giovedì 7 marzo 2013

Inchiesta su Gesù

Quando ci si accosta a figure che rivestono un’importanza spirituale oltre che storica e si vogliono trattare in maniera oggettiva le testimonianze sulla loro vita e le loro azioni, occorre procedere con estrema cautela. Da un lato, per una questione di rispetto. La ricerca storica e antropologica non dovrebbe avere come scopo quello di turbare o destabilizzare il campo della fede, che opera su un piano di pensiero molto diverso. Dall’altro, a causa della prevedibile incertezza delle fonti documentarie, a loro volta un mix di fatti storici, leggende e rielaborazioni in chiave celebrativa o escatologica.
La ricerca di un Gesù storico che andasse al di là della figura illustrata ai fedeli dalla Chiesa cristiana è iniziata con l’avvento dei Lumi, in un clima in cui la Ragione si contrapponeva alla Religione, in una lotta senza quartiere che ci ha condotto all’era moderna ma che a sua volta appare da tempo superata, come tutte le prese di posizione radicali.
Il movimento ha però il merito di aver stimolato le indagini delle fonti, non mediate dalle scelte della Chiesa, e da allora sono stati tradotti e presentati molti testi non canonici, vangeli apocrifi, note sui primi concili e sulle motivazioni alla base della scelta dei vangeli che costituiscono il Nuovo Testamento e del rifiuto di altri. Inoltre, negli ultimi decenni sono stati portati alla luce frammenti anche ampi di testi sconosciuti, ora al vaglio degli studiosi.
Tutto questo materiale, se comparato e valutato senza pregiudizi, può aiutare a comprendere e definire almeno in parte la figura storica di Yehoshua ben Yosef, Gesù di Nazareth. Non vi sono più dubbi sul fatto che egli sia vissuto in Israele e sia stato un rabbi rivoluzionario, ma cosa sappiamo veramente di lui, delle sue opere e delle sue parole?
Corrado Augias tenta di trovare risposta ad alcune di queste domande avvalendosi dell’aiuto di Mauro Pesce, in “Inchiesta su Gesù”, un’intervista a tutto campo in cui il giornalista indaga con il solito acume sulle risposte che può fornire uno studioso esperto come Pesce.
Chi era veramente Gesù? Perché si definiva – o è stato definito – Figlio di Dio? Quali erano i suoi scopi e i suoi insegnamenti? Queste domande possono sembrare sciocche al credente che conosce il catechismo, ma non lo sono affatto se ci si approccia ad esse con intento di indagine. La Chiesa Cristiana, in effetti, ha ben poco a che vedere con ciò che ha detto e fatto lo straordinario predicatore vissuto duemila anni fa, essendosene discostata nei punti fondamentali fin dalle origini.
Gesù, prima di tutto, era un ebreo osservante della Legge. Questo aspetto è stato dimenticato volutamente per gran parte dell’esperienza cristiana, ma Augias e Pesce vi pongono l’accento, dimostrando come egli non fosse affatto interessato a fondare una nuova religione ma, al contrario, a riportare lo spirito di fede degli Ebrei nella giusta direzione, aggiungendovi un messaggio rivoluzionario di crescita spirituale, amore verso Dio (un Dio visto come padre misericordioso) e rispetto verso il prossimo come mezzo di elevazione. La sua predicazione era fatta per il suo popolo, non per i Gentili, che invece accolsero e fecero propri i suoi insegnamenti, arrivando poi a vessare per secoli il popolo d’origine di Gesù in quanto macchiato dalla colpa della sua uccisione.
Il giornalista e lo storico ripercorrono ciò che si conosce delle origini di Gesù, comparando fra loro sia i Vangeli canonici che gli altri testi conosciuti. Veniamo così a scoprire che il luogo della sua nascita è incerto e che, se non vi sono dubbi sull’identità dei suoi genitori, sembrano appartenere al mito sia le genealogie che lo allacciano al sangue di Davide sia la sua qualità di figlio unico (di origine divina). Pare, infatti, che Gesù avesse sia fratelli che sorelle, cosa che mette in discussione anche la tesi della verginità di Maria.
L’indagine spazia a tutto campo sui modi e i temi delle sue predicazioni, che in parte lo accomunavano sia ai farisei che all’opera di Giovanni Battista, il quale infatti gli fu maestro per un certo periodo. Si parla poi del rapporto con i discepoli e con il clima socio-politico dovuto alla dominazione romana, dell’arresto e del processo, dei meccanismi iniziati dopo la sua morte che hanno condotto questo piccolo movimento ebraico a diventare una delle più grandi religioni del mondo, e delle leggende nate più tardi, in epoca medievale, tra cui spicca quella del Graal.
Con una conversazione snella, chiara eppure zeppa di informazioni e spunti di approfondimento, i due autori coinvolgono il lettore nella ricerca del volto storico di Gesù, senza pregiudizi né la presunzione di fornire una univoca chiave di lettura. Un percorso che, se possibile, ci restituisce un’immagine ancora più grande e profonda di un uomo che con le sue parole ha cambiato il corso della Storia.

mercoledì 27 febbraio 2013

La tomba (e altri racconti dell'Incubo)

Se c’è un autore del fantastico su cui è probabile far nascere una discussione tra appassionati e detrattori, questi è senza dubbio Howard Phillips Lovecraft, scrittore americano vissuto a cavallo tra la fine del diciannovesimo secolo e i burrascosi decenni iniziali del ventesimo (1890-1937).
Gran parte delle caratteristiche che lo rendono inconfondibile e unico sono le stesse che vengono citate per criticarlo. Per prima cosa, Lovecraft non è facilmente catalogabile in una “casella” editoriale. Se ciò non era molto importante per coloro che vennero prima di lui, nel ventesimo secolo questa abitudine si andava radicando e ha causato fraintendimenti sull’opera di molti autori. Ricordiamo, ad esempio, Ray Bradbury: incasellato come autore di fantascienza, fu in realtà un poliedrico esploratore di ogni genere di sogno e incubo.
Lovecraft spaziava a sua volta in ogni campo della fantasia, mettendo in parola ciò che la sua mente creava senza curarsi che si trattasse di horror, mistery, fantascienza, mito…Scriveva spesso per altri, rimaneggiando storie che poi nemmeno firmava, lasciandone i diritti a chi aveva avuto l’idea ma non la capacità di renderla interessante. I suoi racconti sono molto vari, pur con talune caratteristiche che li uniscono come perle di una singola, lunghissima collana, e costituiscono la sua cifra stilistica.
L’infanzia dell’autore influì moltissimo sulle tematiche che affrontò da adulto. Il giovane Lovecraft, privato del padre rinchiuso in un manicomio, crebbe in un ambiente familiare opprimente, psicologicamente plagiato dalla madre, circondato solo da nonni e zii. I suoi migliori amici furono i libri, che lo portarono ad appassionarsi alla cultura classica e poi alla scienza, entrambi argomenti di primaria importanza nella sua produzione letteraria.
Lovecraft imparò ad imitare il linguaggio antiquato dei libri che leggeva e la caratteristica gli rimase impressa. I suoi scritti, infatti, sono composti con uno stile a volte verboso, prolisso, che ai contemporanei non piaceva e che anche oggi induce il lettore a pensare di trovarsi di fronte un racconto più antico del ventesimo secolo. I termini utilizzati (ovviamente in lingua inglese, la traduzione ci fa perdere la possibilità di accorgerci di questa particolarità) venivano spesso ricercati tra quelli derivati dal latino piuttosto che dal patrimonio anglosassone.
Lovecraft creò veri e propri pantheon di mostruose divinità, dimoranti in piani dimensionali solo a un passo di distanza dalla quotidianità, pronti a farci sprofondare nell’orrore. I suoi protagonisti quasi sempre non sono in grado di comunicarci chiaramente le mostruosità a cui assistono o di cui sono fatti oggetto; l’autore si rifugia spesso nell’escamotage dello svenimento del protagonista proprio sul più bello oppure sulla fuga disperata che annichilisce i sensi finché non si è in salvo. C’è una volontà precisa di scansare la descrizione grafica della paura per rifugiarsi nel caos emozionale, nel terrore puro.
Lovecraft scrisse un numero non indifferente di racconti, che la Newton Compton ha raccolto in tre volumi, cercando di separare le storie in filoni fondamentali.
Quello che vi vado a presentare è “La Tomba”, che raccoglie i cosiddetti “racconti dell’incubo”. Ogni racconto è accompagnato da una nota iniziale che fornisce aneddoti sulla sua stesura oppure appunti dello stesso autore al riguardo, iniziativa interessante per comprendere meglio il modo di lavorare di Lovecraft.
Fin dalla prima pagina, si viene trascinati in visioni a volte distorte e confuse, ma sempre capaci di toccare la corda dell’orrore che si nasconde dentro di noi. Senza descrivere l’apparenza visiva del terrore, Lovecraft fa leva su ciò che non viene detto, sull’immaginazione, che sa essere molto più micidiale di un mostro tangibile e circoscritto dalla percezione sensoriale comune.
Le ambientazioni cambiano molto da un racconto all’altro. Si passa dai laboratori delle accademie mediche, infettate da esperimenti malati, alle miniere del West sotto cui si celano antichissimi orrori; dalle modernissime città, trappole nei cui meandri il Male si insedia ancora più comodamente del solito, a psicologie malate che conducono ad amare la Morte di una passione morbosa.
Il mondo si distorce, si sfalda ai bordi e lascia che i vapori di luoghi “al di là” penetrino e ci diano una visione delle miriadi di possibilità che si celano oltre il visibile, tutte desiderose di attentare alle nostre vite…e probabilmente non solo a quelle.
Gustatevi queste pillole di oscurità e, se incontrano il vostro gusto, affrettatevi a comprare anche gli altri due volumi!

mercoledì 20 febbraio 2013

1000 idee per creare

Oggi vi parlo di un manuale di arti decorative adatte a chiunque vi si voglia cimentare, una panoramica divertente e stimolante sulla creatività “casalinga”, da portare avanti nel tempo libero secondo il proprio gusto e le possibilità economiche.
Avrete notato tutti come negli ultimi anni abbia preso piede l’hobby del “decoupage”, vale a dire la decorazione di oggetti in vetro o materiali vari con disegni su carta e vernici particolari. I mercatini ormai abbondano di bancarelle che vendono questi oggetti fatti in casa, che da passatempo si possono trasformare in una piccola occasione di commercio. Un'altra branca creativa che ha molto successo è la creazione di gioielli originali, o con perline di varie fogge e dimensioni oppure con paste modellabili e colorate che poi vanno cotte in forno.
Questi sono solo due esempi di ciò che viene illustrato e proposto nel coloratissimo tomo “1000 idee per creare”, edito dalla Giunti e scritto da vari specialisti di decorazione.
Il manuale è diviso in capitoli che illustrano di volta in volta tecniche differenti, presentando poi numerosi progetti come esempio e occasione d’esercizio. Ogni progetto è ampiamente documentato con fotografie a colori, spiegato passo passo in ogni fase della realizzazione e corredato da un preciso elenco dei materiali utilizzati, proprio come in una ricetta da cucina.
Si comincia con il “decoupage” classico, che si mette in atto con la carta apposita oppure con i veli stampati dei normalissimi tovaglioli di carta. Viene spiegato come rendere tridimensionali i disegni grazie alla pasta modellabile o con l’ausilio di lamine metalliche e colla a caldo. Si passa poi a illustrare gli effetti che si possono ottenere con determinate vernici: screpolatura, doratura e un interessante effetto metallico realizzato con pigmenti chiamati porporine.
Dopo una parentesi sulla decorazione con l’utilizzo di malte (con progetti molto carenti in quanto ad appeal) o di pannelli pre-stampati chiamati “tiling”, inizia il lungo capitolo sui gioielli, ricchissimo di graziosi esempi da copiare.
Un capitolo interessante è quello sulla lavorazione del feltro, non molto ricco di esempi ma più chiaro di altri per quanto concerne l’utilizzo delle materie prime e il procedimento di realizzazione del tessuto colorato. Idee simpatiche e spiccatamente femminili sono presenti nei capitoli dedicati alle bomboniere, alla realizzazione di album di foto e notes (scrapbooking), e in quello dedicato ai pupazzetti.
Si passa alla decorazione artistica vera e propria con i capitoli dedicati alla pittura a pennello su materiali vari, al rinnovo e decorazione di vecchi mobili e alla tecnica con vernici semitrasparenti su vetro, tra le idee più azzeccate proposte nel manuale.
Si chiude, infine, con alcuni progetti pensati per divertire i bambini, non tutti oggettivamente gradevoli.
Il difetto principale del manuale è l’assenza di una presentazione ragionata dei materiali. Per quanto essi siano elencati con precisione all’inizio di ogni progetto (tanto da inserire perfino il numero di serie dei colori utilizzati) e venga spiegato come usarli durante la messa in atto, molte cose possono rimanere poco chiare a chi non conosce i prodotti in commercio, a chi vuole capire come orientarsi tra le marche produttrici e non sa a quali rivenditori rivolgersi. Sarebbe stata auspicabile la presenza di un elenco chiaro ed esaustivo, con fotografie dei prodotti così come si presentano in commercio, corredato da un sunto delle tecniche di utilizzo.
Inoltre, pur se specificato all’inizio del manuale, è piuttosto irritante il fatto che vengano presentati solo prodotti di determinate marche, cosa che limita il campo d’acquisto a chi non conosce alternative e non ci dà alcuna certezza né sulla qualità dei prodotti né sul loro valore economico rispetto a materiali simili ma di altre case produttrici.
Consiglio quindi, se si desidera iniziare a mettere in cantiere qualche progetto, di chiedere prima lumi nel proprio colorificio di fiducia o di fare una ricerca su internet per farsi un’idea più chiara sulle possibilità di risparmio e sui prodotti in commercio.
Il testo rimane comunque una fonte di idee divertenti e di sicura soddisfazione pratica, buon compagno di chi vuole allenare la propria creatività.

mercoledì 13 febbraio 2013

Venuto al mondo


Il romanzo di Margaret Mazzantini, che fa mostra di sé in tutte le librerie ed è edito da Mondadori, in questo momento è alla ribalta per la trasposizione cinematografica attuata da Sergio Castellitto. La copertina stessa ne è un rimando immediato, in quanto vi sono raffigurati i due attori protagonisti.
La storia si avvolge attorno a due tematiche principali: il miracolo della maternità, che può rivelarsi facilmente una dannazione, e la facilità con cui l’esistenza sa scivolare nel caos, esemplificata dal sanguinoso episodio della guerra in Bosnia, scoppiata all’inizio degli anni ’90.
L’autrice ci fa vedere il mondo attraverso gli occhi della protagonista, Gemma, una donna di cinquant’anni sposata con un ufficiale dei Carabinieri e con un figlio di sedici anni, Pietro, ultima traccia di un amore che le ha segnato l’esistenza. La vita, in qualche modo placida e monotona, disturbata solo dalle prime ribellioni adolescenziali del ragazzo, viene sconvolta alla radice da una telefonata che arriva da Sarajevo.
All’altro capo del telefono c’è Gojko, il vecchio amico, il poeta matto e amaro, ma in realtà c’è il suo passato. Ci sono dolori mai sopiti, un amore che le ha scavato ferite nella carne e nell’anima, ricordi di un eccidio senza senso e di morti che sanno corrodere la capacità di provare emozioni fino a non lasciarne traccia.
Gemma ha paura, ma non può resistere al richiamo. Parte per Sarajevo, la città del suo destino, trascinandosi dietro un recalcitrante Pietro. Lo scopo apparente è vedere una mostra di fotografie di Diego, padre di Pietro, morto in terra straniera durante il suo lavoro di corrispondente di guerra. Quello vero è rivivere la propria tragedia e tentare di far entrare nel cuore di quel ragazzo una qualche immagine del padre mai conosciuto.
Sarajevo le restituirà il suo passato, offrendole alla fine anche alcune risposte che non avrebbe mai immaginato la attendessero.
Il linguaggio della Mazzantini è materico, ha sapore e odore nonostante utilizzi la prima persona e sia quindi naturale trovare ampi paragrafi di pensieri, riflessioni. Si comprende subito che le scelte linguistiche sono state fatte con coscienza, in una ricerca quasi parossistica del termine giusta, delle associazioni tra immagine e parola. Un linguaggio che ha una sua poesia e come tale spesso colpisce prima il sentire più nascosto, palesando il proprio significato alla mente solo in seguito.
Nonostante questo lavoro cerebrale, che se mal diretto e utilizzato avrebbe avuto lo sgradevole sapore dell’esercizio di stile fine a se stesso, nel romanzo è presente anche molto cuore. Cuore e sangue. Ce n’è tanto da farci il bagno, ci si compenetra completamente nella condizione perduta, viscerale, disperata in cui crollano via via i personaggi, nel lungo riandare della memoria.
La capacità di mettere al mondo dei figli assume un’importanza capitale nell’esistenza di una donna, ossessione che è follia lucida, ragionata, quasi scientifica. Quando la maternità viene negata dalle menomazioni del proprio corpo, la mente si riempie d’odio, le relazioni d’amore si tingono di egoismo, ripicche. Un gesto d’amore diventa opaca determinazione di ottenere ciò che non si ha, ciò che si invidia con anima nera della felicità altrui.
Gemma arriverà a fare qualunque cosa, a perdere ogni rispetto per se stessa, ogni pudore o freno pur di ottenere quel bambino che agogna, anche se sa che non sarà l’immagine dell’amore tra lei e Diego, anche se significherà rubare e mercanteggiare sulla vita come se fosse una merce.
Il suo delirio finisce per essere preso a schiaffi dall’orrore che le capita attorno, da quella Sarajevo violata in cui la gente muore sotto il tiro dei cecchini, in cui la città esplode perdendo il proprio volto, il pane si imbeve di sangue. Violenza insensata sotto gli occhi di un’Europa che fatica a intervenire, a forze di pace che non hanno grande potere di intervento e sono costrette a lasciare il Paese alla devastazione sistematica di un odio che mette tutti contro tutti.
Pietro, figlio di quella guerra, figlio di un amore che si è preso a morsi, vaga per Sarajevo senza immaginare che tutto ciò su cui posa distrattamente gli occhi racconta la sua storia, quella di sua madre e quella di quel fotografo dal cuore bambino che non è più tornato a casa.
Una lettura intensa, che a tratti sa far male.

mercoledì 6 febbraio 2013

Tutti i lazzi della Commedia dell'Arte

Un genere che ha fatto Storia nel Teatro italiano è sicuramente la Commedia dell’Arte, il teatro di Maschera basato sull’improvvisazione a partire da un canovaccio – una trama priva di battute da imparare a memoria- e da alcune tipologie ben definite di personaggi, le Maschere.
Arlecchino, Pantalone, il Dottore, Colombina, Brighella…Questi nomi, che oggi associamo al Carnevale, hanno un’origine ben più complessa e sono personaggi teatrali con tutti i crismi, che per secoli hanno fatto ridere e appassionare gli spettatori di tutta Europa. Ogni Maschera incarnava un carattere, un difetto, e apparteneva a una ben definita classe sociale.
Pantalone, ad esempio, era un uomo maturo o anziano, spesso lascivo, sicuramente avaro. Arlecchino era il servo per antonomasia, tutto istinto e astuzia da bambino un po’ crudele, incarnazione degli istinti bassi e delle passioni. Colombina a volte era la figlia di uno degli anziani, ma quasi sempre incarnava la servetta seducente e dispettosa. C’erano poi gli Innamorati, il Capitano, Pulcinella, e via discorrendo. Le Maschere potevano portare altri nomi (Arlecchino era anche Zanni, Truffaldino, Burattino, ecc.), ma il pubblico le riconosceva all’istante proprio grazie alla ben codificata rappresentazione dei “tipi”.
Quello che pochi sanno è che il lavoro di improvvisazione degli attori impegnati nella Commedia dell’Arte non era poi così affidato al caso e al talento del singolo (che rivestiva comunque una parte importantissima nella buona riuscita della commedia). Le trame dei canovacci venivano messe in scena sfruttando un repertorio ben conosciuto e continuamente arricchito di “lazzi”, vale a dire azioni sceniche codificate che creavano siparietti comici oppure aiutavano lo svolgersi della vicenda. Questo modo di fare teatro verrà poi codificato in copioni definiti battuta per battuta da Carlo Goldoni nel XVIII secolo, nel tentativo di far risorgere la Commedia dell’Arte dall’abisso in cui era sprofondata.
La parola “lazzo” pare derivi da “l’azio”, cioè “l’azione”. Difatti si tratta di azioni fisiche, di confronto tra attori. La conoscenza di questo patrimonio teatrale è caduta nell’oblio per molto tempo e il Teatro di Maschera è tornato allo splendore solo nel secolo scorso, grazie a grandi personalità come Giorgio Strehler e Dario Fo.
La Dino Audino Editore fa cosa gradita a tutti gli appassionati e a coloro che fanno teatro pubblicando l’esaustivo catalogo di lazzi redatto da Nicoletta Capozza, “Tutti i lazzi della Commedia dell’Arte”.
L’autrice, resasi conto della mancanza di materiale documentario completo sull’argomento, si è data pena di raccogliere tutte le testimonianze conosciute sui lazzi all’interno di questo volume, estrapolandole anche dagli appunti scritti di proprio pugno da alcuni attori storici della Commedia dell’Arte, tra cui quel Biancolelli che fu un grande Arlecchino nella Francia del XVII secolo.
I lazzi sono suddivisi per argomento, numerati in modo da poter essere facilmente ritrovati nel caso si decida di prendere appunti. Per ogni lazzo viene fornita sia la traduzione in un italiano corrente, sia la versione originale, in italiano antiquato oppure in francese. La lettura è istruttiva ma anche divertente. Molti lazzi sono tanto attuali da esistere ancora nel varietà e nelle commedie moderne, pur sotto altre forme. I meccanismi della risata rimangono più o meno gli stessi e ci si ritrova spesso a sorridere nel leggere la descrizione delle azioni in scena. E’ da notare quanto fosse importante il lato acrobatico in talune Maschere, che dovevano essere capaci di capriole, salti, cadute e contorsioni del corpo che richiedevano evidentemente anni e anni di lavoro e allenamento.
Il difetto principale del saggio è la quantità non indifferente di errori di traduzione, anche dall’italiano. Spesso, infatti, la traduttrice fa confusione e sbaglia i nomi delle Maschere, oppure interpreta in maniera errata l’azione scenica. E’ dunque necessario avere la pazienza di leggere anche il documento originale, se si vuole essere certi di aver capito bene lo svolgersi del lazzo.
Inoltre, spesso i lazzi vengono ripetuti più volte all’interno del saggio. La cosa deriva dal fatto che alcuni di essi possono a ragione essere catalogati sotto diverse voci (per esempio, un lazzo notturno che è anche un lazzo delle scale o amoroso), ma è piuttosto seccante trovarsi a rileggere le stesse cose, accorgendosene magari a metà del testo. Sarebbe stato forse meno scomodo segnalare direttamente la doppia o tripla appartenenza alla prima apparizione.
In generale, comunque, un fondamentale strumento di studio e fonte di preziose informazioni pratiche per chi si accosta al Teatro di Maschera.

giovedì 31 gennaio 2013

Lettere a Theo

Quasi sempre, comprendere quali pensieri, ambizioni o sentimenti si celino dietro alla produzione di un artista si riduce, per forza di cose, a un mero esercizio di speculazione. Di norma, infatti, ciò che l’artista lascia al lavoro dei critici e all’attenzione del pubblico è la sua opera così com’è, veicolo a sé stante di tutto il lavoro fisico e mentale che l’ha preceduta.
Questo ingenera una certa dose di cautela nel formulare ipotesi (tranne nel caso di quei critici che sentono di aver colto il “vero significato” dell’opera, spacciando la propria visione soggettiva per un’analisi oggettiva e creando confusione nel fruitore medio). Comprendere l’opera di un artista diventa difficile come interpretare un sogno altrui.
Uno dei più famosi e quotati artisti che ci ha condotti all’arte delle avanguardie, Vincent Van Gogh, ci ha risparmiato la fatica di perderci in elucubrazioni lasciandoci un copioso corpus di lettere spedite al fratello minore Theo, una ponderosa mole di pagine scritte fino all’ultimo istante a quello che considerava il parente più simile a lui per temperamento, il migliore amico, nonché il commerciante ufficiale delle sue opere (che, però, non riuscì a renderlo né famoso né vendibile mentre era in vita).
Queste lettere vengono qui pubblicate dalla Ugo Guanda Editore in una selezione che spazia dagli anni del fervore religioso di Van Gogh, alla sua scoperta del talento artistico, alla faticosa vita di pittore disturbata e quindi distrutta dalla malattia mentale.
Le prime lettere sono quasi paternali, verbose, dense di citazioni bibliche ed evangeliche, ma di quando in quando spuntano descrizioni di luoghi visitati o persone conosciute che sono veri e propri quadri verbali, tanto sono descritti vividamente. Il colore, più che la forma, è il mezzo attraverso cui Van Gogh percepisce e descrive il mondo che lo circonda.
Questo si accentua ancora di più nelle lettere successive all’inizio della sua carriera di pittore, diventando il filtro preferenziale attraverso cui scoprire la realtà. Si viene catapultati in una iper-percezione, un sentire vibrante e potente fatto di luce, una sensazione continua di epifania verso il creato che forse era indice di una fragilità psicologica già in atto ma che si traduceva in esperimenti sorprendenti sulla tela.
Il denaro e i problemi di salute sono argomento di discussione fisso, due dei disagi che rosicchiavano di anno in anno la sua stabilità e la fiducia nel futuro. Lo stile, negli ultimi anni, si fa più sconnesso, reciso, ambiguo. Non che vi siano divagazioni prive di senso o segnali di follia, ma alla prosa ampia e narrativa si sostituiscono frasi più brevi, a volte ermetiche, di norma segno di depressione. Il tono si fa più brusco, come se ogni momento dedicato alla scrittura fosse da considerare perduto per la pittura.
Vincent Van Gogh nasce in Olanda nel 1853, da una famiglia molto religiosa. Il padre, infatti, è un pastore di anime, cosa che lo influenzerà tanto da fargli prendere la decisione di diventare predicatore. L’esperimento, durato anni, non ha grande successo. Vincent non è portato per la capacità di parlare a un pubblico, soffre gli insegnamenti accademici e li trova inutili o incompatibili con il semplice spirito cristiano che dovrebbe stare alla base dell’opera del predicatore.
Si avvicina agli umili, ai lavoratori che fanno vita più dura. A volte disegna, ma quasi per gioco. Viaggia, anche in Inghilterra, ma i fallimenti si accumulano e pesano sul suo spirito, che si fa sempre più malinconico e depresso. Anche il lavoro di mercante d’arte presso la Goupil finisce con un licenziamento.
Nel 1880, finalmente, decide di dedicarsi anima e corpo al talento artistico. Si butta nel disegno, imparando da vari maestri ma senza riuscire – anche in questo caso- ad adattarsi al pensiero accademico. Nonostante ciò, per molto tempo non si accosta alla pittura, conscio dei propri limiti e deciso a farsi prima una solida preparazione grafica, soprattutto sulla figura, il suo tallone d’Achille. E’ il colore, però, il suo vero regno. Una volta provato, non riesce più a farne a meno e si butta in una produzione frenetica.
Brutte delusioni sentimentali, le ristrettezze economiche, la consapevolezza di dipendere dall’aiuto del fratello e la totale mancanza di vendite acuiscono le turbe di un animo già di per sé ipersensibile, iniziando a minare la sua sanità mentale. Nel 1888 si trasferisce ad Arles, deciso a migliorare se stesso e la propria pittura con il clima del sud. Accarezza l’idea di creare un’associazione di pittori, convive per qualche tempo con Gauguin, ma sopravviene la crisi. Preda di raptus violenti (si taglia anche un orecchio), viene internato più volte, con suo sgomento e rassegnazione. Torna a dipingere con fatica ma nel 1890 si spara un colpo e muore nel giro di poco. Il fratello Theo morirà di malattia pochi mesi dopo.
Fino all’ultimo, il suo legame con il fratello si mantiene forte con questo scambio epistolare, documento di inestimabile valore per comprendere il lavoro di un artista che ha fatto epoca e commovente testimonianza del tormento di un uomo.

mercoledì 23 gennaio 2013

Medioevo superstizioso

Cosa divide il concetto di fede da quello di superstizione? Entrambi prevedono lo sforzo di credere che un evento si verificherà o verrà scongiurato, che si avrà un beneficio o un danno a seconda che il rituale venga compiuto in maniera corretta o meno. Dunque cosa separa in modo tanto netto i due concetti, almeno per ciò che riguarda la filosofia occidentale?
Jean-Claude Schmitt si prendere l’onere di dare una risposta a questa domanda nel suo saggio “Medioevo superstizioso”, in cui analizza la nascita e il radicarsi della definizione di ciò che è superstizione dall’avvento dell’era cristiana e poi durante tutto il Medioevo, fino a culminare nelle persecuzioni di eretici e streghe, tristemente famose.
La superstizione si basa su un principio molto chiaro di causa/effetto. Compiendo una determinata azione, otterrò un certo risultato. Oppure ancora, se mi si presenterà un certo segno, esso varrà come una precisa predizione degli eventi futuri. A volte, il rituale e il segno possiedono una relazione apparentemente logica o simbolica con l’effetto che si vuole ottenere o l’evento futuro predestinato, ma molto più spesso le due cose non paiono collegate in alcun modo e c’è da lambiccarsi il cervello per riuscire a capire come una superstizione simile sia nata e si sia radicata.
Per la Chiesa, la differenza tra fede e superstizione era netta. La prima prevedeva l’affidarsi completamente a Dio. Tutto è deciso da Lui, perciò è inutile e vano sia cercare di predire il futuro che trovare significati reconditi in ogni cosa che accade. Il vaticinio, come ogni genere di pratiche volte a scacciare malocchi o ingraziarsi le forze della natura, furono condannate fin dal principio, dapprima tacciando chi se ne macchiava di idolatria e stupidità, ma più avanti ritenendole vere e proprie azioni fuorvianti del Demonio.
Gran parte di ciò che veniva chiamato “superstitio” derivava dalle antiche religioni non ancora defunte, che riuscivano a sopravvivere attraverso riti e credenze che la Chiesa non riusciva a sradicare in alcun modo. L’autore ci porta l’esempio di molti santi la cui principale occupazione era girare per i territori in caccia di luoghi di culto pagani da radere al suolo, gente da riconvertire facendo loro aprire gli occhi sulla stupidità dei riti idolatri. Per concludere, un nuovo centro di culto (stavolta cristiano) veniva edificato sulle ceneri di quello vecchio.
Spesso questo non bastava a sradicare credenze troppo sentite, perciò la Chiesa trovò il sistema di sovrapporre a talune figure pagane, o festività troppo amate, dei corrispondenti che derivassero dalle ricorrenze religiose oppure dalle figure di santi, beati e personaggi evangelici le cui caratteristiche fossero simili alla divinità pagana da far dimenticare.
Questo atteggiamento di forte condanna e di lotta aggressiva al substrato delle superstizioni non fu una costante del Medioevo. Vi furono anche momenti di studio quasi antropologico di questo miscuglio di credenze pagane e non, una volontà di catalogarle e cercare di capirne le origini, la diffusione, il significato.
L’inurbamento creò a sua volta le proprie superstizioni, nate a causa della convivenza sociale di comunità sempre più grandi che avevano bisogno di sfogare in qualche modo le proprie paure, le frustrazioni. Furono i centri urbani, per esempio, a creare quei momenti di festa incontrollata (come il nostro Carnevale) in cui ogni ordine veniva sovvertito, con l’obiettivo non solo di sfogarsi ma anche di esorcizzare, in tal modo, le forze destabilizzanti del vivere sociale per tutto il resto dell’anno.
Nell’ambiente clericale, poi, ai detrattori si affiancavano prelati meno schizzinosi che non esitavano a praticare a loro volta particolari riti per fare scongiuri o divinazioni, usufruendo tra l’altro di un’autorità non da poco grazie alla veste ecclesiastica. Questi personaggi vennero sempre osteggiati e combattuti, rei di avvicinarsi fin troppo alle scienze occulte come l’alchimia. Con il tempo, il concetto di peccato come patto volontario col demonio portò a vedere ogni rito superstizioso come atto di stregoneria, con i risultati che ben conosciamo.
Un saggio conciso ma molto interessante su un aspetto fondamentale del pensiero cristiano medievale.

mercoledì 16 gennaio 2013

La leggenda del vento

Tra le opere immani di Stephen King, famoso anche per le dimensioni dei suoi romanzi, spicca senza ombra di dubbio la saga fantasy-western de La Torre Nera, scritta dall’autore americano nell’arco di una trentina d’anni e composta da ben sette romanzi.
La storia del pistolero Roland e della sua ricerca della Torre Nera, fulcro degli Universi, insieme al suo sgangherato gruppo di compagni raccolti nei punti di contatto tra i mondi, ha incantato e appassionato i lettori per molti anni, regalando grandi colpi di scena, avventura e molte lacrime. La saga ha avuto il suo corso e si è conclusa alcuni anni fa. Nessuno, a quanto pare nemmeno King, poteva immaginare che Roland non ci avesse ancora detto tutto.
In effetti, il viaggio del pistolero e del suo ka-tet è talmente lungo e vario che i buchi da riempire, volendo, sono tanti. King non sembra avere questo in mente nel mettersi a scrivere “La Leggenda del Vento”, ma il romanzo si colloca in un imprecisato momento di cammino tra il quarto e il quinto romanzo della saga. Si tratta di un piccolo imprevisto che costringerà i protagonisti a una sosta forzata, da riempire in qualche modo…magari con un racconto davanti al fuoco.
Comincia così, con l’arrivo di una micidiale tempesta di gelo chiamata starkblast, questa fiaba tripla, narrazioni contenute l’una nell’altra come matrioske.
Roland, infatti, racconta ai compagni di ventura un episodio della sua adolescenza, il quale racchiude a sua volta la narrazione di un’antica fiaba della sua terra, Gilead, che sua madre gli leggeva quand’era solo un bambino.
L’obiettivo dell’autore è quello di creare una storia che possieda una sua indipendenza dalle vicende della saga originale, in maniera da essere godibile anche da un lettore che non ne abbia mai letto una riga. Un traguardo nient’affatto facile da raggiungere, vista la complessità della storia di Roland e le molteplici caratteristiche fantastiche dei mondi che attraversa.
Per riuscirci, inizialmente King utilizza una prosa più scarna del suo solito, senza indulgere in spiegazioni, riassunti degli episodi precedenti, tratteggi psicologici dei personaggi. Ci catapulta in mezzo a Roland e ai suoi compagni offrendoceli a scatola chiusa, per quello che sono, con un occhio oggettivo che ricorda molto le pagine iniziali del primo romanzo. Non si cerca l’affezione, impossibile da ottenere con poche righe, ma solo di dipingere con poche pennellate il contesto da cui partirà la favola.
Proprio nell’iniziare il racconto di un Roland adolescente, il tono cambia e si fa più morbido, colloquiale, riportando alle reali atmosfere che caratterizzano la storia del pistolero. Il corpo centrale del romanzo, la fiaba che dà il titolo al tutto, è una chicca in cui King fa ciò che gli riesce meglio: confezionare un’avventura in cui speranze e paure dell’infanzia la fanno da padroni.
Roland racconta del suo viaggio a Debaria, nel tempo in cui era ancora un giovane pistolero, alla ricerca di un efferato assassino. Questi, purtroppo, non è un semplice uomo bensì uno skinman, un cambiaforma. Dopo l’ennesimo attacco sanguinoso, Roland prende in consegna il piccolo Bill, unico testimone rimasto in vita che potrebbe riconoscere la vera forma dell’assassino.
In attesa di veder sfilare i sospettati e per tenere Bill tranquillo, il giovane Roland gli racconta una favola che risale alla sua infanzia: la storia del piccolo Tim, un bambino coraggioso che vive ai margini della Foresta Infinita. Per salvare la propria madre dalla violenza del patrigno, Tim farà l’errore di fidarsi di un oscuro figuro venuto da Gilead e si inoltrerà nella Foresta a rischio della vita per incontrare il leggendario Maerlyn e ottenere da lui una cura per i danni alla vista subiti dalla madre. La fiaba è cruda, violenta, poco consolatoria, ma contiene quel grano di speranza di cui ogni bambino – e, di conseguenza, ogni adulto - ha bisogno. Sarà uno starkblast, una tempesta identica a quella che nel presente sta tenendo bloccati Roland e i suoi, ad offrire a Tim la possibilità di ottenere ciò di cui è in cerca. Il cerchio si chiude, le storie terminano una dietro l’altra e il cammino dei pistoleri riprende da dove si era interrotto.
Conoscendo bene la saga, non saprei affermare se King riesce nell’intento di offrire il romanzo anche a lettori ignari della Torre Nera. Per chi ha seguito con amore Roland e il suo ka-tet fino alla fine del viaggio, un dono gentile da leggere tutto d’un fiato.

mercoledì 9 gennaio 2013

Il decimo dono

La vita di Jane sta andando a rotoli. Dopo sette anni, la sua relazione illecita con Michael, marito della sua migliore amica, ha avuto bruscamente fine. Lui le ha dato il benservito, distruggendo ogni sua illusione, regalandole come dono d’addio un antico volumetto sull’arte del ricamo, di cui lei è appassionata.
Ad aiutare Jane a piangere tutte le sue lacrime, nonché a trovare di nuovo la forza di rimettersi in piedi e dedicarsi a qualcosa che non sia commiserarsi, ci pensa proprio il famigerato volumetto. La donna, infatti, scopre che al testo originale è sovrapposto il diario giornaliero di una fanciulla della Cornovaglia, Catherine Anne Tregenna, una ricamatrice dalle grandi ambizioni vissuta nel 1625.
La storia della ragazza, le sue frustrazioni per l’impossibilità di diventare qualcosa in più di una serva in casa di nobili e l’obbligo di sposare il cugino Rob, il progetto ambizioso di ricamare un paliotto d’altare disegnato da sé, portano Jane in un mondo che la aiuta a distrarsi. D’improvviso, sia il presente che il passato la sconvolgono nuovamente. Il marito di sua cugina Alison si suicida, costringendola a raggiungerla nella loro casetta in Cornovaglia. Il diario, poi, cambia improvvisamente rotta per passare al dramma avventuroso: Catherine, infatti, viene rapita insieme a parecchi concittadini da un gruppo di pirati della Barberia, spintisi fino alle coste inglesi per fare bottino.
Come se non bastasse, Michael si mette sulle sue tracce, in apparenza per riallacciare la relazione ma in realtà per sottrarle il volumetto. Il dono è stato un errore, uno scambio di testi, in quanto Michael si era accorto dell’antico diario ed è intenzionato a venderlo e ricavarci del denaro.
Jane, sempre più coinvolta dalle vicende di Catherine, decide di partire per il Marocco, ricalcando il viaggio disperato della ragazza per trovarne traccia laggiù. Scoprirà così, come già la fiera fanciulla diventata proprietà del rais Al Andalusi, una civiltà diversa, piena di sfaccettature ignote, e un uomo che saprà tirare fuori il meglio dal suo cuore, trasformandola in qualcuno di cui poter essere finalmente orgogliosa.
Questa, in breve, la trama del romanzo “Il decimo dono” di Jane Johnson, un intreccio di passato e presente, tra curiosità storiche riguardo alla lotta tra i regni della cristianità e la pirateria musulmana del XVII secolo, nozioni sull’arte del ricamo, magici paesaggi della Cornovaglia e misteri del Marocco. Nel suo costante andare e venire nel tempo, la storia si dipana con una coerenza rassicurante e azzeccata, in un costante parallelismo tra le vicende sfortunate di Jane e le letture dal diario di Catherine prima e dalle lettere del cugino Rob partito alla sua ricerca poi.
Pur con il palesarsi della doppia storia d’amore in terra musulmana (tra Catherine e il suo rapitore, l’affascinante e colto Al Andalusi, come tra Jane e la sua guida locale Idris), la trama non scade quasi mai nella banalità, riuscendo a tenere teso il filo dell’attenzione per almeno tre quarti della lettura. La tensione perde un po’ di mordente, purtroppo, sul finire, come se l’autrice fosse stata costretta a comprimere quest’ultima parte per rimanere entro un certo numero di pagine. Dictat dell’editore o sindrome da “fretta di finire”? Nonostante ciò, il giudizio complessivo dell’opera rimane positivo.
Pur contenendo tematiche più care al mondo femminile che a quello maschile, il romanzo è comunque godibile da un pubblico eterogeneo grazie al clima avventuroso della vicenda, agli splendidi luoghi che fanno da sfondo alle due storie e, soprattutto, all’accuratezza con cui vengono illustrate vicende storiche per noi piuttosto oscure.
Mentre, infatti, non avrebbe suscitato alcuno sgomento un attacco di pirati turchi sulle coste del Mediterraneo, potrà risultare nuovo a molti sapere che i corsari di Salè si spingevano tanto a nord ed erano diventati così aggressivi e spregiudicati da attaccare non solo i navigli che avevano la sfortuna di incrociare la loro rotta, ma perfino i villaggi sulla costa.
Lo scontro tra le due grandi religioni monoteiste, infine, viene dipinto senza pregiudizi o campanilismi, pur se con un occhio di riguardo per la cultura musulmana che in questo caso rappresenta il cambiamento, il fascino di ciò che non si conosce.
Una lettura consigliata a chi apprezza il connubio tra avventura e storia d’amore.

giovedì 3 gennaio 2013

Storia Universale del Costume

La Storia del Costume, vale a dire l’evoluzione dei capi d’abbigliamento, gli accessori, l’acconciatura e il make-up dai primordi della società umana ai giorni nostri, è una materia ampia e complessa che sarebbe errato sottovalutare, reputandola d’interesse esclusivo per chi oggi si occupa di moda. Essa, infatti, non solo richiede una conoscenza storica e antropologica notevole, ma offre una miniera di informazioni anche per chi lavora nel teatro, in televisione o, più in generale, si occupa d’arte e di ricerca storica.
L’analisi dell’abbigliamento fornisce informazioni sul clima, sulle abitudini, sulle preferenze estetiche che via via si sono radicate nel gusto per poi svanire ed essere sostituite. Racconta anche la situazione economica e politica, la differenza più o meno marcata tra le classi sociali. Evidenzia, infine, tipo e qualità delle materie prime utilizzate per confezionarli, mettendo in luce i progressi tecnici, i rapporti commerciali, i trucchi del mestiere, abilità che spesso con il tempo e l’industrializzazione si sono perdute.
Questa storia “parallela” dell’umanità non ha grande seguito nel nostro Paese, limitandosi ad essere insegnata nei corsi complementari in talune facoltà universitarie. Ne consegue che trovare testi adeguati ed esaustivi nella nostra lingua è impresa ardua (per trovare manuali completi bisogna rivolgersi alle pubblicazioni in lingua inglese, con l’ovvio ostacolo della lingua straniera).
E’ presente in commercio, però, un gigantesco volume che merita non solo l’attenzione di chi è interessato alla materia, ma anche l’investimento dei non pochi euro richiesti per l’acquisto. Ringraziando le Muse, la qui presente ha potuto usufruire di uno sconto galattico grazie alla sovracoperta strappata, ma dopo una singola occhiata al contenuto ho compreso che avrei sganciato tutti i soldi sull’unghia anche se fossi stata costretta a comprarlo a prezzo pieno.
“Storia Universale del Costume ” di Patricia Rieff Anawalt, infatti, racchiude non tanto la Storia del Costume in sé, alla quale viene dato comunque un certo spazio, ma una panoramica straordinaria delle abitudini d’abbigliamento di tutto il mondo. Una pecca delle analisi storiche, infatti, è che esse di norma si concentrano prevalentemente sul Costume occidentale. Aprendo le pagine di questo volume, invece, si inizia un viaggio straordinario intorno al mondo.
L’autrice, un’antropologa con il dono di una scrittura scorrevole e di piacevole lettura, ha suddiviso il testo in capitoli “regionali”, in maniera da analizzare con cura ogni popolo e i suoi costumi. Partendo dal Medio Oriente e dall’Egitto, che sono stati culla delle prime civiltà, il viaggio prosegue attraverso tutti i continenti, andando a ricercare dapprima le nozioni storiche essenziali a comprendere come si è evoluta la regione, la sua organizzazione sociale e quali influenze hanno permeato il suo gusto, e quindi i capi d’abbigliamento tradizionali, fotografati pezzo per pezzo oppure mostrati indosso ai nativi.
Spesso, disegni atti a mostrare il corretto modo di indossare le vesti corredano il testo. Ogni foto è accompagnata da una didascalia esaustiva circa i materiali, le dimensioni e, quando possibile, l’anno di fabbricazione del capo d’abbigliamento.
Vengono così alla luce stili e materiali del tutto sconosciuti alla nostra cultura, curiosità tribali conservate con ammirevole dedizione da piccole realtà etniche che, nonostante il dilagare della società industriale e dello stile occidentale, cercano per quanto possibile di tramandare alle nuove generazioni le proprie tradizioni. A questo si affiancano nozioni sulle tecniche di tessitura, sia per ciò che riguarda le materie prime e le tecniche di filatura e ricamo, che per le procedure di tintura e i materiali, a volte curiosi o perfino disgustosi, che vengono utilizzati per colorare i tessuti.
Ogni grande capitolo è suddiviso in paragrafi dedicati alle singole etnie. Per ognuna di esse viene fornita una notevole quantità di informazioni altrimenti difficilmente reperibili. Cartine geografiche a complemento del testo circoscrivono con precisione i territori presi in esame. La stampa perfetta e nitida su carta lucida, il grosso formato e la rilegatura con copertina rigida lo rendono una pubblicazione di pregio.
Lungi dall’essere una carrellata di fotografie, il tomo (edito da Mondadori) contiene una miniera di informazioni da leggere con cura, creando un azzeccato connubio tra volume d’arte e saggio antropologico.