lunedì 22 luglio 2013

Ring



Ring”, prima di diventare un fenomeno cinematografico di primaria rilevanza sia in patria sia negli Stati Uniti (con un remake che fa acqua da tutte le parti), è un inquietante e innovativo romanzo dell’orrore scritto da Koji Suzuki, pubblicato in Italia da Nord nel 2003.
Tutto comincia con la morte misteriosa di alcuni ragazzi. Il giornalista Asakawa, zio di una delle vittime, si imbatte per caso negli strani dettagli che uniscono i quattro decessi in maniera sospetta: tutti i ragazzi sono morti alla stessa ora per quello che il medico legale ha giudicato come arresto cardiaco improvviso. Inoltre, i giovani si conoscevano e frequentavano al di fuori della scuola.
L’istinto di giornalista di Asakawa lo spinge a indagare su questa vicenda e lo porta a recarsi nel luogo dell’ultima gita del gruppo di amici, una struttura di vacanza e svago in una località di montagna. Là, cercando indizi, trova un’inquietante videocassetta.
Il video, formato da immagini apparentemente innocue eppure capaci di scombussolarlo, termina con una maledizione: chi ha visto la cassetta morirà entro sette giorni, a meno che…Fine. Il resto del messaggio è stato cancellato. Asakawa non può prendere sottogamba la minaccia insita in quelle poche parole, classificandole come un macabro scherzo. Dopotutto, gli ultimi ad aver visto il video sono morti davvero!
In preda al panico per la mancanza di indizi su cosa fare per salvarsi, Asakawa coinvolge nella sua indagine l’amico Ryuji, scienziato e filosofo, un uomo dalle abitudini torbide e la mente acuta che guarda il video di sua volontà e trascina l’amico terrorizzato nella ricerca di colei che ha creato quel filmato con la sola forza dei propri poteri psichici: la bellissima Sadako, morta molti anni prima in circostanze misteriose.
Forse, ritrovare il corpo di Sadako e darle sepoltura annullerà la maledizione. Oppure no?
Narrata con una prosa fresca, senza fronzoli, fatta di frasi dirette e concise, la storia si dipana in una corsa contro il tempo, seguendo il crescendo d’ansia del protagonista e svelando senza false ipocrisie gli anfratti più bui e vergognosi della psiche umana.
C’è poco da simpatizzare sia con Asakawa che con Ryuji, il primo pusillanime e pronto a cedere al panico in ogni momento, il secondo sgradevole e cinico anche di fronte alla morte. Eppure, questi due amici sono pur sempre il baluardo di un’umanità che è minacciata dal Male incombente e in quanto tali sanno offrire scorci inaspettati di una profondità di sentimenti che li redime e li fa eroi di una battaglia impari.
L’innovazione nel romanzo di Suzuki risiede nella commistione tra i cliché dell’horror propriamente detto – fatto di maledizioni, morti orribili e macabri ritrovamenti – con il più sottile sintomo di inquietudine dato dai misteri della scienza e dalla malattia, flagello che le spiegazioni mediche non hanno potuto eliminare dal novero delle cose più terrificanti che possano capitare a un essere umano.
Come fanno notare gli stessi protagonisti del romanzo durante una discussione, i virus sono esseri naturali, eppure completamente alieni. Pare si siano sviluppati da geni cellulari pervertiti, eppure sono i peggiori nemici di un organismo vivente. Intelligenze aliene, assassini con una capacità di sviluppo, riproduzione e adattamento incredibile. Questi aspetti, replicati dallo spirito rancoroso di una ragazza morta che vuole vendicarsi sul genere umano, danno vita a un orrore senza precedenti, da cui nessuno può ritenersi al sicuro.
Questo aspetto della storia viene completamente cancellato nella versione americana, snaturando la trama e facendola diventare una semplice sequela di scene “ad effetto”, l’orrore fine a se stesso senza capo né coda. La storia continua con altri due romanzi, “Spiral” e “Loop”. Buona lettura!

martedì 16 luglio 2013

La grande storia della Prima Guerra Mondiale

Quest’oggi vi parlo di un’opera ponderosa, che riesce ad essere straordinariamente gradevole e coinvolgente nonostante le dimensioni e l’argomento trattato.
Sto parlando di “La grande storia della Prima Guerra Mondiale” di Martin Gilbert, edito da Mondadori, prima parte di un duo di saggi il cui proseguo naturale è “La grande storia della Seconda Guerra Mondiale”. Gilbert, celebre biografo di Churchill e storico di fama, si è cimentato nell’ardua impresa di presentare al lettore medio (non, quindi, allo storico o all’appassionato già esperto) un argomento ancora difficile, amaro, che conserva una drammaticità profonda.
A questo si aggiunga la difficoltà di mettere per iscritto l’immane quantità di dati e fatti risalenti a quattro anni di guerra su molteplici fronti, oltre alla necessità di trovare una chiave di lettura univoca che riassuma l’evento bellico sia nei suoi fatti salienti che nella valenza dell’esperienza umana.
Gilbert riesce a centrare entrambe le sfide, creando un saggio comprensibile a tutti, esaustivo e profondamente umano. L’autore fa principalmente il suo mestiere di storico, fornendo date e dettagli ben precisi in una scansione cronologica estremamente curata dell’intero episodio bellico. A questo, però, aggiunge una componente umana molto forte, raccontando ogni fatto saliente anche grazie alla testimonianza di chi l’evento l’ha vissuto oppure vi è morto, rimanendo nella memoria dei commilitoni e dei familiari.
Stralci di lettere a casa, memorie ritrovate negli zaini dei caduti, poesie. Tante, tantissime poesie frutto sia della speranza che della desolazione. Moltissimi soldati hanno affidato alle immagini evocative che possono trasmettere i versi poetici – ben più della prosa – speranze, orrori, disillusioni di un conflitto che sembrava eterno e che portava via vite a una velocità spaventosa, disumana. A questo immenso mare di testimonianze, Gilbert attinge copiosamente, dando voce a uomini coraggiosi e disperati che ormai sono consegnati al passato e a coloro che aspettavano di avere loro notizie, oppure lavoravano nelle retrovie per dare il proprio contributo.
Come si sa, la Prima Guerra Mondiale si ritiene iniziata con l’atto terroristico di Gavrilo Princip, un nazionalista diciannovenne che assassinò l’erede al trono austriaco e provocò la vendetta di Vienna sulla Serbia, accendendo la miccia di una polveriera europea che aspettava solo di esplodere.
Come ovvio, il gesto di Princip non è il vero punto di partenza di un sovvertimento tanto grande dell’ordine costituito e delle relazioni diplomatiche internazionali. Gilbert analizza le aspirazioni economiche e militari, nonché le tensioni politiche che già da decenni stavano prendendo piede in Europa, esacerbando i nazionalismi e il desiderio di auto-affermazione degli Imperi centrali.
Dopo l’assassinio, passeranno parecchi giorni prima che tutti si rendano contro che la macchina della guerra si è messa in moto e nessuno ha più modo di tirarsi indietro. La Storia si dipana di capitolo in capitolo, prendendo in esame periodi di pochi mesi per volta (sempre ben evidenziati come sottotitolo), seguendo le principali battaglie, i periodi di stallo o l’inizio di nuove operazioni diplomatiche e belliche.
Alla fine delle ostilità, Gilbert dedica gli ultimi capitoli a una panoramica dei patti e delle spartizioni post-belliche dei vincitori, alle sanzioni sulla Germania (le quali fomenteranno ulteriormente il risentimento dei tedeschi, che sfocerà nell’ascesa del nazismo e nella Seconda Guerra Mondiale) e alle iniziative per la Memoria, affinché le tragedie e gli eroismi della guerra non vengano mai dimenticati.
Un testo istruttivo, toccante, che può dare solo un assaggio di quello che accadde dal 1914 al 1918, ma ne fa sentire con chiarezza il sapore amaro.

venerdì 28 giugno 2013

Carnacki - L'indagatore dell'occulto

Quest’oggi vi parlo di un personaggio straordinario uscito dalla penna di un grande scrittore del fantastico e dell’orrore. Sto parlando di Carnacki, l’indagatore dell’occulto, creatura di William H. Hodgson, autore inglese che ha iniziato a pubblicare le sue avventure nel 1910. Lo scrittore, penna eccezionale nel creare racconti da brivido spesso ambientati in mare (Hodgson aveva fatto vita marinara, riportando poi la propria esperienza nella narrativa), si spinse nel territorio insidioso delle infestazioni fantasmagoriche e della figura allora innovativa dell’ “acchiappafantasmi”, creando un personaggio che potesse unire scienza e fede, razionalismo e occulto, in una sintesi del tutto coerente e quantomai attuale.
Carnacki, infatti, è un uomo di cultura che utilizza le tecnologie a sua disposizione e tutta la propria sapienza per svolgere indagini su fenomeni misteriosi vicini e lontani, di cui poi ama parlare con quattro amici, i suoi ascoltatori di fiducia.
Ogni racconto si apre e si chiude con una sorta di rituale. Gli amici vengono invitati a cena e il lettore ne può seguire l’arrivo attraverso il punto di vista di Dodgson, la nostra finestra aperta sul mondo di Carnacki. Dopo una cena alquanto silenziosa, tutti si mettono comodi ad ascoltare l’ultima indagine di Carnacki, il quale si cala in un monologo che concede domande solo sul finire. Quando poi la sua voglia di discutere finisce, egli congeda senza tante storie gli amici, che si inoltrano nelle notturne strade londinesi per tornare a casa, in attesa di essere nuovamente convocati.
Più che amici, questi quattro costituiscono un vero e proprio pubblico per Carnacki, che pare condividere con loro le proprie esperienze più per un desiderio di tirare le fila dell’ultima indagine ed essere stimolato dai loro quesiti che per un vero desiderio di mettere a parte delle sue vicissitudini gli amici di sempre.
Peraltro, costoro non se ne hanno a male; questo bizzarro iter ha il suo fascino e nessuno si sottrae mai né alla chiamata né al racconto che ne segue. D’altronde, Carnacki ha sempre di che stupire il suo pubblico.
I racconti della raccolta, edita in Italia da Manni Editore, spaziano dai casi di infestazione agli oggetti maledetti, al contatto con pericolose entità dell’Altrove. Carnacki approccia ogni indagine con spirito critico e mente aperta, pronto a credere alla presenza di entità spirituali solo dopo aver svolto sopralluoghi accurati ed esperimenti per eliminare dal novero delle ipotesi tutte le cause naturali o prodotte dall’uomo a spiegazione del fenomeno.
Per fare ciò, l’investigatore si avvale soprattutto di una macchina fotografica e di strumentazioni che utilizzano campi elettrici e lo spettro completo della luce, anticipando in questo modo molte teorie che solo negli ultimi anni stanno trovando quella solidità scientifica che l’autore pare invece sostenere già un secolo fa. A scanso di equivoci, non fa mai mancare nel suo equipaggiamento una pistola, nel caso ci si trovasse di fronte a cose più “terrene” rispetto ai presunti fantasmi.
Carnacki cita molto spesso altri casi già risolti (ci rimarrà la curiosità, oltre alla certezza di molte idee rimaste nella mente dell’autore senza trovare sbocco sulla carta) e misteriosi trattati esoterici di cui disserta numerose volte, spesso senza spiegare davvero di cosa si tratti, dando per scontato che i suoi ascoltatori –gli amici nel suo salotto, in fin dei conti- conoscano la materia quanto lui.
La narrazione, pur perdendosi di quando in quando in parentesi teoriche di questo tipo, è ben congegnata, fatta di immagini vivide, parentesi di ansia crescente, paure molto efficaci perché specchio di quelle di ciascuno di noi. E’ l’orrore nel quotidiano, che può terminare in un nulla di fatto come nella materializzazione di esseri che vanno al di là della capacità di comprensione dell’essere umano. Si parla della leggenda di un vendicativo cavallo fantasma, di una casa dove il sangue che goccia è preludio a efferati omicidi, di un anello che diventa portale di forze maligne. Si passa dalla truffa bella e buona congegnata da delinquenti senza tanti scrupoli alla manifestazione del Male nella forma di un verro mostruoso, incarnazione di un orrore indicibile.
Una raccolta che è una piccola gemma nel campo della letteratura horror e parapsicologica, da uno scrittore che non delude mai.

sabato 22 giugno 2013

La fine del mondo storto

Mauro Corona è uno scrittore senza mezzi termini. Non è il tipo che edulcora il proprio linguaggio quando si mette a fare prosa letteraria. Come parla, così scrive, coinvolgendo il lettore nella sua narrazione come se si stesse ad ascoltarlo seduti a un tavolo dopo cena, vicino a un fuoco, con un bicchiere di vino in mano. Le sue storie sono forti, di pancia. La gente si comporta per quello che è, senza fronzoli né affettazioni artefatte.
Corona si porta dentro in ogni riga le sue montagne, la sua vita volutamente semplice, le tradizioni, in costante contrasto con la società frenetica e cittadina che caratterizza il mondo di oggi. Il romanzo che vi vado a presentare oggi nasce proprio come critica spietata della società moderna e ne descrive il tanto sospirato (e ovviamente tragico) crollo.
“La fine del mondo storto”, edito da Mondadori, prende il via con l’avverarsi del peggior incubo del mondo moderno: l’esaurimento improvviso delle risorse energetiche naturali. Niente più petrolio, gas, elettricità. Niente computer, satelliti, televisione. La fine di ogni tecnologia, all’improvviso, all’aprirsi di un inverno che promette di rivelarsi il più crudele della Storia.
Gli uomini muoiono a centinaia, a migliaia. A milioni. Chi rimane, dà fondo alle risorse rimaste fino ad arrivare al cannibalismo. Questo, in città. Nelle campagne e sulle montagne il dramma è meno pronunciato, grazie alle abilità pratiche della gente che ancora vi abita e vi lavora.
Solo i più forti, coloro che si rimboccheranno le maniche e torneranno a imparare a sfruttare la terra e le proprie mani per sopravvivere, riusciranno a impedire l’estinzione del genere umano. Il lavoro di gruppo, il bene comune, deve prevalere su tutto il resto.
Così sarà, finchè non si raggiungerà di nuovo un relativo benessere. Allora, come nella natura dell’Uomo, il circolo vizioso dell’avidità e del conflitto ricomincerà daccapo.
La scelta del tema ha un sicuro intento polemico, nient’affatto smorzato e anzi rimarcato costantemente all’interno della narrazione. Corona trova aberrante il modo in cui la società moderna ha affidato le proprie sorti alla tecnologia e alle risorse deperibili, facendo cadere nel dimenticatoio le conoscenze pratiche cresciute con l’Uomo, conoscenze che gli hanno permesso di sopravvivere nei secoli e prosperare nonostante la sua indole autodistruttiva.
Non si può negare che il nostro sistema scolastico privilegia le materie teoriche, il pensiero astratto e le arti ( per quanto la Cultura sia un bene ben poco preservato in Italia) piuttosto che il lavoro pratico, sia esso agricolo, venatorio o artigianale. Prova ne è che moltissimi mestieri sono scomparsi e altri si affidano a macchinari che condizionano pesantemente le competenze manuali di chi svolge ancora talune attività.
Con la carestia mondiale di energia, Corona distrugge alle fondamenta una società che ormai si regge sulla mente e la costringe a tornare al lavoro delle mani, all’attenzione verso la terra, i cicli delle stagioni, la soddisfazione dei bisogni fondamentali. Ci mette di fronte all’ecatombe da cui dovrà nascere l’Uomo nuovo, se non vorrà estinguersi.
Non sono del tutto d’accordo con l’analisi dell’autore riguardo al comportamento dei sopravvissuti una volta compreso che l’inverno in corso potrebbe essere l’ultimo. La cessazione di ogni violenza, ruberia, individualismo; la coscienza del valore del gruppo, il silenzio e la scomparsa di ogni sentimento che non sia mero istinto…Da un lato, a mio avviso, troppo radicale. Dall’altro, utopistico nel pensare che l’Uomo sia davvero in grado di pensare al bene del gruppo senza la presenza di un leader, di qualcuno che conduca in una qualche direzione coloro che non sanno arrangiarsi e hanno bisogno di essere guidati.
Questa visione bucolica e vagamente “comunista” (con grande profusione di parole sull’annullamento del divario tra ricchi e poveri, anche se in realtà Corona attribuisce difetti indifferentemente a entrambe le parti) appare più una speranza di ravvedimento post-tragedia che qualcosa di veramente plausibile. Le insistenze su certi temi rendono la lettura del racconto per certi versi pesante, nonostante l’indubbia maestria di Corona.
Non al livello di altri suoi scritti, utile per riflettere sui livelli di assurdità a cui la nostra società si è arrampicata, danzando in punta di piedi sull’orlo del baratro.

domenica 9 giugno 2013

Il libro dei simboli

Oggi vi presento una creazione stupenda di una casa editrice che ormai è diventata il mio punto di riferimento
quando ho necessità di conciliare ricerca artistica, portafogli poco fornito e ottima qualità del prodotto: la Taschen. Nel caso specifico, sto parlando de “Il libro dei simboli”, scelto tra altri saggi afferenti allo stesso argomento per l’evidente ricchezza grafica e testuale rispetto ai concorrenti.
Il volume è un gigante con splendida rilegatura cartonata, stampato su carta spessa ma non lucida, adatta alla lettura e alla stampa a colori. Ingegnosi ed esteticamente pregevoli i due accorgimenti utili al lettore per trovare velocemente i capitoli di interesse. Oltre a segnalibri in tessuto colorato posti all’inizio di ogni macro-capitolo, il margine delle pagine è sagomato come una gigantesca rubrica. Rientranze a mezzaluna aiutano a individuare immediatamente inizio e fine degli argomenti, oltre a creare un bellissimo effetto di design che impreziosisce il volume.
Quello dei simboli è un argomento estremamente complesso, che abbraccia un ampio gruppo di discipline di studio sulla mente umana, sulla sua evoluzione e sulla produzione artistica. In quanto volume di una casa editrice d’arte, mi aspettavo di avere tra le mani un tomo che parlasse principalmente dell’uso e del significato di determinati simboli nella Storia dell’Arte, ma è bastato iniziare la lettura per rendermi conto che non è con questo spirito che “Il libro dei simboli” è stato concepito.
Gli autori, infatti, hanno spaziato liberamente dall’arte all’antropologia, dalla psicologia al significato dei sogni, dalla mitologia alla letteratura, dall’alchimia alla scienza. Il linguaggio non è sempre semplice e lineare, non ci si trova a leggere delle nitide lezioni nozionistiche, bensì ad immergersi in una serie di suggestioni a volte quasi oniriche, poetiche.
Questo è un aspetto fondamentale da tenere in conto prima di acquistare questo libro. Se lo scopo è didattico, o se non si conoscono almeno a livello d’infarinatura le materie qui sopra elencate, meglio dirigersi sull’acquisto preventivo di un altro testo. Se, al contrario, si possiede già una certa cultura in merito e si cerca ispirazione per la propria creazione artistica, oppure ulteriore materiale per la propria formazione di psicologo o antropologo, allora questo è il non-plus-ultra.
I macro-capitoli sono cinque e si riferiscono alla Creazione, al Mondo Vegetale, al Mondo Animale, al Mondo Umano e al Mondo Spirituale.
Il primo capitolo si sofferma principalmente sui concetti cosmogonici di Creazione e sui Quattro Elementi della tradizione occidentale, argomento ampio e complesso che già di per sé necessiterebbe di un tomo a parte per parlarne in maniera esauriente.
Si passa quindi al Mondo Vegetale, in cui si descrivono alberi, piante e fiori a cui la psiche umana ha associato significati profondi e simbolismi particolari. L’Uomo ha sempre avuto un rapporto ambiguo con il “verde”, da un lato fonte di sostentamento e piacere per la vista, dall’altro causa di ataviche paure o risorsa da sfruttare brutalmente.
Lo stesso vale per il Mondo Animale, in cui però si aggiunge uno spirito di immedesimazione che forse ci arriva dai riti ancestrali dei nostri progenitori, i quali partecipavano alle leggi della natura chiedendo in prestito la forma di determinati spiriti animali, che a volte diventavano numi protettori della persona singola o dell’intero gruppo sociale. Il capitolo è diviso per specie, facendo attenzione anche alla differente valenza di animali selvatici e bestie domestiche.
Il capitolo più ampio è quello dedicato all’Uomo stesso. Si parla delle parti del suo corpo e delle sue percezioni sensoriali come dei suoi manufatti, degli edifici che abita, dei mezzi di trasporto e degli utensili che ha inventato. Tutto ciò che nasce dall’Uomo assume un significato più profondo del mero utilizzo che se ne fa, lasciando tracce nei processi psichici e artistici.
Si conclude il ciclo con una panoramica sul mondo dello Spirito, sul mistero e il fantastico. Si parla degli animali del mito, delle problematiche relative alla morte e ai rituali misterici e religiosi, e dei processi della psiche.
Un volume da leggere con calma, prendendosi tempo per riflettere su ogni suggestione e ricavarne quelle immagini mentali che fanno da scintilla alla creazione di una nuova espressione artistica.

venerdì 31 maggio 2013

La Bibbia del Diavolo

La sete di conoscenza è uno dei tratti distintivi della mente umana. Per ottenere la Conoscenza e il potere che ne deriva, gli uomini hanno sorpassato i propri limiti, hanno scatenato guerre e messo in discussione religioni. Adamo ed Eva, nella tradizione veterotestamentaria, sono stati cacciati dal Paradiso Terrestre per aver assaggiato indebitamente dall’Albero della Conoscenza.
Esiste (nella realtà, non solo nella finzione letteraria) un testo misterioso e affascinante chiamato Codex Gigas. Esso è un manoscritto illustrato di immani dimensioni, redatto nelle vicinanze di Praga da un monaco penitente (probabilmente attraverso venti e più anni di lavoro), entrato nella multiforme collezione dell’imperatore alchimista di Praga, Rodolfo II d’Asburgo, e passato successivamente nella mani degli svedesi durante la Guerra dei Trent’Anni.
Il testo si poneva l’ambizioso, quasi eretico proposito di racchiudere in un singolo testo l’intero scibile della conoscenza umana ed è famoso per una peculiare illustrazione del demonio, accompagnata da alcune pagine scurite in maniera misteriosa, cosa che ha dato origine al nomignolo “Bibbia del Diavolo”.
E’ da questa curiosità storico-artistica e dal desiderio di narrare un periodo ben definito dell’Impero Asburgico che nasce “La Bibbia del Diavolo” di Richard Dübell, edito in Italia da Piemme, a metà tra il romanzo storico e il mistery esoterico. L’autore confessa che, in origine, il suo scopo era narrare del controverso sovrano che fece di Praga la capitale della magia, dell’alchimia e dell’astrologia, passando alla Storia come un collezionista maniacale (celeberrima la sua Wunderkammer, le cui meraviglie sono ormai sparse un po’ in tutta Europa) e un pessimo governante. Si è trovato, alla fine, a contare maggiormente sui personaggi nati dalla sua fantasia, i quali però si muovono in un mondo realmente esistito, a fianco di personaggi di indubbia valenza storica, politica e religiosa.
La Bibbia del Diavolo, scritta da un monaco penitente che ha stipulato un patto col demonio, è un terribile concentrato di conoscenza volta al Male. Esiste un Ordine di monaci il cui compito è custodirla e nasconderla a chiunque, anche in seno alla Chiesa stessa. I giovani Agnes, Cyprian e Andrej, ognuno per propri motivi, vengono coinvolti nella lotta sanguinosa per il possesso di questo codice, trovandosi infine a combattere insieme per la propria vita e affinché esso non cada nelle mani delle anime traviate che lo stanno cercando per utilizzarne l’infinito potere.
La prosa di Richard Dübell è estremamente piacevole, immediata, senza né fronzoli né tentativi di educare il lettore offrendogli dettagli storici a mucchi, bensì inserendo una panoramica della situazione sociale e territoriale legata al progredire della trama, che rimane centrale e mai messa da parte a favore di lunghe descrizioni. Questo porta a conoscere l’Impero e il clima della Controriforma in modo progressivo, mai invadente, come se si narrasse di un qualunque mondo fantastico da scoprire poco a poco e non di un periodo storico da insegnare come se si fosse a scuola.
I dialoghi sono molto spontanei, vivaci, decisamente moderni, senza alcun tentativo di renderli più ricercati o arzigogolati nell’illusione di offrire in tal modo la sensazione di trovarsi in un passato lontano. Questo permette un’affezione immediata ai personaggi, senza alcuna barriera dovuta alla lontananza temporale e culturale.
Una particolarità di Dübell è nel suo suggerire più volte gli avvenimenti, invece di raccontarci ogni singolo istante. Spesso la vicenda si dipana per episodi, con parentesi di silenzio su ciò che è accaduto nel frattempo; di questi avvenimenti non narrati si ha notizia tramite accenni successivi. Questo modo di raccontare può non essere gradito a chi è abituato a seguire una narrazione lineare e dettagliata, ma possiede un suo fascino (pare di seguire un testo teatrale, che ovviamente pone l’attenzione solo sui fatti salienti della vicenda, o i frammenti di un sogno). Anche l’ormai abusato tema delle oscure trame di alcuni rami della Chiesa Cattolica non risulta troppo fastidioso né eccessivamente stereotipato.
Un bel connubio di Storia e Mistero, una boccata d’ossigeno tra i tanti romanzi dello stesso genere che hanno fatto “flop”.

venerdì 24 maggio 2013

Il mistero dell'ermellino

Oggi vi parlo del romanzo di una mia concittadina, Giuse Iannello, una storia che unisce il mistero storico a quello – forse più prosaico, ma sempre attuale – del funzionamento del cuore femminile. “Il mistero dell’Ermellino”, edito da Albatros, narra la storia di Marisa, una donna arrivata alla soglia dei cinquant’anni e invitata ad una cena di coscritti, organizzata all’interno della Cavallerizza del castello di Vigevano. Qui, tra volti noti che non vedeva da tempo, slideshow di vecchie fotografie e pettegolezzi altrui, il suo passato la riassale, portandola agli eventi che hanno segnato la sua giovinezza e, a conti fatti, tutta la sua vita.
Marisa ricorda il primo, vero amore per Marco, un giovane musicista da cui viene lasciata in favore di un’altra donna, una relazione in cui lei aveva posto tutte le sue speranze e che l’ha marchiata per sempre con un senso indefinito di insoddisfazione. Anche la sua passione per la scrittura viene incanalata solo in parte nella direzione desiderata, quando accetta di lavorare per il signor Bardogli, appassionato di Storia, nell’antico edificio conventuale in Corso Milano.
Proprio in quel luogo, la sua vita cambia…o, quantomeno, si trova a un punto di svolta. E’ lì che conosce Mauro, un uomo che farà di tutto per trovare un posto nel cuore di lei. E’ lì che comincia a farsi domande su se stessa, su coloro che la circondano e sui limiti che lei stessa si pone nel rapportarsi agli altri. Proprio nel convento, infine, verranno ritrovate alcune pergamene risalenti al Rinascimento, vergate da un frate domenicano che narra della propria missione volta a recuperare il corpo del defunto Ludovico il Moro, la cui sepoltura rimane ancora oggi sconosciuta. Questo ritrovamento la coinvolgerà in un’indagine densa di mistero, che chiederà una scelta a suo modo coraggiosa.
Grazie a questo percorso della memoria, la Marisa del presente riesce finalmente a giungere alla risposta che tanto ha cercato. Ma non sarà troppo tardi?
La prosa di Giuse Iannello è fresca, molto scorrevole, caratterizzata dalla capacità di descrivere in maniera “pittorica”, consentendo cioè al lettore di visualizzare con vivida nitidezza quanto descritto senza trovarsi oberati di dettagli. La storia si dipana attraverso le portate di una cena; ogni episodio, quindi, è preceduto dall’arrivo di una pietanza, descritta in modo tale da esaltarne sia l’aspetto estetico che quello papillare, palesando l’intenzione di sottolineare l’importanza del cibo a livello sia sensoriale che sociale, come momento di aggregazione. Grazie a entrambe le sollecitazioni, infatti, Marisa affonda nei propri ricordi e ne pesca le risposte giuste.
Il romanzo è molto sensoriale, con un’insistenza non spiacevole su sapori, suoni, odori e colori. D’altra parte, l’autrice si dedica anche alla produzione artistica, e questo probabilmente ha contagiato il suo stile letterario.
La pecca sta nei dialoghi, che di quando in quando tendono a diventare forzati, didascalici. La necessità di fornire molti dettagli storici al lettore ha generato frasi eccessivamente prolisse e formali, con un uso del linguaggio adatto più al testo scritto che alla conversazione.
L’ambientazione, come già detto, è Vigevano, città un tempo di fervente attività e ora chiusa nella propria sonnolenza, caratterizzata però da un passato storico rilevante. Essa è stata dimora di pregio dei Visconti e degli Sforza, che vi hanno tenuto corte in quello che è ancora oggi uno dei più grandi castelli d’Europa. Giuse Iannello fa omaggio alla propria città e al suo coinvolgimento nei grandi fatti della storia, parlando di situazioni e luoghi cari a ogni vigevanese; crea un’atmosfera di “casa” che ammorbidisce il romanzo e gli dona un che di caldo, di accogliente, anche per chi non conosce i luoghi della narrazione.
Altro tema portante è la valenza del ricordo, che si trasforma facilmente in trappola se vi rimaniamo morbosamente attaccati. Il passare del tempo distorce le cose e porta all’idealizzazione di ciò che si è perso, impedendoci di vivere un’esistenza completa. Marisa dovrà fare i conti proprio con questo fossilizzarsi dell’anima e trovare il coraggio di guardare avanti, portando con sé le proprie esperienze senza rimanere a fissarle, impietriti e nostalgici, per il resto della vita.
Una gradevole variazione sul tema del mistero storico. Rimaniamo in attesa di una seconda opera.

sabato 18 maggio 2013

Il fantasma di Canterville

Oscar Wilde è un autore che difficilmente può risultare ignoto, anche a chi non legge o non frequenta il teatro. La sua fama, il suo passato di dandy e fine esteta con il dono di giocare con le parole, ha superato i secoli e le barriere fra chi fruisce dell’arte (qualunque essa sia) e chi no. Il suo nome, nonostante l’infamia della galera che la Gran Bretagna gli riservò, è giunto fino a noi avvolto da quell’aura di frizzante irriverenza che ne fa un personaggio intramontabile.
Parlando di letteratura, di Wilde sono molto conosciute le sue commedie teatrali (“L’importanza di chiamarsi Ernesto”, o Onesto in talune traduzioni) create grazie ad arguti dialoghi e personaggi nati per schernire il bel mondo nel quale lo stesso Wilde era tanto ben inserito, oppure il suo unico romanzo, quel capolavoro de “Il ritratto di Dorian Gray”, incentrato sulla figura di un giovane bellissimo che si tuffa nella depravazione dello spirito, certo di uscirne indenne grazie all’incantesimo che lo lega al proprio ritratto.
L’autore irlandese, però, fu anche poeta e narratore di fiabe, nonché scrittore di racconti, forse influenzato dalla produzione letteraria della madre, convinta sostenitrice del recupero delle tradizioni mitologiche e favolistiche d’Irlanda. La raccolta pubblicata in questa edizione di Giunti contiene quattro storie brevi. In Italia, essa prende il nome da “Il fantasma di Canterville”, forse una delle più conosciute storie di spettri del nostro secolo, mentre in patria porta il titolo del primo racconto della raccolta.
Si comincia con “Il delitto di Lord Arthur Savile”, pungente satira sul deviato senso di responsabilità dei giovanotti di buona società nella Londra del tempo. Arthur sta per sposare Sybil e vive senza tanti pensieri, baciato dalla fortuna. Tutto cambia quando, a un ricevimento, il cartomante della padrona di casa gli legge il futuro sulle linee della mano. Arthur, infatti, è destinato a commettere un omicidio. Disperato, il giovane prende una ferrea risoluzione: se al destino non si può sfuggire, meglio sbarazzarsi subito di questa seccatura e solo dopo, una volta liberatosi di questa Spada di Damocle, sposare la sua dolce promessa. Iniziano così assurdi e goffi tentativi per uccidere conoscenti e parenti vari, nel vano tentativo di affrettare il destino e coronare il proprio sogno d’amore.
Wilde ci lascia a bocca aperta per l’innocente fervore del giovane Arthur, del tutto estraneo ai sensi di colpa per l’omicidio e preoccupato solo all’idea di creare futuri fastidi alla fidanzata. Coronare il suo sogno d’amore con l’omicidio sembra un dovere da compiere – paradossalmente – per dimostrare di essere un uomo d’onore e di parola. L’ipotesi di sforzarsi di cambiare il destino non sfiora nemmeno la mente di Arthur, in un paradosso divertente e sconcertante allo stesso tempo.
Segue “La Sfinge senza segreti”, una storia d’amore basata su un mistero senza soluzione. L’incontro casuale di due vecchi amici sarà l’occasione per il racconto di un amore sfortunato verso una giovane donna dalle abitudini misteriose, che prima irretiscono e poi frustrano l’amante, fino ad una tragica conclusione.
Il terzo racconto è la colonna portante della raccolta, vale a dire “Il fantasma di Canterville”, satira bruciante sulla differenza di modi e pensiero tra americani e inglesi, dileggio irriverente delle storie di fantasmi tanto in voga all’epoca e al contempo profondo, commovente momento di riflessione sulla morte e su ciò che si cela oltre il momento tanto temuto da ogni essere umano. La storia narra della famiglia americana Otis che si trasferisce nel castello inglese dei Canterville, ove da secoli spadroneggia il fantasma di Sir Simon, un antenato macchiatosi dell’omicidio della moglie. Gli Otis, però, sono scettici fin nel midollo e mettono in totale crisi lo spettro, con tutto il suo repertorio di apparizioni spaventose. Sarà la giovane figlia degli Otis, Virginia, ad avvicinare il fantasma e a intuire il suo dramma, offrendogli il proprio aiuto.
Chiude la raccolta “Un milionario modello”, la storia di un povero giovane con aspirazioni di matrimonio che, impietosito dal mendicante cencioso trovato a far da modello all’amico pittore, si priva delle poche monete che possiede. Scoprirà di aver fatto la carità a qualcuno che può cambiargli la vita.
Quattro chicche, imperdibili per gli estimatori di Wilde e ottime per chi vuole avvicinarlo per la prima volta.

sabato 11 maggio 2013

Non solo armi - Pasubio 1915 - 1918

Fino a qualche anno fa, qui a Vigevano, esisteva un Museo che ospitava una sezione dedicata a un’ampia collezione di oggettistica e divise della Prima Guerra Mondiale, soprattutto italiane e austro-ungariche. Era una stanza delle meraviglie e degli orrori; soprattutto, era una stanza che ricordava le imprese di uomini costretti a fare una vita tremenda su un fronte micidiale come quello alpino.
In quella singola camera, piena fino all’inverosimile, era conservata testimonianza di tante vite e tante morti, per insegnare qualcosa alle generazioni che la guerra non l’hanno mai vissuta.
Poi, come un vento di tempesta, l’Assessore di turno è passato con lo schiacciasassi e ha smantellato tutto quanto, asserendo che certi musei servono solo ad inneggiare alla guerra. Fortunatamente, non tutti rifiutano di capire lo scopo di una iniziativa simile e c’è chi si prodiga per fare in modo che la memoria non muoia e il sacrificio di tanti non diventi un fantasma scomodo.
Nei luoghi che hanno vissuto direttamente la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, la questione del ricordo e della diffusione della conoscenza di quegli eventi fondamentali è molto sentita. Esistono molti musei, mostre temporanee, itinerari studiati appositamente per far visitare i luoghi delle battaglie (più una guerra di posizione, in realtà) e le opere di ingegneria che hanno consentito a tanti soldati di vivere e combattere in quota, in condizioni ambientali estreme.
Le battaglie e le opere dell’uomo, inoltre, hanno modificato il territorio e ancora oggi un occhio esperto può riconoscere gli scavi delle trincee, i crateri delle granate solo parzialmente nascosti dalla nuova vegetazione e dall’erosione degli agenti atmosferici, i fori nella montagna scavati dai soldati, confusi tra le grotte naturali.
La zona del Pasubio, soprattutto, tiene molto caro il suo passato bellico, raccontando la storia degli uomini che hanno combattuto tra le sue cime attraverso numerose iniziative. Il Museo Storico Italiano di Rovereto in collaborazione con il Tiroler Kaiserjägermuseum di Innsbruck, ad esempio, nel 2002 ha pubblicato con Nicolodi Editore una raccolta fotografica che vuole offrire testimonianza di diversi aspetti della vita del soldato in quota, riunendo nello stesso volume sia le testimonianze relative alle milizie italiane che a quelle austro-ungariche.
Il volume, infatti, è redatto sia in italiano che in tedesco, in maniera da essere fruibile da appassionati di entrambi i Paesi. In questo modo, gli antichi nemici possono confrontarsi in maniera neutrale, osservando come fossero simili i loro sforzi e le privazioni.
La pubblicazione è realizzata su carta lucida, le foto da archivio sono stampate con un’ottima risoluzione e ognuna di esse è corredata da una didascalia esaustiva. Le foto sono state suddivise per capitoli tematici, ognuno dei quali viene dapprima sviscerato tramite un breve testo, che fornisce al lettore le informazioni essenziali, e poi narrato attraverso le sole immagini.
La lunga introduzione offre la possibilità di leggere stralci di un vero diario dal fronte, quello di Francesco Laich, musicista arruolato dapprima con compiti non distanti dalla sua professione, poi prestato agli ingrati lavori del semplice soldato. Seguono mappe fotografiche dettagliate delle cime interessate dallo scontro tra i due eserciti, per passare quindi alla raccolta di foto vera e propria.
La galleria fotografica mostra diversi aspetti della guerra d’alta quota: dalla geografia dei due fronti
ai baraccamenti, dal triste spettacolo di ciò che restava dopo le battaglie ai momenti di riposo e svago dei soldati. Vi si trovano ritratti di generali come di soldati semplici, di inverni crudeli e di allegri bagni estivi nei torrenti. Paesi sventrati, montagne crivellate, manti bianchi che seppelliscono tutto e rendono il paesaggio irriconoscibile. Croci bianche dopo la conta dei morti.
La guerra tira fuori il peggio e il meglio degli uomini; una piccola porzione di ciò che si è consumato sulle nostre montagne può essere conosciuto e, forse, compreso attraverso queste testimonianze dell’epoca, senza più odi patriottici ma considerando tutti vittime in ugual modo di una guerra orribile che non dovrebbe mai essere dimenticata.

martedì 30 aprile 2013

Quattrocento

Mostrando lo stesso oggetto, la stessa opera d’arte, lo stesso edificio a due persone diverse, spesso se ne otterrà un giudizio differente, quando non del tutto divergente. Non mi era mai capitato, però, di trovarmi di fronte a una valutazione antitetica -rispetto alla mia percezione di tutta una vita - nel rapportarmi a un’intera città.
“Quattrocento” di Susana Fortes, edito da TEA, è ambientato a Firenze, una città che per me è sempre stata fonte di speranza nel futuro, ispirazione artistica, infinite possibilità. La Fortes, invece, dipinge Firenze come il nero calderone di ogni bruttura, le vie gorgoglianti sangue di secoli, la tenebra nascosta nell’animo umano. Firenze diventa la dimora dell’orrore, esemplificato nei suoi tragici fatti storici e protrattosi fino ad oggi, come un codice genetico indelebile che maledice l’intera città e i suoi abitanti.
Ana Sotomayor è una studentessa spagnola, alloggiata nel capoluogo toscano, che sta preparando una tesi sul pittore Pierpaolo Masoni, attivo nella bottega del Verrocchio. Visto il suo coinvolgimento con l’episodio della Congiura dei Pazzi, il famoso attentato ai fratelli Lorenzo e Giuliano de’ Medici, la ragazza studia i quaderni lasciati dal pittore affiancandovi ricerche sul tragico evento storico e interessandosi sempre più alla vicenda. Nell’indagine la supporta il professor Rossi, amico di suo padre, uomo schivo e tanto più anziano di lei che diventa una presenza fondamentale nel suo cuore.
Le ricerche di Ana, però, toccano da vicino misteri che devono restare inviolati, mettendo lei e il professore in pericolo di vita. Il tragico passato non ha ancora cessato di influenzare il presente e ci sono verità che la Chiesa non vuole vengano rivelate.
Questa è la trama che si allaccia ai giorni fatidici dell’attacco ai Medici, narrati attraverso gli occhi di Masoni e del giovane Luca, il suo apprendista, in un continuo alternarsi di passato e presente, di una Firenze antica che è arrivata fino a noi con ammodernamenti che non ne hanno modificato la sostanza. Un mistero in cui arte, fede e politica si mescolano al sangue.
Lo stile narrativo della Fortes è piuttosto particolare, una prosa che suggerisce più che raccontare, a tratti poetica, nonostante si soffermi volentieri sul particolare morboso. Il romanzo inizia subito pregno di mistero. Ana è già al lavoro, le sue perplessità sulle memorie di Masoni e sulla congiura sono ben presenti fin dalle prime pagine. Questo toglie qualcosa al romanzo, in quanto il livello di tensione parte già alto e rimane sullo stesso piano praticamente per tutto il tempo della lettura, uniformando troppo la soglia d’attenzione.
Inoltre il giallo è strutturato in maniera tale da lasciare un vago senso di confusione, la sensazione di essersi persi qualche passaggio o di non aver ben compreso gli indizi. In realtà, ciò non è colpa del lettore, quanto della scrittrice. Nella sua foga di creare un alone di mistero, la Fortes inserisce personaggi, indizi e situazioni che quasi sempre brillano per un istante e poi si perdono come meteore, lasciando poco o niente di utile per dipanare la matassa. C’è troppa carne al fuoco, troppe situazioni non risolte. Anche il vizio di infilare qua e là frasi di anticipazione sui fatti futuri (“…se ne sarebbe pentita in seguito…”, “…avrebbe capito troppo tardi…” e simili) dopo un po’ stanca.
A questi difetti si aggiunge un gusto per il macabro, lo splatter fine a se stesso che non trova particolare giustificazione pur nella descrizione del crudo omicidio di Giuliano e nella battaglia che ne seguì. Si avverte un gusto per il sangue, per il torbido, che stona troppo con l’immagine comune di Firenze. Invece di aprirci una finestra sui segreti tenebrosi della città, stuzzicando quindi il nostro interesse, la Fortes vuole costringerci a fare il bagno in pozzanghere di sangue e fango.
Pur con la compagnia di bello stile e proprietà di linguaggio, quindi, si rimane per quasi quattrocento pagine legati a una storia a cui sembra sempre mancare qualcosa, un evento risolutivo, uno scopo vero e proprio. Per quanto mi concerne, un romanzo senza cime né abissi, che rincorre senza particolare costrutto la fame di mistero legato alla Storia che tanto attira il mercato editoriale in questo momento.
Da leggere quando proprio non avete altro sottomano.