martedì 25 marzo 2014

I Celti

I Celti costituirono una civiltà che si diffuse in gran parte d’Europa prima che l’Impero Romano la inglobasse, anche se non riuscì a cancellarla del tutto. Nonostante la capillarità con cui questo popolo occupò le terre europee e le isole del nord, la sua storia, le sue abitudini, religione e arte rimangono ancora oggi piuttosto elusivi e argomento di pochi studiosi appassionati.
Fa specie rendersi conto che nei libri di Storia non vi si faccia quasi menzione, nonostante i secoli di civiltà trascorsi come alleati o nemici di Greci e Romani.
Un Paese che ha presto riscoperto le proprie origini celtiche e ha iniziato una disamina oggettiva della valenza storica e delle caratteristiche di questo popolo è senza dubbio la Francia, antica terra di quei Galli che combatterono Roma con tenacia e che oggi i più conoscono grazie ai fumetti e ai cartoni animati di Asterix e Obelix.
Non stupisce, quindi, che sia uno studioso francese a distinguersi per una ricerca sull’arte celtica che le restituisca peculiarità e valore. Il saggio “I Celti”, pubblicato molti anni fa per la collana BUR Arte, è uno dei primi tentativi di indagare tematiche, stili, mezzi dell’arte celtica, separando le influenze mediterranee dalle caratteristiche proprie di una civiltà complessa.
Non si conoscono con esattezza le origini del popolo celtico. Di ceppo indoeuropeo, stanziatosi in diverse zone dell’Europa spostandosi dapprima verso Occidente e il Nord Italia, e poi di nuovo verso Oriente (scontrandosi con la cultura greca) e le Isole Britanniche, annovera quali civiltà fondanti La Tene e di Hallstatt, dal luogo dei primi ritrovamenti. Esse vedono i Celti diventare sempre più stanziali, organizzati in comunità stabili. Questo favorisce la nascita di un artigianato specializzato, solo in parte influenzato dai popoli mediterranei
Il saggio si articola in diversi capitoli corredati da immagini (purtroppo in bianco e nero), in una galleria fotografica che segue il testo quasi citazione per citazione; ciò che non è illustrato tramite fotografie, trova posto nella sezione finale, di cui parlerò in seguito.
La prima cosa che salta agli occhi nell’osservare l’arte celtica è la quasi totale mancanza di rappresentazione figurativa, si tratti del mondo animale o di quello umano. L’estetica vira decisamente verso l’inconscio, il mistero, il sogno, l’astrazione. Niente di più distante dalla contemporanea concezione artistica mediterranea.
Forse per questo motivo, è difficile creare una distinzione netta tra prodotto d’artigianato e prodotto artistico, e questo ha favorito il lungo oblio e la scarsa considerazione che l’arte celtica ha dovuto patire per molti secoli, prima di essere riscoperta e valutata per ciò che è.
L’artista celtico utilizza ogni superficie per farne un labirintico percorso visivo e mentale, un sentiero attraverso cui osservare il dipanarsi di elementi ritmati, simmetrici o speculari, o ancora liberi e caotici ma accostati con sorprendente armonia. Una decorazione prevalentemente lineare, ma non per questo bidimensionale. La tridimensionalità, al contrario, è alla base del pensiero artistico celtico e non permette alla semplice fotografia di trasmettere in toto le suggestioni dell’opera, che va al contrario maneggiata e osservata da tutti i lati.
Proprio a questo proposito, l’autore fa cosa saggia nel proporre, in fondo all’opera, una rielaborazione grafica bidimensionale delle decorazioni degli oggetti complessi, in maniera da offrire uno spaccato comprensibile della reale difficoltà di ideazione e realizzazione di questi manufatti. Spesso veniva utilizzato il compasso, per creare geometrie sempre più azzardate.
Anche la decorazione lineare conobbe il suo periodo “tridimensionale”, ed ecco quindi apparire sferette in rilievo, piccoli grappoli, torsioni dei fili metallici. I materiali su cui si lavorava erano i più vari, dal legno al metallo, alla pietra; si decoravano specchi e monili (celebri le collane a tampone, o torques), ma anche oggetti quotidiani dall’uso meno frivolo, come finimenti per cavalli e armi, o monete.
Le poche rappresentazioni umane sono primitive e simboliche, oppure mal copiate dalle opere mediterranee, ma offrono un piccolo spiraglio su una cultura e una mitologia che ancora oggi ci sono in gran parte sconosciute.
Un saggio intelligente pensato per storici dell’arte e appassionati.

giovedì 20 marzo 2014

L'ostinato silenzio delle stelle


“L’ostinato silenzio delle stelle” è una raccolta di racconti di respiro fantastico/fantascientifico che ha le sue radici nella partecipazione dell’autore al concorso nazionale RiLL, in cui si è distinto più volte. Per dare maggiore lustro a un talento che, secondo questa associazione, va tenuto nella debita considerazione, gli è stata data l’opportunità di pubblicare una piccola antologia di racconti, alcuni mai passati sotto gli occhi della giuria del concorso.
Malerba costruisce i suoi racconti ambientandoli in spazi prettamente fantascientifici come in contesti quotidiani o – addirittura – storici, facendo sì che il fantastico si insinui nella realtà cui siamo abituati e arrivi a sconvolgerla.
Molto efficaci alcune intuizioni. La prosa, in generale, è buona. L’autore non si perde in descrizioni pedisseque, né in parentesi aggiuntive su personaggi che vanno compresi semplicemente tramite la lettura. Non spreca parole, va all’osso dell’immagine o del concetto su cui fonda i suoi racconti. Purtroppo, si nota in più di un’occasione un uso improprio di alcuni termini unito a piccoli arcaismi leziosi nella costruzione di alcune frasi, dettagli che avrebbero dovuto essere rivisti prima della messa in stampa. Quando Malerba è “sul pezzo”, infatti, queste stonature spariscono, facendo capire che l’autore possiede ancora un buon margine di miglioramento.
L’uso delle proprie passioni come materiale su cui fondare i racconti è massiccio, non sempre condivisibile. La passione per il Giappone, per esempio, traspare in diverse occasioni ma spesso si manifesta con un fiorire di termini in lingua nipponica che possono solleticare un lettore a sua volta appassionato, ma confondere e annoiare chi non se ne intende. Un eccessivo, anche se innocente, sfoggio di erudizione all’interno di un’opera di narrativa non è mai una scelta felice.
Si passa da monologhi interiori a storie più convenzionali, in una ricerca di forme narrative che non si pone dei limiti. Alcune idee sono innovative, quasi sorprendenti. Altre danno l’idea di non essere state sviluppate a sufficienza e al termine della lettura lasciano l’impressione di qualcosa non perfettamente compiuto.
In generale, il gradimento risulta ondivago, ma non per questo negativo. Le storie di Massimiliano Malerba meritano la pubblicazione; hanno solo bisogno di un ulteriore lavoro di cesello.
La raccolta si apre con “All’alba”, una storia ambientata in un episodio chiave della storia giapponese e incentrata su un duello, un passaggio all’età adulta. Il guerriero scelto per tale duello, però, si rivelerà essere più che umano. La passione già citata per il Giappone si manifesta di nuovo, più avanti, con il racconto di pura fantascienza che dà il titolo alla raccolta: “L’ostinato silenzio delle stelle”. L’autore prova ad immaginare come e quanto i sogni di un uomo sotto sonno indotto, impegnato in una missione spaziale, possano sostituirsi alla sua vera vita e alle sue vere emozioni.
Un rapporto vagamente malsano con l’autorità emerge in due racconti, molto diversi fra loro. In “Il funzionario”, un uomo si confronta con colui che dovrà farlo morire, come previsto dalla legge. In “Il colloquio di lavoro”, invece, Malerba giostra con straordinaria bravura un colloquio come fosse un duello, in cui le parole e le forme retoriche sono le armi che spilleranno sangue.
“L’ombra” , “Nella notte assetata” e il racconto di chiusura “Corrispondenze” si fondano sui paradossi temporali, evidentemente un tema molto caro all’autore. “Le stelle d’inverno” parla del periodico ritrovamento di creature aliene, mentre “L’uomo lunare” è una spiritosa indagine giornalistica su un uomo che crede e ha fatto credere di aver posato piede sulla Luna.
Chiude la raccolta una breve intervista all’autore, per inquadrarne meglio i gusti e la personalità.

lunedì 10 marzo 2014

Le case del brivido

La casa è il luogo in cui, più di ogni altro, possiamo ritenerci al sicuro. E’ il nido che abbiamo costruito a nostra immagine e somiglianza, la sede dei nostri ricordi familiari. “Non c’è niente come casa propria” o “Casa dolce casa” sono detti comuni che sottolineano la componente di sicurezza e tranquillità che il concetto di casa instilla in ognuno di noi.
Cosa c’è di peggio, quindi, che dover pensare alla casa come un luogo improvvisamente ostile, pericoloso, potenzialmente letale o quantomeno disturbante? La casa stregata, magari infestata da spettri, è sempre stata uno dei soggetti preferiti dagli scrittori dell’orrore, in quanto va a toccare una corda sensibile e porta il paranormale entro una sfera che si considera sacra e che per questo è ancora più suscettibile alle sollecitazioni.
La raccolta di racconti che vi vado a presentare, edita da Newton Compton e curata da Martin Greenberg e Charles Waugh, raccoglie un gruppo di novelle molto diverse tra loro per stile narrativo e formula, ma legate dal denominatore comune della “casa maledetta”. Si incontrano nomi arcinoti della letteratura fantastica (come Bram Stoker, H.P.Lovecraft, Robert Bloch o Stephen King) affiancati a scrittori meno conosciuti.
L’argomento viene trattato con enorme differenza da uno scrittore all’altro. Vi sono coloro che recuperano e reinventano il cliché della casa abitata da una creatura demoniaca oppure dallo spettro di coloro che vi sono morti. Altri rendono la casa stessa un essere senziente e malevolo, con una sua volontà intrinseca che si manifesta a spese degli occupanti dell’edificio. C’è chi, poi, tenta la chiave fantascientifica. Altri si inoltrano nella psiche umana e distorcono la percezione della casa attraverso le menti malate dei suoi abitanti.
I curatori, con intelligenza, mescolano chiavi di lettura molto diverse tra loro, evitando che si generi noia nel lettore o che quest’ultimo sia in grado di prevedere cosa lo aspetta nel passaggio da una novella all’altra.
“La casa e il cervello”, di Edward Bulwer-Lytton, mette al centro della storia il potere della mente umana, strutturando il racconto come una lunga indagine che solo casualmente ha al suo centro una casa all’apparenza infestata. Sempre casuale il fatto che il luogo dell’azione sia una casa abbandonata in “Nessun posto per nascondersi” di Jack Chalker, racconto di fantascienza e viaggi nel tempo.
L’orrore si fa psicologico in “La carta da parati gialla” di Charlotte Perkins Gilman, in cui seguiamo la corsa verso la follia di una donna chiusa in una stanza, la cui carta da parati risveglierà un orrore inaspettato. Anche “Il gatto salta” di Elizabeth Bowen è giocato sul non detto, sulle dinamiche di un moderno gruppo di amici che forse tanto razionale non è. “Lizze Borden prese un’accetta…” di Robert Bloch si muove a metà tra il dramma psicologico e la possessione demoniaca, di cui la casa è esclusivamente palcoscenico. Il racconto “Uno dei morti”, di William Wood, fa scivolare l’orrore all’interno delle dinamiche di una coppia senza figli, trasferitasi in un luogo dalla storia controversa. In “L’oscuro vincitore” di William Nolan e “L’impronta dei denti” di Edward Bryant, il passato prende la sua rivincita sul presente.
Più aderenti all’infestazione spiritica e demoniaca racconti come “La casa del giudice” di Bram Stoker, ove un giovane matematico deve confrontarsi con lo spirito diabolico di un boia, o “La cosa in cantina” di David Keller, in cui un’entità spaventosa in cantina mira alla vita di un bambino. “La casa a Bel Aire” di Margaret St.Claire tratta l’orrore in maniera fin spiritosa. Molto meno spiritosi “L’uomo nero” di Stephen King e “I bambini ridevano così dolcemente” di Charles Grant, ove gli abitanti non desiderati della casa sono assolutamente ostili.
H.P.Lovecraft, ne “I ratti nei muri”, trova spazio ai suoi mondi e alle divinità nei recessi di una casa costruita sopra un tempio druidico. “La compagna di scuola” di Robert Aickman insegna a non impicciarsi troppo degli affari altrui. C’è grande poesia ne “La luna di Montezuma” di Cornell Woolrich, in cui la casa assiste ai delitti passionali di una donna dell’antica gente azteca e alla vendetta del sangue.
La casa è protagonista assoluta e terrificante in “La demolizione della casa di Greymare”, ove una squadra di demolitori scoprirà a proprie spese che l’antica dimora non ha alcuna intenzione di lasciare questo mondo. Buona lettura!

venerdì 7 marzo 2014

Wolf's Eyes


“Wolf’s Eyes” racconta la storia del giovane Stray, un italiano dal passato misterioso. Esperto di arti marziali e pratiche orientali, logorroico e simpatico appassionato di heavy metal, il ragazzo porta con sé i semi di un disastro planetario, ma ancora non lo sa. Il suo viaggio negli Stati Uniti, in una California che non lo accoglie esattamente a braccia aperte, gli porterà l’amore ma, soprattutto, la scoperta delle sue vere origini. Il potere risvegliato dentro di lui è però il veicolo dell’Apocalisse, una guerra divina iniziata prima che la memoria dell’Uomo potesse registrarla. Riuscirà a impedire la catastrofe e a salvare le persone a cui tiene?
La scrittura di Antonio Moliterni è acerba, ancora adolescenziale. Frequento il mondo delle fanfictions (storie scritte dai fans basate su fumetti/film/libri già esistenti) da molti anni, e il livello qualitativo medio nell’ambiente è proprio quello che ho ritrovato in questo libro. Una storia scritta con passione ma ben poca maestria.
Il lato positivo di questo romanzo è che è stato scritto con sincerità. E’ palese in ogni riga come l’autore ami la sua storia, la senta propria e la racconti senza artifici letterari, per il puro piacere di condividere la propria invenzione fantastica. Questo, purtroppo, non rende meno pesanti i difetti di “Wolf’s Eyes”.
La trama si fonda su cliché ormai conosciuti, benché sia interessante l’idea di creare una mitologia primordiale precedente la creazione del genere umano. I personaggi principali, per quanto simpatici, più che seguire la propria psicologia si piegano agli eventi per come li ha decisi l’autore. I personaggi corollari, poi, sono incarnazione di “tipi” talmente prevedibili da poter essere etichettati senza sforzo al primo incontro.
Gli errori sintattici sono molti e ingenui, e su questo punto la mia critica va anche all’editore, che non ha evidentemente fatto alcun lavoro di editing sul romanzo. Si nota anche dai numerosi segni di “a capo” rimasti in mezzo al testo dopo l’impaginazione finale e altri refusi sparsi qua e là.
I dialoghi oscillano pericolosamente tra due estremi che hanno ben poco a che spartire e che rendono frammentaria l’atmosfera di questo fantasy.
Nei momenti scanzonati, infatti, le battute si sprecano, in un insistere su un sense of humor molto personale che non avrebbe dovuto essere così imposto, in quanto non tutti i lettori possono viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda dell’autore, né aspettarsi ironia (per quanto simpatica) ogni volta che uno dei personaggi apre bocca. La storia è ambientata quasi per intero negli Stati Uniti d’America, ma il gergo, le frasi fatte e gli atteggiamenti sono decisamente italiani, cosa che contribuisce alla mancanza di atmosfera.
Quando l’autore abbandona il dialogo pungente e amichevole, si cade in una serietà da saggistica portata all’estremo. Il più grave difetto di questa storia, infatti, sta nell’uso che Moliterni fa delle proprie passioni, infilate a forza all’interno della trama. L’interesse per la matematica, per la statistica, per l’heavy metal, per il significato dei nomi, per le discipline orientali…Tutto è stato riversato nel romanzo come in un grande calderone.
Ora, lungi da me criticare la decisione di parlare di ciò che si sa. Ho sempre pensato che sia un’ottima strada da seguire, soprattutto per uno scrittore emergente, in quanto più facilmente darà sapore di verità alla sua prosa e concorrerà a farlo esprimere al meglio. C’è modo e modo di utilizzare le proprie passioni ai fini della storia, però, e Moliterni si concede il peggiore. Il protagonista, infatti, diventa un’enciclopedia vivente che ad ogni minima sollecitazione ambientale si lascia andare a filippiche lunghe pagine intere in cui sciorina con dovizia di particolari nozioni specifiche slegate dalla narrazione, anche se in parte applicate poi allo sviluppo della trama. Il fatto che persino i personaggi corollari lo prendano in giro per questo suo modo di fare, non aiuta a renderlo meno pesante.
Ingenuità di chi forse scrive per la prima volta e deve ancora fare molta esperienza come narratore.

lunedì 24 febbraio 2014

Raja Yoga

Lo Yoga non è una serie di esercizi per migliorare la stabilità, la flessibilità delle articolazioni o per trovare uno stato di rilassamento che decongestioni dalle fatiche quotidiane. Lo Yoga è una filosofia completa, la cui meta finale è l’abbandono delle umane necessità, degli attaccamenti al mondo materiale, e l’ascesa e il ricongiungimento con il divino, per liberarsi dal ciclo karmico.
Ne consegue che la visione occidentale di questa complessa filosofia è una versione quantomai semplificata e riadattata a bisogni materiali di qualcosa che mira al contrario ad una dimensione prettamente spirituale. Gli esercizi fisici e la meditazione sono passi per l’elevazione verso il Tutto da cui siamo originati, non semplici sistemi per migliorare la propria salute o lo stato mentale.
Esistono numerose vie all’interno della filosofia Yoga. A detta dell’autore del saggio che vi sto presentando, il guru recentemente scomparso Swami Kriyananda, il Raja Yoga (Yoga Regale) li riassume tutti e in questo testo egli offre la possibilità di accostarlo tramite lezioni ben mirate. Il percorso sarà certo molto più lungo della semplice lettura del testo, quindi l’autore consiglia di non affrettarsi tra le pagine, ma di procedere di pari passo con la pratica, una lezione per volta, dedicandole tutto il tempo necessario.
Le quattordici lezioni, corredate da fotografie, sono suddivise in sette aree di attenzione, il cui approfondimento è progressivo allo sviluppo del praticante e alla sua comprensione dei paragrafi precedenti.
Ogni lezione si apre con una dissertazione puramente teorica sulla filosofia yoga. Occorre conoscere il sentiero che si è intrapreso, se si vuole che la parte più pratica del cammino abbia un senso e possa manifestare i suoi risultati. L’autore mette in luce le caratteristiche delle varie vie, pone l’accento su cosa occorre fare e cosa no (una sorta di comandamenti, se vogliamo), parla di Kundalini e Chakra e sottolinea l’importanza dei maestri spirituali.
Segue poi una parte pratica in cui vengono illustrate le posizioni yoga, poche per ogni lezione e proposte in ordine di difficoltà crescente. Corredate da foto, le spiegazioni si soffermano su come entrare in posizione, mantenerla e uscirne, ma anche in quali occasioni evitare accuratamente di praticarle. Per ogni posizione, sono illustrati i benefici fisici e non che se ne possono ricavare. Per ogni lezione viene poi proposta una sequenza di posizioni che possa seguire i progressi dell’iniziato e aiutarlo a padroneggiare gli esercizi senza strafare.
Si parla moltissimo delle tecniche di respirazione, per un uso più cosciente del valore energetico e purificatore del respiro, nonché per un allenamento al controllo che torna utile nei momenti di meditazione (i cui sistemi vengono a loro volta studiati in una sezione apposita).
Si parla molto delle capacità di guarigione delle pratiche yoga, prendendo in analisi patologie e rimedi che questa filosofia indiana tramanda. C’è anche un’ampia sezione riguardo all’alimentazione, con consigli pro o contro determinati alimenti – con una propensione per un’alimentazione di tipo strettamente vegetariano – e una serie di ricette di facile realizzazione.
In questo modo, il libro vuole offrire una panoramica quanto mai ampia a chi volesse avvicinarsi all’illuminazione tramite la pratica quotidiana dello yoga.
Il saggio è esaustivo, ben scritto, facile da leggere e da seguire pur nella trattazione di tematiche difficili. Il tono discorsivo, a volte persino spiritoso, mette a suo agio il lettore. Parentesi più scanzonate, come ad esempio le ricette di cucina, permettono di non sentirsi in soggezione di fronte al percorso proposto ma di pensarlo come qualcosa che possa essere soprattutto positivo.
Ci sono alcuni tasti dolenti. I consigli sull’alimentazione, ad esempio, sono pericolosi se seguiti senza discernimento. Privarsi di certi alimenti di punto in bianco per seguire queste lezioni sarebbe dannoso per la salute, lo sconsiglio vivamente. Per queste cose è sempre bene essere seguiti da persone preparate. Inoltre, di quando in quando, l’autore si lascia andare a commenti o battute un po’ troppo sarcastiche nei confronti di coloro che non seguono la via yoga, mostrando quel tot di presunzione che non è mai stato di mio gradimento.
In generale, un libro completo che può aiutare ad avvicinare questa affascinante materia.

martedì 18 febbraio 2014

Un uomo a metà


Trovo sempre encomiabili le iniziative volte a riportare l’attenzione sulle pagine più drammatiche e fin troppo spesso dimenticate della nostra Storia. Ancora di più, quando si tratta di offrire a una voce del passato la possibilità di comunicare a un pubblico più ampio, di raccontare le proprie vicissitudini, le esperienze vissute. Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare per alcuni anni in un Museo della Memoria e sono particolarmente sensibile all’argomento.
Quanti di noi, in un cassetto o in qualche scatolone riposto in cantina o soffitta, conservano ancora i cimeli e le lettere dei nostri nonni e bisnonni, soldati di guerre che sembrano al contempo lontanissime negli anni e drammaticamente attuali?
Franco Garrone si concentra sul diario di un sopravvissuto alla Prima Guerra Mondiale, un Bombardiere del Re che ha trascorso gli anni dal 1916 al 1918 sul fronte a combattere contro gli austriaci e poi sul Caucaso, chiamato sul nuovo fronte per meriti di guerra. Il soldato Augusto Fantato tenne un diario dettagliato delle sue avventure, sfruttando al massimo l’istruzione elementare ricevuta, lasciando ai suoi nipoti un’eredità inestimabile di vita vissuta.
Scritto in stampatello e corredato di disegni e di numeri ben delineati, come per una passione nascosta per la gradevolezza grafica della pagina scritta, il diario di Fantato è rimasto per molti anni un semplice cimelio di famiglia, ma l’impegno di Garrone ne ha fatto un libro vero e proprio, intitolato “Un uomo a metà” ed edito da Edizioni Amande.
Il giovane Augusto, lasciati i campi per lavorare nelle ferrovie, ritorna a casa per vedere la madre spirare nel suo letto. Traumatizzato dal lutto, il ragazzo si licenzia e si arruola nell’Esercito, in totale disaccordo con il padre e gli amici. Il trauma è stato troppo forte e la perdita incolmabile gli ha instillato nell’animo la voglia di morire. Combattere per la Patria gli pare il modo migliore per farlo onorevolmente.
Di stanza alla caserma di Novara, Fantato si distingue durante l’addestramento per la propria mira. Una dolce simpatia per una ragazza del posto non mitiga le sue drastiche intenzioni ed essere scelto come Bombardiere del Re lo riempie d’orgoglio.
Inizia così la sua drammatica esperienza al fronte, ove viene a contatto con la morte e la disperazione. Il fato, però, sembra volerlo privare del destino che si è scelto. Piano piano, il suo cuore torna a vivere suo malgrado. Le lettere di Lisa, la morte di tutti i suoi ex-colleghi di lavoro, l’aver salvato e accudito due bambini scampati per miracolo a un bombardamento, gli restituiscono il valore della vita e lo portano a sperare nel futuro.
Il testo, strutturato come un racconto aperto rivolto al nipote, si conclude con la copia di alcune pagine del diario originale, che consiglio di non sfogliare pigramente ma di leggere con attenzione, per gustare la vera scrittura di Fantato, con gli errori ingenui e i termini desueti della sua epoca, commovente traccia del passato.
Per quanto abbia apprezzato l’idea e l’impegno profuso in questa iniziativa, resta qualche appunto da fare all’autore. Purtroppo la prosa scivola via con eccessiva velocità, consentendo ben poco di soffermarsi sugli avvenimenti e sui sentimenti del soldato Fantato. Per quanto un’operazione di pura inventiva sarebbe stata poco rispettosa, una maggiore analisi del diario avrebbe sicuramente offerto spunti per conferire più profondità alla narrazione.
Anche il linguaggio ha le sue pecche. Piuttosto spesso l’autore sceglie di mettere in bocca ai personaggi frasi troppo costruite per essere credibili. L’analisi della scrittura del soldato attesta che il giovane si esprimeva in maniera corrente, non con un linguaggio a volte troppo intellettuale. Inoltre, di quando in quando, l’autore utilizza alcuni termini in maniera impropria o imprecisa. Piccoli difetti che non fanno apprezzare appieno la lettura di questo testo; rimane comunque un bellissimo documento per tutti gli appassionati.

martedì 11 febbraio 2014

Fuori e dentro il borgo

Oggi mi occupo di una raccolta di racconti intitolata “Fuori e dentro il borgo”, edita da Baldini&Castoldi, scritta da uno dei più famosi personaggi della canzone italiana. Sto parlando di Luciano Ligabue, cantante e autore rock che vi sfido a non aver sentito almeno nominare.
Che il cantante piaccia o meno, che si sia suoi fan oppure no, si sappia che Ligabue sa scrivere anche in prosa, e bene. Ha un linguaggio che sembra nato apposta per la forma racconto; non si tratta nemmeno di narrativa vera e propria, quanto di una sorta di trasmissione orale della memoria messa poi in stampa.
Nella raccolta che vi presento, Ligabue dà voce a uno spaccato di umanità verace, vitale. Nelle sue pagine si affastellano personaggi che incarnano “maschere” comuni a tutte le piccole realtà. Lo spaccone, il drogato, quello che ha successo con le donne, il gruppo musicale del paese, la vicina di casa stramba, la protagonista di un fatto di cronaca…Parla di gente vera, che vive o ha vissuto, e la restituisce senza fronzoli, consegnandoci brevi flash tratteggiati con maestria e crudo verismo.
Il linguaggio è gergale, a volte aspro, duro, volgare, ma mai eccessivo. Segue l’andamento della narrazione, affianca con la dovuta sincerità personaggi e situazioni molto quotidiani, che ci restituiscono l’atmosfera di un paese della provincia di Reggio Emilia, come tanti altri, con i suoi personaggi caratteristici e quelle atmosfere infantili e adolescenziali che oggi sembrano perdute per sempre, eppure non sono ancora così lontane nel tempo.
C’è molto teatro in questi racconti, non so se volutamente o per un fortunato intuito. C’è la fabula, l’inestimabile momento di rievocazione e scambio del ricordo, un passaggio dal narratore all’ascoltatore (in questo caso, al lettore) di eventi passati, che così vengono salvati dal trascorrere del tempo e dalla sua tendenza a cancellare tutto e restituirlo all’oblio.
I brevi testi sembrano fatti apposta per essere letti ad alta voce, magari recitati come monologo. Funzionano, sono diretti e spontanei, privi di tanta artificiosità letteraria mascherata da gergo quotidiano che infesta larga parte della scrittura che vuole raccontare la vita “vera”.
Alcuni racconti ci trasportano nel periodo dell’infanzia del musicista, raccontando bravate giovanili oppure offrendo un ritratto fatto di pochi, semplici tratti delle persone che hanno segnato la sua vita o gli sono stati d’esempio. Spesso si tratta di parenti. Toccante l’omaggio, ad esempio, alla zia Rachele, di cui Ligabue stimava la forza di carattere e la coerenza.
Vi sono accenni all’esperienza radiofonica che è stata raccontata anche nel film “Radio Freccia”, per la precisione nel racconto “Radio fu”, il cui titolo già dice tutto su come terminò quell’avventura. Una piccola perla è il racconto “La Cianciulli e l’Ermelina”, dove Ligabue adotta un formato su due colonne per narrare contemporaneamente di donne dal destino molto differente, unite da una conoscenza comune e dall’avere più o meno la stessa età: la serial-killer Cianciulli, che uccideva le amiche e ne faceva a pezzi i corpi per ricavarne sapone, e la nonna Ermelina, la cui passione indefessa era il gioco del lotto.
Oltre ad aprire finestre sul suo passato, Ligabue si mostra senza timore anche nel presente. Sono parecchi i racconti (a volte quasi in forma di libero scorrere del pensiero) che trattano dei momenti sul palco – vedi “Primomaggio” o “Lucianone e Lucianino”- oppure del dietro le quinte o ancora delle interviste (sempre uguali, a ben guardare). Ne viene fuori un’esistenza sicuramente esaltante e piena di soddisfazioni, ma anche stressante, a volte così esigente da portarlo all’insofferenza (“Non sei diverso dalle altre puttane”).
Vi sono poi i racconti-ritratto, quelli che si incentrano su un personaggio caratteristico del paese o che gravita attorno all’entourage del cantante. Incarnazioni di figure quasi archetipiche, costoro vengono tratteggiati senza pietà, sia nelle storie più divertenti – come nel racconto “Fantastico Savana”, che raccoglie le balle raccontate in dialetto da un reduce di guerra - che in quelle più drammatiche, intense (“Il girotondo di Freccia”).
Una lettura non facile quanto può sembrare, da gustare pian piano, senza correre. Una bellissima raccolta di racconti in cui si respira un’Italia che fu e una sana dose di rock.

mercoledì 5 febbraio 2014

Le terzine perdute di Dante

L’eccezionale scoperta di Riccardo Donati promette di essere anche la sua condanna. Conducendo nuovi studi su una copia del Roman de la Rose, il giovane insegnante scopre alcune righe autografe del grande Dante Alighieri. Il passo successivo è un impulso a cui non si può sottrarre: trafugare il manoscritto dalla biblioteca per poterlo studiare con maggiore calma e capire se il suo futuro sta per essere illuminato dalla luce radiosa di una scoperta fondamentale.
Purtroppo, questo atto dà il via al crollo della vita di Riccardo, che si vede dapprima seguito, quindi in pericolo di vita. Uomini sconosciuti gli stanno alle calcagna, probabilmente a causa delle terzine del sommo poeta. Sarà una donna, Agostina, a salvargli la vita e aiutarlo nella fuga, grazie a una rete di amiche molto speciali pronte a nasconderlo. L’importanza delle terzine, però, supera ogni previsione: si tratta nientemeno che di una profezia, vergata da Dante stesso, che ammonisce contro un’imminente catastrofe.
Questa, in breve, la trama di “Le terzine perdute di Dante”, scritto da Bianca Garavelli e pubblicato da Baldini&Castoldi. Il romanzo si articola in un alternarsi tra le vicende di Riccardo Donati al giorno d’oggi e la Parigi che ospita Dante durante il suo esilio da Firenze, quando viene in contatto con filosofie passabili d’eresia e prende il via la stesura dei messaggi più profondamente spirituali della sua Commedia.
Contrariamente a romanzi come il “Codice Da Vinci” di Brown, scanditi in un’alternanza da feuilleton che dopo un po’ perde di mordente, gli spostamenti dal presente al passato non si danno il cambio di capitolo in capitolo – se non nelle primissime fasi – ma seguono con più armonia il dipanarsi delle vicende narrate, legando le vicende di Riccardo a quelle dantesche.
L’autrice si muove con disinvoltura e palese amore all’interno del mondo di Dante Alighieri, immergendo il lettore in una Parigi antica e stimolante, fatta di dibattiti intellettuali, inquisizioni e scontri all’arma bianca. Il poeta si palesa come uomo toccato dal dono della visione e per questo ambito da ogni “fazione” del pensiero spirituale. Saranno le donne della sua vita, Beatrice e Marguerite Porete, a condurre Dante verso la missione cui è predestinato.
Il protagonista odierno, invece, è il prototipo dell’intellettuale, il topo di biblioteca a suo agio solo in mezzo ai libri, che si trova gettato nei peggiori guai della sua vita. Pavido, debole, fondato sul raziocinio ma labile di sentimento, Riccardo non è esattamente l’uomo ideale.
Non stupisce, quindi, che la sua guardia del corpo in questa storia dai ruoli invertiti sia proprio una donna. Sportiva, decisa, mascolina quando serve ma dotata di un fascino degno del suo sesso (che il protagonista faticherà parecchio a percepire), Agostina è l’angelo custode di Riccardo e lo tirerà costantemente fuori dai guai. Si scoprirà poi che l’amica di sempre altri non è che un membro della confraternita al femminile (i cui nomi iniziano tutti per A) che da sempre protegge il messaggio dantesco e combatte perché la terribile profezia non si avveri. La Ragione priva di sentimento, la corsa alla conoscenza a qualunque costo, diventa il nemico da combattere per evitare la distruzione.
La donna è figura centrale in questo romanzo, incarnazione angelica che conduce al divino e sprone in grado di consentire l’espressione di quanto di meglio si cela nell’animo e nella mente dell’uomo. Sia la congrega di donne che si stringe attorno a Riccardo per difendere lui e la sua incredibile scoperta, sia le due fanciulle che segnano la vita di Dante, consentono ai protagonisti di sbocciare, di trovare la loro via nel mondo.
La prosa attenta e concreta della Garavelli perde un po’ di tono in alcuni momenti di dialogo, più che altro nelle parentesi di Riccardo Donati. Di quando in quando, la parlata si fa un po’ artificiosa, poco spontanea. Inoltre, capita che Riccardo commetta imprudenze troppo palesi, con l’evidente intento di condurlo a determinati eventi della trama, cosa che avrebbe dovuto essere condotta con mezzi più sottili.
Un modo non banale di approcciare il mistero storico, condotto da una scrittrice che possiede una vasta cultura letteraria utilizzata senza autocelebrazione. Una scrittura alla portata di tutti, che apre le porte alle meraviglie celate nell’opera dantesca ai lettori di qualsiasi livello culturale.

lunedì 27 gennaio 2014

Compartimento 11


La scrittura di Francesco Amato è più nera della copertina scelta dall’editore. Più torbida, fonda, brulicante di Male. E’ relativamente facile narrare l’orrore. Molto meno lo è renderlo plausibile, lasciare che vi si immerga la vita di tutti i giorni. Durante la nostra esistenza incontriamo ripetutamente situazioni e persone che vivono al limite di questo mondo di tenebra. Spesso superano addirittura il confine, eppure non ci soffermiamo, lasciamo che l’esperienza scivoli via senza toccare davvero i nostri sensi se non nel subconscio, dove crediamo di essere in grado di nascondere la polvere sotto al tappeto.
Eppure, se ci fermiamo a pensare, quanti episodi di quotidiana malvagità ci sfilano davanti agli occhi? Il pregio della narrazione letteraria è quello di costringerci a soffermarci anche su ciò che non desideriamo vedere, sui volti nascosti e sui pensieri reconditi che portano al caos, alla follia, alla morte. Amato ci getta in una pozza di sangue e pazzia e ci lascia immersi fino al collo per tutta la durata di “Compartimento 11” (Tullio Pironti Editore).
Con una encomiabile maestria, l’autore tratta argomenti difficili che presuppongono una riflessione preparatoria di elevata profondità. Il piccolo Daniele vive in un paese campano ancora impregnato dei riti e dei precetti del cattolicesimo, in una famiglia in cui la devozione profonda della madre si scontra con la possessione diabolica della nonna, una folle che cita a memoria passi biblici e che è stata protagonista di un impressionante esorcismo.
La morte della madre e un’esperienza umiliante gli faranno valicare il confine della follia e lo renderanno certo di essere destinato a compiere dei rituali di sangue per mondare (e mondarsi) dal peccato.
Non è dato sapere se le visioni del bambino, le voci che sente e la trasfigurazione degli eventi quotidiani dipendano da un reale contatto con piani “altri” oppure se si tratta di un manifestarsi della tara ereditata geneticamente dalla nonna impazzita. Fatto sta che il piccolo crea attorno a sé un mondo parallelo che lo allontana sempre più dalla realtà e che lo spinge ad addentrarsi in una tenebra fitta, continuamente nutrita dalle azioni orribili perpetrate dagli adulti che lo circondano (il lubrico Padre Boris, la madre gettatasi sulle rotaie, la folle legata al letto dal proprio marito perché non faccia del male a se stessa e agli altri).
Il valore del sangue quale veicolo del ciclo vita/morte e la sacralità del rito del sacrificio si radicano in Daniele in un’estasi religiosa, diversa dal godimento meramente sessuale del macellaio che lo introduce al piacere dell’uccidere ma ugualmente esaltata e pericolosa. Il momento del trapasso della vittima diventa omaggio a Dio e portale verso stati di trascendenza che possano dare un senso a un vivere già condannato, corrotto.
La narrazione si sposta avanti e indietro nel tempo, in un fluire sconnesso di ricordi. Ciononostante, la prosa pulita di Amato non cede alla confusione. L’intreccio è perfettamente impostato, senza momenti di incertezza o incongruenza.
Per tutto il romanzo rimane senza risposta certa l’identità dei compagni di ventura di Daniele, quella Compagnia Dannata – la Banda degli Angeli – che lui costituisce in orfanotrofio accanto a Isabel, Emma e Altro, altrimenti detto Il Copista. Un gruppo dedito a sacre missioni di sangue, ognuno dotato di una personalità ben definita e di un ruolo preciso. Persone reali? Fantasmi di una mente malata? Oppure molteplici facce di un’anima in pezzi?
Sarà il commissario Elio Tortora a dover dare una risposta a questi quesiti, più un attonito spettatore di un dramma troppo grande che un vero antagonista, sullo sfondo di una tratta ferroviaria che è diventata ormai parte delle vicende sanguinose del protagonista.
Un romanzo viscerale, che chiede di essere letto senza interruzioni. Una lettura sofferta, intelligente e spietata.

lunedì 20 gennaio 2014

La Regina scalza

Reduce dalla lettura di “La cattedrale del mare” (potete leggere la recensione qui), in cui rivelavo di aver trovato nella scrittura di Ildefonso Falcones dei lati positivi che speravo potessero evolversi nelle opere successive, mi sono accinta alla lettura degli altri due romanzi scritti da questo autore.
“La mano di Fatima” non mi ha favorevolmente colpita, anzi. Per quanto la prosa fosse scorrevole e l’argomento di sicuro interesse (la rivolta moresca in Spagna), non ho avvertito alcuna affezione per i personaggi. L’elefantiaca dimensione del romanzo non ha aggiunto nulla alla trama e il mio interesse è scemato sempre più col proseguire della lettura. Contrariata, in quanto ritengo che questo autore spagnolo sia capace di ben altro, mi sono intestardita e ho caricato a testa bassa il terzo romanzo, “La regina scalza”. Il rapporto con questa storia è stato decisamente più intenso, ed ecco quindi la recensione.
Il romanzo prende in esame due piaghe rimaste nella storia d’Europa come macchie indelebili, su cui però spesso si fa un colpevole silenzio. Ricordiamo senza fallo gli orrori dei lager e dei genocidi del XX secolo, ma ci siamo scordati che episodi analoghi si sono verificati a più riprese nell’arco dei secoli, nella civiltà occidentale.
“La regina scalza” tratta sia della schiavitù dei neri, deportati dall’Africa e mandati a lavorare nelle piantagioni coloniali americane, diventando meri oggetti di proprietà la cui unica possibilità di essere liberi – di norma – era la morte, sia le contraddizioni e l’emarginazione del popolo zingaro, giunto in Europa da qualche secolo e fin da subito perseguitato per il disordine sociale di cui si è sempre fatto promotore.
Falcones cerca di gettar luce su questi aspetti imbarazzanti della storia spagnola (e non solo) facendoci vivere la situazione dal di dentro, scegliendo come protagoniste una schiava liberata, la bella e insicura Caridad, e la sfrontata zingarella Milagros, cui la vita insegnerà che i capricci hanno breve vita e la dignità è molto difficile da conservare.
Attraverso l’arco di alcuni anni, si dipanano le vicende di queste due amiche. La prima, abituata a subire e ad eseguire gli ordini, riscoprirà la propria femminilità, la bellezza dei propri canti dolorosi, la capacità di scegliere da sé il proprio destino, e troverà un uomo da amare senza essere costretta a diventare un oggetto sessuale, una bambola muta e obbediente. La piccola Milagros, ballerina e cantante assisterà invece all’arresto e alla persecuzione della propria gente. Impuntandosi su un matrimonio sconveniente con una famiglia rivale, pagherà sulla propria pelle la scelta sbagliata, perdendo la libertà e la dignità.
Falcones tenta l’azzardo di scegliere due donne come protagoniste, e riesce nell’intento di renderle vere e profonde, capaci di attirare il lettore nelle loro vicende e far desiderare di saperne di più, di leggere ancora qualche pagina prima di posare il libro sul comodino. Le descrizioni storiche e geografiche sono inserite con maggiore naturalezza rispetto alla prima opera, a volte perfino con l’utilizzo di dialoghi, mai troppo didascalici.
Lungo la trama si muovono molteplici personaggi, tutti dotati di una personalità propria, ben definita. L’orgoglio gitano si respira in ogni riga che Falcones dedica loro, pur nella descrizione priva di tatto dei loro difetti e dei loro mille modi di aggirare la legge. La pena e la desolazione di Caridad rispecchia il vuoto della schiavitù. La musica è il legante delle loro storie, espressione del dolore come della gioia, arte meravigliosa che restituisce umanità anche ai reietti, agli ultimi della società.
Le note dolenti iniziano a un centinaio di pagine dalla fine. A parte il crescendo di violenza (le descrizioni molto grafiche di stupri e omicidi non mancano e, a mio avviso, sono spesso gratuite), sul finire ho ritrovato i difetti che mi avevano fatto storcere il naso con “La cattedrale del mare”. I personaggi mutano considerevolmente in funzione di ciò che l’autore ha deciso di fare accadere e psicologie così ben modellate pagine prima sfumano e si sfaldano ai bordi, facendo perdere il contatto con le vicende narrate.
Si chiude con un finale quasi poetico, un’immagine davvero toccante, ma questo non cancella il calo di qualità dell’ultima parte del romanzo. Un libro divorato al 75%. Ci siamo quasi.