che le forze in gioco e gli interessi in ballo sono sempre molto più complessi e ingarbugliati di quanto ci viene insegnato può concederci una maggiore ampiezza di vedute e quindi una minore possibilità di essere spostati qua e là come parte di una ‘massa’.
Un libro per chi ha un po’ di fegato, per chi non ha paura di scrutare l’altra faccia della medaglia e fare qualche domanda.

domenica 7 agosto 2011

Il cimitero di Praga

Cosa lega il capitano Simonini, notaio e falsario di lungo corso, all’abate Dalla Piccola, schivo uomo di Chiesa? Perché i loro appartamenti sono comunicanti? Cosa nascondono i loro diari e perché la memoria dell’uno presenta inspiegabili momenti di tenebra su cui solo l’altro sembra in grado di fare luce? E cosa c’entrano questi due personaggi con i grandi fatti storici che porteranno alle Grandi Guerre del ‘900?
Simonini, nato nel Piemonte del Regno di Savoia e cresciuto dal nonno, un militare acceso antisemita, sviluppa negli anni un odio viscerale verso la figura dell’Ebreo, nonché una misoginia talmente forte da sfociare nel totale disgusto verso il corpo femminile. L’unico suo piacere è la buona tavola, la cucina di classe, cibo e bevande che possano portare godimento al suo corpo. Per quanto riguarda il resto, odia tutto e non si fida di nessuno, nemmeno degli uomini di Chiesa. Ha poi un’avversione particolare per i Gesuiti.
Questi tristi tratti del suo carattere vanno radicandosi tanto da farlo diventare un uomo subdolo, disonesto, il cui più grande piacere è screditare gli oggetti del proprio odio. Gliene viene data l’occasione: il governo sabaudo si accorge delle sue potenzialità e decide di utilizzarne le doti di falsario per modificare a proprio piacimento le dinamiche e i passaggi del potere in Meridione, ove è in pieno svolgimento la missione dei garibaldini.
Da questo fatto comincia la carriera di Simonini, che lo porterà poi a Parigi e lo metterà in contatto con i servizi segreti di molti governi europei, sempre alla ricerca di documenti falsi che possano cambiare l’opinione pubblica o giustificare decisioni di grande portata internazionale.
Così prende il via l’ultimo romanzo di Umberto Eco, IL CIMITERO DI PRAGA, edito da Bompiani in un’edizione quantomai raffinata. A una sovracoperta che mostra un tenebroso vicolo fin de siècle, si accompagna un cartonato del più immacolato bianco e un testo stampato in caratteri differenti a seconda del narratore del momento (l’autore, Simonini o Dalla Piccola). Inoltre, il romanzo è costellato da illustrazioni, stampe a bulino espressamente cercate e volute dall’autore, in ricordo dei feuilleton (i romanzi a puntate) del XIX secolo. L’impressione è di trovarsi in mano un’opera pensata fin nei minimi dettagli, ivi compresi quelli estetici, e la lettura non delude.
Il romanzo è una finestra spalancata sul mondo del falso storico e della teoria della cospirazione, il corrispettivo letterario del vicolo di un quartiere malfamato, umido e puzzolente, in cui si riproducono e crescono ratti a migliaia, pronti poi a diffondersi come una malattia. Eco mostra attraverso il suo protagonista- un personaggio gretto e repellente a tal punto da risultare odioso fin dalle prime righe- come le teorie antisemite hanno preso forma nell’Europa dei movimenti rivoluzionari, seguendo la pubblicazione e la divulgazione di trattati tendenziosi e prove costruite a tavolino – e ben pagate- per offrire solide basi alle scelte politiche di quegli anni.
Assistiamo inoltre alla nascita delle teorie cospiratorie riguardanti la Massoneria e la condanna del potere dei Gesuiti, che spariscono inesorabilmente dal panorama europeo. Le tesi sulla cospirazione (massonica, comunista, aliena…) del secolo scorso sono dirette figlie di questa fabbrica di Storia, di una Verità decisa da pochi e spacciata per assoluta. L’odio micidiale dell’Europeo nei confronti della minaccia ebraica, sfociato nei pogrom sovietici e nelle persecuzioni naziste, è cresciuto nutrito dal limo malsano di queste invidie, di questi odi atavici supportati da una letteratura malata, dalla compravendita di documenti fabbricati all’uopo.
Il romanzo di Eco è un viaggio buio attraverso la grettezza dell’era contemporanea al suo nascere, sdrammatizzato da uno stile frizzante, caustico. Un’ottima lettura, senza timore di finire nel pantano di troppe nozioni storiche.
E, alla fine, anche il legame tra Simonini e un abate che avrebbe dovuto avere la decenza di rimanere morto verrà svelato…