martedì 17 settembre 2013

La fortuna viene a chi sorride


Ci vuole un bel coraggio per lasciare tutte le proprie sicurezze, un lavoro fisso e le abitudini di una vita e decidere di girare il mondo alla ricerca della conoscenza e della felicità, con la sola sicurezza di una vasta rete di amicizie internazionali costruita negli anni e le proprie abilità di artista di strada, sempre pronto a esibirsi per grandi e piccoli pur di strappare un sorriso.
Luca, il protagonista del romanzo-diario “La fortuna viene a chi sorride”, questo coraggio lo trova. Anzi, si mette in viaggio con una gran gioia nel cuore, desideroso di immergersi nell’atmosfera di Paesi lontani e conoscere gente nuova, abitudini differenti.
Assistiamo così alle sue peregrinazioni e leggiamo dei suoi contatti con gente di tutto il globo.
Per Luca (che poi altri non è che l’autore stesso sotto pseudonimo) i sorrisi sono il motore che fa girare il mondo. Le cose belle, la fortuna, sono attratte da chi sa sorridere e lui se ne rende prova vivente più e più volte durante l’intera narrazione.
Dopo un paio di tappe europee, Luca parte per l’India, dove peregrina da un luogo all’altro assaporando le abitudini del luogo, la cordialità della gente e dove trova conoscenze vecchie e nuove, tra cui giocolieri suoi colleghi. Ci porta in Thailandia, in Australia, e poi di nuovo nel Sud-Est asiatico, in un viaggio del corpo e dell'anima che lo riporterà in Italia per una fortunata (appunto) intuizione: un male invisibile gli sta minando la salute e minaccia la sua vita. Serviranno tutto il suo coraggio e la sua positività per ricominciare.
Sono due i punti di forza di questo libro, edito da “Il Ponte Vecchio”: il linguaggio e la variegata casistica umana che vi compare. Zaganelli trascrive i fatti e le conversazioni con lo stesso tono informale della vita di tutti i giorni, senza cercare di rendere più “letterario” il suo stile, conservando una freschezza e una immediatezza che si sposano perfettamente con il carattere del testo.
I volti, le voci e le abitudini che ci vengono mostrati di pagina in pagina, poi, sono un dipinto multicolore di un’umanità varia e traboccante di vita. Gente il cui intrinseco valore non risiede solo nella diversa cultura, ma nella capacità – da noi quasi scomparsa – di godere delle cose belle della vita, della conoscenza del prossimo per il puro gusto di avvicinare un altro essere umano, senza interessi reconditi.
A questa gente “bella” si contrappone, anche se non è intento dell’autore creare due categorie, un’umanità occidentale in viaggio per ritrovare se stessa, spesso confusa e non ancora pronta ad aprirsi davvero a esperienze diverse dal consueto se non per una forma di snobismo nel ritenersi “alternativo” e frequentare solo luoghi “di grido”.
La principale pecca, come purtroppo accade fin troppo spesso negli ultimi anni, è una mancata (o quantomeno approssimata) correzione delle bozze. Non mancano errori di battitura e di punteggiatura, che fortunatamente non tolgono nulla alla bellezza di questo diario di viaggio ma sicuramente risultano poco graditi.
Zaganelli ci regala uno scorcio luminoso della sua esperienza di vita. Da leggere tutto d'un fiato.

mercoledì 11 settembre 2013

Le parole raccontate

Andrea Camilleri potrebbe essere definito un uomo che ha vissuto due volte. Quantomeno, ha vestito sia i panni del regista teatrale che, successivamente, del romanziere di successo. La cosa che fa riflettere è come il passaggio da una figura all’altra sia inizialmente stato visto con sospetto, per poi arrivare all’estremo di ricordare Camilleri unicamente come scrittore, lasciando solo agli addetti ai lavori il ricordo della sua lunghissima carriera nel mondo del Teatro.
Andrea Camilleri nasce nel 1925 in provincia di Agrigento. Nel 1949 viene ammesso al corso di regista presso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, a Roma. Regista di moltissimi testi, insegnante, affianca al lavoro teatrale la scrittura. Pubblica novelle e romanzi, molti ambientati nella sua terra natia, la Sicilia; alcuni, dedicati a grandi artisti del nostro passato. Famosissimo il personaggio del Commissario Montalbano, interpretato per la tv da Luca Zingaretti. Da quando ha abbandonato le scene, i suoi successi letterari hanno messo un po’ in ombra il suo importante contributo al panorama teatrale italiano.
Questo piccolo libro edito da Rizzoli, Camilleri va ad attingere alla propria memoria della passata carriera da regista in modo ironico e scanzonato, in un saggio dal doppio volto nato come chiacchierata senza filtri con tutti i teatranti, a qualunque livello.
Il testo si compone di due parti distinte: la prima è, appunto, una sorta di dizionario dei termini teatrali. La seconda, è la trascrizione di una lezione-incontro tenuta da Camilleri per una classe di ragazzi che si stavano affacciando all’esperienza teatrale.
Il dizionario viene definito dall’autore “lacunoso”, questo perché non ha alcun intento didattico, nasce dalle miniere della memoria. E’ una raccolta di aneddoti, cui il termine di referenza fa quasi da titolo. Camilleri utilizza questa forma a metà tra la voce didascalica e il racconto puro e semplice per metterci a parte di alcuni episodi della sua vita da allievo regista, curiosità dei dietro le quinte, riflessioni sul suo lavoro. Ci presenta un volto poco noto di personaggi dello spettacolo, parla dei critici e di alcune esperienze particolari.
L’autore si sofferma volentieri a tracciare i retroscena dei lavori a cui ha preso parte sia come regista, sia – più modestamente – come aiuto. Mette in mostra difetti e capricci di attori, registi e personalità varie del teatro, con un’ironia e un’autoironia che paradossalmente dimostrano il profondo rispetto di Camilleri per questo mondo fragile ed esigente.
Si parla perfino di apparizioni fantasmagoriche in teatro, come se questo luogo in cui vengono messi in scena i sogni sia davvero un ambiente liminare in cui diversi piani d’esistenza si trovano e si toccano, palesandosi a vicenda.
La seconda parte del libro è la trascrizione di un seminario tenuto da Camilleri a un gruppo di giovani attori. La chiacchierata si fa subito informale, senza rigidità tra professore e allievi. Relatore e astanti sono accomunati dalla passione e dall’amore per l’arte teatrale, e tanto basta.
Ovviamente consigliato a coloro che hanno un forte interesse per il Teatro, ma una lettura molto piacevole anche per i fan del Camilleri scrittore.

mercoledì 4 settembre 2013

Storia del Giappone

Il Giappone è un Paese misterioso e contraddittorio, affascinante, la cui storia non è ancora del tutto chiara nemmeno ai nativi. Le sue origini antropologiche sono avvolte nel mistero più fitto, la ricerca è ancora lungi dal comprendere come e quando il genere umano ha fatto la sua comparsa su questo gruppo di isole, dando inizio al lungo viaggio di una cultura peculiare e quasi incomprensibile per il pensiero occidentale, capace di attingere dagli usi e costumi altrui ma solo per costruire qualcosa di nuovo, originale, che fosse sempre in grado di rivaleggiare e prevalere sia con i “vicini di casa” che con il resto del mondo.
“Storia del Giappone” di Kenneth H. Henshall (edito da Mondadori) si prefigge di offrire una panoramica quanto più possibile chiara ed esauriente delle epoche che hanno caratterizzato l’evoluzione sociale nipponica, utilizzando un linguaggio semplice e preciso per inquadrare periodi storici, forme di governo, ordinamenti sociali, correnti di pensiero.
Ogni era viene illustrata in un capitolo dedicato, senza soffermarsi in maniera eccessiva sui dettagli – che sarebbero solo d’impiccio a chi si avvicina per la prima volta alle tradizioni di questo mondo particolare – ma ponendo l’accento sui fatti e i personaggi salienti, attenendosi alle chiavi di lettura che in campo accademico sono ritenute maggiormente aderenti al vero. In conclusione di ogni capitolo, inoltre, l’autore offre un riassunto di quanto spiegato, corredato da due tabelle: una cronologica, l’altra inerente le principali peculiarità sociali e di pensiero del periodo descritto.
Questo è uno strumento di grande utilità per coloro che intendono usare il testo per prepararsi mnemonicamente senza essere costretti a destreggiarsi tra concetti essenziali e nozioni aggiuntive.
Il primo capitolo affonda le sue radici nella preistoria e cerca di tracciare le origini del popolo giapponese attraverso i flussi migratori continentali e le tracce lasciate dalle etnie che si sono avvicendate, a volte scontrandosi, sul territorio. L’autore non esita a raccontarci anche la versione mitologica delle origini del Giappone, fondamenta della religione shintoista che ha imperato fino al radicarsi della filosofia buddhista e che ancora oggi fa parte indissolubilmente della vita dei giapponesi.
Questo popolo, infatti, ha sempre avuto un atteggiamento molto aperto nei confronti delle diverse religioni, adottandole indifferentemente e portando avanti percorsi spirituali peculiari che non hanno simile attitudine in nessun altra parte del mondo.
Pian piano, un territorio diviso e vulnerabile nei confronti del vicino impero cinese diventa uno Stato unitario (Yamato) con un sistema a sua volta imperiale, incentrato su una corte che col passare del tempo si isola dal mondo, affidandosi al rituale buddhista e alla ricerca dei raffinati piaceri delle arti. Questo periodo, nominato Heian, termina con il sorgere di personalità guerriere che iniziano a combattersi per il potere, che viene decentrato nella figura dello shogun. Dopo secoli di guerre, sarà Oda Nobunaga a prevalere su tutti e riunificare il Paese.
Dopo lui e il suo braccio destro, prenderà il potere la dinastia Tokugawa, conservatrice fino a decidere di chiudere il Giappone agli stranieri e gestire la società in caste guidate da norme rigidissime. Solo l’insistenza americana, nel XIX secolo, costringerà il Giappone a cambiare rotta e decidere di prendere tutto ciò che poteva essere utile dagli Occidentali.
All’Imperatore si affianca un’oligarchia di militari che, dietro apparenze democratiche, costruisce una dittatura nazionalistica con mire d’espansione in Asia e non solo, in netta competizione con l’Occidente. Questo porta alle amare conseguenze della Seconda Guerra Mondiale e a una sconfitta devastante. Il Giappone, però, ha dimostrato di sapersi sempre risollevare dalle proprie ceneri, reinventando se stesso quando necessario, pur rimanendo una realtà piena di sottili contraddizioni che la nostra forma mentis fatica a comprendere.
Una lettura che risulta sia piacevole che istruttiva. Un buon modo per cercare di conoscere meglio un Paese meraviglioso e un popolo dal passato turbolento, le cui caratteristiche migliori sono da esempio per credere nella possibilità di ricominciare.

martedì 27 agosto 2013

Richard Matheson - Tutti i racconti


La casa editrice Fanucci ha messo in opera l’ambizioso obiettivo di raccogliere in una collana tutti i racconti del grande scrittore di fantasy e fantascienza, rispettando l’ordine cronologico con cui essi vennero scritti, dal 1950 al 2010. La recente scomparsa del padre di “Ai confini della realtà” rende ancora più preziosa questa opera omnia.
Scrivere racconti non è facile. Il fatto che siano molto più brevi di un romanzo non costituisce un elemento di accessibilità, quanto una caratteristica micidiale. Non è affatto semplice creare una storia che stia in piedi e sia in grado di garantire uno svolgimento coerente nell’arco di poche pagine. Suscitare l’emozione, un sentimento di qualche tipo verso i protagonisti, diventa un’opera di cesello e di abilità pura.
Matheson, maestro di un altro grande novellatore del nostro tempo – Stephen King – e stimato contemporaneo del grande, e compianto, scrittore del fantastico Ray Bradbury, porta la distorsione, l’orrore, il disagio ultraterreno nella vita quotidiana, utilizzando un linguaggio diretto come uno schiaffo, ridotto all’essenziale, senza sbrodolare in descrizioni inutili, dettagli scientifici, parentesi fuorvianti.
L’autore immagina futuri fantascientifici di viaggi nello spazio, salti temporali, contatti con razze aliene. Gioca con i confini tra la vita e la morte, ci mostra come basta un piccolo dettaglio fuori dal tran-tran quotidiano a farci precipitare (più o meno a ragione) in un universo sconosciuto in cui le regole del gioco non sono più le stesse. Scandaglia pregi e difetti dell’animo umano mettendoli a confronto con paure ataviche e pregiudizi sul “diverso” che conosciamo fin troppo bene. Parla del sesso, della discriminazione e dei peggiori impulsi umani con una modernità disarmante, senza nascondersi dietro buonismi e moralità.
La raccolta si compone di quattro volumi; in questa recensione vi parlerò del primo, che raccoglie i frutti della fervida fantasia di Matheson dal 1950 al 1953. La fantascienza è il tema portante su cui si fonda la prosa dell’autore in questi anni, pur con excursus nel fantastico e nel racconto di pura tensione. In trentaquattro racconti, trascina il lettore attraverso un viaggio onirico e mai uguale a se stesso, caratterizzato anche da sperimentazioni di stile (come la riproduzione del nastro registrato di un interrogatorio o di una seduta dallo psicologo).
La fantascienza impera. “Sogni a occhi aperti” racconta di una realtà virtuale, sola spinta di un’umanità molle e alla deriva. “Terzo dal Sole” è la fuga da un mondo che sta morendo. “Le montagne della mente” racconta del viaggio di uno scienziato ipnotizzato dalle proprie onde encefaliche, specchio di vere montagne in cui si nasconde un segreto. “Ritorno” tratta dei viaggi nel tempo con uno struggente sguardo alla vita oltre la morte. “La cosa” ci parla di un mondo in cui la Scienza impera, decidendo cosa è vero e cosa no. “Guerra di streghe” unisce un tema addirittura medievale a guerre futuristiche in cui il potere della mente di poche ragazzine fa la differenza. “Prima che avvenga” ha per protagonista uno scrittore di fantascienza che vede realizzarsi pian piano tutte le proprie storie di fantasia, fino all’invasione aliena. “Fratello della macchina” è uno scorcio su un mondo in cui il confine tra uomo e robot si sta perdendo. “Sempre vicina a te” racconta dell’amore morboso di una badante aliena. “Appartamento a basso canone” insegna che dietro un’offerta vantaggiosa si nasconde sempre una fregatura. “Cuori solitari” avvicina via lettera una venusiana e un terrestre. “I diseredati” è una favola distorta che nasconde un piano diabolico. “L’astronave della morte” ci fa sprofondare nell’angoscia di un disastro preannunciato. “Il cerchio si chiude” tratta delle discriminazioni razziali attraverso il rapporto con i marziani. “Lazzaro II” vede un uomo risorgere dentro un corpo di metallo costruito dal padre. In “Bambina smarrita” due genitori scoprono nel peggiore dei modi l’esistenza della quarta dimensione. “L’ultimo giorno” è uno scorcio delle ultime ore del mondo, che sta per essere ingoiato da una stella di fuoco. In “Gravidanza indesiderata” si assiste al travaglio di una coppia scelta suo malgrado per un esperimento alieno.
Non mancano racconti che si inoltrano nel campo dell’horror. “Nato d’uomo e di donna” ci racconta di un bambino-mostro rinchiuso in cantina. “Figlio di sangue” e “Il vestito di seta bianca” si immergono nel tema gotico del vampirismo. In “L’abito fa il monaco”, un uomo viene letteralmente assorbito e sostituito dal suo vestiario. “Dai canali” è un interrogatorio seguito a un massacro senza spiegazione logica. “La giusta punizione” è un viaggio all’inferno per un vecchio poeta malvagio. Un uomo vede il proprio mondo scomparire pezzo per pezzo in “Eliminazione lenta”. Un’anziana signora è tormentata da una misteriosa telefonata in “Una chiamata da lontano”. Il tema della casa senziente viene trattato in “La casa impazzita”, in cui la dimora si vendica del proprietario violento, e “Casa Slaughter”, una sorta di omaggio a Poe e Lovecraft. “L’uomo che creò il mondo” è una straniante visita psichiatrica. In “Il matrimonio” si assiste al trionfo della superstizione. “Paglia umida”, infine, ci proietta dentro la terrificante vendetta di una moglie defunta.
Non manca qualche racconto fuori dagli schemi, come “La legione dei cospiratori”, finestra sulla paranoia; “Occhi di sceriffo”, un western; “Una stanza per morire”, racconto ambiguo tra il misterioso e l’indagine pura.
Questo ricchissimo scrigno è contenuto nel solo volume iniziale. Non vedo l’ora di affrontare il prossimo! Buona lettura!

martedì 20 agosto 2013

Il ritorno degli Dei

“Il ritorno degli Dei” di Massimiliano Venturini, edito da Il Ponte Vecchio, è un connubio non comune di giallo all’italiana e fantascienza, condito con un pizzico di cospirazione internazionale e un palese amore per l’arte.
L’ispettore Raul, appassionato di archeologia, viene chiamato d’urgenza a causa di alcuni misteriosi omicidi avvenuti nelle valli di Comacchio. Le vittime sono state ritrovate sepolte o affogate, con la testa avvolta in una rete da pesca e un reperto di matrice greco antica ficcato in bocca. Gli indizi sono pochissimi, la collaborazione della gente del posto verso un ispettore che proviene dalla riviera romagnola molto scarsa e Raul si trova a dover utilizzare spesso metodi poco ortodossi per cercare di districarsi in questa complicata faccenda.
Quando, finalmente, qualche informazione riesce a trapelare, Raul scopre di essere finito dentro una catena di eventi molto più grandi di lui. Tra società segrete greche, antiche aspirazioni naziste e reperti sorprendenti, Raul si troverà a fronteggiare il più grande segreto della Storia umana.
Dare un giudizio univoco su questo romanzo è difficile, in quanto il prodotto letterario riunisce in sé parecchi pregi e altrettanti difetti, rendendo complesso trovare un sistema di valutazione che riesca a tenere conto di entrambi.
Partiamo dai pregi. Venturini costruisce un giallo all’interno di un contesto prettamente italiano. Per quasi tutto il romanzo non si ravvisa alcun intento di scimmiottare romanzi e telefilm americani, che possiedono uno stile peculiare per ciò che concerne indagini di polizia, omicidi e mistero. Se ne sono letti e visti troppi per poter sopportare una brutta copia di matrice italiana. Venturini non cade nel tranello e ci presenta il territorio della riviera con tutta la sua quotidiana normalità. I personaggi sono italiani al cento per cento, rustici e un po’ maneggioni, sempre pronti a vivere in un limbo fra la legalità e i propri interessi.
Gli sforzi per creare un giallo tutto italiano sono evidenti e apprezzabili per un genere che sta ritagliandosi la sua buona fetta di mercato editoriale.
Il protagonista è non convenzionale. Venturini non fa nulla per mitigarne l’arroganza e la tendenza ad aggirare la legge per i propri comodi, creando un uomo plausibile e antipatico le cui vicissitudini si seguono volentieri, forse proprio perché non viene richiesto al lettore di partecipare emotivamente alle sue vicende.
Il fantastico fa il suo ingresso con un tema non nuovo ma inaspettato vista l’ambientazione “casalinga”: il decimo pianeta e la stirpe di divinità – forse aliena – che fece dell’Uomo un essere in grado di evolversi in civiltà progredite. Inoltre Venturini incentra gran parte della storia sul mondo dell’archeologia, parlandone con perizia e offrendo maggiore spessore intellettuale alla trama.
I tasti dolenti, purtroppo, inficiano la possibilità di una lettura scorrevole e godibile fino alla fine. In primis, l’autore e l’editore non hanno controllato a dovere le bozze prima della stampa. L’uso della punteggiatura è spesso errato; sono presenti parecchie ripetizioni e refusi che danno la sensazione di doversi impegnare in una corsa a ostacoli. Questo è un peccato, perché il lessico di Venturini è, al contrario, non scontato e molto gradevole.
I rapporti uomo-donna sono stereotipati, poco credibili, nonostante la giustificazione del carattere poco espansivo del protagonista. Di quando in quando, inoltre, le informazioni storiche elargite dall’autore diventano vere e proprie parentesi esplicative che sanno di saggio e risultano eccessivamente slegate dalla narrazione.
Il vero problema del romanzo, a parte gli errori, è il finale, accelerato fino allo spasimo e strappato alla radice italiana per cercare di tirare le fila della troppa carne messa sul fuoco, una sorta di trasformazione in film d’azione con conclusione pre-apocalittica. La filippica finale del protagonista esprime troppo palesemente i pensieri dell’autore in merito ai temi trattati e risulta fuori luogo.
“Il ritorno degli Dei” sarebbe molto più godibile dopo una decisa correzione delle bozze. Venturini, comunque, ha il talento di creare trame interessanti, che stanno scomparendo dal mercato. Un autore a cui dare un’altra possibilità.

lunedì 12 agosto 2013

Manoscritti segreti

Coloro che si interessano di misteri ed esoterismo, saranno sicuramente tentati dal saggio che vi vado a presentare oggi. Si tratta di “Manoscritti segreti” di Paolo Cortesi, edito da Newton Compton. L’autore si propone di presentare alcuni tra i testi dall’origine più controversa che la Storia umana ricordi, comparando le teorie sorte intorno alla loro nascita e al loro significato per poi fornire una propria opinione in merito.
La prefazione si sofferma sui libri che per antonomasia hanno fama di essere degli enigmi discernibili solo agli iniziati: i testi alchemici. In essi, infatti, niente è ciò che sembra. Ogni concetto assume un doppio significato da interpretare.
Il primo capitolo porta in luce le numerose scoperte di nozioni troppo avanzate negli antichi testi, squarci di invenzioni o concetti scientifici che noi associamo all’epoca moderna ma che con tutta evidenza sono stati riscoperti dopo secoli di oblio. Il secondo ci porta a Qumran e alla scoperta delle pergamene che hanno fatto tremare dalle fondamenta parecchi teologi. L’autore fornisce una breve storia dei ritrovamenti e delle analisi operate sui testi e pone l’accento su comportamenti sospetti dei professori coinvolti nell’indagine.
Per non dimenticare l’Egitto e i suoi enigmi, Cortesi ci parla del papiro Tulli, che gli ufologi hanno eletto a prova della presenza di ufo ed extraterrestri ma di cui manca l’originale e che potrebbe benissimo avere spiegazioni più comuni e quotidiane. Segue una piccola digressione storica e un’analisi del Sator, l’enigmatico schema di lettere dal significato ancora oscuro.
Si passa poi a un romanzo che risale alla fine del XV secolo e che rappresenta un mistero non solo per quanto concerne l’identità dell’autore (le ipotesi si sprecano), ma anche per le allusioni a rituali estranei alla religione cattolica e all’amore carnale come scelta del protagonista (tema pericoloso in un simile periodo storico). L’Hypnerotomachia Poliphili, che racconta la storia di Polifilo alla ricerca della sua Polia, fu edito dal grande Aldo Manuzio. Cortesi sposa la tesi secondo cui esso celi tracce degli antichi culti isiaci.
Un testo altrettanto antico ma ancora più misterioso è il manoscritto Voynich, un trattato recuperato in una biblioteca gesuita, ricco di disegni grossolani ma affascinanti e interamente scritto con caratteri incomprensibili, in una lingua sconosciuta. In molti si sono impegnati a trovare un codice di decifrazione, ma al momento si propende per pensare che esso sia un falso d’epoca, creato per spillare soldi all’imperatore alchimista di Praga.
Cortesi si occupa poi delle profezie di Nostradamus, mettendo in luce non solo quanto poco conoscesse quest’ultimo di astrologia, ma anche che le sue visioni si adattavano – guardacaso – solo alle porzioni di mondo e ai sistemi sociali a lui conosciuti. Per concludere si parla delle stranezze racchiuse nell’identità del grande William Shakespeare e delle intuizioni futuristiche di Tiplaigne de la Roche, che paiono anticipare di circa un secolo invenzioni quali la fotografia e la televisione.
Il principale difetto dell’opera, che di per sé ha il pregio di trattare argomenti di nicchia con un linguaggio colloquiale alla portata di qualunque lettore-tipo, è l’eccessiva enfasi data a talune affermazioni o a domande poste con il preciso scopo di sottolineare le perplessità dell’autore. Mi spiego: quando Cortesi è convinto di essere in presenza di dati “eclatanti” oppure vuole sottolineare i difetti di una teoria, utilizza in modo selvaggio il corsivo, come un oratore che avesse il vizio di sporgersi verso il pubblico nei momenti topici del discorso per accattivarsi partecipazione e consenso.
Le teorie di Cortesi sono, per l’appunto, teorie. Come tali andrebbero presentate. Invece, spunta fin troppo spesso questo tono da imbonitore che, lungi dal convincere della bontà di certe affermazioni, fa solo venire voglia di ottenere maggiori informazioni oggettive grazie a cui poter giudicare le singole teorie in maniera più obiettiva.
Se si tralascia questo particolare, comunque, una lettura godibile e ricca di spunti di riflessione. I misteri ci sono, questo è innegabile.

lunedì 5 agosto 2013

Esopo - Favole

Una delle più antiche raccolte di favole occidentali è il corpus di testi ascrivibili a Esopo, personaggio dai tratti mitici al pari di Omero, probabilmente proveniente dalla Frigia. Fabulatori successivi, come Fedro e i novellatori medievali, si sono ampiamente ispirati a lui e alla struttura semplice e diretta delle sue favole.
Non è facile districarsi attraverso le fiabe che gli sono attribuite. Gli specialisti hanno cercato di epurare la raccolta da testi di palese provenienza medievale (aggiunte durante le trascrizioni degli amanuensi) ma per alcune favole l’attribuzione è controversa. Di quando in quando, la morale finale sembra pretestuosa oppure non del tutto coerente con il reale significato della favola. Probabilmente ci si trova di fronte ad aggiunte successive.
Si tratta sicuramente di una tradizione orale sedimentata nella cultura locale che ha trovato, per mano di Esopo, uno sbocco nella scrittura (ricordiamo che per molto tempo è esistita un’accesa diatriba intellettuale tra il mondo della cultura orale e quello della parola scritta).
Le favole di Esopo sono caratterizzate dalla brevità e dalla morale finale che riassume il concetto o l’insegnamento precedentemente enunciato attraverso la narrazione. Molto spesso i protagonisti sono animali, personificazioni di vizi e virtù dell’uomo. Capita spesso di assistere anche al confronto tra uomo e animale, con alterne fortune. Più di rado, si narra di vicende prettamente umane o di dispute con le divinità.
Non posso giudicare la qualità della traduzione che vi sto presentando – a cura di Mario Giammarco per la Newton Compton Editori – in quanto non capisco mezza parola di greco! Posso però assicurarvi che la lettura della versione italiana è piacevole, moderna, spigliata. Il linguaggio è quasi sempre quotidiano, senza arcaismi volti a rendere l’antichità del testo a scapito della comprensione. Le favole sono numerate e accompagnate dal testo originale, in modo da poter essere oggetto di studio e lettura per chi compie studi classici o ha interesse in merito.
Non si tratta di favole per bambini, nonostante di norma si associ questo genere all’infanzia. Le tematiche trattate riguardano in prevalenza dinamiche sociali che assumono valore o possono essere comprese solo quando si entra nell’età adulta. Non tutte le favole intendono fornire un insegnamento, ma quasi tutte danno una lezione morale o di comportamento tra individui, oppure tra il singolo e la comunità.
Ci sono anche spunti riguardanti l’atteggiamento umano nei confronti del divino e della religione in sé, in un sottolineare difetti e abitudini scorrette che vanno al di là del periodo storico e culturale e si trascinano da sempre lungo l’esperienza umana.
Durante la lettura si incontrano con piacere le forme originali di fiabe che hanno accompagnato la nostra infanzia, come “Il topo di campagna e il topo di città”, nata per comunicare come le piccole, pacifiche cose siano migliori di ricchezze ottenute solo a prezzo di continui pericoli; “La lepre e la tartaruga”, gara di velocità in cui la costanza è premiata sulla prestazione invidiabile ma di breve durata; “La volpe e l’uva”, che insegna a non denigrare i nostri passati obiettivi solo perché non siamo riusciti a raggiungerli. Come già accennato in precedenza, la forma originale è molto cruda e diretta, ben diversa dai toni più dolci e narrativi delle versioni per bambini.
Non è una lettura da mandar giù in un sol boccone. Un po’ come per la poesia, va centellinata. Bisogna fermarsi a visualizzare e a riflettere, cercando da sé l’insegnamento in quanto letto, a volte ben al di là delle poche righe di morale presenti nel testo.

lunedì 29 luglio 2013

La moda - Storia della moda del XX secolo

Quest’oggi vi presento un testo artistico della casa editrice Taschen che è anche catalogo del Kyoto Costume Institute, un compendio sulla moda del XX secolo basato sui prodotti della haute couture raccolti nella collezione dell’istituto. La magnifica sequenza fotografica, nitidamente stampata a colori su carta lucida, è corredata da didascalie informative, descrizioni e da due brevi saggi.
Il primo, scritto dalla professoressa universitaria Reiko Koga, illustra brevemente la concezione della figura femminile e dello stile a cavallo tra XIX e XX secolo. In pochi anni, la moda conobbe un cambiamento radicale e sempre più veloce, cambiando completamente, di volta in volta, la linea del corpo femminile, i materiali, gli accessori.
Partendo da gonne ancora ampie e lunghe fino ai piedi, corsetti a vita stretta e una linea a s che era l’epitome della perfetta figura, si passò ad abiti con gonna alla caviglia, senza panieri o imbottiture. Il corsetto divenne meno costrittivo, si cercò di rendere almeno gli abiti da giorno più comodi da portare. La rivoluzione avvenne con gli anni ’20 e con la passione per il ballo (charleston), con le prime avvisaglie di un desiderio di emancipazione della donna.
I vestiti si accorciarono fin sopra al ginocchio. La linea dell’abito divenne dritta, senza aderenze, con la cinta abbassata fino ai fianchi. Veli, frange, colori più azzardati e accessori estrosi (cuffiette, cappelli piumati, boa) contribuirono a dare un primo assaggio di moda innovativa. A questo stile si affiancò la moda garçonne, che faceva indossare i pantaloni anche alle donne.
Negli anni ’30, ’40 e ’50 si ritorna a una ricerca della femminilità, dapprima con abiti aderenti e lunghi, fluttuanti, nati per esaltare le curve del corpo; poi con giacche, camicette e gonne sotto al ginocchio, in un mix di eleganza e pudicizia data anche dalla povertà degli anni di guerra, che non consentivano grande estro. Infine, negli anni ’50, si torna a sottolineare la vita stretta con abiti a gonna ampia, colorati e femminili.
Il secondo saggio, di Rie Nii, curatore dell’Istituto, offre una panoramica della moda contemporanea. Si parte dalla rivoluzione degli anni ’60, con le sperimentazioni artistiche e di materiali unite a una tendenza a scoprire il corpo (nascono le minigonne e i costumi da bagno ridotti). Negli anni ’70 nasce la moda unisex e da quel momento in poi tutto è concesso, portando a collezioni di moda che spesso nascono e muoiono sulla passerella, frutto più di concezioni astratte sulla valenza del corpo, del colore, dei tessuti che del reale desiderio di “vestire”.
La galleria di immagini è magnifica, ci si perde nei dettagli, nella perfezione della realizzazione dell’abito. Non per niente, la haute couture è sempre stata caratterizzata, oltre che da un’inventiva fuori dal comune, da una competenza tecnica di taglio e di decorazione che è impossibile trovare in un normale capo di sartoria.
Ogni immagine è preceduta da un piccolo specchietto esplicativo che fornisce maggiori dettagli sullo stilista, sulla moda del periodo oppure sui materiali utilizzati negli abiti presi in esame. Ogni fotografia, poi, è corredata da una didascalia che fornisce i dati essenziali (stilista, tipo di abito, etichetta, anno di fabbricazione) e una descrizione più accurata.
Il volume offre una panoramica della moda del XX secolo molto ampia, se non completa. Sfogliandolo si unisce il piacere estetico dato dalla bellezza indiscutibile dei prodotti di sartoria alla comprensione dell’evoluzione della moda nell’ultimo secolo, in un perfetto raggiungimento dello scopo fondante di un volume come questo.
Come sempre, la Taschen offre un ottimo prodotto editoriale e artistico, utile a tutti coloro che si interessano di  fashion design ma anche, più in generale, agli appassionati del “bello”.

lunedì 22 luglio 2013

Ring



Ring”, prima di diventare un fenomeno cinematografico di primaria rilevanza sia in patria sia negli Stati Uniti (con un remake che fa acqua da tutte le parti), è un inquietante e innovativo romanzo dell’orrore scritto da Koji Suzuki, pubblicato in Italia da Nord nel 2003.
Tutto comincia con la morte misteriosa di alcuni ragazzi. Il giornalista Asakawa, zio di una delle vittime, si imbatte per caso negli strani dettagli che uniscono i quattro decessi in maniera sospetta: tutti i ragazzi sono morti alla stessa ora per quello che il medico legale ha giudicato come arresto cardiaco improvviso. Inoltre, i giovani si conoscevano e frequentavano al di fuori della scuola.
L’istinto di giornalista di Asakawa lo spinge a indagare su questa vicenda e lo porta a recarsi nel luogo dell’ultima gita del gruppo di amici, una struttura di vacanza e svago in una località di montagna. Là, cercando indizi, trova un’inquietante videocassetta.
Il video, formato da immagini apparentemente innocue eppure capaci di scombussolarlo, termina con una maledizione: chi ha visto la cassetta morirà entro sette giorni, a meno che…Fine. Il resto del messaggio è stato cancellato. Asakawa non può prendere sottogamba la minaccia insita in quelle poche parole, classificandole come un macabro scherzo. Dopotutto, gli ultimi ad aver visto il video sono morti davvero!
In preda al panico per la mancanza di indizi su cosa fare per salvarsi, Asakawa coinvolge nella sua indagine l’amico Ryuji, scienziato e filosofo, un uomo dalle abitudini torbide e la mente acuta che guarda il video di sua volontà e trascina l’amico terrorizzato nella ricerca di colei che ha creato quel filmato con la sola forza dei propri poteri psichici: la bellissima Sadako, morta molti anni prima in circostanze misteriose.
Forse, ritrovare il corpo di Sadako e darle sepoltura annullerà la maledizione. Oppure no?
Narrata con una prosa fresca, senza fronzoli, fatta di frasi dirette e concise, la storia si dipana in una corsa contro il tempo, seguendo il crescendo d’ansia del protagonista e svelando senza false ipocrisie gli anfratti più bui e vergognosi della psiche umana.
C’è poco da simpatizzare sia con Asakawa che con Ryuji, il primo pusillanime e pronto a cedere al panico in ogni momento, il secondo sgradevole e cinico anche di fronte alla morte. Eppure, questi due amici sono pur sempre il baluardo di un’umanità che è minacciata dal Male incombente e in quanto tali sanno offrire scorci inaspettati di una profondità di sentimenti che li redime e li fa eroi di una battaglia impari.
L’innovazione nel romanzo di Suzuki risiede nella commistione tra i cliché dell’horror propriamente detto – fatto di maledizioni, morti orribili e macabri ritrovamenti – con il più sottile sintomo di inquietudine dato dai misteri della scienza e dalla malattia, flagello che le spiegazioni mediche non hanno potuto eliminare dal novero delle cose più terrificanti che possano capitare a un essere umano.
Come fanno notare gli stessi protagonisti del romanzo durante una discussione, i virus sono esseri naturali, eppure completamente alieni. Pare si siano sviluppati da geni cellulari pervertiti, eppure sono i peggiori nemici di un organismo vivente. Intelligenze aliene, assassini con una capacità di sviluppo, riproduzione e adattamento incredibile. Questi aspetti, replicati dallo spirito rancoroso di una ragazza morta che vuole vendicarsi sul genere umano, danno vita a un orrore senza precedenti, da cui nessuno può ritenersi al sicuro.
Questo aspetto della storia viene completamente cancellato nella versione americana, snaturando la trama e facendola diventare una semplice sequela di scene “ad effetto”, l’orrore fine a se stesso senza capo né coda. La storia continua con altri due romanzi, “Spiral” e “Loop”. Buona lettura!

martedì 16 luglio 2013

La grande storia della Prima Guerra Mondiale

Quest’oggi vi parlo di un’opera ponderosa, che riesce ad essere straordinariamente gradevole e coinvolgente nonostante le dimensioni e l’argomento trattato.
Sto parlando di “La grande storia della Prima Guerra Mondiale” di Martin Gilbert, edito da Mondadori, prima parte di un duo di saggi il cui proseguo naturale è “La grande storia della Seconda Guerra Mondiale”. Gilbert, celebre biografo di Churchill e storico di fama, si è cimentato nell’ardua impresa di presentare al lettore medio (non, quindi, allo storico o all’appassionato già esperto) un argomento ancora difficile, amaro, che conserva una drammaticità profonda.
A questo si aggiunga la difficoltà di mettere per iscritto l’immane quantità di dati e fatti risalenti a quattro anni di guerra su molteplici fronti, oltre alla necessità di trovare una chiave di lettura univoca che riassuma l’evento bellico sia nei suoi fatti salienti che nella valenza dell’esperienza umana.
Gilbert riesce a centrare entrambe le sfide, creando un saggio comprensibile a tutti, esaustivo e profondamente umano. L’autore fa principalmente il suo mestiere di storico, fornendo date e dettagli ben precisi in una scansione cronologica estremamente curata dell’intero episodio bellico. A questo, però, aggiunge una componente umana molto forte, raccontando ogni fatto saliente anche grazie alla testimonianza di chi l’evento l’ha vissuto oppure vi è morto, rimanendo nella memoria dei commilitoni e dei familiari.
Stralci di lettere a casa, memorie ritrovate negli zaini dei caduti, poesie. Tante, tantissime poesie frutto sia della speranza che della desolazione. Moltissimi soldati hanno affidato alle immagini evocative che possono trasmettere i versi poetici – ben più della prosa – speranze, orrori, disillusioni di un conflitto che sembrava eterno e che portava via vite a una velocità spaventosa, disumana. A questo immenso mare di testimonianze, Gilbert attinge copiosamente, dando voce a uomini coraggiosi e disperati che ormai sono consegnati al passato e a coloro che aspettavano di avere loro notizie, oppure lavoravano nelle retrovie per dare il proprio contributo.
Come si sa, la Prima Guerra Mondiale si ritiene iniziata con l’atto terroristico di Gavrilo Princip, un nazionalista diciannovenne che assassinò l’erede al trono austriaco e provocò la vendetta di Vienna sulla Serbia, accendendo la miccia di una polveriera europea che aspettava solo di esplodere.
Come ovvio, il gesto di Princip non è il vero punto di partenza di un sovvertimento tanto grande dell’ordine costituito e delle relazioni diplomatiche internazionali. Gilbert analizza le aspirazioni economiche e militari, nonché le tensioni politiche che già da decenni stavano prendendo piede in Europa, esacerbando i nazionalismi e il desiderio di auto-affermazione degli Imperi centrali.
Dopo l’assassinio, passeranno parecchi giorni prima che tutti si rendano contro che la macchina della guerra si è messa in moto e nessuno ha più modo di tirarsi indietro. La Storia si dipana di capitolo in capitolo, prendendo in esame periodi di pochi mesi per volta (sempre ben evidenziati come sottotitolo), seguendo le principali battaglie, i periodi di stallo o l’inizio di nuove operazioni diplomatiche e belliche.
Alla fine delle ostilità, Gilbert dedica gli ultimi capitoli a una panoramica dei patti e delle spartizioni post-belliche dei vincitori, alle sanzioni sulla Germania (le quali fomenteranno ulteriormente il risentimento dei tedeschi, che sfocerà nell’ascesa del nazismo e nella Seconda Guerra Mondiale) e alle iniziative per la Memoria, affinché le tragedie e gli eroismi della guerra non vengano mai dimenticati.
Un testo istruttivo, toccante, che può dare solo un assaggio di quello che accadde dal 1914 al 1918, ma ne fa sentire con chiarezza il sapore amaro.